Il tulipano nero

Part 14

Chapter 143,854 wordsPublic domain

Ecco perchè abbiamo detto al principio del capitolo, che i poveri giovani avevano bisogno di essere guardati dalla protezione diretta del Signore.

VIII

Come il Tulipano nero muti padrone.

Cornelio era sempre là come Rosa avealo lasciato, cercando quasi inutilmente in sè la forza di sostenere il doppio carico della felicità.

Era passata una mezz’ora. Già i primi raggi mattutini entravano cilestri e freschi attraverso le sbarre della finestra nella prigione di Cornelio, quando trasalì a un tratto al sentire montare la scala, e gridare persona che avvicinavasi a lui.

Nel tempo medesimo il suo viso trovossi in faccia del viso pallido e stralunato di Rosa.

Egli pure impallidendo per lo spavento si fece indietro.

— Cornelio! Cornelio! gridò colei tutta affannosa.

— Che c’è? mio Dio! dimandò il prigioniero.

— Cornelio, il tulipano...

— Ebbene?...

— Ma come dirvelo?

— Dite, dite, o Rosa.

— Ci è stato preso, ci è stato rubato.

— Ci è stato preso, ci è stato rubato! esclamò Cornelio.

— Sì, disse Rosa appoggiandosi contro la porta per non cadere. Sì, preso, rubato!

E suo malgrado ripiegandosele le ginocchia, scivolò e cadde ginocchioni.

— Ma come mai? dimandò Cornelio. Ditemi... spiegatemi...

— Oh! non ci ho colpa, amico mio.

Povera Rosa! non osava più dire mio diletto.

— L’avete lasciato solo! disse Cornelio con un accento doloroso.

— Per un momento, tanto per andare a cercare il nostro espresso, che abita a cinquanta passi appena sulla riva del Wahal.

— E intanto a malgrado le mie raccomandazioni, avete lasciato la chiave nell’uscio, sciagurata ragazza!

— No, no, no; eccola ancora qui, senz’averla punto lasciata; anzi l’ho costantemente tenuta in mano, come se avessi avuto paura che mi scappasse.

— Ma allora come l’è andata?

— E che lo so io? Consegnai al mio espresso la lettera, che partì me presente; tornai, la porta era chiusa; tutto era al suo posto in camera mia fuorchè il tulipano che era sparito. Si vede che qualcuno si è procurata un’altra chiave della mia camera, o ne ha fatta fare una falsa.

Restò soffocata, le lacrime troncandole a mezzo la parola.

Cornelio immobile, col viso stravolto, ascoltava quasi senza comprendere, mormorando soltanto:

— Rubato! rubato! rubato! Io sono perduto.

— Oh! signor Cornelio, grazia! grazia! esclamò Rosa, che io ne morirei.

A questa minaccia di Rosa, Cornelio abbrancò le spranghe della graticola, e stringendole con furore:

— Rosa, gridò, ce l’hanno rubato, è vero; ma che ci abbiamo a dare per vinti? No, grande è la sventura, ma riparabile forse: conosciamo il ladro.

— Ahimè! come è possibile che ve lo possa precisare?

— Oh! ve lo preciso io: è l’infame Giacobbe. Lasceremo noi ch’ei s’abbia il premio a Harlem del frutto delle nostre fatiche, del resultato delle nostre veglie, del sollievo del nostro amore? Rosa, bisogna perseguitarlo, bisogna raggiungerlo!

— Ma come fare tutto questo, amico mio, senza scoprire a mio padre che noi siamo d’intelligenza! Come io, donna sì poco franca, sì poco capace, come raggiungere io quello scopo, cui forse voi stesso non raggiungereste?

— Rosa, Rosa, apritemi la porta, e vedrete se io non lo raggiunga; vedrete se non vi scopra il ladro, vedrete se io non lo faccia confessare il delitto, e chiedere misericordia!

— Oh! me meschina! disse Rosa singhiozzando, e che vi posso aprire, io? Che ho le chiavi? E se le avessi avute, non sareste già libero da un pezzo?

— Le ha vostro padre; il vostro infame padre, quel che mi schiacciò il mio primo tallo di tulipano. Ah! miserabile, miserabile! è complice di Giacobbe.

— Sommesso, sommesso, in nome del cielo!

— Oh! se non mi aprite, o Rosa, gridò Cornelio farnetico di rabbia, sfondo la graticola e ammazzo quanti incontro nella prigione.

— Amico mio, per pietà!

— Vi dico, o Rosa, che pietra per pietra demolirò la prigione.

E il disgraziato con le sue due mani, la cui forza era raddoppiata dalla collera, conquassava con gran fracasso la porta, e tramandava tal gridi disperati, che tuonavano fino in fondo allo spirale sonoro della scala.

Rosa spaventata procurò ma invano di calmare quella furiosa tempesta.

— Vi dico che ammazzerò l’infame Grifo, urlò Van Baerle; vi dico che verserò il suo sangue, che lui ha versato quello del mio tulipano nero.

L’infelice cominciava a dar la volta al cervello.

— Oh! sì, diceva Rosa palpitante, sì, sì, ma calmatevi; sì, prenderò le sue chiavi, sì, sì, vi aprirò; ma calmatevi, mio Cornelio.

Non aveva ella ancora finito, che un urlo cacciatole in faccia interruppe la sua frase.

— Mio padre! esclamò Rosa.

— Grifo! ruggì Van Baerle, ah! scellerato!

Il vecchio Grifo in mezzo a tutto quel frastuono era salito senzachè si fosse sentito.

Ei prese bruscamente sua figlia pel polso.

— Ah! voi mi prenderete le chiavi, disse di una voce cupa per la collera. Ah! questo infame, questo mostro, questo cospiratore è il vostro Cornelio! Ah! si tiene di mano ai prigionieri di stato! Va bene!

Rosa battè insieme le mani per la disperazione.

— Oh! continuò Grifo passando dall’accento febbricitante della collera alla fredda ironia del vincitore, ah! ah! signor tulipaniere innocente, ah! ah! signor sapiente inzuccherato, voi mi massacrerete, voi beverete il mio sangue! Benone! non si fa dimeno! E la mia figlia complice. O Gesù! ma che sono io in una caverna di assassini, che sono io in un coviglio di briganti? Ah! stamattina il signor governatore saprà tutto, e dimani saprà tutto S. A. lo Statolder. Noi conosciamo la legge: «Chiunque si ribellerà in prigione (articolo 6).» Noi vi andiamo a dare una seconda edizione del Buitenhof o signor sapiente, e sarà la buona edizione. Sì, sì, stringete le pugna come un orso in gabbia, e voi bellina, divorate con gli occhi il vostro Cornelio. Vi avverto però, o miei agnellini, che non avrete più questa felicità di cospirare insieme. Giù, via discendi, snaturata figliuola. E voi, signor sapiente, a rivedervi; siate tranquillo, a rivedervi!

Rosa fuori di sè per il terrore e per la disperazione, gettò un bacio al suo amico; poi senza dubbio illuminata da un pensiero istantaneo, si affrettò alla scala, dicendo:

— Non è ancora tutto perduto; conta su me, mio Cornelio.

Suo padre seguivala urlando.

Quanto al povero tulipaniere, lasciò a poco a poco le sbarre strette dalle sue dita convulsive: la sua testa aggravossi, gli occhi suoi oscillarono nella loro orbita, ed egli cadde come un cencio sull’impiantito della camera, mormorando:

— Rubato! me l’hanno rubato!

In questo frattempo Boxtel escì di castello per la porta che aveva aperta la stessa Rosa, e col tulipano nero involto dentro un mantello erasi gettato in un calesse, che lo aspettava a Gorcum, e disparve senza avere, ci s’intende, avvertito l’amico Grifo della sua precipitosa partenza.

Ed ora che lo abbiamo visto montare nel suo calessino, lo seguiremo, se il lettore ce lo acconsente, fino al termine del suo viaggio.

Camminava di passo: non si fa correre impunemente la posta a un tulipano nero.

Ma Boxtel temendo di non arrivare a tempo, fece fabbricare a Delft una cassetta tutta intorno vestita di bella borraccina fresca, e v’incassò il tulipano, cosicchè il fiore vi si trovava così mollemente accomodato da tutti i lati, e arieggato al di sopra, che il calessino potè prendere il galoppo senza possibile pregiudizio.

Arrivò l’indomani mattina a Harlem, spossato ma trionfante, mutò il suo tulipano di vaso per fare sparire ogni traccia di furto, spezzò il vaso di maiolica, e gettò i cocci nel Canale, scrisse al presidente della società orticola una lettera, nella quale annunziavagli, che egli era giunto a Harlem con un tulipano perfettamente nero, e istallossi in una buona osteria con il suo fiore intatto.

Là egli attese.

IX

Il presidente Van Herysen.

