Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880

Part 11

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La Spagna e l'Italia sono, dopo la Francia, le due regioni che esportano la maggiore quantità di vino. Ma che distanza tra esse e la consorella latina! La produzione del vino nella penisola iberica è aiutata e stimolata da capitali inglesi, specialmente nelle provincie meridionali, ed i prodotti si distinguono per gusto generoso e nutritivo. L'esportazione (Tav. I) va sviluppandosi discretamente e più si svolgerebbe, in ispecie verso il nordovest d'Europa, se la tariffa doganale inglese fosse alquanto più mite co' vini. Vero è che se la Spagna ha qualche ragione di lagnarsi dell'Inghilterra, ha più ragione ancora la Francia di dolersi della sua vicina d'oltre i Pirenei, massime se si consideri che da questa è fornita la maggior parte de' vini che entrano in Francia. Commercialmente però i vini spagnuoli non hanno grande importanza; i più noti sono adulterati e quelli non manipolati, tutt'altro che perfetti, hanno un difetto grave: l'incostanza nel _profumo_, nel _corpo_ e nel _colore_. Prima di passare dalla penisola iberica alla nostra, è bene dare un'occhiata al Portogallo. Il più noto dei vini portoghesi è il _Porto_, ma ho già accennato come, con la sofisticazione, gli speculatori anglo-sassoni abbiano traviato il sapore di questo vino generoso, sicchè il genuino _Douro_ non piace a chi è avvezzo al _Portwine_. Lo Stato al quale affluisce la maggiore esportazione lusitana è il Brasile, ove però comincia a coltivarsi l'industria enologica e s'è costituito un tipo nazionale, il _Pao_, che, se i produttori v'attendono e gl'industriali non lo sciupano, potrà acquistare un buon posto in commercio.

Ed eccomi all'Italia. La nostra esportazione è in aumento, in ispecie quella del vino in bottiglie (Tav. II) e ci siamo emancipati dalla Francia, dalla quale prendemmo 661,000 ettolitri di vino nel 1859, gradatamente discesi a 45,000 nel 1875. Anzi nel 1872 potemmo fornirne alla nostra vicina 300,000 ettolitri. Ma, o signori, non facciamoci illusioni. La massima parte del nostro vino s'esporta pel _taglio_ e a ciò furono adoperati in Francia i 300 mila ettolitri or ora menzionati; servirono a rinforzare i fiacchi vini della Linguadoca. Il vino italiano che solo, si può dire, è conosciuto nel gran commercio, è il Marsala, un vino-liquore. E poi cos'è la nostra esportazione in confronto della francese? E dire che per ragione di clima la produzione italiana dovrebbe superare quella della Francia, ove la vite alligna bene in un terzo della superficie ed in un altro vi stenta, e l'industria enologica dovrebbe figurare tra le fonti principalissime della nostra esportazione accanto alle industrie della seta e dell'olio. C'è dippiù; noi come produttori di vino non possiamo competere nemmeno con la Spagna. La produzione annua spagnuola raggiunge, in media, la cifra di 25 milioni di ettolitri, circa la metà della produzione francese. La media nostra è di 16 milioni di ettolitri. Si è asserito che non possiamo esportare a causa dei gravi dazi che figurano nelle tariffe straniere nell'importazione de' vini; si sono invocate altre attenuanti per spiegare la figura alquanto meschina che noi si fa in questo ramo di commercio. Parole vane. La verità è stata detta chiara ed aperta da due valentuomini che da diversi punti di vista si sono occupati con amore de' vini italiani: il Luzzatti ed il Sambuy. La principal condizione per poter vendere, dice il Luzzatti, è produrre bene. Qualunque vantaggio daziario è effimero e vano, se la enologia italiana non cerca in se stessa i mezzi della propria rigenerazione. «A differenza di abilità, di competenza commerciale, qualunque diminuzione di dazio nelle tariffe estere profitterà segnatamente agli Stati più sapienti nell'arte dell'enologia e più avveduti nel commercio del vino»^[V-5]. E il Sambuy esclama: «Facciamo meglio i nostri vini... Non si tratta di far comunque dei vini cattivi destinati alle bettole ove il misero artigiano, attirato dal buon prezzo, perde i suoi preziosi risparmi e la più preziosa sua salute, si tratta di fare dei vini-tipi, che passino i monti ed i mari con utile nostro e decoro d'Italia»^[V-6].

