Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti

Part 4

Chapter 43,980 wordsPublic domain

E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda. Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le mormora all'orecchio:

— Musica che strappa il cuore!...

E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti, nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.

D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei... Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i cappelli, li spinge fuori e dice:

— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il mio piccolo mondo.

E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:

— State tranquilla... Alle ragazze penso io...

XIII.

PRIMA CURIOSITÀ.

Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso, mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa tutta avvolta di edera.

XIV.

RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».

... E quali mi direte, se venne un tale istante Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...

— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.

— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.

E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono la scena del balcone al terzo atto di _Cirano_ così come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle di Cristiano:

T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome, E poi che senza posa l'anima mia vacilla, Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.

E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che le sue parole han preparato...

Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:

— A vestirci!

XV.

PREPARATIVI.

Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina...

E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.

E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il cuore come un macigno...

XVI.

L'INCONTRO.

Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e là...

Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e fiori nei vasi...

— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...

Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso:

— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo d'ammiratori...

Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi amici — che stretta di mano stile _Louis XV_ dà il conte Spada e che _shake-hand_ da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e, finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti sguardi e commenti.

E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia, vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì ferme a guardare coi gomiti poggiati alla _consolle_. E chiede, in confidenza:

— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?

Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido, mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i biscotti...

E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo _tight_:

— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...

XVII.

CAMPANE CHE ASPETTANO.

Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle nuvole rosse...

XVIII.

IL «LAMENTO DI GIULIETTA».

Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto:

— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di riaprirla oggi?

Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha preso lo spartito d'una sua opera: _Giulietta e Romeo_. L'ha aperto sul leggìo:

— Il “_Lamento di Giulietta_„, maestro. È il suo capolavoro!

E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente, a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate, ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande _bouquet_. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica, ricorda...

XIX.

LA BUONA NOTTE AL SOLE.

Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto, non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, aspettano ancora, ancora un momento...

XX.

ESTASI E RIMORSO.

E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un rimorso.

XXI.

AVE MARIA!

E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei campanili lontani al giorno che se n'è andato.

E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le prime stelle, le campane lentamente si muovono.

Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera: il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude, il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia al suono della fisarmonica.

Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui, Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano, si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria.

Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì, appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica, quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa notte finalmente discesa...

XXII.

COSÌ, OGNI GIORNO...

Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra frementi il bacio ch'egli ha preparato.

Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre, ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie appena nate devono avere le loro prime ammiratrici.

E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano, l'apologia del bacio:

.... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, un più preciso patto....

XXIII.

GENTE CHE ASPETTA INVANO.

Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...

Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di mattina in mattina... Aspettano.

E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore era un'illuminazione...

E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di sonagli d'argento...

E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni sera.

Ma Grazia non viene più.

XXIV.

UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.

Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!... Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più... Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie, il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso.

— E queste? ella chiede.

Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro spieghi:

— Son della signorina Rosetta...

.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto, fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...

Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.

— Che ho? Nulla.

Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma, che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.

Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei suoi sogni di gloria.

XXV.

QUANDO GRAZIA NON C'È...

— Chiudete le finestre. Ho freddo.

È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi...

— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto nell'altra stanza... Ho freddo...

Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che Grazia lascia, quando non c'è...

XXVI.

CHI È LA MUSA?

Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui o alla sua vita.

Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con un sorriso:

— Qual'è fra voi due la Musa?

L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida:

— Scegliete.

Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che sùbito si sbenda e la vede:

— Voi! Grazia!

E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo. E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta ne trema e abbassa il volto fatto di brace:

— Voi... Voi...

XXVII.

GLI ABBANDONATI.

Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi, abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia: il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli. E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino, come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza. Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano, insomma, maledettissimamente di lui...

Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia viene a chiamarlo.

— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia...