Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti
Part 6
— Sapete se Grazia è ritornata?
Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio che lentamente l'ha raggiunta.
— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana....
Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano, e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a questa e dice:
— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia...
Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani, ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida...
— Perchè? Io non son degna?...
Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio infantile. E mormora:
— Già... La Musa... è lei!
E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole, la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È perplesso, indeciso, smarrito a sua volta.
— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene...
E Claudio, ridendo:
— Ma sì... ma sì... Vi adoro.
E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e prende un foglio di carta:
— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi...
E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata. Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella busta:
— No!...
E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, ha afferrato la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... Claudio è balzato in piedi... Non è più sul volto di Rosetta un corruccio di bimba: è un tormento di donna... Ed esce dalle sue labbra convulse il grido della sua gelosia:
— Sempre lei, lei, lei...
E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta sul volto di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera lacerata. Poi prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. Fugge. È già su la porta. Claudio, inchiodato dallo stupore, è fermò lì, alla scrivania. Rosetta si volge. Lo guarda ed esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in ginocchio davanti:
— Perdono!
E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto risollevarla, prima che Claudio abbia potuto sottrarle la mano, il perdono è chiesto, il bacio è dato...
E la bimba è fuggita.
XLIII.
IL RITORNO.
— Prego per tuo fratello, signorina!
Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano benedicendola.
— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me...
E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non comprende:
— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice....
Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il sorriso caldo, le braccia tese:
— Grazia...
E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride, corre al fratello, spensierata, felice...
— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che ridere!
Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri.
— A teatro? Così?
E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende:
— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma mi son divertita lo stesso... Che ridere!
Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso, ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il fratello è a lei, ansioso:
— Che hai? Che hai?
Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida, battendo le mani e trascinando Marcello:
— A tavola! A tavola!
XLIV.
PETTEGOLEZZI PROVINCIALI.
Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di mussolina o di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo giardino provinciale, son tutte lì, raccolte attorno ai quattro «amici del dopopranzo».
— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, a Collina Verde ci prende moglie!
— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta!
Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di scuola....
— Seneca ha parlato...
— Ma bravo! Ma che testone!
Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte d'accordo... Ma il difficile è sapere quale delle due sposerà.
— Grazia o Rosetta?
— Ai voti! Ai voti!
Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista va attorno raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal fiocchetto scozzese: un regalo di Grazia, l'anno scorso, per il suo onomastico...
Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran signore, per l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti:
— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta!
La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. Ma bisogna sapere di più. Votare non basta. Bisogna ficcare il naso nei fatti altrui. E don Giovannino è l'uomo indicato: deve andare da Grazia, spiare, sapere come vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un gran tramestio di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, in servizio d'informazioni.
XLV.
LA CANZONE DEI GUASCONI.
— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al mondo: Claudio Arceri...
Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia.
— Riverisco...
È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera — una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più profondo. E la lettera conclude dicendo: «_Voglio che voi siate la prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola..._»
Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia, smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano bene, si sente interpellare da Grazia:
— Voi, don Giovannino, verrete con me...
E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia.
XLVI.
TRAGEDIA SENZA PAROLE.
Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia:
— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola...
Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio, incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con le pupille sempre più velate di pianto.
Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo poeta.
In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille.
Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e, come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente... lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della musica, e lo sente dirle all'orecchio:
— Che bel tempo di «fox trott»!
Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che risponde a don Giovannino approvando:
— Sì, sì, un «fox-trott»...
E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto, ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende:
— Nulla, nulla... È passato... Avanti!
E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta Grazia riprende a ballare.
La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo, ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque:
— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato...
I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda, conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto, col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso, la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità. Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino, povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla, rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia, il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente, leggermente, comincia a carezzargli i capelli...
Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la voce di Grazia sibila:
— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico...
E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio. E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi in aria. Giunge a lei la sua parola disperata:
— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto!
Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo:
— La vostra musica è divina...
Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima ballava:
— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo...
Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore, per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile:
— Io... io non vi basto...
E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano. E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora l'amore...
E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce, rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene nella sua anima e su quel giardino.
XLVII.
LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.
— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi!
Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste.
— Senti. Leggo io... «_Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!..._» Ah, è bello sentirsi dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me....
Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già pronta:
— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla...
E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla, per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che, incuriositi e spauriti, la cercano...
Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue labbra. E le dice, fra i baci:
— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna.
E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto per incontrarne gli occhi:
— E non sei forse felice?
Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina fra le braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto far capire a Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, fra le sue braccia, no, non è più una donna, ma è semplicemente una bimba, una povera bimba felice, una bimba che si sente venir voglia di piangere, tanto è grande la sua felicità...
XLVIII.
E UNA SERA...
Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora senza luna e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge:
— Scrive così: «_Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo giardino, alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima piena di tenerezza le parole che solo tu sai dire... Quando mi scrivi, quante cose mi dici... Ma quanto taci, quando sei con me... La timidezza, mi dici, fa tacere il tuo labbro... Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran velo nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai aprirmi, Rosetta, tutto il tuo cuore..._».
Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva Rosetta — quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per quanto sia bello ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. Tortura la lettera e dice all'amica:
— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, ora che cosa gli dirò?
Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore:
— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, accanto alla finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, vedrai... Poichè lo ami ne troverai tante anche da te...
Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, è molto divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio giunga e ritorna ancora a Grazia immobile e rigida presso l'arco del balcone:
— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano...
Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un ditino in aria, Rosetta sorridendo ammonisce Grazia:
— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana...
E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a ridere...
— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano non c'entra...
S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre.
— Va... È lui.
Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta gli echi dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, la morte nell'anima e l'impassibilità sul viso.
Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, il suo passo su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... Ora il passo è più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... Sì, è lui... E Rosetta rientra per avvertire Grazia.
— Eccolo!... Eccolo!
E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte:
— Fido in te... Per carità!
E Grazia, violenta, la spinge fuori...
— Ma va... va... va...
C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta manda giù le prime parole:
— Claudio... Sei tu?
E, da sotto, la voce bassa risponde:
— Sì... Sono io..., Rosetta...
Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di Rosetta che l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la mano di Claudio. Ma le due mani non si trovano...
— Troppo alto..., mormora Rosetta.
Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina e le mani si trovano finalmente e si stringono. E Claudio copre di baci la mano di Rosetta. E quella di Rosetta trema e lentamente si ritrae... Poi la voce di Claudio vien su:
— E ora parlami, parlami, piccola amata!
Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le prime parole, tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il suo dorso per chiamarla in aiuto... E Grazia si china a suggerire... Fra l'edera Rosetta abbassa il volto e getta giù a stento, ad una ad una, così come le coglie, le parole di Grazia. Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta, avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, impacciata, smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla peggio. Di tanto in tanto, da sotto, Claudia risponde:
— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, mia sposa!
E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul cuore di Grazia irrigidita nello spasimo... Sale ancora la voce di Claudio dal giardino notturno:
— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E sa dir tante cose anche il silenzio, quando si ama...
Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. E i cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; e là sul piccolo lago sono i bianchi cigni addormentati col capo sotto l'ala. Un treno passa, nel silenzio, col suo rombo lontano, riempiendo il silenzio col suo fragore immenso e solo. Poi, passato il treno, tornato più grande di prima il silenzio, ancora la voce di Claudio riprende:
— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro amore abbia il suo primo bacio?...
Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge a interrogar Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di silenzio. Poi, bassa, soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, risponde:
— Ma sì, sì, sì, digli di salire...
E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel pudore:
— Claudio... Sali...
E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, s'è rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia frementi di Grazia. Come, come tremano le braccia di Grazia... Dovrebbe Rosetta sentire... Ma sì... Come sentire?... Trema tanto anche lei...
Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua voce, che chiama, è più vicina... E Grazia spinge Rosetta verso Claudio che appare:
— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!...
E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha seguita. Esce anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta indietro addossandosi alle persiane aperte... E, a bassa voce, parlando solo a sè stessa, nell'orrore dell'infinita rinunzia, sospira e geme:
— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!...