Il nostro gran guaio è appunto la mancanza di vini-tipi. La nomenclatura dei vini italiani è lunghissima e svariatissima, e questo nuoce assai al nostro commercio enologico. I produttori vogliono fare sfoggio di qualità diverse e il prodotto risulta scarso per ogni qualità e per giunta incostante.

Aggiungete la mala pratica dell'adulterazione, che pur troppo è vizio vecchio e fece nel secolo scorso perdere all'Italia i mercati della Germania e dell'Inghilterra^[V-7]. A questi difetti intrinseci della nostra enologia, se ne accoppiano altri che chiamerò estrinseci. Uno riguarda l'imbottigliamento. In molti paesi d'Italia s'imbottigliano i vini nella primavera susseguente al raccolto. Cosa accade? Il vino, dopo un certo tempo, prende un sapore disgustoso comunicato dalle feccie. Bisogna poi anche badare più che non s'usi ai tappi di sughero. All'esposizione di Filadelfia una partita di Valpolicella d'ottima qualità fu esposta in bottiglie malissimo turate, e non fu avuto in quel conto che forse meritava. All'esposizione di Vienna si dovettero cambiare i tappi a molte bottiglie di espositori italiani. Non è tutto. Noi non curiamo l'apparenza della bottiglia così come si dovrebbe per allettare i consumatori. Non diamo importanza o ne diamo ben poca alle etichette, e salvo poche eccezioni, le nostre bottiglie hanno aspetto grossolano e non reggono al confronto di quelle del Reno, di Francia, di Spagna, degli Stati Uniti e del Portogallo.

Così, signori, la fama antica de' vini latini è mantenuta non dalla terra veramente latina, non dalla vecchia Enotria, ma dalla Francia.

La Germania anch'essa ci sta innanzi nel commercio enologico. I vini del Reno si distinguono non solo per la loro eccellenza, ma eziandio per la costanza del tipo, nella quale si riflette l'indole pertinace della robusta e perseverante stirpe alemanna. I Tedeschi poi si acquistarono una grande reputazione come cantinieri. Niuno li supera nella preparazione e nella conservazione de' vini che curano con mezzi perfetti. Il signor Secchi de Casali, giurato per l'Italia alla sezione agricola della Mostra di Filadelfia, scrive nella sua Relazione che i cantinieri tedeschi sono i più accetti agli Stati Uniti, e l'imbottigliamento de' liquidi v'è, si può dire, monipolizzato da essi, abili al punto d'allestire ciascuno diciotto dozzine di bottiglie, dovendo lavarne i vetri, riempirle, turarle, mettervi le capsule e le etichette, avvilupparle nella carta e nella paglia e finalmente incassarle, stampandovi le debite iscrizioni, e tutto ciò in nove ore di lavoro.

Tra' paesi che forniscono al commercio tipi buoni e accreditati, merita una speciale menzione l'Ungheria, patria del Tokay, pregevolissimo per finezza e profumo. In quanto alla Grecia e alla Turchia, la cattiva fabbricazione nuoce allo spaccio de' vini dell'arcipelago e dell'Asia Minore, che, come abbiamo visto, tennero in altri tempi il primissimo posto nel commercio enologico.

