Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)

Part 11

Chapter 113,660 wordsPublic domain

Quelle terre infelici, che, sotto il piede di Roma, venivano d’un tratto a scontare la felicità conquistata sotto il governo dei Seleucidi, o dei loro successori, toccarono anche la mala sorte di essere, nel lungo periodo di Roma repubblicana, teatro di taluna fra le più grandi guerre del tempo: la triplice mitridatica e la seconda e la terza guerra civile, le quali, se apportarono al tesoro romano, o a quello privato dei singoli generali romani, immense ricchezze, determinarono colà la più tremenda delle catastrofi. Pur troppo, anche in questa contingenza, essa fu, il maggior numero di volte, consapevolmente organizzata dai conquistatori.

Qui, nella terra sacra ai grandi _Vespri asiatici_ dell’88 a. C., una tassa straordinaria imposta da Sulla, quattro anni dopo (84 a. C.), e che a lui venne anticipata dai capitalisti romani, salì, nel giro di pochi anni, in forza degl’interessi pagati, al sestuplo dell’importo originario[408]. Per saldarla, le città dovettero cedere ai creditori gli edifizi pubblici, le riserve metalliche, i capolavori d’arte, gli schiavi, gli oggetti preziosi; e i privati, dopo aver subìto per lunghi anni torture, capestri e prigionie, e, dopo essere stati costretti a giacere all’aria aperta, bruciando d’estate per l’arsura, gelando d’inverno, immersi nel fango e nel ghiaccio, per il freddo, dovettero sacrificare all’ingordigia romana, le loro case, le loro terre e fin la libertà delle mogli, dei figli, di se stessi[409]. A rammentare quanto avevano sofferto, la schiavitù, esclama Plutarco[410], segnava un’ora di tregua e di pace! Più tardi, nel 63, la provincia subì lo sgoverno del pretore L. Valerio Flacco. Egli — si disse — addossava alle città delle somme enormi per l’equipaggiamento di flotte immaginarie, e a ciascuna, altre somme per i suoi personali bisogni[411]. Il suo governo oscurò la trista fama di quello di Verre in Sicilia, ma non gli fu impossibile trovare, quale suo difensore, lo stesso implacabile accusatore del famigerato pretore siciliano, nè difficilissimo ottenere dai tribunali romani l’assoluzione! Più tardi ancora, Bruto e Cassio si faranno anticipare da tutte le città asiatiche il tributo di ben dieci annate e il triumviro Antonio, entusiasta del suggestivo precedente, reclamerà subito dopo, quale doverosa obbligazione, un nuovo anticipo decennale....[412].

Cicerone, che pure più volte aveva cooperato ai danni delle province asiatiche[413], era nondimeno costretto a riconoscere le terribili responsabilità, che gravavano sui metodi romani. «Io so», egli scriveva al fratello, proconsole nella provincia d’Asia, subito dopo il suo cliente L. Flacco, «io so che l’opinione pubblica apprezza e loda il tuo grande interessamento. Le città non contraggono più debiti, e molte sono state in grazia tua liberate dall’enorme fardello degli antichi. Moltissime, quasi deserte, tra cui due, una la più gloriosa della Ionia, l’altra della Caria — Samo ed Alicarnasso — ti sono debitrici della propria resurrezione.... L’onore, le fortune e la tranquillità dei cittadini più agiati hanno cessato di essere alla mercè della calunniosa delazione, tremenda ministra dell’ingordigia dei pretori. Gli oneri sono equamente ripartiti.... Immenso è il beneficio che tu hai arrecato all’Asia con l’abolizione dell’iniquo e gravoso tributo che essa pagava agli edili.... Un alto personaggio si è lagnato pubblicamente in Roma perchè il tuo editto contro ogni percezione di imposte straordinarie a titolo di giuochi pubblici, gli aveva impedito di risparmiare circa 200.000 sesterzi (50.000 lire). Figurarsi un po’ l’ammontare dell’imposta, allorquando chiunque bandiva a Roma dei giuochi poteva permettersi un simile salasso!» Io mi spiego gli scatti d’ira e di protesta del tuo primo anno di governo: «l’iniquità, l’ingordigia, l’insolenza, avevano trasceso ogni misura, e ti rivoltavano....»[414].

