Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

Part 4

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Come sarà meglio dimostrato appresso, il crollo dell’Impero e le invasioni barbariche, che ne furono la causa più prossima e più appariscente, esercitarono un’azione violenta e perturbatrice sull’iniziata evoluzione della forma di produzione, e favorirono, come effetto immediato, il regresso verso una forma economica più primitiva e rudimentale, verso il servaggio; ma a torto si considererebbero come le cause determinanti e della fine della schiavitù, che, rósa già da tempo alle radici, sopravvisse alla caduta dell’Impero[97], e della servitù della gleba, che, già prima di quegli eventi, era sorta e si veniva sviluppando sotto l’azione di cause più complesse e continue.

Non in tutti i popoli dell’antichità è possibile seguire il processo evolutivo di cui si è fatto cenno, sì perchè lo sviluppo economico di varî d’essi rimase a lungo rudimentale, e non presenta quindi dal nostro punto di vista interesse, sì perchè non di tutti, anzi di pochi, abbiamo notizie tali, che, pur nella loro incompiutezza, ci permettano di scorgere e d’indurre positivamente le tracce della lotta tra uno ed un altro ordinamento economico. Ma la storia di Atene e la romana ci offrono un utile campo d’indagine e ci consentono di trovare un addentellato alla nostra struttura economica, di cui contengono in sè i germi e simulano anche qualche volta, in qualche punto, le forme.

Il crescere del numero degli schiavi e l’azione che a loro si può attribuire sulla vita economica, la formazione di un proletariato e la sua funzione economica e politica, lo sviluppo del capitale commerciale, la concorrenza del lavoro libero e del lavoro servile, i rudimenti del credito e d’imprese industriali; sono nella storia ateniese come tante pietre miliari del cammino verso una struttura economica diversa da quella fondata sulla schiavitù.

Senonchè, col rapido decadere della importanza politica di Atene, questi fenomeni si alterano, e noi perdiamo anche il modo di seguirli distintamente nelle loro successive vicende. Ma nella storia romana quei fenomeni e quel processo si ripetono in forma più intensa, su di una scala più vasta, con persistenza maggiore, in un assai più lungo giro di tempo; e in questo impero universale, che cerca di accomunare e fondere l’Oriente e l’Occidente e in cui tutto il lavorìo lento e larvato dell’epoca ellenistica porta i suoi frutti nel campo della vita pratica e in quello della vita morale, noi possiamo vedere a poco a poco dissolversi e indi ruinare la vecchia compagine politica, appunto con lo svilupparsi e il grandeggiare delle cause e degli elementi, onde sorgeranno la nuova economia e la nuova civiltà.

PARTE PRIMA

La civiltà ellenica e la schiavitù.

I.

Non è nella guerra, e nemmeno nella violenza in generale, che bisogna cercare l’origine e la causa della schiavitù. La guerra diventa un possente strumento di schiavitù, quando le condizioni sociali, che l’hanno fatta sorgere e progredire, sviluppandosi anch’esse, sviluppano alla loro volta l’istituzione della schiavitù e moltiplicano gli schiavi. Con l’adozione sempre più estesa e progressiva de’ metalli, col convertirsi dell’agricoltura di nomade in fissa, con l’incremento e lo specificarsi de’ mestieri, col sorgere del commercio; con le condizioni insomma, che preparano e apportano la proprietà privata della terra e l’accumulazione della ricchezza e una struttura sociale più varia e distinta da maggiori contrasti, sorge sistematicamente e comincia ad avere sempre maggiore incremento la schiavitù; essa stessa mezzo potente di maggiore accumulazione della ricchezza e di più distinti contrasti sociali[98]. Ed è notevole come, nella varietà delle etimologie, anche la scienza del linguaggio, senza partire da concetti o preconcetti d’ordine economico, ma seguendo l’applicazione puramente tecnica delle sue leggi; se tende, per opera di alcuni suoi cultori, a rifermare l’etimologie che implicano un fatto violento, tende, d’altra parte, per opera d’altri, a ricondurre la varia terminologia, con cui l’antichità indicava i suoi servi, ad un’origine, in cui non predomina punto l’idea della violenza. L’origine di _servus a servando_, come l’intendevano i giureconsulti latini, non è cosa in cui ci possiamo appagar più, come vi si appagava Agostino d’Ippona[99]; non ci soddisfa più, e, dato il suo rapporto con _servare_, l’epiteto mette capo forse piuttosto ad una radice, che ha in sè il concetto di una funzione protettrice, o addirittura ad un’altra, che ha in sè il concetto dell’acquistare[100]. E degli altri epiteti comunemente usati per indicare lo schiavo, alcuni (οἰκεύς, οἰκέτης, famulus) indicano chiaramente un semplice rapporto di dipendenza e di appartenenza al gruppo famigliare e a tutto ciò che ne forma il sostrato economico; altri (δοῦλος, δμώς, ἀνδράποδον), contro all’interpretazione di quelli che nella loro etimologia cercavano la traccia di un’appropriazione e di una soggezione violenta, si vanno anche riannodando, mercè un processo dimostrativo più o meno completo, al concetto di casa e di famiglia e ad un semplice rapporto di dipendenza[101].

