Il tulipano nero

Part 2

Chapter 23,736 wordsPublic domain

A dieci passi di distanza aveva incontrato una bella giovinetta dai diciassette ai diciotto anni, in costume frisone, la quale aveagli fatto un grazioso saluto; ed egli prendendola pel mento, aveale detto:

— Buon giorno, mia bella e buona Rosa; come sta mio fratello?

— Oh! signor Giovanni, rispondeva la giovinetta, non è il male che gli è stato fatto, che mi fa paura: il male fatto è passato!....

— Che temi dunque, mia bella ragazza?

— Temo, signor Giovanni, il male che gli si vuol fare.

— Ah! sì, disse il de Witt, il popolo, eh?

— Lo sentite?

— Infatti è molto commosso; ma quando ci vedrà, siccome gli abbiamo noi fatto sempre del bene, forse si calmerà.

— Questa disgraziatamente non è una ragione, mormorò la giovinetta, allontanandosi per obbedire a un cenno imperioso di suo padre.

— No mia ragazza, no; l’è pur troppo vero ciò che tu dici.

Poi continuando il suo cammino:

— Ecco, mormorò, una giovinetta che probabilmente non sa nè leggere nè scrivere, e che riassume la storia del mondo in una sola parola.

E sempre calmo, ma più melanconico che alla sua entrata, l’ex-gran Pensionario continuò il suo cammino verso la stanza del suo fratello.

II

I due fratelli.

Come in un dubbio pieno di presentimento l’aveva detto la bella Rosa, mentre Giovanni de Witt saliva la scala di pietra che conduceva alla prigione di Cornelio suo fratello, i paesani facevano il più che potevano per allontanare la truppa del Tilly, che tenevali in soggezione.

Ciò vedendo, il popolo, che molto apprezzava le buone intenzioni della sua milizia, gridava a tutta gola:

— Viva i paesani!

Quanto al Tilly, prudente quanto fermo, parlamentava con quella compagnia popolana sotto le pistole cariche del suo squadrone, spiegandole alla meglio che la consegna datale dagli Stati imponeva di guardare con tre squadriglie la piazza della prigione e le sue entrate.

— Perchè questi ordini? perchè guardare la prigione? gridavano gli orangisti.

— Oh bella! rispose il Tilly, mi domandate d’assalto più di quello che possa sapere. Mi è stato detto: «Guardate» e guardo. Voi che siete una specie di soldati, o signori, dovete sapere che non si domanda il perchè di una consegna.

— Ma v’è stato dato quest’ordine, perchè i traditori possano escire di città.

— Può anch’essere, perchè i traditori sono condannati al bando, rispose il Tilly.

— Ma chi ha dato quest’ordine?

— Li Stati, perdio!

— Tradiscono!

— Quanto a ciò, non me n’intendo niente.

— E voi tradite.

— Io?

— Sì, voi.

— Ah via! signori popolani, intendiamoci un po’ tra noi; chi tradirei? Li Stati? Non li posso tradire, perchè essendo al loro soldo, eseguisco puntualmente la loro consegna.

E molto più, siccome il conte aveva perfetta ragione da non ammettere risposta, i clamori e le minacce raddoppiarono tanto spaventevolmente, che il conte rispondeva con tutta l’urbanità possibile:

— Ma, signori popolani, di grazia smontate i vostri fucili, perchè se per accidente ne scatti uno e ferisca un mio soldato, vi getteremo a terra almeno dugento uomini, con grande nostro dispiacere, ma più con vostro, non essendo ciò nè mia, nè vostra intenzione.

— Dio vi guardi se lo fate, gridarono i popolani, che noi non staremo con le mani a cintola.

— Sì, ma quando facendo fuoco su noi ci uccideste tutti dal primo fino all’ultimo, quelli da noi uccisi non risusciteranno mica.

— Cedeteci dunque il posto, e allora farete atto da buon cittadino.

— Prima di tutto non sono cittadino, disse Tilly, sono officiale, cosa molto differente; e poi non sono olandese, ma francese, cosa differente d’assai. Io dunque non conosco che gli Stati i quali mi pagano; portatemi un loro ordine che io ceda il posto, ed io fo subito un mezzo giro, perchè mi son già molto noiato.

— Sì, sì! gridarono cento voci che moltiplicaronsi all’istante a cinquecento altre. Andiamo al palazzo comunale! andiamo dai deputati! andiamo, andiamo!