Rosa lasciando Cornelio, aveva preso il suo partito; ed era, o di rendergli il tulipano rubatogli da Giacobbe, o di non rivederlo mai più.

Essa aveva visto la disperazione del prigioniero, doppia e incurabile disperazione.

E poi da un canto era una separazione inevitabile avendo Grifo a un tempo sorpreso il segreto del loro amore e dei loro convegni.

Dall’altro era il rovesciamento di tutte le speranze d’ambizione di Cornelio Van Baerle, e tali speranze nutrivale da sette anni indietro.

Rosa era una di quelle donne, che non si perdono mai di coraggio, piene di forza contro un male estremo trovano nel male medesimo l’energia per combatterlo, o la risorsa per ripararlo.

La giovanetta rientrò nella sua stanza, vi gettò un ultimo sguardo per vedere se mai si fosse ingannata, e se il tulipano fosse per disgrazia in un qualche cantuccio, e quindi sfuggito alla sua vista. Ma Rosa cercò invano: il tulipano non v’era più, il tulipano era stato rubato.

Fece un fagottino delle bricciche che le sarebbero necessarie, prese i suoi trecento fiorini di risparmi, cioè tutta la sua ricchezza, frugò sotto i suoi merletti, ov’era riposto il terzo tallo, se lo cacciò delicatamente in seno, chiuse la sua porta a doppia mandata per ritardare di tutto il tempo necessario per aprirla il momento, che si conoscesse la sua fuga, discese la scala, escì della prigione per la porta, che un’ora innanzi aveva dato l’egresso a Boxtel, si portò presso un affittuario di cavalli, e chiese la vettura di un calessino.

Il vetturino non ne aveva che uno: era per l’appunto quello affittato fin dalla vigilia a Boxtel, sul quale correva per la via di Delft.

Noi diciamo per la via di Delft, perchè bisognava fare un enorme giro per andare da Loevestein ad Harlem: a volo di uccello la distanza non sarebbe stata della metà.

Ma non vi sono che gli uccelli che possano viaggiare a volo in Olanda, paese il più intersecato da fiumi, da ruscelli, da canali, da riviere e da laghi di qualunque altro paese del mondo.

A Rosa dunque fu forza di prendere un cavallo, che le fu facilmente fidato: chè il vetturino conosceva Rosa per la figlia del soprastante della fortezza.

Rosa aveva una speranza, ed era di raggiungere il suo espresso, buono e bravo giovinotto, che la condurrebbe seco e che le servirebbe al tempo stesso di guida e di appoggio.

Difatti non aveva corso ancora una lega, che ella lo scorse allungare il passo sopra una proda di una graziosa strada che costeggiava la riviera.

Messe il cavallo al trotto e lo raggiunse.

Il bravo giovane ignorava l’importanza del suo messaggio, e nulladimeno camminava come se lo conoscesse. In meno di un’ora aveva già fatto una lega e mezzo.

Rosa gli riprese il biglietto diventato inutile, e gli fece sentire che ella aveva bisogno di lui. Il navicellaio misesi a sua disposizione, promettendo di andare quanto il cavallo, purchè Rosa gli permettesse di appoggiar la mano sulla di lui groppa o sulla spalla.

La giovinetta permisegli che appoggiasse la mano dove volesse, purchè non la ritardasse minimamente.

I due viaggiatori erano già partiti da cinque ore e aveano già fatto più di otto leghe, che Grifo non si figurava punto ancora che la giovine avesse lasciato la fortezza.

Il carceriere d’altronde, pessimo uomo in sostanza, gongolava per avere ispirato a sua figlia un profondo terrore.

Ma intanto, che felicitavasi di avere a raccontare una così bella storia al compagnone Giacobbe, Giacobbe pure era sulla via di Delft.

Solamente in grazia del suo calessino era già quattro leghe avanti a Rosa e al navicellaio.

Mentrechè Grifo figuravasi Rosa tremante, o borbottante in camera sua, Rosa guadagnava terreno.

Nessuno fuorchè il prigioniero non eravi dunque che non avesse la credenza di Grifo.

Rosa compariva così poco da suo padre dacchè erasi messa intorno al tulipano, che solamente all’ora di desinare, cioè a mezzogiorno, Grifo si accorse misurando il suo appetito, che sua figlia bronciava un po’ troppo.

La fece chiamare da un suo porta chiavi; siccome costui discese annunziando che aveala cercata e chiamata invano, risolvette di cercarla e chiamarla da sè.