II.

E questo intimo nesso dell’accumulazione della ricchezza, del modo di produzione e delle relative forme di vita con la schiavitù vera e propria si può scorgere ancora abbastanza distintamente nella stessa incompleta e frammentaria tradizione ellenica. Ferecrate[102] potea rievocare il tempo “in cui nessuno avea schiavi, ma bisognava che esse (le donne) attendessero a tutte le cose della casa. Esse sull’alba macinavano il frumento, sì che il villaggio echeggiava dell’eco del loro lavoro„. Timeo di Tauromenio[103] dicea che “anticamente non era costume patrio degli Elleni di farsi servire da schiavi comperati per prezzo„. E Teopompo[104] attribuiva l’introduzione dell’uso di comperare gli schiavi a’ Chioti; a’ Chioti, a cui si connettevano e Glauco e la scoperta della saldatura del bronzo e le più antiche tradizioni della plastica greca, e lo sviluppo della ceramica, la cultura intensiva accompagnata da una notevole esportazione, e tutti insomma i dati di uno sviluppo commerciale, industriale ed agricolo, rilevante per l’antichità[105]. Il sentimento, magari inconsapevole, di questa stretta relazione tra lo stadio di sviluppo delle forze produttive e la schiavitù, compariva persino ne’ comici come Cratino, Grate e Telechide[106], quando, rievocando il favoleggiato regno di Crono, o rifoggiando utopisticamente la vita, essi eliminavano, al pari di Aristotile, lo schiavo da una società, in cui la produzione e la soddisfazione de’ bisogni si compivano automaticamente[107].