— Via, mormorò Tilly vedendo allontanare i più arrabbiati, andate al palazzo comunale, a dimandare una vigliaccheria, e vedrete se vi si accorda; andate amici, andate!

Il degno officiale contava sull’onore dei magistrati, che dal loro canto contavano sull’onore dei soldati, su lui.

— Dite dunque, o capitano, disse all’orecchio del conte il suo primo luogotenente, se i deputati ricusassero a questi arrabbiati ciò che domandano, non sarebbe male, mi pare, che c’inviassero un rinforzo.

Frattanto Giovanni de Witt, che abbiamo lasciato che saliva la scala di pietra dopo la sua conversazione col carceriere Grifo e con sua figlia Rosa, era giunto alla porta della stanza, dove giaceva sopra un materasso suo fratello Cornelio, al quale aveva il fiscale, come abbiamo detto, fatto applicare la tortura preparatoria.

Il decreto di bando era venuto, il quale aveva resa inutile l’applicazione straordinaria della tortura.

Cornelio steso sul suo letto, i polsi slogati, le dita slogate, non avendo niente confessato di un delitto che non aveva commesso, respirava alfine dopo tre giorni di patimenti, sentendo che i giudici, da cui aspettavasi la morte, lo avessero piuttosto voluto condannare al bando.

Corpo energico, anima invincibile, egli avrebbe bene sconcertato i suoi nemici, se avessero potuto nella squallidezza profonda della stanza di Buitenhof veder brillare sopra il suo pallido viso il sorriso del martire, che oblia il fango della terra dopochè ha scorto gli splendori celesti.

Il _ruward_ aveva per la potenza della sua volontà più che per un soccorso reale potuto ricovrare tutte le sue forze, e calcolava quanto tempo ancora le formalità giuridiche lo riterrebbero in prigione.

Era appunto in questo momento che i clamori della milizia paesana uniti a quelli del popolo alzavansi contro i fratelli, minacciando il capitano Tilly, che serviva loro di riparo. Quel frastuono, che veniva a rompersi come un maroso crescente al piè delle muraglie della carcere, saliva fino al prigioniero.

Ma per quanto fosse minacciante quello strepito, Cornelio trascurò d’accertarsene, ovvero non si prese la pena di alzarsi per guardare tra le traverse di ferro della stretta finestra, che dava adito alla luce ed al mormorio esterno.

Egli era tanto assuefatto agli affanni, che gli erano divenuti familiari per abitudine; e di più sentiva con ineffabile diletto la sua anima e la sua ragione così vicine a sbarazzarsi degli impacci corporei, che sembravagli già che l’anima e la ragione distaccate dalla materia le si librassero al disopra come guizza sul focolare quasi estinto la fiamma, che abbandonalo per alzarsi al cielo.

Pensava puranco a suo fratello.

Senza dubbio era il suo appressarsi che, pe’ misteri sconosciuti che il magnetismo ha scoperti in seguito, facevasi così presentire. Al momento stesso in cui Giovanni era così presente alla mente di Cornelio da mormorarne quasi il di lui nome, si aperse la porta, Giovanni entrò e di un passo accelerato venne al letto del prigioniero, che stese le sue braccia scorticate e le sue mani fasciate verso quel glorioso fratello ch’egli era riuscito a sorpassare non pei servigi resi al paese, ma nell’odio che portavangli gli Olandesi.

Giovanni baciò teneramente in fronte suo fratello, e riposò dolcemente sullo strapunto le di lui mani malate.

— Cornelio, povero mio fratello, egli disse, tu soffri molto, non è vero?

— Non soffro più, fratello mio, dacchè ti vedo.

— O mio caro Cornelio, io allora in vece tua soffro in vederti così, te lo accerto.

— Anch’io ho pensato più a te che a me; e mentre che mi torturavano, non ho fiatato che una sol volta per dire: «Povero fratello!» Ma eccoti qui, si dimentichi tutto. Vieni a prendermi, è vero?

— Sì.

— Sono guarito; aiutami ad alzarmi, e tu vedrai, fratello mio, come io cammini bene.

— Non avrai molto a camminare, chè la mia carrozza è al fosso dietro lo squadrone di Tilly.

— Lo squadrone di Tilly? Perchè dunque sono al fosso?

— Ah! si suppone, disse il gran Pensionario con quella sua fisonomia ridente in mezzo alla sua abituale tristezza, che le genti dell’Aya ti vogliano veder partire, e si teme di un po’ di tumulto.

— Di un tumulto? riprese Cornelio, fissando il suo sguardo sul suo fratello imbarazzato; di un tumulto?

— Sì, Cornelio.

— Allora ecco perchè io sentiva quel frastuono, disse come parlando a sè stesso.

Poi rivolgendosi al fratello:

— V’è molta gente sul Buitenhof, eh?

— Sì, mio fratello.

— Ma allora per venir qui....

— Ebbene?

— Come ti hanno lasciato passare?

— Tu sai bene, o Cornelio, che non siamo punto amati, rispose il gran Pensionario con una melanconica amarezza; ho preso per vie traverse.

— Ti sei nascosto, o Giovanni.

— Io aveva disegnato di giungere a te senza perder tempo; ed ho fatto come fassi in politica e in mare, quando si ha il vento contrario: ho bordeggiato.

In questo momento lo strepito salì più furioso dalla piazza alla prigione. Tilly era in dialogo con la guardia paesana.

— Oh! oh! soggiunse Cornelio, tu sei un benaccorto pilota; ma non so se ti basterà l’animo di cavar fuori dal Buitenhof tuo fratello in questa marea e tra’ frangenti popolari con tanta fortuna con quanta guidasti la flotta da Tromp ad Anversa in mezzo ai bassi fondi dell’Escaut.

— Con l’aiuto di Dio, o Cornelio, almeno lo tenteremo, rispose Giovanni; ma prima una parola.

— Di’....

I clamori scoppiarono di nuovo.

— Oh! oh! continuò Cornelio, come sono in collera! Contro te? o contro me?

— Credo contro tutti e due... Io dunque ti diceva, che ci rimproverano gli orangisti tra le altre scempiate calunnie di aver negoziato con la Francia.

— Negale!

— Sì, ma ce lo rimproverano.

— Ma se quelle negoziazioni fossero riuscite, loro avrebbero risparmiato le sconfitte di Rees, d’Orsay, di Wesel e di Reimberga; loro avrebbero fatto evitare il passaggio del Reno, e l’Olanda potrebbe credersi ancora invincibile in mezzo alle sue maree e ai suoi canali.

— È vero, fratello mio, ma è una verità ancora più assoluta che, se in questo momento venisse trovata la nostra corrispondenza col signor di Louvois, per quanto buon piloto io mi sia, non potrei salvare il fragile schifo che è per portare i de Witt e la loro fortuna fuori dell’Olanda. Tale corrispondenza, che proverebbe a persone oneste come io ami il mio paese, e quali sacrifizii personalmente io mi offriva di fare per la sua libertà, per la sua gloria, tale corrispondenza ci perderebbe presso gli orangisti nostri vincitori. Perciò, caro Cornelio, mi giova credere che l’abbiate bruciata prima d’abbandonare Dordrecht per venirmi a raggiungere all’Aya.

— Fratello, rispose Cornelio, la tua corrispondenza col Louvois prova, che sei stato negli ultimi tempi il più grande, il più generoso e il più abile cittadino delle Sette Provincie Unite. Amo la gloria del mio paese; amo soprattutto la tua gloria, o mio fratello, ondechè mi sono ben guardato di bruciarla.

— Allora siamo perduti per questa vita terrestre, disse tranquillamente l’ex-gran Pensionario, appressandosi alla finestra.

— Anzi tutto all’opposto, o Giovanni; e noi avremo a un tempo la salvezza del corpo e la resurrezione della popolarità.

— E allora che cosa hai fatto di quelle lettere?

— Le ho affidate a Cornelius Van Baerle, mio figlioccio, che tu conosci e che dimora a Dordrecht.

— Oh! povero giovine! caro e leale, ei sa, cosa rara, tante e poi tante cose, e non pensa che ai fiori che salutano Dio, e pensa a Dio che fa nascere i fiori! L’hai incaricato di un deposito mortale; così, o fratello, è perduto quel povero e caro Cornelius!

— Perduto?

— Sì, perchè sarà forte, o sarà debole. Se è forte (perchè egli è estraneo a ciò che ci accade; perchè, quantunque sepolto a Dordrecht, quantunque distratto, ed è un miracolo! saprà un giorno o l’altro ciò che ci è accaduto) se è forte, si vanterà di noi; se debole, avrà paura della nostra intimità; se è forte propalerà il segreto; se debole, se lo lascerà prendere. Nell’uno e nell’altro caso, o Cornelio, lui e noi siamo perduti del pari. Perciò, fratello mio, fuggiamo presto, se ci resta ancor tempo.

