Il Vino: Undici conferenze fatte nell'inverno dell'anno 1880
Part 10
Dalla Grecia all'Italia il passaggio è naturale. Il mio dotto amico Graf vi rammentò il nome di Enotria dato in antichissima età alla patria nostra. In origine esso fu attribuito soltanto alla Basilicata o provincia di Potenza, ed esteso prima alle tre provincie calabresi che formavano l'antico Bruzio, e poi anche talora a tutta l'Italia^[V-1]. Del resto i greci posero a parecchie terre nomi enologici. L'isola d'Egina si chiamò prima Enonia o Enopia, le Enotridi erano due piccole isolette poco lungi dalla breve costa lucana sul Tirreno; l'isola di Sichino fu dapprima Enoie; c'era un'Enantia ov'è adesso Kertch e un'altra nella Sarmazia asiatica.
Il commercio del vino nell'Italia antica presenta due diversi periodi: uno anteriore, l'altro posteriore all'anno di Roma 633 (121 av. G. C.), nel quale furono consoli Lucio Opimio Nepote e Q. Fabio Massimo. In quell'anno fu così abbondante e squisita la vendemmia, che finalmente, come dice Plinio, l'Italia conobbe il suo bene^[V-2].
Nel primo dei due periodi i vini greci erano i preferiti; Plauto nel terz'atto del _Povero Cartaginese_ nomina i vini vecchi di Leucade, Lesbo, Taso e Chio. Il vino nazionale era poco stimato. La coltivazione della vite cominciò tra noi dopo quella del frumento e Roma nei primi tempi non bevve molto. Nel vecchio Lazio però se ne faceva e se ne mandava anche nella finitima Etruria^[V-3]. Ma adagio adagio i vini italiani cominciarono a farsi credito sul mercato interno. L'_ammineo_ della Campania, il lucano della Basilicata e il _murgentino_ di Sicilia^[V-4] sono lodati da Catone (234–149 a. G. C.) segnatamente il primo che fu il predecessore del Falerno e del quale si distinguevano due qualità, la superiore (_ammin. maius_) e l'inferiore (_ammin. minusculum_). Questi tre erano i vini nazionali migliori. Se ne bevevano anche di minor pregio o infimi affatto, come questi altri che Catone descrive: l'_elveolo_ una specie di gustoso chiaretto, l'_apicio_ analogo al nostro moscato; il _preliganeo_, vinello che si dava a bere ai vendemmiatori e la _posca_ — un nome rimasto nel dialetto piemontese — ossia il vino degli schiavi e della bassa gente.
Circolavano poi vini fatturati che si spacciavano per greci e Catone dà ricette per la fabbricazione del vino greco e in ispecie di quel di Coo.
La legge protesse la viticoltura, diede norme e sanzione speciali alla vendita del vino e prescrisse le regole per la consegna, la degustazione, la misuratura.
Il secondo periodo del commercio del vino nell'antica Italia si suddivide in due epoche, delle quali l'una va dal 633 di Roma al 700 (54 av. G. C.), l'altra da cotesto anno alla caduta dell'impero.
La data che separa le due epoche m'è fornita da Plinio, il quale asserisce che verso il 700 di Roma principio ad estendersi la riputazione e il consumo de' vini nazionali e questi accennarono a vincere la concorrenza dei vini stranieri, malgrado che lo sviluppo dell'importazione non s'allentasse. Nei settantacinque anni precedenti si erano già fatti conoscere il _Cecubo_ e il _Falerno_. Di questo parlerò or ora. Il _Cecubo_ si faceva nel territorio di Amicla, sul golfo di Gaeta, ma durò poco. Nella seconda metà del primo secolo dell'êra nostra era già venuto meno, per negligenza dei coltivatori, per l'angustia del sito e pel canale che Nerone fece aprire dal lago d'Averno ad Ostia, traverso quelle campagne. Il predominio dei vini greci durava ancora sul mercato italiano, non bastando la produzione nostrana al consumo ed anche per l'abitudine del palato a' vini dell'arcipelago, sicchè la loro artificiale imitazione non si smetteva. Tra' nazionali primeggiavano i campani e i siciliani; da queste provincie subalpine usciva il vino allobrogo, che sapeva di pece; nelle meridionali era piuttosto diffusa la fabbricazione del vin cotto, poco gradito fuori di là.
Dei vini medicinali fatturati con mosto d'uva amminea e succhi d'erbe non fo parola, perchè estranei al mio soggetto.
Un notevole indizio del credito che avevano acquistato i vini del paese lo si ha nelle distribuzioni che fece Giulio Cesare nelle feste del suo trionfo per le vittorie riportate in Gallia e in quelle fatte come settemviro Epulone, quando fu console la terza volta. Diede prima Chio e Falerno; poi fece meravigliare il popolo romano dando in tavola quattro qualità di vino, due greci: _Chio_ e _Lesbio_ e due nazionali: _Falerno_ e _Mamertino_.
Ed eccoci al periodo più notevole. Plinio in una sua classificazione dei vini italiani distinse quattro categorie, disponendo secondo il loro merito i vini delle varie regioni.
Nella prima classe pose il _Pùcino_ che si faceva nelle vicinanze d'Adria, il _Setino_ del territorio di Terracina e il _Retico_ di Val d'Adige. Il primo era piaciuto assai a Livia moglie d'Augusto, la quale dava merito a quel vino d'esser giunta a 82 anni sempre in buona salute. Ma il marito preferiva gli altri due, e Plinio, si vede, non volle far torto a nessuno.
Nella seconda categoria pliniana troviamo il classico Falerno, prodotto della felice Campania, di tre qualità: il _faustiano_, che si spremeva dalle uve d'un territorio a sei miglia da Sessa, il _gaurano_, alquanto brusco e il falerno _tenue_, ossia sottile.
La terza classe del naturalista comasco annovera i vini del Lazio, cioè quelli dolcissimi dei colli albani, più il Privernate e il Signino e i tipi inferiori della Campania: il Massico, il Caleno, lo Statano, il leggiero Sorrentino, il Fondano, il Veliterno.
Appartengono alla quarta i vini di Sicilia; il Mamertino (Messina), la cui qualità migliore era conosciuta sotto il nome di _potalino_ e il Tauromitano (Taormina), che in commercio era dato spesso per mamertino.
Altri vini italiani di qualche pregio erano il pretuziano, l'anconitano, il palmense e il cesenatico, tutti del Piceno; l'adriano dei Veneti; il graviscano, lo statoniense e sopratutti il rosso Lunense toscani; il tarantino, il serviziano e il cosentino calabresi; il turino e il lagarino lucani.
Vengono ultimi i vini che Plinio chiama _plebei_, tra' quali i più divulgati erano il trifoglino, il caulino, il trebulano e il pompeiano, che tutti e specialmente l'ultimo, invecchiando si guastavano.
Passiamo ora all'estero. La Gallia transalpina produceva due tipi: uno molto denso che serviva per quella operazione che da' francesi è chiamata _vinage_ e da noi _taglio_, ed era il _marsigliese_; l'altro detto _beterrano_ fu, per dir così, l'avolo del Frontignan, sia per somiglianza ne' caratteri estrinseci ed intrinseci, sia perchè si faceva nel medesimo territorio donde ci viene il delizioso _Muscat de Frontignan_. E nella Gallia furono inventate e adoperate prima le botti di legno cerchiate. La Spagna forniva al commercio tre qualità di vini che si facevano nella Catalogna: il _laletano_, abbondante, ma poco buono; il _tarraconense_ reputatissimo e da Marziale posposto solo ai vini campani e il _lauronense_. Possiamo mettere insieme con questi il _balearico_, ossia vino delle isole Baleari.