Cominciò con andare diretto alla di lei camera; ma ebbe un bel picchiare, Rosa non rispose nè punto nè poco.

Fu fatto venire il guardaroba della fortezza, il quale aprì la porta, ma Grifo non vi trovò Rosa, come Rosa non vi aveva trovato il tulipano.

In questo stesso momento Rosa entrava a Rotterdam; e perciò Grifo non poteala trovare in cucina, come non l’aveva trovata in camera; non poteala trovare in giardino come non l’aveva trovata in cucina.

Che si giudichi della collera del carceriere, quando avendo fiutato ogni angolo seppe che sua figlia aveva preso a vettura un cavallo, e come Bradamante e Clorinda erasene partita da vera venturiera, senza dire ove si dirigesse.

Grifo risalì furibondo da Van Baerle, lo ingiuriò, lo minacciò, sgominò tutto il di lui meschino mobiliare, promisegli l’ergastolo, promisegli la prigione sotterra, promisegli la fame e le bastonate.

Cornelio senza neppure dargli retta, lasciavasi maltrattare, ingiuriare, minacciare, impassibile, silenzioso, disensito, insensibile a ogni emozione, morto a ogni paura.

Dopo aver cercato di Rosa in ogni cantuccio. Grifo cercò di Giacobbe; e non trovandolo al pari di sua figlia, sospettò all’istante che glie l’avesse involata.

Frattanto la giovinetta dopo aver fatto una fermata d’un paio d’ore a Rotterdam, erasi rimessa in cammino. La stessa sera pernottò a Delft, e la mattina seguente arrivò a Harlem quattro ore dopo di Boxtel.

Rosa si fece subito condurre dal presidente della società orticola, messer Van Herysen.

Trovò quel degno cittadino in una situazione, che non ci permettiamo di passarla senza dipingere, per non mancare a tutti i nostri doveri di pittore e di storico.

Il presidente redigeva un rapporto al comitato della società.

Tale rapporto era in gran foglio e nel migliore scritto che potesse fare il presidente.

Rosa fecesi annunziare sotto il suo semplice nome di Rosa Grifo; ma questo nome per sonoro che fosse, era sconosciuto al signor presidente, il perchè Rosa non fu ammessa. È difficile forzare le consegne in Olanda, paese delle dighe e delle chiuse.

Ma Rosa non si sconcertò per questo; erasi imposta una missione ed aveva giurato a se stessa di non lasciarsi abbattere nè dai rabbuffi, nè dalle brutalità, nè dalle ingiurie.

— Annunziate al signor Presidente, ella disse, che gli vengo a parlare del tulipano nero.

Queste parole non meno magiche delle famose: _sèsamo, apriti_, delle Mille e una notte, servironle di passaporto. Mercè queste parole penetrò fin nello scrittoio del presidente Van Herysen, che ella trovò galantemente che veniva ad incontrarla.

Era un piccolotto, sciugnolo, rappresentante precisamente il gambo di un fiore, la cui testa formasse il calice; due braccia ondulanti e pendenti simulanti la doppia foglia oblunga del tulipano; un certo tentennìo, che eragli abituale, completava la sua rassomiglianza con quel fiore, quando piegasi sotto il soffio del vento.

Abbiamo detto che chiamavasi Van Herysen.

— Signorina, esclamò egli, venite da parte del tulipano nero?

Pel signor presidente della società orticola il _Tulipano nero_ era una potenza di primo ordine, che poteva bene nella sua qualità di regina dei tulipani inviare ambasciatori.

— Sì, signore, rispose Rosa, vengo per lo meno a parlarvi di lui.

— Sta bene? fece Van Herysen con un sorriso di tenera venerazione.

— Ahimè! disse Rosa, non lo so, o signore.

— Come! sarebbegli accaduto qualche disgrazia?

— Ben grande, signore, ma non a lui, a me.

— Quale?

— Mi è stato rubato.

— Vi è stato rubato il tulipano nero?

— Sì, signore!

— Sapete da chi?

— Oh! lo dubito, ma non oso ancora accusarlo.

— Ma la cosa sarà facile a verificarsi.

— Come ciò?

— Dacchè vi è stato rubato, il ladro non sarebbe lontano.

— Perchè non può essere lontano?

— Perchè non sono più di due ore che l’ho veduto.

— Avete veduto il tulipano nero? esclamò Rosa precipitandosi verso il signor Van Herysen.

— Come vedo ora voi.

— Ma dove?

— Apparentemente, presso il vostro padrone.