Cornelio sollevossi sul letto e prendendo la mano di suo fratello, che trasalì al contatto delle fasce:

— E se non ne sapesse nulla il mio battezzato? che credi non abbia io saputo leggere ciascun pensiero nella sua testa, ciascun sentimento nell’anima di Van Baerle? Mi domandi, se gli è forte, se gli è debole? Non è nè l’uno nè l’altro, ma che importa ciò che ci sia? Il forte sta che custodisca il segreto, bene intesi che egli punto lo conosce.

Giovanni si volse sorpreso:

— Oh! continuò Cornelio col suo dolce sorriso, il _ruward_ di Pulten è un politico allevato alla scuola di Giovanni; te lo ripeto, o fratello, Van Baerle ignora la natura e il valore del deposito che gli è stato confidato.

— Presto allora! esclamò Giovanni, giacchè c’è ancora tempo, facciamogli passare l’ordine di bruciare l’involto.

— Per mezzo di chi gli si fa passare?

— Pel mio servitore Craeke, che ci deve accompagnare a cavallo e che è entrato meco nella prigione per aiutarvi a scendere la scala.

— Pensateci, Giovanni, prima di bruciare quei titoli gloriosi.

— Prima di tutto penso, mio bravo Cornelio, che i fratelli de Witt salvino la loro vita per salvare la loro rinomanza. Noi morti, chi ci difenderebbe, o Cornelio? Chi ci avrebbe neppure compreso?

— Credi dunque che trovando quei fogli ci ammazzerebbero?

Giovanni senza rispondere al fratello stese la mano verso il Buitenhof, donde slanciavansi in questo momento degli scoppi di grida feroci.

— Sì, sì, disse Cornelio, intendo bene questi clamori; ma che cosa dicono?

Giovanni aprì la finestra.

— Morte ai traditori! urlava il popolaccio.

— Ora intendi, o Cornelio?

— E i traditori siam noi! disse il prigioniero alzando gli occhi al cielo e ristringendosi nelle spalle.

— Siam noi, ripetè Giovanni de Witt.

— Dov’è Craeke?

— Credo, alla porta della tua stanza.

— Allora fallo entrare.

Giovanni aprì la porta; il fido servitore attendeva difatti sulla soglia.

— Venite, Craeke, e rammentatevi bene di tutto ciò che vi dirà mio fratello.

— Oh! no, Giovanni; non basterebbe il dire, bisogna che disgraziatamente io scriva.

— E perchè?

— Perchè Van Baerle non renderebbe quel deposito, nè lo brucerebbe senza un ordine preciso.

— Ma potrete scrivere? domandò Giovanni alla vista di quelle povere mani tutte bruciate e scorticate.

— Oh! tu vedresti, se avessi penna e inchiostro.

— Ecco almeno un apis.

— Hai punta carta? Perchè qui non mi hanno lasciato niente.

— Questa Bibbia. Strappa la prima pagina.

— Benissimo.

— Ma il tuo scritto sarà inleggibile.

— Su dunque! disse Cornelio riguardando il fratello. Queste dita che hanno resistito alle corde del carnefice, questa volontà che ha spregiato i dolori, vanno a unirsi di un comune sforzo, e, sta’ tranquillo, che la riga sarà scritta senza un solo serpeggiamento.

In effetto, Cornelio prese l’apis e scrisse.

Potevano vedersi sotto la fascia bianca trasparire le goccie di sangue, che la pressione delle dita sull’apis spremeva dalle aperte carni.

Grondava il sudore dalle tempie del gran Pensionario. Cornelio scrisse:

«Caro figlioccio!

«Brucia il deposito, che ti ho confidato, brucialo senza guardarlo, senza aprirlo, affinchè ti sia sconosciuto. Son di tal genere i segreti, che ucciderebbero il depositario. Brucia, e avrai salvato Giovanni e Cornelio.

«Amami, addio.

«20 Agosto 1672.

«CORNELIO DE WITT.

Giovanni con le lacrime agli occhi asciugò una goccia di quel nobile sangue che aveva macchiato il foglio, lo consegnò a Craeke con un’ultima raccomandazione, e tornò da Cornelio, che il patimento avea reso pallido e quasi presso a svenirsi.

— Ora, diss’egli, quando il bravo Craeke avrà fatto sentire il suo antico fischio di contromastro, essendo già fuori dei gruppi, dal lato opposto del vivaio.... allora partiremo noi.