Ma la realtà era più eloquente della calda prosa ciceroniana. Abbiamo più innanzi riferito la imposta straordinaria, con cui Sulla volle castigare il paese, e gli utili enormi, che dalla sventura ebbero a ritrarre i finanzieri romani. Ebbene, senza i loro anticipi usurarî, gli Asiatici, più tardi, non saranno in grado di corrispondere l’eguale e regolare imposta, istituita — sia pure per breve tempo — da Sulla medesimo. Il male era così radicato da impedire che le vittime facessero a meno del cancro che le divorava!

Analoga era la condizione delle rimanenti città, sparse pei territori, che più tardi costituirono la provincia di Bitinia e del Ponto, e, più tardi ancora, l’altra della Tracia. E per quanto esse siano state, talora, trattate con una certa mitezza, fino a ricevere il titolo di _libere_[415] (ma non per questo, il più delle volte, di esenti da tributo)[416], le necessità di Roma e della sua politica estera non valsero a raddolcirne la sorte. Più interessante è, per la serie delle nostre osservazioni, il destino delle città greche di Creta e della Cirenaica, di cui la prima, per quanto, in età storica, decaduta dall’originaria grandezza, non discese mai così basso come dopo la conquista romana, che seguì a un lungo periodo di astiosa protezione. Dopo fiera, tenace resistenza, le principali città caddero, l’una dopo l’altra, in mano dei conquistatori, e la devastazione e il saccheggio, che ne accompagnarono la resa, non permisero che mai più si rilevassero (67 a. C.)[417]. Delle città cretesi, la sola Cnosso potè d’ora in avanti dirsi in certo modo degna di tal nome; ma nel 36 a. C., la sua popolazione era così rada, da dover essere ricolmata dalla colonizzazione romana[418].

La Cirenaica, la cui storia costituisce qualcosa d’indipendente dagli altri Paesi greci, da cui ebbe diverse le cause dello sviluppo e della decadenza, fu, nel 96 a. C., lasciata in eredità a Roma dai principi dell’Egitto, i Tolomei. I fortunati eredi non credettero, per motivi loro particolari, di farne una nuova provincia; essi si affrettarono però a confiscare in favore del demanio pubblico i beni degli antichi sovrani[419], a stabilire un’imposta sui principali prodotti del Paese[420], ad obbligare la popolazione alle consuete requisizioni militari[421]. Più tardi la contrada divenne senz’altro provincia, e per l’appunto _stipendiaria_[422]. Ma il Paese venne tosto depredato, oltre che dai barbari, dai pubblicani. Il _sylphium_, che aveva costituito un tempo la sua ricchezza e la sua specialità, era, nell’età di Plinio (sec. I-II d. C.), disparso: i pubblicani vi avevano sostituito le colture armentizie, e, più tardi, gli abitanti medesimi, incapaci di resistere alla pressione tributaria («_ob intolerandam vectigalis nimietatem_»)[423], avevano sradicato gli ultimi campioni di quel prezioso prodotto locale.

Gran che di diverso non avvenne, o, almeno, nella enorme oscurità che c’ingombra, possiamo arguire non avvenisse, dei confiscati ex-demanî regi della Cirenaica. Questi furono in sulle prime concessi in fitto ai pubblicani, i quali vi introdussero, come nel resto del Paese, la pastorizia. Poscia, trascurati dal governo, divennero preda del primo occupante, e possiamo essere sicuri che tali furono, assai più che i Cirenesi, i barbari invasori ed i cittadini romani[424].

Ma al pari delle province consorelle, la felice Cirene ebbe a patire, oltre che dai pubblicani, dallo sgoverno dei magistrati. La guerra civile fra Cesare e Pompeo arrecò alla provincia disastri incalcolabili. La successiva amministrazione del triumviro M. Antonio fece quanto poteva per aggravarli, e, sempre di lì a poco, in seguito al passaggio della regione dal governo di Antonio a quello di una figliuola di Cleopatra, spettò ai ministri egiziani il tristo vanto di completarne la rovina[425]. Neanche l’Impero le portò pace. Nel 21 d. C., il proconsole della Cirenaica, Cesio Cordo, veniva accusato, e quindi condannato, per concussione. Trentasei anni dopo, nel 59, un tal Pedio Bleso, rinnovando, in questi primi tempi, relativamente tranquilli, dell’età imperiale, le gesta di Verre, osò violare il tesoro di Esculapio e far pubblico mercato dell’arrolamento militare. Ancora, undici anni dopo, troviamo, per colpe analoghe, condannato all’esilio e alla restituzione del mal tolto, un tale Antonio Flamma[426].