— Presso il mio padrone?

— Sì... Non siete voi al servizio del signor Isacco Boxtel?

— Io?

— Senza dubbio, voi.

— Ma per chi dunque mi prendete voi, signore?

— Ma per chi mi prendete voi, voi costì?

— Signore, io vi prendo, lo spero, per quello che siete, cioè a dire per l’onorevole signor Van Herysen sindaco di Harlem e presidente della società orticola.

— E che mi volete dire?

— Vi voglio dire, o Signore, che mi è stato rubato il mio tulipano.

— Allora il vostro tulipano è quello del signor Boxtel. Allora voi vi spiegate male, o mia ragazza; non a voi dunque, ma al signor Boxtel è stato rubato il tulipano.

— Vi ripeto, signore, che non so chi si sia questo signor Boxtel, e che questa è la prima volta che lo sento nominare.

— Non sapete chi si sia questo signor Boxtel, e avete medesimamente un tulipano nero?

— Che ve n’è dunque un altro? domandò Rosa rabbrividendo tutta.

— Vi è quello del signor Boxtel, già.

— Com’è?

— Nero, permio!

— Senza una macchia?

— Senza la minimissima macchia, senza il minimissimo puntolino.

— E voi avete questo tulipano? Ed è qui depositato?

— No, ma saravvi depositato, perchè ne debbo fare l’esibizione al comitato, prima che il premio sia conferito.

— Signore, esclamò Rosa, questo Boxtel, questo Isacco Boxtel, che si dice proprietario del tulipano nero....

— E che lo è difatto.

— Non sarebbe mica un uomo magro?

— Sì.

— Calvo?

— Sì.

— Guercio?

— Credo che sì.

— Inrequieto, storto, ranco?

— In verità, che ne fate il ritratto lineamento per lineamento del signor Boxtel.

— Signore il tulipano è egli in un vaso di maiolica turchina e bianca a fiori giallognoli rappresentanti una panierina sopra le tre faccie del vaso?

— Oh! quanto a questo, non ne sono sicuro, che ho più osservato il fiore del vaso.

— Signore, è il mio tulipano, è quello che mi è stato derubato; signore, è la mia fortuna: vengo qui a reclamarlo avanti a voi, da voi.

— Oh! oh! fece Van Herysen guardando Rosa. Che! Venite qui a reclamare il tulipano del signor Boxtel. Affè di Dio! siete una comare un po’ ardita!

— Signore, disse Rosa un poco conturbata da quell’apostrofe, io non vengo a reclamare il tulipano del signor Boxtel, ma vengo a reclamare il mio.

— Il vostro?

— Sì: quello che ho piantato e allevato io stessa.

— Ebbene, andate a trovare il signor Boxtel all’Osteria del _Cigno Bianco_, ve la intenderete con lui; quanto a me, siccome la causa parmi non meno difficile di quella portata davanti al fu re Salomone, e che io non ho la pretensione della sua sapienza, mi contenterò di fare il mio rapporto, di constatare l’esistenza del tulipano nero e di ordinare la collazione di cento mila fiorini al suo inventore. Addio, mia ragazza.

— Oh! signore! signore! insistè Rosa.

— Solamente, ragazza mia, continuò Van Herysen, siccome siete graziosetta, siccome siete giovane, siccome siete non ancora affatto pervertita, accettate il mio consiglio. Siate prudente in questo affare, perchè noi abbiamo un tribunale e una prigione in Harlem; inoltre noi siamo estremamente solleciti sull’onore dei tulipani. Andate, mia ragazza, andate. Signore Isacco Boxtel, Osteria del _Cigno Bianco_.

E Van Herysen, riprendendo la sua bella penna, riprese l’interrotto suo rapporto.

X

Un membro della società orticola.

Rosa smarrita, quasi impazzita di gioia e di paura alla idea che il tulipano nero fosse ritrovato, si diresse all’Osteria del _Cigno Bianco_, seguita sempre dal suo navicellaio, robusto giovanotto della Frigia capace di divorarsi solo dieci Boxtel.

Per istrada il navicellaio era stato messo alla confidenza di tutto; egli era pronto ad adoprare le mani quando ne venisse la necessità; e solamente non dandosi questa eventualità, aveva ordine di pigliarsi il tulipano.

Ma giunta in Groote Markt, Rosa si fermò su due piedi: che presela un subito pensiero, simile alla Minerva d’Omero, che prende Achille per i capelli nel momento che la monta nelle furie.

