Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti
Part 8
— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?...
A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le mani, la guancia di lui sotto i suoi baci:
— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te...
LXV.
BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.
Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei, Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti. Tornano dalla chiesa.
Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...
Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa, a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su gli sparati bianchi dei fracs.
— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?
E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese... Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa? Ci si nasce? Ci si muore?
Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa. Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:
— Sposa...
Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere, vedere ancora:
— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!
E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla, per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa, si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:
— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...
Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli “amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul ciglio di tutti...
Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:
— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...
E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le pianta gli occhi negli occhi:
— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?
È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita, che te ne vai con un'altra... per sempre...„.
E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:
— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora ridere, allora...
E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...
— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!
E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...
LXVI.
RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.
Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima, cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono, Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere in aria, un gridare e un correre di ragazzi:
— Viva, viva gli sposi!
E due vetture, due grandi _landaux_ di paese scoloriti e tirati da cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada, fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per festeggiarli ancora...
Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù, le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del nobilissimo conte...
La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita, tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio...
Addio!
LXVII.
ADDIO!
Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato, come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi, in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le sussurra:
— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....
Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:
— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di un'altra...
E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:
— Come te, come te, mio povero amico Cirano!
E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo dolore...
E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della Badessa:
— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!
Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:
— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...
E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...
— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti amare...
E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza macchia, è la Madre bianca!
Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...
Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.
La Duchessa delle Nebbie
PERSONAGGI.
UN POETA UNA DONNA UNA LAMPADINA ELETTRICA.
La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende. È una lampadina elettrica originale, più che una lampada elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi, con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta, parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie» nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non è che fantasia.
IL POETA.
Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la malinconia...
(Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua).
No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera. E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire i fiori nei vasi.
(Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su la porta per uscire, il poeta avverte:
«_Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora_». E quando il domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa delle Nebbie:)
Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi...
(Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta. Fuma....)
Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare, a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito, un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima, che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre... A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui, dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista a provare cappellini, o dal suo _coiffeur_, i capelli sotto i ferri di _monsieur_ Pierre, le unghie nelle mani di _mademoiselle_ Rose e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„ E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare, una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato, in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me, per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino, addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata, dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra, ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio, felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su, seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale, proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te... Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte, come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie.
(Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:)
Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo, su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella, noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora, verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te, nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo. Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce, nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è, come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore. È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo, come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo, è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente, realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte, da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta. Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di un'unica, e incomparabile donna...
(E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora il poeta ha acceso le _appliques_ rosee sul damasco verde per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia, folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa dei due calori, freddamente le parole parlano).
IL POETA.