Negli Stati Uniti d'America si dànno molte cure e si applicano vistosi capitali alla produzione del vino. Vi s'è costituito un tipo nazionale, la Catawba, il più stimato tra' vini americani. Ma la Repubblica federale transatlantica non è pel vino un paese d'esportazione, come lo è, e considerevolissimo, pel frumento e per il bestiame. Un sensibile movimento d'esportazione s'accenna invece nella lontana Australia, e specialmente nella Victoria e nell'Australia Meridionale, ove grossi capitali s'investono nella viticoltura, si piantano nella vallata del Murray viti spagnuole, si riproducono con buon esito nelle regioni nordiche i tipi spagnuoli e portoghesi e in quelle poste al sud i francesi e tedeschi. Anche lì s'è costituito un tipo dominante, il Verdeilho, e gli arditi coloni del mondo nuovissimo affrettano co' voti e con l'opera il giorno in cui la loro terra competerà co' più reputati paesi viniferi europei.

Intanto il consumo del vino si va estendendo e si allarga così il mercato di questo prodotto, il cui prezzo, sul posto, s'è più che raddoppiato in dieci anni, mentre il prezzo medio di vendita, in commercio, che, in Francia, verso la metà del secolo scorso, s'allontanava poco dai 35 franchi, è salito a non più di 50 franchi, grazie al progresso dei mezzi di trasporto.

Ma lo sviluppo progressivo del commercio enologico ha tre nemici: l'imperizia, la frode e il dazio.

Abbiamo veduto come l'imperfezione dell'elemento tecnico nella viticoltura e nell'arte di fare il vino nuocia ai paesi che per ragione di clima sono pure i più adatti alla produzione. Il buon vino s'apre da sè la via sul mercato mondiale. In questo, come in ogni altro ramo dell'attività umana, chi più sa, più può.

In quanto alla frode, tutti conosciamo in quali proporzioni sia praticata e sotto quante e svariate forme. Tutti i tipi più accreditati, tutte le qualità più gradite, tutte le specie più note e diffuse sono prese di mira. Un arguto scienziato tedesco dimostrò che l'uva non c'entrava per nulla nello _Château Margaux vecchio_ che una Corte di Germania riceveva dal suo fornitore brevettato, il quale le dava a bere una miscela composta con acqua pura, acquavite di frumento, estratti diversi, acido, sale, glicerina e materie coloranti. Io non voglio invadere il campo riservato a chi tratterà dal punto di vista igienico il tema comune, ma m'importa dichiarare che l'economista non meno del medico riprova e condanna le adulterazioni e contraffazioni, dalle quali è profondamente viziata l'industria enologica, con danno grave della salute dei consumatori, di quelli specialmente che appartengono alle classi lavoratrici. In Germania fu preparata l'anno scorso una legge per prevenire e reprimere lo spaccio di generi alimentari malsani. Le misure preventive consistono nella facoltà attribuita ai funzionari amministrativi di sorvegliare la vendita delle cose più nocive alla salute, esaminarle per verificarne le condizioni, indicare i procedimenti, le pratiche e anche le materie o derrate insalubri e mettervi il proprio divieto. Delle misure repressive menzionerò solo quella che minaccia sei mesi di carcere e una multa estensibile fino a 1500 marchi contro chiunque alteri e vizii i generi di consumo, senza renderli malsani, e l'altra che punisce con la prigione, e in certi casi anche con la perdita de' diritti civili e politici coloro che fabbrichino o spaccino sostanze alimentari e bevande insalubri.

Una parola sui dazi e ho finito. Voi avete sotto gli occhi, disposti in ordine, questi nemici del vino (Tav. III). Varia è la loro misura, varii i criterii che servono di base alla tassazione. Si dazia secondo la capacità del recipiente, secondo il peso del recipiente pieno, secondo la forza alcoolica o il valore del liquido. Due soli paesi lasciano entrare liberamente il vino: la Cina e l'Olanda.

DAZI SULL'IMPORTAZIONE DEL VINO

Per 1 Ettolitro.