— Mio Dio! ella mormorò, ho fatto uno sbaglio massiccio; ho forse perduto e Cornelio e il Tulipano e me...! Ho svegliato il formicolaio, ho dato l’indizii; io non sono che una donna, e costoro possono legarsi contro di me, e allora sono perduta... Oh! perduta io, non vorrebbe dir nulla, ma Cornelio, ma il tulipano!

Stette un momento sopra se stessa.

— Se vado da questo Boxtel, e che io nol conosca punto; se questo Boxtel non fosse il mio Giacobbe, se fosse un altro amatore che lui pure avesse scoperto il tulipano nero, od anco se il mio tulipano fosse stato rubato da un altro e non da chi sospetto, o che sia passato in terza mano; se mi fosse appieno sconosciuto l’uomo, e riconoscessi solo il mio tulipano, come provare che sia il mio? Da un altro canto se io riconoscessi questo Boxtel per il falso Giacobbe, chi può sapere come la cosa la s’andasse. Mentre che noi staremmo a contrastare insieme, il tulipano morrebbe. Oh! ispiratemi voi, Vergine santa! Si tratta della sorte della vita mia, si tratta del povero prigioniero, che forse in questo momento medesimo rende l’anima a Dio.

Fornita questa preghiera, Rosa attese religiosamente la ispirazione che invocava dal cielo.

Frattanto un gran sussurro alzavasi alla estremità di Groote Markt; le genti accorrevano, schiudevansi le porte; e Rosa sola era impassibile a tutto questo movimento della popolazione.

— Bisogna, mormorò, ch’io ritorni dal presidente.

— Ritorniamo, disse il navicellaio.

Presero il vicolo della Paglia che li menò diritti alla residenza del signor Van Herysen, il quale col suo più bel carattere e con la migliore sua penna continuava a lavorare al suo rapporto.

Dappertutto passando Rosa non sentiva che parlare del tulipano nero e del premio di cento mila fiorini: n’era già piena la città.

Rosa non incontrò ostacolo nessuno per ripenetrare presso Van Herysen, che puranco sentissi commosso, come la prima volta, alla parola magica di tulipano nero.

Ma quando riconobbe Rosa, la quale dentro di sè aveva egli battezzato per pazza e forse peggio, montò in collera e voleva scacciarla.

Ma Rosa giunse le sue mani, e con un accento di verità, che penetra i cuori, disse:

— Signore, a nome del cielo! non mi cacciate: ascoltate al contrario ciò che io vengo a dirvi, e se non potrete farmi rendere giustizia, almeno non avrete a rimproverarvi un giorno in faccia a Dio di essere stato complice di una cattiva azione.

Van Herysen trepidava d’impazienza; l’era la seconda volta che Rosa disorientavalo da una redazione, alla quale ei metteva il suo doppio amor proprio di sindaco e di presidente della società orticola.

— Ma il mio rapporto! esclamò egli, il mio rapporto sul tulipano nero!

— Signore, continuò Rosa con la fermezza della innocenza e della verità, signore, se non mi ascoltate, il vostro rapporto sul tulipano nero poserà sopra fatti criminosi, o sopra dati falsi. Ve ne supplico, signore, fate venir qui alla vostra presenza e mia questo signor Boxtel, il qual sostengo che sia il signor Giacobbe, e giuro a Dio di lasciargli la proprietà del suo tulipano, se non conosco nè il tulipano nè il suo proprietario.

— Viva Dio! bella promessa! disse Van Herysen.

— Che vorreste dire?

— Vi domando che cosa ciò proverebbe, quando voi lo aveste riconosciuto?

— Ma alla fine, disse Rosa disperata, voi siete un uomo onesto, o signore. Ebbene non solo andreste a dare il premio ad un uomo per un’opera che non ha fatto, ma ancora per un’opera rubata.

Forse l’accento di Rosa cominciava ad ispirare un certo convincimento nel cuore di Van Herysen, che si preparava a risponderle più dolcemente; quando un grande strepito fecesi sentire nella strada, che pareva puramente e semplicemente che fosse un aumento del frastono, cui Rosa aveva già inteso, ma senza attaccarvi importanza nessuna, a Groote Markt, e che non aveva avuto la forza di astrarla dalla sua fervente preghiera.

Ardenti acclamazioni scossero la casa. Van Herysen porse le orecchie attente a queste acclamazioni, le quali dapprima non erano state neppure uno strepito per Rosa, ed ora erano per lei un semplice strepito ordinario.