Il tesoro di Donnina

Part 9

Chapter 93,930 wordsPublic domain

Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda sterilità del cuore.

Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto disprezzato.

Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva in cuore.

Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore, tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia, baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava lasciarsi amare.

Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore, passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice, amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il pentimento è la forza dei deboli.

La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.

Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.» Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè, pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola, nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi, rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra — il padre ed il figlio.

Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma era notte calata, che avrebbe detto Mario?

Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio, a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»

L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che venisse.

La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole orgoglio mantenerli.

E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio; di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è; non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la pena d'indovinarlo... ora che so tutto...»

Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio, solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una professione...

Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo stesso ritornello.

«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.»

Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma se non era vero?

La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe partito... Che fare?

Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un seggiolone.

Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò che Mario chiedeva di parlargli.

Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?

«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore, ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.»

Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto.

Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.

— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane; fra due ore parto.

Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.

Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene quello sguardo senza batter palpebra.

— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti, addio.

Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza, volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio.

Ed il povero padre ricade sulla seggiola.

XVIII.

PAOLUCCIO.

Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.

Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro, mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.

Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte ed a sfoggiare la propria vanagloria.

Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori della carambola e l'ammirazione della _galleria_; qualcuno legge i giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario; il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio, egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla bocca piena di zuccherini.

Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato, coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il capo canuto e prosegue la singolare passeggiata.

E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio.

L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...»

Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue.

«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti piangono, piangono, non sanno far altro. E _lui_ ride, _lui_!

— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.

«_Lui!_» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo; se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed io solo rido per far la smorfia a _lui_!»

Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: _scacco matto!_ Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e ride.

Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i battimani della _galleria_ plaudente al vincitore della carambola.

Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e benevola.

— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di' un po' che te ne vai?

— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.

— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è così?

— Non è così; venivo diritto da voi.

— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un cuore...

E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.

— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente il braccio in quello del giovine.

— L'ho visto.

— E...?

Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese vi amerete...?

La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.

— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo panciotto a scacchi color caffè.

Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito, tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè.

. . . . . . .

Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e ride più forte.

Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di nulla, qualche volta si va fino a freddezze.

Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.

— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia e si separa dal dottore...

— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta probabilmente per conto della bambola.

— Non viene a vederlo partire?

— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di vederlo partire?

Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta il cappellino sulla testa pettinata della bambola.

— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.

Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora sotto voce: «è partito! è partito!»

XIX.

OGNISSANTI A DONNINA.

È giorno di vacanza.

Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti!

La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne; non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente, e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è di lui!»

L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi le mani!

Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:

— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me, immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite cose che si dicono.

— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina, proprio a lei.

— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me?

E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei, la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una parola:

— Sentiamo!

E maestro Ciro fa eco:

— Sentiamo!

E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:

«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»

Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al sospetto ingiurioso e tira innanzi.

«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore, il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera.... perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero! Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.

«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.

«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto, esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese ad amare appena mi vide, e mi chiamò _fratello_. Immagina tu quanto bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai _figlio_; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.

«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola volta che mi mostrasse affetto di padre.

«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza, vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere: «si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso! Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento profondo.

«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo. Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua professione.

«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza d'una sciagura.

«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra; gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che sarebbe stata cosa da nulla.

«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi chiamasse «fratello.»

«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.

«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili, negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro.

«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante, ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio asciutto.

«Io piangevo in un canto.

« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.

«Bisognò separarlo quasi a forza dalla _sua creatura_; i vicini spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro anni.»

«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo trattenevano e volle ritornare a _vederlo_.

« — Se si fosse svegliato! diceva.

«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero uomo perde la testa; ne impazzirà.»

«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si pose al lavoro.

«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse fare. Io stesso compresi inorridito.

« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!