*AUSTRALIA* spumanti L. 153,30 » ordinari » 102,20 *BAHAMA* » 51,10 *BELGIO* in fusti » — 50 » in bottiglie » 1,50 *CANADÀ* spumanti in fusti » 135 — » id . in bottiglie (1 dozzina) » 15 — » non spumanti in fusti » 66 — » id. in bottiglie (1 dozzina) » 7,50 » qualità inferiore » 33 — *CEYLAN* in fusti » 25,55 » in bottiglie » 64,32 *COLONIA DEL CAPO* » 111,01 *FIDGI* spumanti » 153,30 » non spumanti » 102,20 » clarets australiani » 52,64 *FILIPPINE* spumanti » 50 — » non spumanti » 25 — *FRANCIA* ordinari » — 30 » vini liquori (+15°) » — 30 *GIAMAICA* » 64,32 *GIAVA* in fusti » 18,90 » in bottiglie » 22,05 » spumanti (100 bottiglie) » 44,10 *GRECIA* in fusti » 28,12 » in bottiglie » 70,31 *GUIANA INGL.* in fusti » 91,41 » in bottiglie » 76 — *INDIA BRIT.* spumanti » 65,20 » ordinari » 52,64 *INGHILTERRA* (+14°,9) » 68,76 » (-14°,9) » 27,51 *ITALIA* in fusti » 15 — » per 100 bottiglie » 30 — *MALTA* (più di L. 78,71 l'ett.) » 32,37 » (meno id. ) » 6,74 *NATALE* » 102,20 *PORTOGALLO* » 31,20 *SPAGNA* spumanti » 108 — » ordinari » 54 —

Per 100 Chilogrammi.

*AUSTRIA-UNGHERIA* in fusti L. 53,50 » in bottiglie » 67,75 *DANIMARCA* in fusti » 19 — » in bottiglie » 48,40 *GERMANIA* in fusti » 29,52 » in bottiglie » 59,04 *RUSSIA* in fusti » 56,16 » spumanti in bottiglie (1 bottiglia) » 4 — » ordinari in bottiglie (1 bottiglia) » 1,32 *STATI UNITI* in fusti » 54,74 » spumanti ogni bottiglia » 2,60 » ordinari » — 70 *SVEZIA* in fusti » 23 — » in bottiglie » 29 — *SVIZZERA* in fusti » 3 — » in bottiglie » 7 —

Per 100 Lire.

*ARGENTINA* L. 100 — *ANTIGUA* » 25 — *BARBADE* » 15 — *BRASILE* in fusti » 30 — » in bottiglie » 80 — *CHILÌ* » 100 — *GIAPPONE* » 5 — *PERÙ* » 100 —

Esenzione da Dazio.

CINA — OLANDA

Il dazio troppo elevato alimenta la frode, che è peggiore del contrabbando. La storia del consumo del vino in Inghilterra è forse la migliore illustrazione dell'influenza che esercita in proposito la misura de' dazi. Sotto il regime de' dazi alti, il consumo de' vini francesi in Inghilterra ebbe un aumento medio annuo di 80 tonnellate; sotto il regime d'una tariffa più moderata, l'aumento annuo è salito ad una media di 1800 tonnellate (Tav. IV). Io non dico che il vino non sia una buona materia tassabile nel sistema doganale, ma non conviene aggravar troppo la mano. Dazi moderati giovano alla finanza senza nuocere alla produzione e al consumo. È molto meglio, o signori, lasciar passare il vino schietto e sano che veder diffondersi nelle popolazioni e specialmente nelle classi operaie l'uso funesto dell'acquavite e degli altri liquori che gli anglo-sassoni con energica ma appropriata denominazione chiamano bevande attossicatrici.

[V-1] Οἴνωτρος dicevasi il palo con cui si sorregge la vite. Lo Stefano nel _Thes._ spiega: _palus, pedamentum vitis, vallis qua vitis ceu adminiculo fulcitur_. Il nome _Enotria_ accennerebbe forse alla costumanza di sostenere le viti con paletti, che è antichissima e dura tuttavia nella Basilicata?