Anche Cipro, al pari di Cirene, antico dominio dei Tolomei, veniva, nel 58, occupata da Roma, e riunita in provincia unica alla Cilicia. M. Porcio Catone, che ne era stato il conquistatore, poteva, con la confisca e la vendita all’asta del tesoro regio, raccogliervi ben 7000 talenti (L. 40.000.000)[427]. Ma assai peggio toccò a Cipro con l’annessione alla Cilicia. Nel 56 a. C. gli abitanti di Salamina, non più in grado di saldare con mezzi propri le imposte, dovettero ricorrere a dei prestatori romani, i quali non mancarono di far ascendere ad altezze vertiginose la somma prestata. I 106 talenti (L. 700.000 circa), cui infatti, nel 52-51, calcolati gl’interessi di legge, il debito sessennale ammontava, rappresentavano, a giudizio dei creditori, appena la metà della somma dovuta. Il pagamento ne riusciva impossibile[428]. Ma costoro non si scoraggiarono e, ottenuto dal governatore dell’isola uno squadrone di cavalleria, assediarono l’aula senatoria, e vi fecero perire per fame cinque dei componenti l’augusto consesso[429]. Il nuovo governatore romano, Cicerone, giunse in tempo a interrompere quell’orgia di rapacità e di ferocia. Ma non per questo ebbe uguale fortuna nell’imporre il rispetto della legge. I creditori, temendo che il loro ineseguibile debito divenisse nullo in virtù di una legge Gabinia, ottennero un decreto del senato, che lacerava senz’altro le clausole di tal legge. E, siccome ciò non bastava a garantire il pagamento delle usure pretese, ne ottennero un secondo, con cui venne regolata l’incostituzionalità del primo. Intermediario, anzi promotore dell’uno e dell’altro fu, per colmo d’ironia, M. Giunio Bruto, il futuro vendicatore della maestà delle leggi romane, oltraggiate da Cesare!

Cicerone alla lettura dei decreti del senato non ritrovò l’energia che occorreva per resistere, ma non si sentì da tanto da consegnare agli usurai, mani e piedi legata, una città, alla quale era legata tanta parte della gloria ellenica nell’epica guerra nazionale contro la Persia di quattro secoli innanzi. Invocò un temperamento: che il debito venisse saldato, ma gli interessi non esorbitassero dal tasso legale. I creditori, forti delle patrie influenze, non accettarono; i più ragguardevoli personaggi dell’aristocrazia romana gli si sferrarono contro, e l’affare rimase in tronco. Evidentemente, non tutti i governatori avrebbero nudrito gli scrupoli di Cicerone, e la sua prossima dipartita avrebbe risolto la vertenza in modo ben diverso di come egli aveva sperato[430].

Così, anche per volontà e per opera di uomini, periva la Grecia antica. Appiano, il più dedicato degli storiografi dell’età classica, narra come, durante la campagna d’Africa, a Cesare, attendato a piè delle ruine di Cartagine, fosse apparso in sogno un esercito infinito di doloranti, e come egli, destatosi di un tratto, coll’occhio ancora gravido di tanta simbolica visione, avesse affidato alle sue _tavolette_ il proposito di colonizzare Cartagine[431]. «Quell’esercito in lagrime», commenta una squisita anima di storico moderno (Amedeo Thierry), «quell’esercito, che nel sogno, reale o immaginario, implorava pietà, era l’esercito infinito delle nazioni conquistate»[432]. Ricreare Cartagine, ricreare l’Italia, ricreare la Grecia, l’Asia, la Sicilia, l’Occidente, l’Oriente: ecco la grande riparazione, di cui Roma era debitrice alla civiltà umana. E fu il nobilissimo compito, che l’Impero raccolse, in espiazione, dalla Repubblica, e che mirabilmente eseguì.

NOTE AL CAPITOLO TERZO.

