Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)
Part 10
Ma i gravami e i danni economici dell’imperialismo ateniese non si limitavano al tributo annuo. Già alcuni degli Staterelli tributarî non avevano diritto a tutti i vantaggi, che potevano derivare dall’alleanza. Essi avevano diritto solo a versare il tributo pattuito[285] e probabilmente a sobbarcarsi a taluno dei sacrifici, di necessità connessi con l’esercizio dell’impero ateniese. Ma gli altri, quelli che, a mezzo il secolo V a. C., si illudevano di aver convertito in danaro ogni loro obbligo e di avervi soddisfatto del tutto con gli annui versamenti pattuiti, furono, a poco a poco, di nuovo, costretti al servizio militare e poi anche a contributi supplementari in danaro[286] o in natura[287]. Il tributo, il classico φόρος, non era quindi più che un segno materiale di soggezione, i carichi, che la federazione e l’alleanza importavano, dovendo essere sostenuti a parte con sacrifici appositi.
Talora, in luogo del tributo, si ricorse al singolare espediente di una imposta doganale. Fu il caso di Samo, dopo il 440[288]. Ivi il nuovo gravame venne adottato in seguito ad una ribellione dell’isola. Questo solo fatto basta a non farcelo considerare come un suo esclusivo, doloroso privilegio: altre città dovettero subire la sorte di Samo. Comunque, la particolare natura del tributo costituì un ostacolo intollerabile al progresso, alla esistenza economica dei Paesi, su cui esso venne a gravare. Ma fra non molto dette luogo ad una più vasta applicazione.
Nel tragico anno dell’occupazione spartana di Decelea, all’aprirsi dell’ultima fase della guerra del Peloponneso (413 a. C.), Atene, stretta dal bisogno, sostituì il tributo ordinario degli alleati con un’unica tassazione generale del 5% su tutte le merci in entrata e in uscita nei loro porti[289]. Era il più grande attentato economico, che mai l’imperialismo ateniese consumasse ai danni della prosperità dei territorî da esso dominati. Il commercio di tutto l’Egeo, anzi del mondo antico, il cui cuore pulsava allora nelle acque dell’Egeo, dovette esserne profondamente colpito, e gli effetti economici, universalmente sensibili. Più tardi ancora, un’imposta del genere fu applicata al commercio di transito pel Bosforo. Nel 409 Atene vi stabiliva la così detta _decima_ (δεκάτη) di Bisanzio[290], i cui effetti non poterono non ripercotersi, oltre che su questa città, su tutte le nazioni commerciali dell’Egeo[291], su tutte le colonie greche del Ponto. Si trattava di un gravame del 10% su tutte le merci di passaggio pel Bosforo. La frequenza di tale commercio era, nel secondo secolo di C., a detta di un antico, intensissima. Dal Ponto affluivano le pelli, gli schiavi, le carni salate, il frumento, il miele, la cera, e a quella volta viaggiavano gli olî, i vini e, financo, il grano dell’Ellade[292]. Ma quanto più grandioso non doveva essere quel movimento, centocinquant’anni innanzi, nel periodo aureo della Grecia, e prima che Atene non avesse violentemente diminuito o annullato l’utile dei navigatori, ed elevato, sia pure indirettamente, coi suoi sbrigativi mezzi fiscali, i prezzi delle merci oggetto del traffico del Bosforo! Dal danno inflitto al commercio delle nazioni dell’Egeo e del Mar Nero, che di quel transito abbisognavano, Atene sola aveva ora trovato il mezzo di derivare a proprio vantaggio ingenti somme di danaro, e, più tardi, sebbene l’impresa fosse stata ceduta in appalto, queste furono sufficienti a farle condurre le molteplici operazioni militari, in cui la grande città era impegnata[293].