Attivissimo durava il commercio dei vini dell'arcipelago, quantunque piantagioni di viti greche si fossero praticate anche in altri paesi e la industria contraffacesse con sconce miscele i delicati succhi delle vendemmie elleniche. «Il paese non l'uva fa la differenza de' vini» diceva il vecchio Plinio e diceva bene. Pure il sapore d'acqua marina, comune a quasi tutti i vini di Grecia, e più spiccato in quelli di Lesbo, si cominciava ad avere in uggia ed il _clazomenio_ piaceva appunto perchè sapeva meno di salsedine. Era quest'ultimo uno de' migliori vini dell'Asia Minore, che dalle sue regioni ubertosissime, la Fenicia, la Frigia, il Ponto, la Caria e la Lidia, mandava dieci eccellenti specie di vino. Altrettante ne annovera Plinio della Grecia propria e celebra il _peparetio_ dell'isola omonima, tanto migliore quanto più vecchio. L'Egitto dava il _sebennitico_ delle vigne del Bahari e l'Arabia il _petrictum_.
Insomma, a detta dell'insigne naturalista latino, tra italiani e stranieri, non meno di 195 generi di vino erano forniti al consumo, de' quali 80 fini e due terzi di questi ottanta erano vini d'Italia. La concorrenza straniera era dunque vinta.
Il traffico enologico prese grande sviluppo e v'attendevano i _Mercatores vinarii_, de' quali è menzionata una speciale società che incettava i vini delle coste adriatiche (_Negotiantes vini supernates_). Roma aveva uno scalo apposito (_portus vinarius_) e un mercato (_forum vinarium_) pel vino.
La ragione de' prezzi, mite a principio, s'andò elevando come s'allargava il consumo. Nell'anno 565 di Roma, cioè dire al cominciare del secondo secolo anteriore all'Era Volgare, i censori ordinarono non si vendessero il vino greco e l'ammineo più di otto denari per anfora, che tornano circa 45 centesimi al litro. A' tempi di Caligola (40 dell'E. V.) il vino Opimiano, quello cioè famoso della pingue vendemmia del 633 e quindi vecchio di cenquarant'anni, costava lire 7,71 al litro. Non par poco, ma si consideri la qualità e l'età del vino, e si pensi che ora il _Johannisberg_ del 1862 (cera azzurro-dorata) vale lire 44 la bottiglia. Nel terzo secolo dell'Era volgare l'imperatore Diocleziano promulgò una tariffa de' prezzi dei generi di consumo, mano d'opera, ecc., conosciuta ora dagli archeologi sotto il nome d'iscrizione di Stratonicea. In questo curioso documento il prezzo del Falerno di qualità superiore è fissato a lire 1,50 al litro, quello del vino vecchio di prima qualità a lire 1,20 e per il vino comune a 40 centesimi.
Si vede che il prezzo del vino andava crescendo e se ne intende il perchè. Le sorti dell'agricoltura volgevano tristi, le irruzioni de' barbari turbavano i lavori campestri e mantenevano una continua trepidazione nelle plebi rurali. L'attività economica illanguidiva, immiserendosene le fonti, ed i traffici disturbati, sviati, interrotti, male s'intrecciavano in giorni come quelli, agitatissimi e di gran travaglio pe' popoli. I barbari rumoreggiavano ai confini spesso violati dell'impero, e male resistevano agli allettamenti della bella penisola italica dal cielo ridente e dalle pingui terre. Tentò qualche imperatore vietare a' temuti nemici l'acquisto de' prodotti nostrani e specialmente del vino, la cui esportazione ne' paesi de' barbari fu proibita prima da Valentiniano I, poi da Graziano. Ma senza pro. Se il vino non potè andare in que' paesi, vennero i barbari a beverlo nelle nostre terre e ne vollero del migliore. Cassiodoro, ministro di Teodorico, scriveva al Canonicario di Venezia che la cantina del re aveva bisogno d'essere fornita come il decoro della regia mensa esigeva. Acquistasse dunque _acinatico_ rosso e bianco (l'antenato del Val Policella) da' proprietari del Veronese e ne mandasse alle cantine del re che ne difettavano. E aggiungeva che al principe piacevano più i vini italiani de' greci, manipolati con aromi ed acqua marina.
IV.