E questa tradizione e questo riflesso, comunque frammentario, del passato hanno valore per noi tanto maggiore, in quanto ne troviamo la conferma e la spiegazione, la riprova e il complemento in dati d’instituzioni e di fatti storici. La forma di soggezione più antica, più importante e più estesa, che troviamo sul limitare della storia greca, non è la schiavitù, ma una specie di servaggio e direi anche di vassallaggio. E bene lo notava Teopompo[108]: “I Chioti primi fra tutti gli Elleni, dopo i Tessali e i Lacedemoni, usarono schiavi, ma non facendone acquisto alla maniera di questi. Si può vedere che i Lacedemoni e i Tessali hanno formata la loro classe servile con gli Elleni che abitavano prima il territorio ora da loro posseduto, asservendo quelli gli Achei, e i Tessali i Perrebi e Magneti, e chiamando gli asserviti, gli uni iloti e gli altri penesti. I Chioti invece acquistano servi barbari, comprandoli a prezzo„. E la ragione della differenza stava appunto nel diverso grado di sviluppo economico degli uni e degli altri, popoli mediterranei i primi, isolani i secondi. La mancanza assoluta, o la scarsezza almeno, di ricchezza accumulata, la inesistenza di un movimento commerciale escludevano in un luogo una produzione diretta e crescente de’ padroni ed un diretto impiego de’ servi, e conducevano invece alla forma più rudimentale del tributo e ad una specificazione del lavoro e ad una formazione di classi, che facea denominanti tutto un esercito in armi e de’ soggetti un ceto di agricoltori. Altrove, a Chio, il concorso di condizioni affatto opposte tendeva a dare alla società un tipo rudimentalmente industriale, e conduceva all’adozione, o, meglio, all’incremento della schiavitù vera e propria. E questo carattere diverso dell’economia de’ popoli mediterranei e di quelli messi sulle grandi vie commerciali dell’antichità permaneva presso a poco invariato col persistere delle condizioni fondamentali. A tempo assai avanzato, al cominciare della guerra del Peloponneso, Tucidide potea far definire da Pericle i Peloponnesiaci (e dovea riferirsi a’ mediterranei, più che a’ littoranei) con un vocabolo assai comprensivo (αὐτουργοί)[109], il quale, oltre alla conseguente scarsezza di schiavi, riesce a denotare la loro economia rudimentale, la loro produzione, che si era fermata, o avea di poco superato lo stadio della produzione casalinga (_Hausfleiss_)[110]. Dovunque ricorrevano un analogo stadio delle condizioni di produzione e simili condizioni di vita, ricorreva la stessa mancanza di schiavi, e Timeo[111] potea descrivere come di data recente l’introduzione degli schiavi, acquistati a prezzo, tra i Locresi e i Focesi, dandoci anche notizia della resistenza opposta all’innovazione e delle temute sue conseguenze. E noi sappiamo che in Acarnania, in Etolia, nella Locride, nella Focide la vita era agricola e pastorale, e l’industria non vi avea avuto alcuno sviluppo[112].

Quanto a Creta, già sapevamo dalla tradizione di un doppio ordine di servi: uno costituito dall’antica popolazione indigena asservita e addetta alla gleba, ed un altro di schiavi acquistati a prezzo e introdotti, com’è da credere, posteriormente, con lo svolgersi della vita cittadina[113]. Ora le grandi scoperte epigrafiche recenti ci dànno modo d’intendere anche meglio questa bipartizione[114].

III.

Che se guardiamo a tutto quel periodo più antico, la cui vita e le cui condizioni si rispecchiano ne’ poemi omerici ed esiodei, anche là troviamo che la schiavitù ha una funzione affatto limitata ed accessoria, com’è da attendere in una società di struttura semplice quale l’omerica. Anche là abbiamo che alcuni de’ prodotti dell’industria, quelli di maggior pregio, sono importati, mentre sul suolo ellenico gli utensili agricoli e domestici e gli altri oggetti principali di uso sono lavorati in casa. Gli eroi omerici, al pari de’ loro dèi, cooperano a’ lavori più ordinari ed elementari della vita: Anchise, Enea, i figli di Priamo, i fratelli di Andromaca e tanti altri attendono all’agricoltura ed alla pastorizia; Ulisse può fabbricarsi egli stesso un letto e mostrarsi esperto nella costruzione di barche, di aratri e così via[115]. “Per il mestiere come tale occorreva che si allargasse l’ambito dello smercio col relativo svolgersi della navigazione, si agevolassero gli scambi col sussidio della moneta coniata, e così si apparecchiasse il passaggio ad una produzione più considerevole ed attiva„[116]. Intanto il mestiere veniva sorgendo e differenziandosi in quelle forme di lavoro, che sopperivano a’ bisogni più generali e comuni; e il nome all’artefice 10 dava appunto questa caratteristica del lavorare pel popolo (δημιουργός)[117], specialmente forse per quelli che non aveano i mezzi per sostituirlo col lavoro domestico, o in quelle specie di lavoro, che, esigendo particolare perizia od utensili non comuni, non potevano bene ed utilmente compiersi in casa. Al tempo stesso incontriamo con relativa frequenza menzionati l’impiego del lavoro libero, la locazione d’opera, con una retribuzione precipuamente alimentaria; e, come riflesso morale di un tale stato di cose, il lavoro gode di una considerazione[118], che perderà ben presto, quando la crescente ricchezza sociale, i più distinti contrasti, la divisione del lavoro, la differenziazione delle funzioni sociali e lo sviluppo della schiavitù avranno reso incompatibile, o quasi, l’esercizio del mestiere e quello de’ diritti politici, una maggiore elevatezza di coltura, di abitudini e le esigenze di chi deve provvedere al proprio sostentamento.

IV.

Il secolo settimo e il sesto, e più specialmente il periodo che va dalla seconda metà del settimo secolo alla prima metà del sesto, con l’introduzione della moneta, la diffusione degli scambi, lo sviluppo de’ commerci segna una vera rivoluzione nella vita ellenica, una trasformazione capace di essere paragonata, sin dove il diverso tempo comporta, a quella indotta nella nostra vita da’ progressi della tecnica e dalla conseguente trasformazione del modo di produzione nell’ultimo secolo.

Con la formazione delle città, avvenuta in un periodo anteriore, e il loro successivo incremento, si erano creati nuovi bisogni, che suscitavano sempre nuovi mezzi, organi e strumenti atti a soddisfarli, e li cercavano e trovavano in una maggiore divisione del lavoro, in una specificazione crescente de’ mestieri ed in uno sviluppo della tecnica.

Contrasti della campagna e della città, di ricchi e di poveri, di nobili e di popolani erano la conseguenza diretta e inevitabile di questo stato di cose; e gli effetti, in forma sempre più distinta ed efficiente, si manifestavano nel campo della politica e della economia, della coltura e della morale. Un istrumento così efficace, duttile e potente, qual’era la moneta, divenne come una leva capace di moltiplicare gli sforzi e le energie, che trovava ovunque un punto di applicazione; sicchè i contrasti, le differenze, i mutamenti, gli squilibri crebbero straordinariamente di forza, di proporzione e di rapidità. L’eco di quella nuova vita, delle sue peripezie e delle sue delusioni risuona ancora in versi di una avvelenata acrimonia e di una solenne elevatezza morale[119], che anche oggi potrebbero, nella loro forma generica, riuscire espressione non inadeguata alle lotte de’ partiti e delle aspirazioni sociali.

Si erano omai realizzate le condizioni per la creazione di una maggiore ricchezza, ma questo passaggio da una forma ad un’altra più elevata di economia non potea compiersi, come di consueto, senza che si compisse una rivoluzione nella società in cui si sviluppava, senza demolire e ruinare per riedificare. I metalli preziosi erano stati un rilevante mezzo di accumulazione della ricchezza: la moneta faceva questa accumulazione più facile, più fruttifera, rendendone più agevole la circolazione. Appena che si sia creato l’ambiente favorevole alla sua azione, questa ricchezza accumulata funzionerà come capitale commerciale, “il più antico capitale della forma di produzione capitalistica, storicamente la più antica, libera forma di esistenza del capitale, che concorrerà a creare la base dello sviluppo industriale„[120]. Ma, dove questo impiego commerciale non poteva ancora, o non poteva più compiersi, cercava e trovava nel campo più immediato della sua azione un impiego, ricorrente in tutti i paesi che attraversano questo stadio economico: si manifestava sotto forma di usura, risolvendosi in una espropriazione monopolizzatrice della terra, ancora principale strumento di produzione, e nell’asservimento del debitore come mezzo per far fruttificare la terra, o come valore da mettere in commercio.

Questo stadio dell’evoluzione economica, che vedremo riapparire a Roma, conservato dalla tradizione sotto forme eminentemente drammatiche, si manifesta nello sviluppo del latifondo, nel diritto di pegno sulla persona del debitore (δανείζειν ἐπὶ τοῖς σώμασι) e nella relativa addizione al creditore; e appare in forma più o meno completa ma assai diffusa: a Gortyna, sotto la più modesta parvenza di un pegno temporaneo[121]; a Megara, nelle varie vicende che accompagnano la crisi e la decadenza della sua espansione commerciale[122]; nell’Attica, come uno de’ fatti forieri della riforma solonica[123].

V.