Forse perchè memori della vanità dell’antico espediente, gli alleati di Atene non vollero più, nel 377, al riannodarsi della terza o, come suol dirsi, della seconda Confederazione, ricorrere al ripiego dell’immunità militare, e preferirono, come in origine, al tempo di Aristide, contribuire con navi ed uomini, oltre che con danaro[294]. Forse, altresì, perchè memori della durezza dell’antico tributo, essi pattuirono scrupolosamente di fornire solo contributi volontarî (συντάξεις), variabili e intermittenti. Pur troppo, non avevano fatto che rivoltarsi sur un giaciglio, di cui già avevano sperimentato tutti i triboli, e certamente non tardarono ad accorgersi quanto vani, di fronte a una potente alleata, siano gli impegni che non si ha mezzo di far rispettare con la forza. Di nuovo la guerra perenne travolse quei piccoli Stati in una voragine di sacrifici continui. Di nuovo Atene trovò la forza — o ebbe la necessità — di trasformare in obbligatorî i volontarî contributi pattuiti. Nuovamente le flotte ateniesi tornarono a solcare i mari, non solo per difendere le città e le isole da nemici, reali o fantastici, ma per imporre a ciascuna, con l’autorità e con la forza, il versamento del tributo[295]. Di nuovo la misura di questo fu stabilita dalla dominatrice, in proporzione non più delle capacità delle alleate, ma dei propri sempre urgenti bisogni[296]. La reazione scoppiò dopo soli venti anni, rapida e violenta, tanto quanto piena di accorata passione era stata la ripresa della Lega, ed essa ebbe nome da quella _Guerra sociale o degli alleati_ (357-355), che pose fine per sempre all’Impero marittimo ateniese.
Soggezione giudiziaria.
La prestazione in danaro era ben lungi dal potersi dire una sicura salvaguardia dell’autonomia dei soggetti. La gravità della cosa è segnalata anzi tutto dalla natura stessa delle denominazioni. Se ne togli un numero ristrettissimo di sedicenti alleati, i quali andarono man mano assottigliandosi sino a ridursi, in sul principio della Guerra peloponnesiaca, a tre soltanto (che non per questo erano meno _sudditi_ (ὑπήκοοι)[297] dei rimanenti, e la cui indipendenza vivacchiava ormai giorno per giorno al buon grado della dominatrice[298]), la condizione politica degli altri veniva esplicitamente definita come _una schiavitù_ (δουλεῖα o καταδούλωσις)[299], a cui, da parte di Atene, si contrapponeva l’esercizio d’una vera e propria tirannide. «Il nostro impero è una _tirannide_», esclamavano concordi Pericle e Cleone, una tirannide su gente «insidiatrice e ritrosa, la quale non obbedisce per grandezza di beneficî o di sacrifizi, ma perchè la nostra forza è da più della loro benevolenza»[300].
I nomi e le qualifiche erano il riflesso di una triste realtà. Tutti gli alleati — e fra essi vanno compresi anche quelli così detti _autonomi_[301] — soggiacquero, sia durante la prima, sia, probabilmente, durante la terza fase[302] dell’impero ateniese, all’obbligo di discutere nella metropoli dell’Attica i loro affari giudiziari, civili e penali. Certo doveva trattarsi di cause di una certa importanza, ma non per questo insignificanti erano i danni, materiali e morali, che conseguivano da quell’obbligo. Il dispendio per i viaggi, per il soggiorno in una città lontana, nonchè per la faticosa preparazione del processo, doveva essere assai grave; e, quando si pensa che la pura giustizia non era l’unica ispiratrice delle giurie ateniesi; che bisognava accaparrarsi la benevolenza dei giudici[303]; che in Atene, naturalmente, avevano troppa forza le alte ragioni di Stato, le piccole vendette partigiane, l’ingordigia dei giudici «democratici», sarà facile rilevare come il danno materiale veniva agevolmente ad intrecciarsi con quello morale.
Più grave era il caso, quando i processi da discutere vertevano fra cittadini alleati e cittadini della metropoli dominatrice, fra alleati e coloni (cleruchi) ateniesi, fra la repubblica, e gli alleati[304]. Nelle umane controversie, insegnavano gli Ateniesi, «è notorio, si agisce secondo giustizia solo quando uguale è il potere delle parti contendenti. In caso contrario, i più forti operano, e i deboli sono costretti a consentire, in ragione della forza o della debolezza degli uni e degli altri....»[305].
Tutte le spese giudiziarie dovevano versarsi nell’erario di Atene. Il ricavato ne era abbondantissimo, tanto che, per indurre gli Spartani all’occupazione di Decelea, il più grande storico dell’antichità greca, Tucidide, metteva in bocca ad Alcibiade, fuggiasco presso i nemici della sua patria, insieme con gli altri argomenti, questo: che gli incassi giudiziari ateniesi ne sarebbero andati quasi interamente perduti[306].
