Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti
Part 5
E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali...
XXVIII.
L'«ARIA DEL BACIO».
Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un _album_ di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora, con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e dirgli:
— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola....
E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul tavolino:
— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata...
Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un _album_ di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'_Indicatore generale delle Ferrovie_, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza...
— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai che son già le quattro e mezza passate?
Rosetta s'è levata chiudendo l'_album_... Oh, finalmente.... Guarda dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce:
— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la vuole...
Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare? Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono incontro a lei per interrogarla:
— Forse Marcello?...
E Grazia, la voce fredda, e decisa:
— Nulla... Nulla...
Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente, inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini, vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice:
— Vieni anche tu?
Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato di dover restar lì per non saper dove andare, risponde:
— No... Rimarrò... Ancora un poco...
A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino. Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati.
— Che avete?
Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica... Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso, leggiadro e artificiale che definisce il bacio:
.... un apostrofo roseo messo tra le parole t'amo...
E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente, con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola, Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche... Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore che incomincia...
XXIX.
SOLO.
Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che geme:
— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente chiamata?...
Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E, ricadendo sui cuscini, il malato geme:
— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne scongiuro...
XXX.
RITORNO.
.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il lavoro.
— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre carte, a cercar la musica nel vostro cuore...
Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce:
— No, non mi accompagnate. Rimanete così...
E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle. Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente:
— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E mi attende...
Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude. Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il lavoro...
Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche, le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla...
Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più, un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto... Oh, orrore!... Ha potuto...
Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto:
— Sssss... Dorme!
E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son tranquilli la vecchia domestica spiega:
— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei...
Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello, gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice disperatamente al fratello addormentato:
— Perdonami, perdonami, Marcello!
E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita, sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza, la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto senza di lei...
XXXI.
«HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»
Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore:
— Ho io il diritto di amare?
Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti così... Condannati tutti dal medesimo male...
E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto, con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così atrocemente come quella notte:
— Ed io? Io?...
E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda. Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha voluto tentar di salvarsi?
E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna...
XXXII.
NO!
Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città. È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli altri malati, altri dolori che attendono.
Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio, nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza, l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...
Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:
— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto una casa, figliuoli?...
Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa. Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il medico qualche menzogna:
— Vedere... Aspettare... Il tempo...
Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:
— Anche io... come gli altri...
Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta qualche consolazione blanda:
— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare... Aspettare molto tempo, certamente....
Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?
— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo, non dovevo più illudermi...
Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente... Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta, finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due minuti, su un'altra angoscia.
Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre toccandoli al petto:
— Malati?
E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col capo di sì, di sì...
Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e docili.
— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...
Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al padre che piange e gli dice:
— Coraggio!
E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema nella sua mano...
XXXIII.
PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.
Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno, cercando, stupita...
— E Grazia?
Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare... Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel pomeriggio...
Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona... E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...
XXXIV.
SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.
Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:
— Perchè piangi, signora?
E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...
XXXV.
ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.
Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia.
E, in una pausa della musica, spiega:
— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già appassite...
XXXVI.
«MADRE, CONSOLAMI TU!»
Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.
Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto, come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...
Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella. Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani giunte, le cade in ginocchio davanti:
— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!
E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più, si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.
XXXVII.
COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.
Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate pregando.
Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli, Grazia sussurra:
— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia Croce!
Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede ancor più a Lui:
— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore?
La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice:
— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo.....
E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i capelli....
XXXVIII.
UN BIGLIETTO.
Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è, insieme, un biglietto:
«_Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie, fresche e nuove ogni giorno._
ROSETTA».
XXXIX.
ARRIVEDERCI, SORELLE!
La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri tremendo...„. E la Madre le dice:
— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa...
E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta, in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo — Cristo tra gli angeli...
Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita. Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi:
— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo sognato per me...
Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto che tutte vorrebbe stringerle al cuore:
— Arrivederci, sorelle!
E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse:
— Che ha?... Che ha?
E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte:
— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato...
Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del convento che la suora guardiana ha socchiusa...
Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata....
XL.
SERENITÀ NELLA RINUNZIA.
E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore, vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i fiori. Quelle altre ne còlgono.
XLI.
RINUNZIA NELLA TEMPESTA.
E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa. Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel vuoto... fissi su la terribile visione...
... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un primo bacio, la fronte della fanciulla...
... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando...
Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce, s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa, ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino...
XLII.
GELOSIA.
— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina...
Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina, è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare: