Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti

Part 1

Chapter 13,936 wordsPublic domain

LUCIO D'AMBRA

Il trampolino per le stelle

Tre dialoghi e due racconti

L. CAPPELLI, Editore BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE

Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Il trampolino per le stelle

In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi sempre la stessa cosa».

Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio, tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot, quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti.

Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti. Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi, come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e non ama che sè.

Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire.

Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra le maschere a divertirsi.

Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico chiacchierano per chiacchierare.

L'AMICO

Come mai oggi Colombina non c'è?

PIERROT

Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai più, mai più, mai più...

L'AMICO

Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui.

PIERROT

Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare.

L'AMICO

Colombina diceva il contrario.

PIERROT

Colombina ha sempre mentito.

L'AMICO

E tu non le hai mentito mai?

PIERROT

Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta, dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata, annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata, sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta, in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione, menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah, andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù, dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli, nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle, dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere e poi si sgonfia e se ne va... Guarda...

(Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera. Sono le _Odes funambulesques_ di Théodore de Banville. E mostra il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata).

L'AMICO

Che libro è quello?

PIERROT

Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali, le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto fantasia, voleva paragonarsi ad un _clown_, ad un bel _clown_ di seta bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta, ascolta...

_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_ . . . . . . . . . . . _Le clown sauta si haut, si haut..._ . . . . . . . . . . . _Et le coeur dévoré d'amour,_ _Alla rouler dans les étoiles..._

(E quando Pierrot ha finito di leggere l'_Ode funambulesque_ di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto vibrante d'entusiasmo).

L'AMICO

Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua finestra.

PIERROT

Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile, cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita, l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te.

L'AMICO

Grazie tante.

PIERROT

E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera, dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni, viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo, perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene, perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa bianca casacca con l'abito ad aereostato del _clown_, fatto apposta per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude, la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù, nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime, la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto, amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente...

(Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda. L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot).

L'AMICO

Vieni via. Vieni a cena. È carnevale.

PIERROT

No. Lasciami. Sono solo e disperato.

L'AMICO

Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti...

PIERROT

L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco, il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia ricadere...

L'AMICO

Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai a piangere domani.

(Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito al mondo).

L'AMICO

Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei... con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta?

PIERROT

No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle stelle.

(Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia).

L'AMICO

Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò?

PIERROT

Così potessi non trovarmi...

L'AMICO

Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?

(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella finestra, la notte profonda).

PIERROT

Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non c'è e Banville il poeta era un _fumiste_. Ha vissuto settant'anni con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle stelle... Totò...

(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è mosso. Ha solo ripreso il libro delle _Odes funambulesques_ ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino fosforescente, come i versi di Banville. Vede un _clown_ agile come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il _clown_ ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più piano, sempre più lento):

_Et, le coeur dévoré d'amour,_ _Alla rouler dans les étoiles..._

(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola esce, sussurro appena, dalle sue labbra):

PIERROT

Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...

(Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il sogno di Banville):

_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_

II.

(La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra. E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con disprezzo su la tavola).

L'AMICO

Ah, già... il libro di Totò...

(E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano; poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di terremoto).

PIERROT

Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?...

L'AMICO

E dove credevi di essere? Alla Mecca?

PIERROT

No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro.

L'AMICO

E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole. Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui, dietro le nuvole.

PIERROT

Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro, è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti racconti?

L'AMICO

Racconta pure. Ho tempo da perdere.

PIERROT

È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò.... E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo _clown_, e al trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa, infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile, tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro, come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere. C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto. Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset.... E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni, che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei, Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora.... in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata, bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano: «Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro.... Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti, i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io. E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo.... È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile, che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando: «Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei _bohèmes_. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta, almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di _champagne_ e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi. Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto, tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì, accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore, nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu sbadigli.

L'AMICO

Non ci badare. È nervoso. Va avanti.

PIERROT