Il Valdarno da Firenze al mare
Part 7
CERRETO-GUIDI, dove ci attraggono storiche ricordanze e diverse opere d'arte che non debbono sfuggire all'intelligente visitatore di questi luoghi. Feudo in tempi remoti della celebre e potente famiglia dei Conti Guidi, Cerreto ebbe in antico un forte castello sulle cui rovine sorse una suntuosa villa medicea, la villa nella quale si svolse la notte del 16 luglio 1576 una delle più terribili tragedie registrata nella storia dei primi Granduchi di Toscana: l'uccisione, per opera di Paolo Giordano Orsini conte di Bracciano, dell'infedele ed infelicissima Isabella, figlia secondogenita di Cosimo I de' Medici. Presso la villa, che chiude, dentro le sue solide mura, il ricordo dell'esecrando delitto, sorge la Pieve di S. Leonardo, nella quale la vista di superbe opere d'arte ritempra e risolleva lo spirito rattristato dall'evocazione di quell'orrendo delitto. Di questi oggetti, quello che specialmente attrae l'ammirazione del visitatore è il fonte battesimale di forma esagona, nel quale Giovanni Della Robbia maestrevolmente ritrasse di bassorilievo episodi della vita di S. Giovanni Battista, circondandoli di ornamenti di una finezza e di una grazia squisita.
[Illustrazione: CERRETO-GUIDI--CHIESA DI S. LEONARDO--NASCITA DI S. GIOV. BATTISTA. PARTICOLARE DEL FONTE BATTESIMALE.]
Una tavola che rappresenta la Vergine col putto, fra S. Leonardo e S. Paolo Apostolo e che ricorda la maniera di Filippino Lippi, e un'altra colle figure di S. Girolamo e di S. Michele, ispirate al fare del Franciabigio, un'altra tavola col Crocifisso fra i Santi Sebastiano e Rocco della maniera del Poccetti, il quadro della Madonna del Rosario che può attribuirsi al Cigoli, un Crocifisso che si dice opera di Giambologna, costituiscono il corredo artistico di quest'antica Pieve.
Abbandonato Cerreto-Guidi, il cui abitato cinge come un anello il poggetto sul quale sorgono la villa medicea e la Pieve, torniamo sulla riva dell'Arno ed in una rapida corsa passiamo attraverso ai popolosi paesi che, a breve distanza l'uno dall'altro, trovansi fra la linea delle basse colline che la valle dell'Arno dividono dal padule di Fucecchio e l'argine del fiume.
[Illustrazione: FUCECCHIO--PANORAMA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
FUCECCHIO è il primo e il più importante di questi luoghi: importante per dovizia di antichi ricordi storici, per pregio di fabbriche e di opere d'arte ed anche per essere divenuto modernamente un frequente e cospicuo emporio di commercio e di attività. In origine fu un piccolo borgo, che si disse appunto Borgonuovo, fabbricato, insieme ad una cospicua abbazia, dai Cadolingi, i quali adottarono più comunemente il titolo di Conti di Borgonuovo, perchè tennero come loro preferito soggiorno il castello da essi edificato da un lato della collinetta sulla quale la terra di Fucecchio si distende. Di quella rocca, che la Repubblica Fiorentina conquistò ed afforzò, sussistono ancora le gagliarde mura e diverse torri che attorniano un'ampia casa di fattoria oggi dei Principi Corsini.
L'Abbazia di Borgonuovo, intitolata a S. Salvatore, sorgeva sul poggetto chiamato di Sala Marzana e sussiste tuttora, sebbene trasformata, la sua vetusta chiesa che della vecchia struttura conserva oggi solo poche parti. Passata dai Benedettini ai Vallombrosani, poi alle monache, subì alterazioni infinite e la dispersione del suo artistico tesoro. Oggi non vi si osservano che dei dipinti del Vasari, di Francesco Mati, di Alessandro Allori e del Pignoni.
[Illustrazione: FUCECCHIO--PORTA DI S. ANDREA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
L'Arcipretura di S. Giovanni Battista venne riedificata nel XVIII secolo nella località stessa dell'antica Pieve divenuta troppo angusta. Al modesto interesse del fabbricato offrono un compenso diversi oggetti d'arte che tuttora vi si conservano: dei dipinti cioè ritenuti di Cosimo Rosselli, di Lorenzo di Credi, di Filippino Lippi, del Sogliani, di Fra Paolino da Pistoja, del Pontormo, di Alessandro del Barbiere, del Biliverti.
Fucecchio, che fu costantemente fedele a parte guelfa, che accolse nelle sue mura ospitali e li protesse, i fuorusciti fiorentini banditi dopo Montaperti, fu teatro più di una volta di guerreschi episodi, nei quali difese così gagliardamente la propria libertà che i nemici, attaccandolo, uscirono scornati e sconfortati. Anche Castruccio Castracane, che nel 1323 tentò la presa di Fucecchio, si trovò di fronte a tale resistenza che dovette abbandonare l'iniziata impresa. Dell'assedio posto a Fucecchio da Castruccio rimane ricordo nella porta di S. Andrea, che il popolo chiama appunto di Castruccio, perchè contro di quella più specialmente si rivolse la inutile furia delle milizie guidate da quell'ardito capitano.
Palazzi antichi e di belle forme architettoniche, piazze e strade eleganti, il vantaggio di una felice giacitura, i benefizi del movimento commerciale, fanno ora di Fucecchio uno dei centri più notevoli del Valdarno Inferiore.
Da Fucecchio trasse nome fin da tempo antico un vasto lago, divenuto poi palude, che si distende nei bassi piani chiusi fra i colli del Valdarno e le pendici dei poggi della Valdinievole. Cotesto lago fu fin da tempo remoto occasione di cure speciali per parte degli ufficiali della Repubblica Fiorentina, i quali dovevano provvedere a che le acque cresciute per le alluvioni non allagassero i luoghi circostanti e impedire che per cagione della bassura del lago esso fosse invaso dalle piene dell'Arno; quindi più e più volte si ricorse ai più valenti artisti perchè dirigessero la costruzione di gagliarde opere idrauliche atte a contenere il lago ed a favorire il defluvio delle acque.
Di queste opere di architettura idraulica la più importante è il _Ponte a Cappiano_, detto anche delle _Calle_ per cagione delle cateratte e delle altre opere di difesa che in questo luogo furono eseguite. Storicamente, il Ponte a Cappiano è interessante perchè fin dal medioevo ebbe a propria difesa un castello fortissimo presso al quale più volte vennero a sanguinose contese le milizie delle Repubbliche di Firenze, Pisa e Lucca. Nella costruzione del ponte e delle altre difese dello sbocco del lago, ebbero parte grandissima Antonio e Francesco da Sangallo, entrambi architetti del magistrato della parte guelfa. Il primo fu mandato nel 1508 a provvedere ad opere che valessero a contenere il lago ed a far sì che da esso non sfuggisse in troppa quantità il pesce che procurava una cospicua rendita allo stato. Francesco nel 1530 ricostruì il ponte, il quale, sebbene abbia subìto moderne e deplorevoli deturpazioni, è sempre importante anche dal lato architettonico. È tutta una solida costruzione a cortina di mattoni con un portico che protegge la strada e che si sporge dal corpo centrale del fabbricato, chiuso alle due estremità dalle massicce torri di difesa sovrastanti alle porte che dànno accesso al ponte.