Non erano passati cinque minuti che un prolungato e vigoroso fischio percosse col suo trillo marinaresco il nero fogliame degli olmi acuminati, e dominò i clamori del Buitenhof.

Giovanni alzò le braccia al cielo per ringraziarnelo.

— Ora, disse, partiamo, o Cornelio.

III

L’allievo di Giovanni de Witt.

Mentre che gli urli della folla stivata sul Buitenhof, sempre più crescenti, determinavano Giovanni de Witt a sollecitare la partenza del suo fratello Cornelio, una deputazione di paesani era andata, come si è detto, al palazzo comunale, per dimandare l’allontanamento del corpo di cavalleria del Tilly.

Non v’era molta distanza dal Buitenhof all’Hoog-straat; talchè poteva scorgersi uno straniero, che dal momento in cui era cominciata questa scena ne aveva seguiti i dettagli con una certa curiosità, dirigersi con gli altri, o piuttosto di seguito agli altri, verso il palazzo comunale, per sapere con più sollecitudine ciò che si andasse a fare.

Quello straniero era un uomo molto giovine al più di ventitrè a ventiquattro anni, senza apparente robustezza. Nascondeva — senza dubbio con la ragione di non essere riconosciuto — la sua faccia pallida e allungata dentro un fino fazzoletto di tela di Frigia, col quale incessantemente asciugavasi la fronte bagnata di sudore o le sue labbra ardenti.

L’occhio immobile come quello dell’uccello da preda, il naso aquilino e lungo, la bocca sottile e diritta, aperta o piuttosto tagliata come i labbri di una ferita, costui avrebbe offerto al Lavater, se fosse vissuto in quest’epoca, un soggetto di studi fisiologici, che non sarebbero tornati in gran prò della sua scienza.

Tra la figura del conquistatore e del corsaro dicevano gli antichi, qual differenza ci trovi? quella che trovo tra l’aquila e il falco: la sicurezza o l’inquietudine.

Medesimamente quella fisonomia livida, quel corpo gracile e malaticcio, quel portamento inquieto, mentre andavasene dal Buitenhof all’Hoog-straat accodato a tutto quel popolo urlante, presentava il tipo di un padrone sospettoso o d’un ladro inquieto; e un poliziotto avrebbe certo opinato per l’ultimo, a cagione della premura che costui, del quale ci occupiamo in questo momento, prendeva a nascondersi.

Egli era d’altronde vestito semplicemente e senza armi apparenti; il braccio magro ma nerboruto, la mano scarna ma bianca, sottile, aristocratica, appoggiavasi non al braccio ma alla spalla di un officiale, il quale col pugno sulla spada dal momento in cui il suo compagno erasi mosso e avealo secolui trascinato, aveva osservato tutte le scene del Buitenhof con un interesse facile a comprendersi.

Giunto sulla piazza di Hoog-straat, l’uomo dal viso pallido spinse l’altro dietro un uscio aperto, e fissò l’occhio sul palazzo comunale.

Alle grida forsennate del popolo le finestre dell’Hoog-straat s’apersero, e avanzossi un uomo per parlare con la folla.

— Chi comparisce al balcone? domandò il giovane all’officiale, accennando coll’occhio soltanto l’arringatore, che parlava molto commosso, che più che appoggiarsi, reggevasi al terrazzino.

— Gli è il deputato Bowelt, replicò l’officiale.

— Che uomo è questo deputato Bowelt? lo conoscete?

— Un buonuomo, per quello che so, mio signore.

Il giovine sentendo tale commendatizia del carattere di Bowelt fatta dall’officiale, fece un movimento sì strano di disapprovazione, di scontento sì visibile, che rimarcato dall’officiale affrettossi a soggiungere:

— Così si dice, mio signore. Quanto a me non posso nulla affermare, non conoscendolo personalmente.

— Bravo, replicò colui, che era stato chiamato, mio signore; volevi dire buonuomo, o bravuomo?

— Ah! mio signore, scusatemi; non oserei fare cotale distinzione alla presenza di un uomo che, io lo ripeto a Sua Altezza, non lo conosco che di vista.

— Al fatto, mormorò il giovane; aspettiamo e vedremo.

L’officiale piegò la testa in segno di assentimento e si tacque.

— Se questo Bowelt gli è un bravuomo, continuò l’Altezza, riceve scimunitamente la domanda, che gli fanno questi arrabbiati.