[292] Su questa fase della politica romana cfr. G. FERRERO e C. BARBAGALLO, _Roma antica_, Firenze, Le Monnier, 1921, I, cap. XI.

[293] Questa trasformazione dell’economia sociale romana, cui risponde una parallela rivoluzione spirituale in senso imperialistico, è stata per primo ed egregiamente messa in luce da G. FERRERO nel vol. I della sua _Grandezza e decadenza dei Romani_ (Milano, Treves), di che la maggior parte dei suoi critici non si accorse. Il lettore può confrontare anche G. FERRERO e C. BARBAGALLO, op. cit., cap. X.

[294] POL., 6, 17: «.... Tutte queste cose sono esercitate dal popolo e, per dir così, tutti sono legati ai guadagni e agli affari che ne derivano: alcuni geriscono per proprio conto le concessioni; altri stanno in società con costoro; altri garantiscono per i concessionari; altri, a nome di questi, impegnano, in concessioni e intraprese pubbliche, le loro sostanze....».

[295] Cfr. CAES., _De bello civ._, 3, 3, 1-2; 5, 1-2; LUCAN., _Phars._, 3, vv. 181 sgg.

[296] DIO. CASS., 48, 39, 2.

[297] PLUT., _Anton._, 62, 1.

[298] ID., op. cit., 68, 4.

[299] CIC., _Ad fam._, 5, 20, 9.

[300] CICCOTTI E., _Il processo di Verre_, Milano, 1895, pp. 231 sgg. e J. CARCOPINO, _La loi de Hiéron et les Romains_, Paris, De Boccard, 1919, pp. 283 e _passim_.

[301] CIC., _In Verr. A. I_, 18, 56; _A. II_, 1, 10, 27.

[302] DIO. CASS., 43, 9.

[303] _De Imperio Cn. Pomp._, § 65.

[304] CIC., _Pro Font._, §§ 30 sgg. e 33 sgg.

[305] JOSEPH., _B. J._, I, 11, 2; Cfr. PERSON, _L’administration des provinces romaines sous la République_, Paris, 1878, pp. 148, 167-69.

[306] CICCOTTI, _Il processo di Verre_, 31-33; PERSON, op. cit., 264 sgg.

[307] Cfr. CIC., _In Verr. A. II_, 3, 32, 75.

[308] DIOD., 36, 3, 1-2; CIC., _In Verr. A. II_, 3, 32, 75.

[309] In CIC., _De Orat._, I, 225.

[310] CIC., _De Prov. Cons._, 12, 31.

[311] _Ad Q. fr._, I, 1, 10, 33.

[312] LIV., 45, 18, 4-5.

[313] C. JULLIAN, _La Gaule romaine_, IV (1913), 30 sgg.

[314] CIC., _De rep._, 3, 9, 16.

[315] SVET., _Dom._, 7; MAYR, op. cit., p. 46; WEISE, _Beiträge zur Gesch. d. rom. Weinbaues in Gallien und an der Mosel_, Hamburg, 1901, pp. 3-5, 8.

[316] MAYR, op. cit., 49-50.

[317] Cfr. E. BELOT, _Hist. des chevaliers romains_, Paris, 1873, II, 154 sgg.

[318] CIC., _Ad fam._, 13, 9, 3; 55, 1-2; 65.

[319] _Ad fam._, 5, 10, 1-2.

[320] _Ad fam._, 5, 10, 2.

[321] PERSON, op. cit., 144; cfr. CIC., _Pro M. Font._, 5, 11 sgg.

[322] CIC., _Ad Q. fr._, I, 11, 32.

[323] Cfr. TAC., _Ann._, 15, 21.

[324] _In Verr. A. I_, 14, 41.

[325] PAUS., 7, 16, 9; cfr. MARQUARDT, _De l’organisation financière des Romains_, 242-43; BRANDIS, _Achaia_, in PAULY-WISSOWA, _Realencyclopädie_ ecc., coll. 190-91, 194.

[326] DITTENBERGER, _Sylloge Inscriptionum graecarum_, n. 300; _Eph. Epigr._, I, pp. 278 sgg.

[327] PAUS., 7, 16, 9; cfr. DITTENBERGER, _Sylloge_ ecc., 242 (= _C. I. G._, 1543).