Paese naturalmente poco fecondo, privo ancora di tutti quei coefficienti che ne faranno appresso un emporio e un centro dell’attività economica e della vita civile, tagliato fuori, per la soverchiante forza delle rivali economicamente più progredite, da’ commerci e dal libero uso del mare, sino all’acquisto di Salamina; l’Attica, quale ci è rappresentata specialmente nella _Costituzione degli Ateniesi_, ci appare come un paese di scarso sviluppo economico, in cui il sostrato dell’economia agricola è formato da una larga classe di tributari (πελάται καὶ ἑκτήμοροι), mentre la schiavitù vera e propria non riesce a trovar posto come un elemento di qualche importanza, e passa sotto silenzio nella stessa tradizione di questo periodo, quale ci è stata tramandata dall’inno a Demetra sino a Plutarco.

Lo sviluppo del credito è uno de’ fenomeni più notevoli nel successivo sviluppo della vita economica ateniese, e, benchè la ragione dell’interesse raggiunga anche una misura molto elevata[124], nondimeno, lungi dal deprimere e sterilire, diventa fattore di maggior progresso economico. Questa del mutuo è la forma compiuta e tradizionale sotto cui si presenta il capitale, e l’interesse appare come la forma, ad esso corrispondente, del plus-valore prodotto dal capitale, prima che sorgano la produzione capitalistica e i corrispondenti concetti di capitale e profitto; onde nel linguaggio comune il denaro, il capitale che produce interesse, è il capitale come tale, il capitale per eccellenza[125]. Ma il capitale che produce interesse è il capitale come proprietà rimpetto al capitale come funzione. Nella società capitalistica l’interesse non è che una parte del profitto attribuito a chi presta il capitale, o, in generale, al capitale anticipato: mutuante e mutuatario, capitalista e imprenditore non fanno che ripartirsi il prodotto del lavoro messo in movimento. L’interesse quindi, nella sua funzione normale, suppone l’impiego fruttifero del capitale mutuato. Ora, nell’Attica non si erano ancora diffuse neppure le forme di cultura intensiva, sorte poi in correlazione all’aumento della ricchezza e all’incremento della vita cittadina[126]; quanto all’industria, sembra provato che la ceramica si fosse acclimatata nell’Attica, con tutti i caratteri e le promesse di un’industria indigena[127], ma il mercato, limitato all’Attica e forse alla Beozia, non le consentiva tutto lo sviluppo di cui era suscettibile; e, quanto alle altre industrie fiorite di poi, la tradizione ne attribuisce l’origine all’Attica[128], ma noi non abbiamo argomento per riconoscere, se non la loro esistenza, almeno un notevole loro sviluppo in questo periodo.

In tali condizioni il mutuo si presentava come un fatto rovinoso, quale ancora tanto tempo dopo appariva a Plutarco[129] e, anche di poi, a scrittori vissuti in tempi e in luoghi di limitato sviluppo economico, che non sapevano spiegare nè giustificare l’interesse. Non era insomma un fomite allo sviluppo della ricchezza; era invece una manifestazione di povertà, ed era un mezzo per i pochi ricchi di attrarre nell’orbita del loro patrimonio i debitori con la loro famiglia e il loro avere. “La terra era di pochi„ è l’espressione, che torna come un malinconico ritornello nella _Costituzione degli Ateniesi_, e ad essa risponde come un’eco questo progressivo impoverimento ed asservimento de’ debitori[130], in parte adoperati da’ nuovi padroni, in parte fuggiaschi o venduti fuori paese, dove era più facile il loro impiego. L’instabilità e i pericoli di questa condizione di cose provocarono la riforma solonica, ma, nell’opinione stessa del suo autore, questa avea un valore tutto relativo. Per quanto concerneva i debiti (σεισαχθεία), sia che li condonasse (Ἀθ. Πολ., c. 6), sia che li riducesse agevolandone il pagamento (Androz. presso Plut., _Sol._, 15), si appigliava a un mezzo empirico e toglieva via gli effetti del male senza svellerlo dalle radici. La riforma monetaria poi, intesa, come pare, ad agevolare le relazioni d’Atene con i paesi, ov’era in uso il sistema euboico, e gli altri provvedimenti d’ordine politico e sociale, che a Solone vengono attribuiti, voleano essere come il lievito della prosperità e della potenza ateniese[131].