Ma basta dare un semplice sguardo a questi gravami giudiziari per avvedersi tosto della loro esosità. Innanzi di venire al giudizio ambo le parti in contesa erano tenute a un deposito quasi sempre proporzionale all’importanza della causa[307], la quale, nei giudizi che gli alleati sollecitavano in Atene, era sempre notevole. Chi perdeva era tenuto a pagare per sè e per la parte vincitrice. Riesce quindi agevole capire come troppe volte avessero gli alleati dovuto pagare i debiti dei loro facili vincitori....
La pena consisteva in genere in una multa o in un complesso di multe, e, se nell’accrescerne la portata nei rispetti dei propri concittadini, gli Ateniesi non furono mai eccessivamente ritegnosi, tanto meno lo furono, al certo, nei riguardi degli alleati[308], il cui patrimonio dovette più volte servire a colmare i vuoti delle miserie pubbliche e private. Tanto più che gravissime riescivano — come è noto — le conseguenze delle multe non pagate. Il colpito era senz’altro considerato come un debitore dello Stato, e ciò bastava perchè divenisse passibile della detenzione, del raddoppiamento del debito, della confisca del patrimonio, e gli stessi eredi fossero tenuti all’espiazione della pena[309].
Non meno odioso era il lato morale della giurisdizione, che poneva i sudditi di Atene come sotto una perenne tutela. Quando si pensa che al potere giudiziario sono affidate la sanzione e la norma di tutti gli atti della vita sociale di un popolo, che ad esso si collegano quistioni altissime d’interesse economico e politico, e che nell’evo antico la giustizia invadeva campi più gelosi e funzioni più vitali che nel mondo odierno — i frequenti grandiosi dibattimenti, in cui l’esilio o la perdita del capo e delle sostanze era, da parte d’intere classi sociali, la sorte consueta, valgono per tutti —, si capisce come disporre della vita giudiziaria d’una nazione equivalesse senz’altro all’esercizio di una tirannide quasi illimitata.
Soggezione politica.
Ma non era la sola vita giudiziaria a subire il controllo e la signoria di Atene. La misura della libertà e dei diritti politici, da questa lasciata ai soggetti, rimaneva — come il loro danaro, come la giustizia — al buon grado dell’opportunità della concessione e del momento; e dacchè essa era la suprema dominatrice, i suoi cittadini si ritenevano in diritto della riconoscenza degli alleati pel solo fatto di non averli privati di beni maggiori[310].
Di tutto ciò noi non possediamo che accenni, ma essi sono troppo eloquenti per non illuminarci della dura realtà. Perchè l’alleanza e la sudditanza riescissero perfette, e non dessero luogo ad attriti troppo frequenti, Atene credeva opportuno determinare _a priori_ la costituzione delle città a lei confederate, ossia abbattervi i governi oligarchici e inaugurarvi governi democratici[311]. Certo, questi ultimi avevano con il regime ateniese profonde affinità di aspirazioni sociali, ma venivano di regola a trovarsi in crudele conflitto con la natura organica di quelle società così violentemente turbate. Nè i particolari della terribile operazione erano semplici e piani. Occorreva spogliare del governo coloro che lo possedevano, decretarne, o farne decretare, l’esilio e, con l’esilio, la confisca dei beni; poi spartirne le sostanze tra gli avversari e tra gli improvvisati amici dell’ultima ora[312]. L’opera non era ancora finita. Il nuovo assetto politico andava regolato e studiosamente sorvegliato; il che dava luogo a ulteriori, fastidiosissime, minute disposizioni[313]. Talora la libertà dell’ordinamento politico era un dono che Atene dichiarava esplicitamente di _largire_[314] per ritoglierlo, quando le se ne porgessero facili il destro e l’occasione[315]. E in ogni modo la sua costante divisa sarà sempre che «per un tiranno, come per una città a capo di un impero, l’utile dev’essere l’unico criterio logico dei propri atti»[316].
La inframmettenza ateniese sapeva ricercare vie più intime e segrete.
Atene spediva presso gli alleati — nè l’amara esperienza della prima Confederazione era riescita a farla accorta del danno che con questo arrecava a sè medesima[317] — suoi commissari in qualità di magistrati, paragonabili (crede bene avvertirci un antico) agli odiati _armosti_ spartani[318], nonchè degli esosi ufficiali d’ispezione[319]; richiedeva ostaggi, imponeva disarmi[320], e, in tempo di guerra, o, magari, di pace[321], guarnigioni militari, formate di vagabondi e di mercenari, che l’istinto e i bisogni eccitavano in gara al bottino, e comandate da ufficiali con piena licenza di insolentire contro coloro ch’essi avrebbero dovuto proteggere[322].
La vanità della così detta autonomia degli alleati ateniesi si palesava in quegli stessi ordini di affari, che riguardavano i loro più delicati rapporti politici con Atene. Che ciò sia avvenuto fin dalla prima Confederazione ateniese è ormai fuori dubbio, ma la seconda non se ne rese meno colpevole. Questa poteva dirsi costituita da una diarchia, rappresentata per un verso dal _Comitato federale_, e, per un altro, dall’assemblea popolare della città egemone. Ma le decisioni del primo non avevano che un semplice valore platonico; toccava al _demo_, ossia al popolo ateniese, confermarle o rigettarle inappellabilmente[323], con quanta soddisfazione degl’interessi comuni è facile immaginare.
Se tanto Atene si permetteva nella vita interna dei suoi alleati, assai maggiori dovevano essere i suoi arbitrii su quanto concerneva la loro politica estera, la parte più sensibile della vita delle nazioni[324]. E la cosa era questa volta perfettamente naturale. Ogni alleanza implica per definizione una limitazione della indipendenza dei rapporti esterni degli Stati, che vengono a comporla; tanto più se quest’alleanza è niente altro che la larvata o aperta egemonia di un grande Stato su molti staterelli minori. Il primo potrà concedere a questi ultimi le più ampie libertà di regime interno; ma dovrà con polso fermo impedire che i suoi sedicenti alleati orientino le loro amicizie o i loro odî in modo differente di come esso abbia a desiderare. Ancor meno potrà consentire che, in seno al suo impero, si formino pericolose Confederazioni minori, naturalmente destinate a rafforzare le città soggette nei loro eventuali contrasti con la città dominatrice. Ogni città egemone vuole trattare singolarmente con ciascuno dei sudditi, non con gruppi di nazioni confederate. Così accadde nella Repubblica romana; così nel mondo medioevale; così segue nel mondo moderno; così seguì in seno alla Confederazione marittima ateniese. E poichè, naturalmente, lo sforzo supremo degli Stati dipendenti fu sempre quello di reagire e di coalizzarsi a tale scopo, ne seguirono periodiche violenze, alterne repressioni, di cui ciascuna segnò il ricorrere di nuove amarezze e di nuove umiliazioni.
I mali, inevitabilmente connessi con l’impero di Atene, venivano considerevolmente aggravati dalla malvagità che gli uomini ponevano nell’esercitarlo. La fedeltà o l’infedeltà degli alleati erano, a tale proposito, un argomento magnifico, che la fungaia dei politici o dei politicanti sfruttava a proprio vantaggio, tal quale come, fra i cittadini, il patriottismo e l’antipatriottismo formavano materia inesausta di guadagni per il numeroso, famelico stuolo dei sicofanti. Gli oratori ateniesi, racconta un personaggio di Aristofane, «estorcono alle città ben 50 talenti, ponendo il minaccioso dilemma: — O voi versate i tributi, o io tuonerò perchè la vostra città sia rovesciata dalle fondamenta.... — ». E gli alleati, atterriti «recano loro doni: vasi ricolmi di pesci salati, vino, tappeti, formaggi, miele, sesamo, guanciali, anfore, vesti, corone, monili, tazze ed ogni ben di Dio....»[325]. «E allorchè», soggiunge altrove malinconicamente il poeta, durante la guerra «la dea della Pace, per amore di questa terra, accennava a far capolino.... [gli oratori] assalivano gli alleati più ricchi, accusandoli di favoreggiare i nostri nemici.... E quelli, consapevoli dei mali che loro sarebbero toccati, si affaticavano a turare con l’oro la bocca di quanti arricchivano col maltrattarli....»[326].
L’espropriazione delle terre degli alleati.
Ma neppure la perdita della libertà era il danno maggiore fra tutti. Un numero infinito di volte gli alleati perdettero, con questa, la vita, la patria, la proprietà a maggior gloria dei dominatori dell’Attica. Nè intendiamo riferirci al diritto di possesso che gli Ateniesi si arrogavano dei prodotti minerali di parecchi territorî alleati. La confisca delle miniere tracie, pomo di discordia fra Atene e Taso, e causa prima ed esclusiva dell’assoggettamento di questa isoletta, potè essere anche un episodio eccezionale[327]. Intendiamo invece accennare all’istituto delle colonie (le famose _cleruchie_), scongiurato e interrotto solo per breve ora, alla ripresa della seconda Lega ateniese[328].