[328] BRANDIS, _Achaia_, in PAULY-WISSOWA, _Realencyclopädie_, I, col. 193.

[329] MARQUARDT, _Organisation de l’Empire_, I, 105 sgg.

[330] MARQUARDT, op. cit., I, 103; PERSON, op. cit., 154 sgg.

[331] TAC., _Ann._, 15, 45.

[332] Cfr. CIC., _Pro Balbo_, 16, 35-36.

[333] Cfr. MARQUARDT, op. cit., I, 104 sgg. Si vegga per altro ciò che fu fatto della libera Ambracia durante la Terza macedonica (LIV., 38, 43, 3; 42, 67, 9), allorchè la Grecia non era ancora divenuta provincia romana.

[334] MARQUARDT, op. cit., I, 105 sgg.

[335] STRAB., 9, 1, 20.

[336] MARQUARDT, op. cit., I, 309 sgg.

[337] IDEM, op. cit., I, 102.

[338] Cfr. l’esempio tipico di Chio (FUSTEL DE COULANGES, _Mémoire sur l’Ile de Chio_, pp 300 sgg., in _Questions historiques_, Paris, 1893).

[339] FUSTEL DE COULANGES, _La cité ant._, p. 457.

[340] CIC., _In Verr. A. II_, 1, 17, 44 sgg.; 18, 47-48; 5, 72, 184 sgg.; 48, 126 sgg. Cfr. HERTZBERG, _Die Gesch. Griechenlands unter d. Herrschaft der Römer_, Halle, 1866-75, I, 422-23; CICCOTTI, _Il processo di Verre_, Milano, 1896, 87 sgg.

[341] CIC., _In Pis._, 35, 86; 87; 90; IDEM, _Pro Sest._, 43: _De prov. cons._, 4, 6-7.

[342] CIC., _Pro Sest._, 43, 93 sgg. e _In Pis._, 40, 96; cfr. _De prov. cons._, 2, 3-4 e _In Pis._, 17, 40.

[343] CIC., _De prov. cons._, 3, 5-6; 4, 6 sgg.; _In Pis._, 40, 96.

[344] CIC., _In Pis._, 35, 86 e _passim_.

[345] CIC., _De imperio Cn. Pompeii_, 5, 13; _Ad Att._, 5, 16, 2.

[346] CIC., _Ad fam._, 15, 1, 5. Circa la devastazione delle città libere greche, cfr. eziandio TAC., _Ann._, 15, 45; JUV., _Sat._, 8, vv. 98 sgg.

[347] APP., _Mithr._, 28.

[348] CAES., _De bello civ._, 3, 4, 1.

[349] CAES., op. cit., 3, 4, 2 e _passim_.

[350] CAES., op. cit., 3, 103, 1.

[351] CAES., op. cit., 3, 4, 2.

[352] Cfr. l’_Appendice_ alla monografia del KORNEMANN, _De civibus rom. in provinciis imp. consist._, Berolini, 1891, pp. 98 sgg. e tutto il volume di J. HATZFELD, _Les trafiquants italiens dans l’Orient hellénique_, Paris, 1919.

[353] KORNEMANN, op. cit., pp. 25 sgg.; HATZFELD, op. cit., 193 sgg.

[354] Cfr. _J. G._, XII, 2, 860 _passim_.

[355] PERSON, op. cit., 115-16.

[356] _Ad Att._, 6, 2, 9; 5, 21, 12; 6, 1, 5.

[357] Cfr. G. FERRERO, _Grandeur et décadence de Rome_ (trad. fr.), Paris, Plon-Nourrit, 1907, V, pp. 158 sgg.

[358] TAC., _Ann._, I, 76. Circa la situazione in genere della Grecia nell’età di Roma repubblicana, cfr. eziandio HERTZBERG, op. cit., I, pp. 323-27, 334 sgg., 386 sgg., 416 sgg.

[359] Su quanto segue cfr. MARQUARDT, _Organ. pol._ ecc., II, 52 sgg.; ID., _Org. fin._ ecc., 237 sgg.; CICCOTTI, _Il processo di Verre_, pp. 60 sgg. e il recentissimo citato volume di J. CARCOPINO, _La loi de Hiéron et les Romains_.

[360] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 7, 18.