VI.

“Ma gli effetti di tali innovazioni erano a lunga scadenza; e, intanto, dal seno stesso de’ dissensi, che la riforma non avea eliminati e forse neppure placati, dall’antagonismo degl’interessi da essa urtati o solleticati, rinascevano le turbolenze per metter capo, con l’elevazione di Pisistrato, ad una forma di reggimento politico, principato a base popolare, ch’è come un cesarismo anticipato, ma che in Grecia, invece di essere l’epilogo, è il punto di partenza e il crogiuolo della futura democrazia. È un reggimento all’apice formalmente diverso dal solonico e in cui pure si maturano e fruttificano i germi di questo; e dura tale continuità organica col lungo periodo anteriore, che noi stentiamo a separare alcune delle stesse imprese di guerra compiute durante l’uno o l’altro periodo; tanto la tradizione, a cui la tirannide de’ pisistratidi inconsapevolmente appariva come l’epilogo di un secolo di rivoluzione e come l’incubazione dell’èra nuova, ha, duplicandoli o spostandoli, fusi e confusi insieme alcuni eventi[132].

Malgrado la sua vicenda di esigli e di contrastati ritorni, malgrado i suoi fasti di guerra, la tirannide pisistratide poteva, meglio del secondo impero francese, dire di essere _la pace_. Il suo trionfo interno avea messo un termine alla comune prepotenza e alla reciproca lotta de’ gruppi gentilizi, ancora non bene fusi nello Stato, del quale ognun d’essi volea impadronirsi, emulo e geloso degli altri; e le sue imprese di guerra aveano avuto il carattere di una difesa ed erano riescite a rompere il cerchio di ferro, in cui l’Attica, regione povera, era stata finora stretta, condannata a vivere di sè stessa ed entro sè stessa, soffocando ogni iniziativa. E, al pari del secondo impero in Francia, anche la tirannide de’ Pisistratidi, se, per emergere, s’avvalse, come di strumento, dell’elemento mobile e dissestato della cittadinanza, fu poi, in quanto mirava a consolidare e ad allargare il ceto de’ piccoli proprietari, l’emanazione della piccola proprietà campagnuola.

Aristotile[133] avea già cercato in questo stato del popolo, sparso nella campagna e tutto inteso all’agricoltura, la ragione del passaggio dalla forma oligarchica alla tirannide. Carlo Marx[134] dovea spiegare luminosamente e diffusamente i rapporti del dispotismo cesareo con lo stato della proprietà fondiaria, all’atto stesso della formazione dell’impero napoleonico. “I campagnuoli formano una massa enorme, i cui membri vivono in una situazione simile, ma non entrano in rapporti gli uni con gli altri. Il loro modo di produzione gl’isola invece di tenerli in reciproche relazioni, e l’isolamento è favorito da’ cattivi mezzi di comunicazione e dalla loro povertà. Il loro campo di produzione, il boccone di terra non ammette nella sua cultura alcuna divisione di lavoro, alcuna applicazione della scienza, alcuna diversità di talenti, alcuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni famiglia di agricoltori basta quasi a sè stessa, produce immediatamente essa stessa le cose necessarie al suo consumo e acquista così quanto è necessario all’esistenza, mercè lo scambio con la natura, più che mediante il commercio con la società. L’appezzamento di terra, il contadino e la sua famiglia; accanto un altro appezzamento, un altro contadino e un’altra famiglia: un ammasso di queste unità forma un villaggio e un ammasso di villaggi forma un dipartimento..... Essi sono dunque incapaci di far valere il loro interesse di classe in loro proprio nome, sia con un parlamento che con una convenzione. Essi non possono rappresentarsi: occorre che siano rappresentati. Il loro rappresentante deve apparire al di sopra di essi, al tempo stesso come il loro padrone e come un’autorità, come una potenza governativa illimitata che li protegga contro le altre classi e mandi loro dall’alto la pioggia e il bel tempo. Così la società forma l’ultima espressione dell’influenza politica del ceto agricolo„.