E lo scatto nervoso delle mani sue, che agitavansi suo malgrado sulle spalle del compagno, come avrebbero fatto le dita di un suonatore sulla tastiera di uno strumento, tradiva la sua ardente impazienza sì male mascherata in tali momenti, e specialmente in questo sotto l’aria gelata e scura della sua fisonomia.

Intendevasi allora il capo della deputazione paesana interpellare il deputato, perchè dicesse, dove trovavansi gli altri deputati suoi colleghi.

— Signori, rispose per la seconda volta il Bowelt, vi ripeto che in questo momento io sono solo col signor d’Asperen, e solo non posso prendermi la responsabilità della decisione.

— L’ordine! l’ordine! ripeterono migliaia di voci.

Il Bowelt volle parlare, ma non s’intesero le sue parole, e videsi solo l’agitar delle braccia in disperata maniera.

Perlochè vedendo di non potere farsi intendere, si volse verso la finestra aperta e chiamò l’Asperen; che comparve alla sua volta al balcone, dove fu accolto con grida anche maggiori di quelle, che fosse accolto dieci minuti fa il signor Bowelt.

Tentò ei pure d’arringare la moltitudine; ma ella preferì sforzare la guardia degli Stati, che d’altronde non fece resistenza al popolo sovrano, invece di ascoltare il discorso dell’Asperen.

— Via, disse freddamente il giovine mentre che il popolo internavasi per la porta principale dell’Hoog-straat, parrebbe, o colonnello, che la deliberazione debba aver luogo nell’interno. Andiamo a sentire la deliberazione.

— Ah! mio signore, mio signore, pensateci.

— Perchè?

— Tra quei deputati avvene molti che sono di vostra relazione, basta che uno riconosca Vostra Altezza....

— Sia, purchè non mi possano accusare d’essere l’istigatore di tutto questo. — Hai ragione, disse il giovine, le cui guance arrossirono un istante pel rimorso d’aver mostrato tanta precipitazione nei suoi desiderii; sì hai ragione, restiamo qui, donde li vedremo tornare con l’autorizzazione o senza; e così potremo giudicare della sorte del Bowelt, se sia un bravuomo o un buon uomo, il che molto importa a sapere.

— Ma, disse l’officiale riguardando con meraviglia quello cui dava il titolo di mio signore, ma Vostra Altezza non suppone per un momento, io penso, che i deputati possano ordinare ai cavalieri del Tilly di ritirarsi; non è così?

— E perchè? dimandò freddamente il giovine.

— Perchè se l’ordinassero, sarebbe l’istesso che segnare la condanna a morte di Cornelio e di Giovanni de Witt.

— Lo vedremo, rispose freddamente l’Altezza; Dio solo legge nei cuori umani.

L’ufficiale guardò alla sfuggita la faccia impassibile del suo compagno, e impallidì.

Quell’officiale era a un tempo un buonuomo e un bravuomo.

Dal punto ov’erano rimasti l’Altezza e il suo compagno sentivano il baccano e le petizioni del popolo nelle scale del palazzo comunale.

Quindi s’intese uscire quello strepito e spandersi sulla piazza per le finestre aperte di quella sala col balcone, su cui era comparso Bowelt e d’Asperen, i quali erano rientrati per paura senza dubbio che sospingendoli il popolo non li facesse saltare dal terrazzino.

Poi si videro ombre tumultuosamente passare e ripassare davanti a quelle finestre. La sala delle deliberazioni andava empiendosi.

A un tratto cessa lo strepito; poi ad un tratto raddoppia d’intensità e giunge a tale detonazione da scuoterne dai fondamenti l’edifizio.

Poi finalmente il torrente si precipitò per le gallerie e le scale fino alla porta, da cui videsi sboccare come un uragano.

Alla testa del primo gruppo più che correre volava un uomo orribilmente trasfigurato dalla gioia. Era il chirurgo Tyckelaer.

— L’abbiamo! l’abbiamo! urlò, agitando un foglio per l’aria.

— Hanno l’ordine! mormorò l’officiale stupefatto.

— Ebbene, eccomi convinto, disse tranquillamente l’Altezza. Non sapevate, mio caro colonnello, se Bowelt fosse un buonuomo o un bravuomo. Non è nè l’uno nè l’altro.

Poi continuando senza batter’occhio tutta quella folla, che versavasi a lui davanti:

— Adesso, soggiunse, venite, o colonnello, al Buitenhof; io credo che saremo per vedere uno strano spettacolo.

L’officiale piegossi e seguì senza rispondere il suo padrone.