Ad ogni modo i vini greci ed i latini serbarono la loro fama anche nell'età di mezzo e costituirono i due tipi commerciali del prodotto. I centri greci più accreditati di produzione erano la Romelia, Creta e Cipro, e la qualità preferita, la Malvagia; i migliori centri latini erano i marchigiani e i calabresi (Tropea e Cotrone) e stimavasi assai la Vernaccia, tanto cara a papa Martino IV, che v'affogava dentro «le anguille di Bolsena». I prezzi tornarono miti. Un barile di vino greco nel secolo XIV s'aveva su per giù per una lira fiorentina. E sì che c'erano i dazi, la cui commisurazione era determinata secondo criteri differenziali non solo di qualità, ma anche di nazione, essendo i Veneziani ed i Genovesi meglio trattati, negli scali di Levante, de' negozianti di qualsiasi altra nazionalità. Però erano dazi lievi. Generalmente l'entrata e l'uscita del vino erano colpite con una tassa dal 2 al 5 per cento _ad valorem_, ed i diritti più elevati cadevano sulla Vernaccia. In qualche scalo cotesta misura era superata d'assai; ad Alessandria d'Egitto, per esempio, il dazio sul vino era del dieci per cento e a Tunisi dell'undici. Ma erano eccezioni.
Più del commercio internazionale era in verità impacciato lo smercio interno, ove fiorivano le Corporazioni. In Francia, come tutti sapete, l'ordinamento delle Maestranze ebbe norme rigide dettate da' canoni d'una pessima politica economica, secondo la quale l'esercizio di qualunque mestiere, arte o professione era un privilegio regale conceduto a questo o quel cittadino dalla benevolenza del sovrano. Verso la fine del secolo XIII Parigi aveva 51 mercanti di vino (_bufetiers_), 3 sensali da vino e 4 gridatori, tutti patentati e privilegiati. Il gridatore aveva il diritto esclusivo di girare per le piazze e bandire il vino dell'osteria tale o tal'altra. Gli osti, o tavernai che fossero, non potevano ricorrere per cotesto servigio ad altri e dovevano, a richiesta del _crieur_, dargli un campione ed indicargli il prezzo.
Il costume de' banditori del vino esisteva anche in Italia ed in certi paesi ha durato un gran pezzo. Tra' ricordi della mia fanciullezza c'è il gridatore del vino che vedevo a Bari la domenica. Lo chiamavano _Calandriedd'_ e si metteva sulle piazze e crocicchi, celebrando con una monotona cantilena il vino della bettola del tale o tal'altro oste, mostrando e facendo assaggiare il campione. Come il regime corporativo si andò perfezionando, così crebbero i vincoli. In Francia si vendevano uffici di ispettori delle taverne, rotolatori di botti, sensali, commissionari, esercenti, saggiatori, negozianti di vino. Vi fu un tempo in cui la tassa di entrata nella Corporazione de' Vinai era di 800 lire tornesi, delle quali due terzi circa andavano all'erario pubblico, rimanendo il resto alla cassa sociale.
Ma un guaio ancora più grosso sopravvenne quando, sotto l'influenza del sistema Mercantile, s'aggravarono i dazi doganali. Io credo che l'egregio prof. Lessona mi permetterà di applicare a cotesti dazi l'arguta denominazione con la quale egli annunciò il tema della sua splendida conferenza, perchè in verità i dazi, o signori, sono veri e propri _nemici del vino_.
I fatti che sto per narrarvi lo provano evidentemente.
Nella prima metà del secolo XVI i vini francesi presero ad affluire in gran copia in tutto il nordovest d'Europa, specialmente in Olanda ed in Inghilterra, nel qual ultimo paese i vini di Bordeaux erano cominciati ad entrare sin dal secolo XII. Ebbene nel 1659 la Francia mette un tonnellaggio di cinquanta soldi sulle navi estere. L'Olanda se ne risente e minaccia di scemare la tariffa daziaria sui vini del Reno, determinando così una importazione di questi a detrimento della Francia, che nello spaccio del vino aveva per clienti non spregevoli i Paesi Bassi. Dopo lunghe trattative si venne nel 1662 ad un accordo. Più tardi, al cadere del secolo XVII, la Francia colpisce con grave dazio le lane inglesi e l'Inghilterra si vendica aggravando la mano sui vini francesi e volgendo la propria richiesta alla Spagna e specialmente al Portogallo, donde trasse più di dugento carichi di vino all'anno. I Delegati de' centri vinicoli al Consiglio generale del Commercio di Francia sporsero vivissimi reclami contro il sistema daziario che produceva così tristi effetti. Il delegato di Baiona affermava essere rovinate affatto la Guienna, la Borgogna, la Turenna e la regione angioina, e sul posto valer quasi più il fusto che il vino. «Bisogna abbandonare, scriveva il delegato di Lione, la massima di Colbert, il quale pretendeva che la Francia potesse fare a meno di tutto il mondo. Ciò era un andare contro la natura e contro la Provvidenza che ha distribuito i suoi doni ad ogni popolo, onde costringerli tutti a mantenersi in commercio reciproco». Parole nobilissime rimaste inascoltate e che non è fuor di luogo ricordare ne' giorni che corrono di tendenze reazionarie nella politica commerciale. L'importazione de' vini francesi in Inghilterra riceveva così un colpo micidiale e fu poi annientata addirittura dal Trattato di Methuen, stipulato tra la Granbrettagna ed il Portogallo nel 1703. In quella famosa convenzione il governo Portoghese s'impegnò a facilitare assai lo smercio de' tessuti inglesi di lana ne' propri dominii ed il britannico a ridurre il dazio d'entrata su' vini portoghesi, in guisa da renderlo inferiore di due terzi al dazio sulla immissione dei vini francesi.
Quali conseguenze ebbe una così fallace politica economica?
Nel 1669, quando il dazio su' vini che entravano in Inghilterra era di quattro pence (cent. 20) per gallone (lit. 4.543), ventimila tonnellate di vino francese e 25,000 di vini portoghesi, spagnuoli e renani costituivano l'annua importazione. In quel tempo il vino non era, nella Granbrettagna, un lusso del ricco. Lo divenne dopo l'aggravio de' dazi ed il popolo si volse a bevande artefatte e spiritose. Nè è tutto. Data da quella mutazione del regime daziario de' vini l'adulterazione del _Porto_ e del _Xeres_, diventata poi sistematica ed entrata nelle abitudini dei consumatori, il cui gusto si acconciò al _Porto_ artificiale, tanto da preferirlo al legittimo, ed i bevitori di _Xeres_ si cangiarono in bevitori di _Sherry_. In tal guisa l'aggravio della tariffa riusciva pregiudizievole così alla Francia, paese di grande produzione, che vedeva restringersi lo spaccio ed il lucro, come all'Inghilterra, paese di consumo, ove i prodotti delle distillerie prendevano il posto de' vini mancati. Il Trattato di Methuen, sotto pretesto di aprire un sicuro mercato a' tessuti di lana inglesi, privò l'Inghilterra di un rilevante e naturale traffico con un popolo vicino e la costrinse a prendere il prodotto, inferiore e più caro, di un paese che non era in grado di provvedere in larga misura il mercato britannico. Similmente Napoli aggravò il dazio d'uscita sul vino e perdette il mercato di Genova. Ed ecco, o signori, come il comparativo uso o disuso del vino nei paesi che non ne producono, sia curioso e notevole indizio dell'influenza che le legislazioni fiscali esercitano sulle abitudini popolari.
V.
Fortunatamente i criteri della politica Colbertiana andarono poco a poco indebolendosi, ed il commercio del vino potè svolgersi in modo meno irregolare e più conforme alle esigenze determinate dal vario talento de' popoli, dalla diversa posizione de' paesi, dalla moltiforme attitudine dei produttori a somministrare gli elementi della ricchezza sociale. La produzione del vino ha una propria regione segnata dalla natura nella zona della vite. Ed in cotesta zona va notato un fenomeno curioso ed è che ne' paesi nordici abbonda il vino bianco e ne' meridionali il vino rosso, proprio come ne' primi — il riscontro m'è stato suggerito dal mio egregio collega il prof. Lombroso — prevalgono i capelli biondi e ne' secondi le chiome nere. Un'altra circostanza: i vini del mezzodì sono più alcoolici de' vini del nord. Di tale maniera vediamo posti da natura i fondamenti del traffico del vino.
In quali condizioni esso si trova ai giorni nostri?
Tra' paesi produttori della zona viticola europea predomina la Francia, la cui produzione nel decennio anteriore al 1859 segnò una media annuale di 30 milioni d'ettolitri ed è salita nel decennio posteriore alla media di 56 milioni, malgrado l'oidium e la fillossera, cause di accidentali diminuzioni riparate dall'industria col _vinage_. L'esportazione crebbe anch'essa sensibilmente da 2 milioni e mezzo d'ettolitri che era nel 1859, sino a 4 milioni nel 1873. Nel decennio successivo il raccolto medio annuale diede 54.636.000 ettolitri, e s'ebbe una esportazione di 3.469.000 ettolitri all'anno in media. Il valore della produzione annua si può calcolare in commercio a circa due miliardi di franchi; quello dell'esportazione tocca i 300 milioni. Al moto ascendente dell'esportazione hanno contribuito in maniera speciale la Germania — gli Alsaziani ed i Lorenesi serbano fede a' vini di Francia, — la Svizzera, l'Inghilterra ed il Belgio in Europa e Rio de la Plata nel continente americano (Tav. I).
[GRAFICO: ITALIA — ESPORTAZIONE del VINO S. Cognetti de Martiis dis]
[GRAFICO: FRANCIA e SPAGNA ESPORTAZIONE del VINO]
[GRAFICO: CONSUMO di VINI FRANCESI in INGHILTERRA Lit. Salussolia]
E. Loescher Editore, Torino—Roma
I vini francesi vanno divisi in tre grandi categorie, cioè: Vini ordinari della Gironda, Vini ordinari degli altri vigneti e Vini-liquori. La prima categoria soffrì una diminuzione irregolare, ma costante, nell'uscita, dal 1866 al 1871, poi s'ebbe un lieve miglioramento. La media dell'esportazione, proporzionale alla totale quantità di vini che la Francia ha mandato all'estero dal 1859 al 1875, risulta, pe' vini girondini, del 58.1 %; fu superata fino al 1866 sempre; non mai più (eccetto nel 1872) da quell'anno in poi. I vini di cotesta classe vanno a preferenza in Inghilterra e nelle colonie inglesi, al Rio de la Plata, agli Stati Uniti, all'Uruguai, in Olanda, al Perù, al Messico, in Danimarca ed al Chilì. L'esportazione della seconda categoria, quella dei vini ordinari _des autres crus_, aumentò costantemente sino al 1870, declinò poi sino al 1873, ma si riebbe ben presto sino ad oltrepassare la media che è 37.7 % e fu superata dal 1867 al 1872 e nel 1875. L'Algeria, il Brasile, l'Italia, l'Egitto, la Turchia, la Svezia, la Norvegia preferiscono i vini di questa classe. Ne' vini-liquori — quelli cioè la cui potenza alcoolica è maggiore di 15 gradi — si ebbe tendenza all'aumento d'uscita sino al 1863, depressione nel successivo triennio, nuovo aumento sino al 1872 e poi alti e bassi più o meno sensibili. La media 4.2 % fu sorpassata solo ne' tre anni 1863, 1872 e 1874. L'esportazione più notevole di cotesti vini si fa verso l'Inghilterra ed il Belgio.
Cosa si raccoglie da questi dati? La notevolissima differenza tra le cifre della produzione e quelle dell'esportazione mostra che, pur facendo larga parte, al consumo interno, la Francia ha bisogno di sbocchi ed accenna a procurarseli ne' paesi dell'America Meridionale. Si scorge anche come al commercio vinifero francese abbia giovato la riforma economica del 1860 e quanto male avvisi la Società parigina d'agricoltura chiedendo un dazio di 20 franchi per ettolitro su' vini che entrano in Francia. L'eccellenza di questo paese nell'industria enologica e conseguentemente il suo primato nel commercio del vino non fu conseguita con la protezione di tariffe, bensì con la perfezione del prodotto, la unione de' produttori per ottenere la costanza de' tipi e l'abbondanza de' capitali applicati alla viticoltura.