[361] La difficoltà di fissare il numero delle colonie greche di Sicilia proviene dallo stato lacunoso delle nostre notizie circa la loro distruzione e le successive fondazioni. Cfr. PAIS, _Alcune osservazioni sulla storia e sull’amministrazione della Sicilia durante il dominio romano_ (estr.), Palermo, 1888, pp. 108.

[362] È stato motivo di vivace discussione (cfr. HOLM, _Storia della Sicilia_, trad. it., III, p. 153, n. 33), se oggetto della locazione fossero la terra o le sue imposte. La maggiore difficoltà della seconda ipotesi, che noi abbiamo implicitamente scartata, sta nel fatto, riconosciuto dai suoi medesimi sostenitori (HOLM, op. cit., III, 153), che le città in parola non avrebbero soggiaciuto a condizioni peggiori delle _decumanae_, mentre, quasi con certezza, erano state conquistate con la forza (cfr. PAIS, op. cit., p. 63). Del resto, l’origine della questione ci sembra assai poco legittima. CICERONE (_In Verr. A. II_, 3, 6, 13) parla espressamente di locazione del territorio (_is ager a censoribus locari solet_) e la restituzione del medesimo, cui poco prima egli aveva accennato, può benissimo intendersi come una vera e propria locazione, una delle tante bizzarre sedicenti forme di restituzione, di cui Roma soleva compiacersi.

[363] MARQUARDT, _Org. fin._, 239-40.

[364] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 98, 227.

[365] Cfr. CARCOPINO, op. cit., 86 sgg.

[366] IDEM, 106-07.

[367] CICCOTTI, op. cit., 231. Del resto, nelle sue _Verrine_, CICERONE era costretto a concludere: «Se poi volete far credere che le mie accuse cadono su più di un pretore e interessano più di una provincia, non io paventerò la vostra difesa, ma mi dichiarerò patrocinatore di tutte le province». (_In Verr. A. II_, 3, 93, 217; cfr. 89, 207).

[368] CIC., op. cit., _A. II_, 3, 63, 147.

[369] ID., op. cit., _A. II_, 3, 43, 102, 32; 75, 45, 106.

[370] ID., op. cit., _A. II_, 3, 10, 25.

[371] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 29, 70.

[372] ID., op. cit., _A. II_, 3, 13, 33.

[373] ID., op. cit., _A. II_, 3, 21, 53-54; 23, 57; 56.

[374] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 42, 99; 37, 84 sgg.; 42, 100.

[375] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 73-77, 170-79.

[376] PERSON, op. cit., 178-79.

[377] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 78, 181.

[378] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 81, 189; cfr. PERSON, op. cit., 179-81.

[379] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 85, 196-97.

[380] _In Verr. A. II_, 2, 53, 131; 56, 139.

[381] CAGNAT, _Les impôts indirectes chez les Romains_, Paris, 1882 (trad. it. in _Bibl. storia econ._, vol. V), 81.

[382] CICCOTTI, op. cit., 77-78.

[383] ID., op. cit., 65-66.

[384] MARQUARDT, _Org. pol._, II, 317.

[385] Circa l’ordinamento finanziario della Sicilia, cfr. anche HOLM, op. cit., III, 136 sgg.

[386] LIV., 25, 31, 11; cfr. HOLM, op. cit., III, 105-6.

[387] Cfr. HOLM, op. cit., III, 110.

[388] LIV., 24, 39, 1 sgg.

[389] DIOD., 23, 9, 5.

[390] PERSON, op. cit., pp. 10-11; MARQUARDT, _Org. pol._, II, 49.

[391] CICCOTTI, op. cit., 66 sgg.

[392] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 13, 32.

[393] CICCOTTI, op. cit., pp. 75-76.

[394] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 49, 122.

[395] ID., op. cit., _A. II_, 2, 50, 124.

[396] ID., op. cit., _A. II_, 2, 53, 131.

[397] CICCOTTI, op. cit., 116-18; HOLM, op. cit., III, 272 sgg.

[398] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 13, 33.

[399] Cfr. HOLM, op. cit., III, 153 sgg.; CICCOTTI, op. cit., 109 sgg.

[400] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 51, 120.

[401] _Ibid., A. II_, 3, 49, 117; 53, 124.

[402] _Ibid., A. II_, 3, 18, 46, 47.