[Illustrazione: CASTELFRANCO DI SOTTO--TORRE DELLE CAMPANE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Ritornando a Fucecchio e continuando la via che parallelamente all'Arno si dirige verso Pisa, si trova SANTA CROCE, terra ampia, popolosa, ricca per commerci ed industrie, fra le quali primeggia quella della concia dei pellami. Come Fucecchio, il borgo di S. Croce fu sotto la dipendenza dei Conti Cadolingi; poi l'ebbero i Pisani che nel 1287 lo cinsero di mura. La chiesa di S. Lorenzo è ampia e ricca d'adornamenti; ma architettonicamente non ha importanza speciale; d'opere d'arte non serba che una statuetta di S. Giovannino dei Della Robbia e dei libri corali adorni di miniature del XV secolo. A breve distanza da S. Croce sorge sulla riva dell'Arno CASTELFRANCO DI SOTTO, oggi terra elegante, ben fabbricata, ricca di decorosi edifizi, un giorno castello forte e ben munito, al quale dava importanza speciale la sua situazione, presso la confluenza del canale dell'Usciana coll'Arno che formava un gagliardo punto di difesa. Possesso antico dei Cadolingi, fu costituito in castello, franco dalle imposizioni, nel XIII secolo, chiamandovi ad abitarlo le popolazioni di alcune vicine parrocchie. Preso nel 1260 ai Lucchesi dai Ghibellini guidati dal Conte Guido Novello, parzialmente distrutto nel 1333 dalla terribile inondazione dell'Arno, cadde nel 1339 sotto il dominio dei Fiorentini, i quali lo rassettarono e lo ricostruirono alla foggia delle loro terre del Valdarno Superiore; di forma rettangolare, cioè, con quattro porte turrite, alle quali facevano capo due strade che s'incrociavano nel centro, dov'era una piazza fiancheggiata dalla Pieve e dal Palazzo Pretorio divenuto poi sede del Comune. Le mura e le porte, per quanto rovinate, sussistono tuttora in gran parte. La chiesa di S. Pietro di remota origine nulla conserva della sua struttura originaria. Anche il suo corredo di opere d'arte è ben modesto: una tavola di Alessandro Allori, una del Passignano, un messale con miniature del XV secolo e, più importante di tutte le altre opere, una statua di marmo di S. Pietro, caratteristica scultura pisana del XIV secolo, oggi esiliata nel modesto cortile della canonica.
[Illustrazione: CASTELFRANCO DI SOTTO--STATUA DI S. PIETRO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Poc'oltre Castelfranco si trova sull'Arno il canale dell'Usciana, che raccoglie le acque della Valdinievole e del Padule di Fucecchio e che scorre ai piedi delle colline sulle quali sorgono le ville di Montefalcone e di Poggio Adorno, in tempi remoti castelli dei Cadolingi, poi palazzi di campagna della famiglia fiorentina degli Albizzi.
[Illustrazione: S. MARIA A MONTE--PERGAMO NELLA CHIESA DI S. GIOVANNI EVANGELISTA.]
S. MARIA A MONTE, un grosso paese che occupa il vertice d'una fertile collinetta che s'inalza sulla destra del canale dell'Usciana, fu uno dei più importanti castelli del Valdarno Inferiore. Sorvoliamo sulle sue vicende storiche, le quali non sono che la ripetizione di quelle di tutti gli altri luoghi che per essere situati al confine di territorî di diverse repubbliche rivali, furono oggetto continuo di aspre contese, di avide voglie e teatro di lotte fiere e sanguinose. Feudo de' Vescovi di Lucca, cadde diverse volte sotto il dominio ora de' Lucchesi, ora de' Fiorentini, ora de' Pisani, fino a che per forza preponderante la Repubblica di Firenze non lo incorporò nel suo territorio. Della sua rocca, che occupava la sommità della collina attorno alla quale gira come una ghirlanda il caseggiato, non restano che poche tracce, come pochi resti avanzano delle mura e delle torri, una delle quali serve oggi di campanile alla chiesa collegiata di S. Giovanni Evangelista. Questa, di remotissima origine, conserva all'esterno resti della sua originaria struttura; ma in essa più che altro importa osservare due oggetti che ne adornano l'interno, reso insignificante dalle moderne trasformazioni: il pergamo ed il fonte battesimale. Il pergamo di marmo, sostenuto da esili colonnette che posano sul dorso di due leoni accovacciati, è adorno di figure e di ornati lavorati d'intarsio e può ritenersi come opera compiuta nel XIII secolo da quei maestri comacini che lavorarono in molte chiese del territorio lucchese. Il fonte battesimale di forma ottagona ha scolpito negli specchi altrettanti bassorilievi che rappresentano il battesimo di Cristo e le Virtù cardinali e teologali. Fu fatto nel 1463 ed il nome del suo autore, Domenico Rosselli da Rovezzano, ricordato in una lunga ed ampollosa iscrizione nella quale le virtù dell'artista sono agguagliate a quelle di Fidia. Sostanzialmente però non si tratta che di un'opera poco più che discreta.
Al di là di S. Maria a Monte, sulla vetta di un'altra collina è _Montecalvoli_, ridente borgata che fu un giorno castello de' Lucchesi. Fra questo castello e la bella villa di Montecchio, un giorno Grancia dei Certosini, è un ponte moderno che attraversa l'Arno e che guida direttamente a Pontedera.
[Illustrazione: S. MARIA A MONTE--FONTE BATTESIMALE DI DOMENICO ROSSELLI DA ROVEZZANO.]
IV.
DA PONTEDERA AL MARE.
PONTEDERA.
Comunemente la chiamano città, perchè, come Empoli, avrebbe tutte le condizioni per esserlo: ma le manca quello che chiameremo la dichiarazione ufficiale, talchè le rimane la vecchia qualifica, de' tempi del Granducato, di _terra nobile_. Città o no, Pontedera è un centro industriale e commerciale che nel Valdarno Inferiore occupa, senza dubbio il primo posto.
Situata in mezzo alla pianura, presso la confluenza del fiume Era nell'Arno, essa è ben fabbricata, ha belle strade, ampie piazze, eleganti e comodi palazzi moderni ed ogni anno estende rapidamente il suo caseggiato, collegandosi coi numerosissimi e vasti stabilimenti industriali che le dànno prosperità e animazione.
Pontedera è povera di monumenti d'interesse artistico: ma in compenso è doviziosamente provvista di tuttociò che serve ai bisogni della sua vita e del suo movimento e che le dà carattere di un vero emporio di moderna attività industriale.
[Illustrazione: PALIOTTO DELLA CHIESA DI S. BENEDETTO A SETTIMO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Le memorie storiche di Pontedera si riassumono nelle alternative delle lotte costanti che per il corso di varî secoli si svolsero fra Fiorentini e Pisani. A' primi del XIII secolo, presso un umile borgo, i Pisani inalzarono un gagliardo castello sulle rive dell'Era e fortificarono pure il fosso Arnaccio che era come una diramazione dell'Arno e che poteva costituire un comodo mezzo di accesso nel loro territorio. Nel 1256 Pontedera, sebbene gagliardamente difesa, fu espugnata dai Fiorentini ed il castello venne disfatto; nel 1290 i Pisani poterono riprenderla, ma la dovettero ricedere tre anni dopo e, d'allora in poi, lo sventurato paese si trovò di continuo a mutar padrone e soggetto a sopportare tutti i danni di quelle asprissime guerre; le fiere e crudeli vendette fecero scempio di questo luogo e de' suoi abitanti, talchè questi per disperazione si videro costretti ad esulare. Alla metà del XV secolo il paese era rimasto quasi deserto, al punto che nel 1454 la Signoria di Firenze vi mandò a ripopolarlo duecento famiglie fatte venire da diversi luoghi della Garfagnana e della Lunigiana. L'ultima triste vicenda guerresca ebbe a subire Pontedera nel 1554, perchè, avendo dato asilo a Piero Strozzi che colle sue milizie francesi e senesi combatteva contro l'esercito austro-ispano-mediceo guidato dal {116} Marchese di Marignano, fu da costui punito colla totale distruzione delle sue mura, le quali non vennero mai più riedificate.
[Illustrazione: PONTEDERA--PALAZZO PRETORIO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: PONTEDERA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Due soli fra gli edifizi di carattere pubblico presentano in Pontedera un certo interesse artistico: il Palazzo Pretorio, elegante costruzione de' primi del XVII secolo, munita di un originale e grazioso campanile e che accoglie sotto la sua loggia iscrizioni e stemmi che illustrano la storia locale; e la vecchia chiesa dei Ss. Jacopo e Filippo, eretta nel XIII secolo, ma completamente rifatta e decorata nello stesso secolo XVII. D'opere d'arte non v'è grande abbondanza: una tavola della maniera del Sogliani, nella quale sono effigiati la Vergine col bambino e i santi Jacopo e Filippo, una statua in legno del XV secolo rappresentante S. Lucia e alcuni dipinti del XVII secolo di secondario interesse. A Pontedera fu iniziata, oltre mezzo secolo addietro, la costruzione di una nuova e grandiosa chiesa di stile classico; ma, compiuta alla meglio la decorazione interna, si lasciò in tronco il resto e chi sa quando si troverà il modo di portare a termine la fabbrica.
[Illustrazione: PALAJA--CHIESA PLEBANA DI S. MARTINO. (Fot. Alinari).]
A Pontedera ha il suo sbocco l'ampia valle del fiume Era che nasce ne' monti di Volterra, una valle pittoresca, popolata di grossi e interessanti paesi, piena di ricordi delle aspre lotte che anche qui si svolsero violente fra Fiorentini e Pisani dal XIII al XV secolo. Ed anche in questa valle frequentatissima, specialmente per il concorso che richiamano annualmente le celebri terme di Casciana, l'artista e lo studioso avrebbero modo di trovare il più vivo godimento, tanti sono gli edifizi che ricchi d'opere d'arte sorgono framezzo agli opulenti vigneti che ricoprono le deliziose colline. Come una semplice parentesi aperta in mezzo all'escursione del Valdarno, vogliamo però ricordare uno de' luoghi più attraenti di quella valle: il vecchio paese di Palaja, per aver modo di additare due chiese monumentali che rappresentano tipi singolari dell'architettura del XIII e del XIV secolo: la vecchia Pieve che fu modernamente restaurata del tutto e la Pieve di S. Andrea, nella quale, oltre al gentile aspetto esterno, sono da ammirare i resti di un bell'altare della maniera di Giovanni Della Robbia.
[Illustrazione: PALAJA--PIEVE VECCHIA DI S. MARTINO VISTA DA TERGO. (Fot. Alinari).]
Da Pontedera in poi, la valle dell'Arno si apre per costituire come un immenso triangolo di pianura che ha per base la costa del Tirreno e per lati la linea lontana delle colline pisane e gli sproni dell'aspro monte Pisano al quale l'Arno si accosta così da lambirne le balze dirupate. Dal lato di mezzogiorno, le colline popolate di paesi e di villaggi segnano una linea quasi uniforme, lontana lontana e dietro ad essa sorgono maestosi il monte di Volterra e le alte vette de' poggi della Maremma. Dai piedi de' colli fino alla riva dell'Arno ed al mare si distende la pianura immensa, paludosa e squallida in parte, e verso l'Arno invece, fertile pei campi sterminati, in mezzo ai quali, caratteristica speciale di questa località, s'inalzano frequenti, a gruppi o isolati, esili e bruni cipressi.
La destra riva dell'Arno presenta un insieme più pittoresco, più solenne, più imponente.
[Illustrazione: VALDARNO INFERIORE--MONTE DELLA VERRUCA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Il monte della Verruca, che si stacca come uno sprone della catena de' monti pisani, presenta la sua massa bruna per le selve che lo rivestono e sembra sfidare l'urto delle acque agitate dell'Arno e l'ira delle procelle. Sulla cima di quell'aspro picco, posati come il nido dell'aquila sopra un cumulo di massi scoscesi, sorgono imponenti i resti della rocca della Verruca, un fortilizio rettangolare con quattro bastioni sugli angoli che oggi non racchiude più che ruderi informi, frammisti a sterpi e a roveti, ingigantiti in quella solitudine raramente turbata dai rumori mondani.
La rocca della Verruca era fin dal X secolo di dominio imperiale e fu concessa nel 996 alla Badia di Sesto nel Lucchese; ma nel XIII secolo la Repubblica Pisana, riconosciuta l'utilità di creare su quel picco una specie di vedetta che, dominando le valli e i monti d'intorno, potesse vegliare alla guardia dello stato e tener d'occhio i movimenti delle vicine repubbliche, eresse colà un gagliardo fortilizio. Nelle aspre guerre coi Fiorentini, questi spinsero nel 1431 le loro milizie fin su quella vetta, affinchè smantellassero quelle fortificazioni, che essi più tardi, nel 1503, per l'identico scopo ricostruirono e resero più potenti.
Oggi, come abbiamo detto, sulla cima quasi inaccessibile della Verruca non son che laceri avanzi: quelli della fortezza e, vicino ad essi, i resti dell'antichissima ed ampia Badia di S. Michele che, per pochi secoli dopo il mille, fu asilo romito di rari monaci Benedettini.
[Illustrazione: VICO PISANO--MURA E ROCCA.]
Se aspra e selvaggia è la parte superiore di questo sprone del Monte Pisano, sono in compenso floridissime e ridenti le pendici che da oriente e da ponente scendono con dolce declivio verso i piani adiacenti. Alle quercie, ai lecci, alle piante che vegetano spontanee nei boschi, sottentrano vere selve abbondanti di ulivi che costituiscono la ricchezza di questa parte del territorio pisano. Celebri sono infatti i prodotti che in gran copia escono dagli uliveti di Buti, di Vico Pisano e di Calci, i capoluoghi dei tre comuni che attorniano il monte della Verruca.
[Illustrazione: VICO PISANO--ANTICHE FORTIFICAZIONI.]
VICO PISANO, al quale si giunge rapidamente da Pontedera, dopo aver traversato il lungo borgo di Calcinaja, è uno dei luoghi più interessanti della regione toscana, non tanto per la giacitura sua felicissima, quanto per i grandiosi avanzi delle sue fortificazioni, degne di essere additate come uno degli esempi più completi e più perfetti dell'architettura militare del XIV e XV secolo. Del XIV secolo era la vecchia rocca pisana sulla punta superiore del colle, ma poi nel secolo seguente fu, insieme al castello, munita di nuove mura e di una quantità di torri e di bastioni collegati fra loro per mezzo di un comodo ballatojo. Le fortificazioni di Vico Pisano sono un documento parlante, un monumento della competenza profonda che in simil genere di costruzioni possedeva uno de' più grandi artisti del rinascimento, Filippo di Brunellesco, al quale la Repubblica Fiorentina affidò l'incarico di assicurarle, con ogni mezzo che fosse a sua conoscenza, il possesso del castello conquistato. Oltre alle {122} {124} mura, alla rocca, alle torri, alle porte, Vico Pisano possiede un palazzetto pretorio che ricorda la struttura originaria del XIV secolo ed un'ampia e bella Pieve di carattere simile a quello di molte importanti chiese del territorio pisano, sorte nel XI e XII secolo.
[Illustrazione: ULIVETO--VEDUTA GENERALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: ULIVETO--VEDUTO DALLA PARTE DELL'ARNO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: CAPRONA--CHIESA DI S. GIULIA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Il colle sul quale sorge il castello di Vico, s'inalza dall'ampia pianura che, fino alla metà del secolo scorso, era occupata in gran parte dal lago di Bientina, un lago che avendo carattere palustre, rendeva malsana un'ampia plaga di campagna adiacente. Mercè le opere grandiose eseguite dal governo toscano, oggi il lago si è ridotto ad un modesto ed innocuo deposito di acque, che un ampio canale trasporta direttamente al mare, passando di sotto all'alveo dell'Arno, ed i terreni palustri fecondano le messi rigogliose ed i prosperi vigneti.
[Illustrazione: CALCI--VEDUTA DEL TORRENTE ZAMBRA COL PONTE VECCHIO. (Fot. Alinari).]
La base meridionale del poggio della Verruca si spinge quasi a picco fino al fiume, lasciando appena adito alla strada che ne collega i paesi situati sulla riva destra. A piè delle balze, formate di gigantesche rupi, dalle quali si cava quella qualità di pietra arenaria chiamata _verrucano_, è il villaggio d'Uliveto, al quale han dato modernamente importanza le terme cui convengono annualmente numerosi bagnanti a fruire dei benefizi di abbondanti acque minerali e termali che sgorgano dalle viscere del monte.
[Illustrazione: CALCI--CHIESA DI S. GIOVANNI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: PROSPETTO DELLA CERTOSA DI CALCI. (Fot. Alinari).]
[Illustrazione: CHIOSTRO GRANDE DELLA CERTOSA DI CALCI. (Fot. Alinari).]
[Illustrazione: CASCINA--PANORAMA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
_Caprona_, un antico castello appartenuto un giorno a certi conti d'origine longobarda, dove i Pisani eressero più tardi un gagliardo fortilizio, successivamente distrutto dai Fiorentini, possiede i resti di una antica e interessante pieve di carattere lombardo, S. Giulia. In origine la pieve era a tre navate: forse rovinò, talchè nel XIII secolo, utilizzando i materiali della primitiva e conservando alcune parti di essa, si ricostruì la chiesa attuale che presenta non poco interesse.
Da Caprona comincia la Valle di Calci, in antico chiamata Valle Buja, più tardi, in omaggio alle sue naturali bellezze, ribattezzata col nome di _Valle Graziosa_. E più che graziosa, è veramente stupenda questa valle, che dalle pendici del Monte Pisano scende e si apre di prospetto a Pisa ed al mare, presentando il gajo spettacolo dei suoi inargentati oliveti, in mezzo ai quali spiccano ville eleganti e innumerevoli abitazioni.