La _cleruchia_, ossia la deduzione di colonie sui territori alleati, fu il mezzo ordinario, cui il governo di Atene (come quello di molte altre città, di Siracusa in Sicilia, di Roma nell’Italia antica) ricorse, ora per intimidire e distogliere i riottosi dal pensiero della defezione[329], ora per imporre un alto concetto del proprio potere, ora per sopperire ai bisogni dell’esuberante popolazione[330]. Ogni vittoria ateniese, ogni repressione del più lieve tentativo di rivolta tornò così a legittimare l’espropriazione del suolo e della patria altrui. Sciro, Lemno, Imbro, l’Eubea, Egina, Potidea, Delo, Lesbo, Melo, il Chersoneso tracico, Nasso, Andro, la Tracia, il Mar Nero, tutto l’Egeo erano popolati da cleruchi dell’Attica, sottentrati all’antica popolazione indigena, esiliata, tratta in ischiavitù[331], o barbaramente massacrata[332]. E assai più vasto sarebbe stato il cumulo delle rovine, di cui Atene sognava farsi autrice, se la sua mala sorte non glielo avesse alla fine impedito.
«Noi», dichiarava Alcibiade alla vigilia della spedizione di Atene contro Siracusa, «noi non possiamo tracciare _a priori_ limiti al nostro impero; chè ci è forza, quando siamo pervenuti ad un certo segno, insidiare a danno di taluni, non risparmiare altri, perchè a noi incombe il pericolo di essere dominati, se noi stessi altrui non dominiamo....»[333]. E più tardi soggiungerà: «Noi veleggiammo alla volta della Sicilia, mirando anzi tutto ad assoggettare i Sicelioti; poi saremmo mossi contro gli Italioti; indi avremmo fatto una punta contro l’impero Cartaginese e contro Cartagine stessa; e, se la fortuna ci avesse assistito in tutte o nella massima parte di queste imprese, trascinando con noi tutti i Greci della Sicilia e dell’Italia, stipendiando molti barbari, nonchè gli Iberi ed altri barbari bellicosissimi che abitano in quelle regioni, ci saremmo accinti ad assalire il Peloponneso. Le foreste italiche ci avrebbero somministrato il legname necessario alla costruzione di nuove flotte. E bloccando per mare l’intera penisola, e assalendo con le fanterie dalla parte di terra, ne avremmo espugnato o assediato le città. Così speravamo di riescire facilmente a debellare il Peloponneso e poscia a conquistare l’impero su tutta la Grecia. Il danaro e le vettovaglie, per tanta impresa ci sarebbero stati forniti in copia dall’annessione di quelle terre, senza aver bisogno di impiegare le risorse nazionali....»[334]. Così, febbricitante di ambizione, farneticava il successore di Pericle, il nuovo duce della democrazia ateniese. Nulla di strano quindi se, al rinnovarsi della Confederazione ateniese, nel 377, le cittadine alleate abbiano cercato, di garantirsi, come da tanti altri, anche da un siffatto pericolo, impegnando Atene a non fondare cleruchie fuori dell’Attica e i cittadini ateniesi, a non costituirvisi possedimenti fondiari[335].
Anche questa solenne promessa doveva essere violata! Nell’atto stesso in cui rinnovavano l’alleanza, gli Ateniesi possedevano cleruchie a Lemno, Imbro, Sciro. Più tardi altre ne fonderanno nel Chersoneso tracio, a Samo; e allo scoppio della rivolta suprema — la _Guerra sociale_ —, nuovamente, tutto l’Egeo sarà popolato di coloni ateniesi[336].
Ecco perchè nazioni greche, le cui risorse naturali erano superiori a quelle ateniesi, e più vantaggiosa, forse, la naturale positura nei rispetti commerciali — Tera, l’Asia Minore, Delo, Rodi — ove le tracce dell’età micenea ed eroica, e i lucidi, felici intervalli dei secoli successivi testimoniano una civiltà grandiosa e una non minore capacità di progresso; ecco — diciamo — perchè, incalzate da tanta violenza, dileguarono a poco a poco nell’ombra, sì che di loro ci riesce impossibile narrare le vicende o rilevare i tratti caratteristici della oscura fisonomia storica.
L’imperialismo e la decadenza di Atene.