[403] _Ibid., A. II_, 3, 26, 66.

[404] MARQUARDT, _Org. polit._, II, 242.

[405] HATZEFELD, op. cit., 45 sgg., 101 sgg., 160 sgg.

[406] VAL. MAX., 9, 2, 3; PLUT., _Sulla_, 24, 5.

[407] Cfr. CIC., _Ad. Q. fr._, 1, 14, 40; FL. JOSEPH., _A. J._, 16, 2, 2.

[408] PLUT., _Lucull._, 20, 4.

[409] ID., op. cit., 20, 1-2; cfr. APP., _Mithr._, 63.

[410] ID., op. cit., 20, 2.

[411] Cfr. CIC., _Pro Flacco_, 12, 27 sgg.; 15, 34 sgg.; 18, 42 sgg.

[412] APP., _De bell. civ._, 5, 5.

[413] Cfr. _Ad fam._, 13, 56, 1 sgg.; 65, 1 sgg. e _passim_; _Ad Att._, II, 16, 4.

[414] _Ad Q. fr._, I, 1, 8-9, 25-26; 13-14, 39-40.

[415] MARQUARDT, op. cit., 1, 114.

[416] CAGNAT, op. cit., 79-80.

[417] HÖCK, _Kreta_, Göttingen, 1823-29, III, 506 sgg.

[418] STRAB., 10, 4, 9.

[419] MARQUARDT, _Org. pol._, II, 429.

[420] Noi troviamo infatti prelevata sui pascoli di Cirene la nota imposta di _scriptura_ (MARQUARDT, _Org. fin._, 317).

[421] ROSSBERG, _Quaestiones de rebus Cyrenarum prov. rom._, Frankebergae, 15.

[422] MARQUARDT, _Org. fin._, 243: pagava, cioè, non la _decima_, ma un tributo fisso in danaro (_stipendium_).

[423] SOLINUS, 27, 48, ed. MOMMSEN (1895).

[424] ROSSBERG, op. cit., 17-19.

[425] ROSSBERG, op. cit., 52 sgg.

[426] ROSSBERG, loc. cit.

[427] PLUT., _Cato_, 38, 1.

[428] CIC., _Ad Att._, 5, 21, 12.

[429] ID., op. cit., 6, 1, 6; 2, 8.

[430] Cfr. su Cipro, ENGELS, _Kypros_, Berlin, 1841, 1, 451 sgg.; BARDT, _Der Zinswucher d. M. Brutus_, Berlin, 1898 (progr.); STERNKOPF, _Der Zinswucher d. M. Brutus_, Dortmund, 1900 (progr.).

[431] APP., _Punic._, 136.

[432] _Tableau de l’Empire romain_, Paris, 1876, pp. 65-66.

CAPITOLO QUARTO.

FINIS GRAECIAE

Il mondo greco in sui primi dell’êra volgare.

Finora, noi siamo venuti indagando le conseguenze più dirette dei fatti o dei processi storici, a cui, nella fatale decadenza della Grecia antica, abbiamo assegnato una parte principale. Ma non è dagli effetti isolati di ciascuno, sibbene dalle molteplici, infinite, reciproche combinazioni, che il lettore deve attendersi spiegata la fine del Paese, di cui in queste pagine andiamo indagando le cause dell’ultima ruina.

Il regime a schiavi poteva essere sollecitato verso una rapida e benefica trasformazione; controbilanciati da altre influenze, gli effetti perniciosi dell’imperialismo e della guerra incessante potevano diventare motivi di prosperità, materiale e morale; il rivolgimento economico del mondo antico poteva ispirare, agli Elleni della Grecia classica, nuove audacie, ridestare le secolari, dormienti energie della razza; fin la conquista straniera poteva essere scossa o riparata. Ciascuna, insomma, delle cause, che abbiamo successivamente illustrate, poteva ritrovare, in sè o fuori di sè, un limite alla propria azione demolitrice. Ma questa doveva riescire completa ed insanabile, allorquando, come di fatto avvenne, il pericolo minacciò da tutte le parti, ed il popolo, che vi soggiacque, ne vide gli effetti più semplici e più immediati crescere di forza e di virulenza e suscitare e propagare nuove, interminabili serie di sciagure.