[V-2] _Nat. hist._, libro XIV. _Jam intelligente suum bonum Italia._

[V-3] A ciò sembra alludere la tradizione dell'alleanza di Mezenzio coi Latini contro i Rutuli, _vini mercede_, menzionata da Varrone, Plinio e Ovidio.

[V-4] Prima che finisse la seconda guerra Punica, Roma prese possesso degli antichi Stati di Jerone, posti nella regione orientale della Sicilia; lì, poco lungi da Lentini, c'era Morgantia.

[V-5] LUZZATTI, _L'inchiesta industriale e i trattati di commercio_, Roma, 1878, pag. 129.

[V-6] SAMBUY, _Conferenza tenuta in Chieri_, ecc., 1876.

[V-7] Vedi nella _Raccolta del Custodi_, Opere di G. R. CARLI, T. II, p. 356.

_G. ARCANGELI_ — LA BOTANICA DEL VINO

(_Conferenza tenuta la sera del 23 febbraio 1880_).

Quantunque la Botanica non manchi di argomenti che possano formare soggetto per una lettura piacevole ed istruttiva, mi sembra che quello di cui debbo trattare questa sera, la Botanica del vino, non sia a nessun altro secondo. Voi comprenderete infatti che sotto questo titolo potendosi riunire tutte quelle cognizioni botaniche che si riferiscono alla vite ed al vino, il nostro argomento interessa una delle più importanti nostre colture, la coltura della vite, e l'industria che ad essa si collega, la fabbricazione del vino.

La brevità del tempo e la pochezza delle mie forze non permettendomi di trattare per esteso siffatto argomento, di sua natura vastissimo, nient'altro farò che toccarne le parti principali.

Voi ben sapete che la vite è un arboscello che nel suo portamento somiglia le liane dei paesi caldi. Il suo fusto non potendo di per sè sostenersi verticalmente sul terreno, prende appoggio sui fusti di altre piante. I suoi rami nodosi sono forniti di foglie alterne assai grandi, palmato-quinquelobe irregolarmente dentate e di appendici filiformi, dette viticci, per mezzo delle quali si attaccano ai fusti di altre piante. I suoi fiori sono piccoli, di color verdastro, di ben poca apparenza e raccolti in pannocchie che si producono in opposizione alle foglie. Il frutto n'è una bacca.

La vite ha servito di tipo ad un gruppo speciale, cui dai botanici è stato dato il nome di ordine delle Ampelidee, dal nome greco della vite stessa, gruppo che attualmente si ritiene prossimo a quelli delle Celastrinee e delle Ramnacee, con i quali si riunisce in un'unica classe. In quest'ordine s'includono attualmente tre generi: il genere _Vitis_, il genere _Pterisanthes_ ed il genere _Leea_, che fra tutti abbracciano un numero di specie non superiore a 250, delle quali 230 spettano al solo genere Vitis, compreso pure il genere Cissus, che una volta si teneva separato da quello.

La maggior parte di queste specie vegeta nei climi tropicali; se ne conoscono dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia. Poche però sono quelle che furono esperimentate nell'agricoltura. Oltre la_ Vitis vinifera_, Linn., propria del vecchio mondo asiatico-europeo, il cui tipo sarebbe la nostra vite selvatica, detta comunemente Abrostine, furono prese di mira dai coltivatori, la _V. Labrusca_ L., la _V. rotundifolia_ Michx., la _V. aestivalis_ Michx. e la _V. cordifolia_ Torrey et Gray, che appartengono al nuovo e più specialmente agli Stati Uniti.

Le varietà cui ha dato origine la vite sono molto numerose e si può ritenere che il loro numero andò progressivamente aumentando dagli antichi tempi ai nostri giorni. Fra gli antichi, Plinio ci riferisce che ai suoi tempi si riteneva fossero innumerevoli e ce ne descrive 85. Secondo il Villafranchi, verso la fine del secolo decorso, in Toscana si conoscevano 87 varietà di viti, e 94 in Francia. Nel catalogo della Società di orticultura di Londra, nel 1842, erano registrate 99 varietà. Se si deve prestar fede all'Odart, in tutto il mondo esisterebbero da 700 ad 800 varietà, e forse fino a 1000, se pur non si vuol seguire l'opinione di coloro che porterebbero questo numero fino a 1300. Si può ritenere per la vite quanto si dice di molte altre specie utili all'uomo, cioè che nelle sue mani essa ha prodotto un grandissimo numero di forme, modellandosi quasi a suo piacere e piegandosi a soddisfare tutti i suoi desiderii. Per convincersi poi del come questo numero vada progressivamente aumentando, basti l'osservare che nelle stufe dei nostri orticultori quasi ogni anno si produce qualche nuova forma, che merita d'essere dalle altre distinta. Le sementi fatte su vaste proporzioni offrono uno dei migliori mezzi per ottenere queste nuove forme, con le quali via via si accresce il ricco patrimonio delle nostre collezioni.

La classificazione di tutte queste varietà ha molto imbarazzato gli enologi, e ciò non tanto per la grandezza del loro numero, ma principalmente a cagione della nomenclatura che n'è estesissima e sommamente intricata. Voi sapete che si possono distinguere le varietà che dànno uva da mensa da quelle che dànno uva da vino. Fra le prime vi citerò l'uva _Salamanna_, la _Regina_, la _Paradisa di Bologna_, la _Galletta_, la _Maddalena nera_, il _Cari nero_, il _Moscato reale_, la _Barbarossa_, l'_Astigiano_, la _Lugliatica_, l'_Uva di Corinto_. Fra le uve da vino, nei paesi più meridionali, troviamo la _Malvasia_ con cui si prepara il _Moscato di Candia_ ed il _Madera_, il _Pedro Ximenes_ della Spagna che produce i vini di Malaga e di Xeres, la _Passerina nera del Vesuvio_ che produce il Lacrima nero del Vesuvio. In Toscana abbiamo il _Canajolo_ che, associato al _Sangioveto_ ed alla _Malvasia_ od al _Trebbiano_, fornisce il vino fiorentino e del Chianti. In Piemonte troviamo la _Fresia_ e la _Bonarda_ delle colline di Torino, la _Pelaverga_ di Saluzzo, il _Grignolino_, il _Dolcetto_ ed il _Barbera_ dello Astigiano, ed il _Nebiolo di Barolo_ che fornisce il re dei vini del Piemonte, il Barolo, tutte varietà da vino nero; e l'_Erba-luce_ di Caluso da vino bianco. In Francia voi trovate il _Pinot grigio_, principale vitigno della Borgogna, il _Carbenet Sauvignon_ del distretto di Bordeaux, l'_Aramon_, principale varietà dell'Herault, il _Morillon blanc chablis_ da cui si ottiene lo _Champagne_, ed il _Moscato di Riversaltes_, nel Roussillon (Pirenei orientali) da cui si ottiene uno dei vini più squisiti che si conoscano. In Germania, il _Resling bianco_ detto dai francesi _Gentil aromatique_ è la varietà che produce il celebre Joannisberg e gli altri vini del Reno; ed in Ungheria il _Tokai_ produce il vino dello stesso nome. Ma io però non intendo d'internarmi in siffatto argomento, onde qui mi arresto, rinviando coloro che volessero più estese notizie ai trattati speciali^[VI-1], fra i quali merita di essere specialmente ricordato il saggio di Ampelografia testè pubblicato dal signor Conte di Rovasenda, ch'è da considerarsi come uno dei migliori lavori sopra questo soggetto.

Sulla origine della vite non si hanno notizie più positive ed attendibili di quelle che ci vengono trasmesse dai miti e dalle leggende.