Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti

Part 10

Chapter 103,927 wordsPublic domain

_ — Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!_

_E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e scosse il capo negativamente:_

_ — Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter mantenere..._

_Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo — madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi ritornò al suo sposo e gli disse:_

_ — Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao, non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e che ti rimarrò sempre fedele..._

_Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi, con un malinconico sorriso, le disse:_

_ — Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà...._

_E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao._

_Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di giurare, gridò al signor Tao morente:_

_ — Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò..._

_Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e, fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo, le disse:_

_ — Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi._

_ — No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per rispetto di sè, non le avesse coperto la mano..._

_Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e, solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la guardò ben bene negli occhi e le disse:_

_ — Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!_

_Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto._

_E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava. E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida sotto i suoi piedi._

Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per ogni tempo e per ogni paese.

PARTE PRIMA

1.

Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente di vascello richiude il libro e la lettura della _Storia della Dama dal ventaglio bianco_ si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...

2.

Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: _Mademoiselle Mimì, fleuriste_. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei, lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori. Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.

— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...

E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo provvisorio.

— Domani c'è ballo a bordo della _Pisa_. Se andiamo avanti così i trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...

E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi _volants_, gira da una ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge, maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo.

3.

Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della collina.

Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e precipita...

4.

Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose, Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina... Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare...

5.

Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse, piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali.

— Fiorvante!

— Ardea!

Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati...

— Dove sei?

— Su la _Saint-Bon_. E tu?

— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre mesi. E tu?

— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia.

Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora, nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea:

— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare...

Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città, lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni.

6.

Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà?

Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma, sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa staccarsene e sempre la rilegge...

«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...».

Così ha scritto a Mimì _Un lupo di mare_... Cattivo lupo di mare che le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì, il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze...

Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose... Ed io voglio poterti adorare...»

Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo... Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non viene?...

E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora... Dove, dove sarà?...

7.

E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni e di donne, di ricordi e di speranze.

Ora Fiorvante si sofferma:

— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo.

E Filippo, trascinandolo a forza:

— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle buone.

Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi trascinare.

— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un amore. Ed è il mio amore...

— Da quanto tempo?

— Da quattro mesi.

— E per quanto tempo?

— Per l'eternità.

E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai...

8.

— Eccolo! Eccolo!

Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le tende, mentre grida alle sue lavoranti:

— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose...

Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore rosso.

— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo?

E Mimì fa cenno d'aspettare:

— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini...

E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E...

— Via...

E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, senza tregua!

Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì nell'atto di lanciarle:

— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una...

Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce della mano alla bocca e grida:

— Questo... per l'ufficiale che non conosco!

E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio...

La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad ogni costo, entrare. E Mimì grida:

— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete...

E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi...

Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E Ardea spiega:

— Ha voluto venire a ringraziarti...

Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita:

— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore...

Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di profumo:

— Ma ce ne metteremo uno... Il mio!

E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice, felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi...

— Andiamo?

— Andiamo. Ma viene anche lui?...

E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè:

— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona.

E Mimì:

— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara...

E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace:

— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna...

— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea...

E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o cinque amici... E lui avanti, accanto allo _chauffeur_:

— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo.

E Fiorvante domanda:

— Come? Ci lasci?

Ma sùbito Mimì spiega:

No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese. Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo pranzo...

Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è altro! — non ha pensato ad informarsi?...

— Fa' presto. Noi ti aspettiamo...

Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola. Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste:

— Ma noi...

— No. Ho detto no.

Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato il debraio, l'automobile riparte...

Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...

9.

Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...

Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia un piatto di patate _soufflées_, alto come una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora Fleurette?

Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande _restaurant_ a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola del signore delle patate _soufflées_. A un tratto, voltandosi per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?...

Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo _smoking_ perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il _décolleté_... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.

— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di soffrire inutilmente...

Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è posto anche per te».

E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, quand'è gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante con la stessa precisione di mira con la quale sa tirargli le rose quand'è contenta. Così il biglietto è andato a cadere nel piatto di Fleurette, tra l'ala di piccione e il risotto. E Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea, ad Ardea furibondo che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette per far ben bene vedere a Mimì che scene di gelosia non ne tollera. E Fleurette ve lo trattiene per far ben bene vedere a Mimì che lei invece le scene di gelosia le adora, tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle... Gli uomini che non le conoscono credono che le donne si divertano ad amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad amare un uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra donna? Nella donna, novanta volte su cento, l'amore è un pretesto per un altro scopo. E così Fleurette par che muoia d'amore mentre dice ad Ardea:

— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E alla vostra amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi rispettare...

E Ardea accetta, sino a un certo punto:

— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e per darle la lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi aspettano.

Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo veduto il gesto di Fleurette che invitava il giovane a sedere ed ha veduto questi sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando a due a due le foglie d'una grossa rosa rossa con le sue leggere dita di fioraia. Quando ha visto Ardea sedersi — ahi, che tuffo di sangue alla testa! — ha strappato tutte le foglie insieme, con una violenza da facchino. I colpevoli son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle patate _soufflées_.

— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci sta a fare!

L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa lentamente la piramide. I due continuano a filare in sordina, per far dispetto, tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... Mimì beve, beve, e ribeve. Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha guardato la rivale con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede a Fiorvante:

— Vi pare forse più bella di me?

Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì beve, beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe risate che scudisciano la rivale sul viso imbellettato...

— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè l'altra possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi socchiusi... Sfido: le palpebre e le ciglia le pesano: con tutto quel nero...

L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, prima piano, poi più forte, col coltello sul piatto.

— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello!

È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed è lei che le fa tappare agli altri. Se Fleurette picchia il piatto con un coltello, Mimì lo picchia con due; se l'altra picchia forte, Mimì picchia fortissimo. Mimì non è donna da restare mai indietro. E, poichè l'altra rincalza e rinforza, Mimì va sempre più forte in un crescendo che può dirsi rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un _maître d'hôtel_ accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra: