Part 8
E rivede col pensiero per la centesima volta l'ufficio postale di B..., mamma Teresa, e la Cassa di Risparmio, e le 4600 lire in biglietti di Banca. Dalla finestra della sua camera Donnina guarda il sole di quello splendido mattino, gli alberelli freddolosi e la pianura scintillante di neve, senza vedere in tutto ciò altro che Ognissanti.
Passano ogni tanto carrettieri e contadine con cesti e sporte e cogli zoccoli che picchiano sordamente sul ghiaccio, passano carrozze affrettate. Tutta quella gente ha uno scopo, una meta, a cui si propone di arrivare... Ognissanti non arriva. Ma ecco un'altra carrozza; questa, invece di andar oltre, lasciandosi alle spalle il paese, entra di corsa nella via maestra. Il cuore di Donnina fa uno scampanio di festa... la carrozza si ferma innanzi all'osteria della _Salute_, qualcuno n'esce... è lui... non è lui... è un piccolo signore, che ha l'aria cittadinesca non ostante un ampio cappello di feltro a larghe tese; quell'uomo entra nell'osteria, e subito la carrozza si allontana senza voltare.
Ah! Donnina ha mandato un grido di gioia. Questa volta non è più una carrozza, nè una contadina, nè un carrettiere; quello che essa vede in fondo alla strada è lui... proprio lui... Ognissanti!
Nell'impeto della gioia non nota che l'uomo dall'aria cittadinesca e dal cappello di feltro, si è arrestato sulla soglia dell'osteria e la guarda curiosamente dietro i vetri.
«Volendo moltiplicare un numero per dieci gli si aggiunge uno zero; pigliamo un numero qualunque: quattro mila e seicento, per esempio, se voglio moltiplicarlo per dieci, aggiungo uno zero ed avrò quarantasei mila; se voglio moltiplicarlo per cento, aggiungo due zeri ed avrò quattrocentosessantamila; ma io lo moltiplico per mille, ed aggiungo tre zeri ed avrò quattro milioni e seicentomila! Quattro milioni e seicentomila! E tutto ciò aggiungendo soli tre zeri».
E maestro Ciro, nel suo entusiasmo moltiplicatorio, traccia una dozzina di zeri fino a formare un numero favoloso che le paia degno della sua Donnina.
Gli scolari guardano sbigottiti al miracolo compiutosi sotto i loro occhi, senza capirne molto; ma in quella s'apre la porta che mette verso strada, e l'altra che mette in cucina; appariscono ad un tempo Donnina ed Ognissanti.
Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a guardare dietro i vetri senza badare all'oste della _Salute_, il quale, per accoglierlo degnamente, ha in pronto il suo più bel sorriso della domenica.
XVI.
OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO A LARGHE TESE.
All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli, a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il giovinotto come sbigottito.
Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è proprio lui!»
Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola d'ordine: _brevis letio_, sperando di farne venire la buona idea al maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del tutto disinteressato.
Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro Ognissanti.
Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la prende timidamente fra le sue.
Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per l'altra.
La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando il vecchio maestro, gli dice:
— Vi ricordate di me?
— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così, tu eri il mio orgoglio, la mia consolazione, il mio amico; quando ti insegnavo il poco che sapevo, dicevo a me stesso: «Ognissanti diventerà qualche cosa di grosso, perchè ha una testa...» non ho sbagliato, mi pare!
Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a piedi, come per misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei proprio il mio capolavoro, tu, sei proprio il mio capolavoro!»
Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge melanconicamente:
— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto.
— Indegno!
— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi credete capace d'una bassezza o d'una menzogna.
— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno credere mai.
— E tu, Donnina?
Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere quel sorriso, quello sguardo sereno, quella stretta di mano tenace?
— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno, io vi chiedo la mano di Donnina.
— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano. Ma ci devi dire...
— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia, che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro.
— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio vorrà sapere che ne è di tuo padre.
— È morto.
Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui Ognissanti ha pronunziato la triste parola.
— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa, ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e perchè non ci desti mai tue novelle, e poi...
Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo interrompe.
— Non badate alle apparenze, io sono povero.
— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo.
Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente, fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede sterminata e senza condizioni.
— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire, e l'offro a Donnina; essa è povera come me.
— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi.
— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono.
— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero... quanto sei povero tu?
— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi appartengono; io stesso non mi appartengo...
— Che dici?
— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina.
A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più piacevole, che si gridi più forte.
Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la sua dignità magistrale, e lascia un istante i due innamorati per portare il suo formidabile aspetto nelle file dei piccoli rivoltosi.
Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina, e dice:
— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non più vederti per qualche mese; e forse quando sarò di ritorno non potrò ancora farti mia... non ti stancherai di aspettare, non è vero?
— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora.
— Addio, dunque, per ora.
La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina.
— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo, ed avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti, che vi imprimono un bacio fuggitivo.
Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro e mette il capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima volta il silenzio a suoi scolari.
Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti ha il volto imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride senza sgominarsi.
«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro di scuola, e conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente le mani.
Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo addio, bacia le rughe del vecchio, stringe la mano della sua fidanzata, e s'allontana, comprimendosi il cuore che vuole uscirgli dal petto, finchè, giunto alla svolta dello stradale, balza dentro una carrozza che l'aspetta, e via di corsa. Press'a poco nell'istesso momento, il signore dal largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di A..., raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e via anch'egli di corsa.
. . . . . . .
— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai dinanzi un uomo soddisfatto di sè medesimo.
Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine, passa per un istante in mente che gli stia invece innanzi un pazzo; ma il volto del dottor Parenti spira una giocondità così schietta, che non è possibile nemmeno l'ombra d'un dubbio.
— Che cappello è questo che porti?
— Il mio travestimento; non si può andare ad A..., immagino, col nostro solito cappello a staio, che fra i selvaggi della campagna ci dà l'aria di spauracchi da passeri...
— Tu sei andato ad A...?
— Sono andato ad A...
— Per che fare?
— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste della _Salute_, uomo piacevole e copioso parlatore.
— Null'altro?...
— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello, il segreto di Mario!
— Che!
— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato!
— Di tua figlia?
— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e molto povera, che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi, Mario è in tue mani, ed in una settimana può divenire il figlio più affettuoso della terra...
Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito figgendo gli occhi negli occhi dell'amico.
. . . . . . .
Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti i rigori della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e Donnina esamina i saggi calligrafici dei suoi cinque allievi. È impossibile, se non si è forniti di molta immaginazione, farsi un'idea di ciò che quei cinque hanno posto sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma Donnina ha il cuore pieno d'indulgenza.
Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che gioia immensa per tutti! In un baleno la strada risuona di voci squillanti; nella scuola non rimangono più che Donnina e maestro Ciro, i quali irresistibilmente si sentono attratti nelle braccia l'un dell'altra.
— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia all'uscio di strada.
Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio in forma di cappellino, in fondo al quale, pronto a partire come una bomba, è il volto irrequieto e vivace della vecchierella.
— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro.
— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata d'intelligenza alla moglie.
— Indovina chi è stato qui.
— Chi è stato?
— Ognissanti!
La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella, e passa oltre senza chieder altro.
— E sai che cosa è venuto a fare?
— Me l'immagino...
— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa.
— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa...
— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se ha denari?
— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e che mi vuol bene...
— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie... sentenzia la vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da mille.
— Che dici mamma?
— Dico... dico...
— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro Ciro.
— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare a far denari, che sono la prima arte della vita.... con piccoli cenci di carta i signori fanno le cose grandi e le gran novelle... la povera gente invece...
Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente la bocca.
— La conclusione è?
— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti.
— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un piccolo fulmine sul volto rubizzo del marito.
— Ho permesso... gli avrei sposati subito io...
Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare gran fatto mamma Teresa.
Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina le preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba. È un pretesto par rimaner sola col marito.
— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta appeso al fianco in forma di tasca, un mucchio di biglietti... eccole... mille lire, proprio mille, le ho contate quattro volte...
— Le conterò anch'io!
— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di Risparmio...
— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele a rubare...
Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge:
— Il _vaglia_ era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio postale di B... non c'era abbastanza in cassa... capisci... non c'era abbastanza in cassa! e si dovette aspettare che il danaro venisse da Milano... Comprendi tu che cosa ciò significa?
— Che cosa?
— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse; non vi è più dunque ragione di credere che sia stato Ognissanti a mandarceli..
— Io sono sicuro che non è lui.
— Ne sei sicuro?
— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero.
— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere in isposa la nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato che facessero il piacer loro? Ed io non ci ho da entrare per nulla, io!...
Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti che maestro Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto nuovo:
— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La bella cosa! per poco non abbiamo calunniato i nostri vicini; è la prima volta che temiamo dei ladri... Bel guadagno ad aver i quattrini! si diffida del prossimo, si disprezzano i poveretti... io dico che non sta bene diffidare del prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti potrà essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere il contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e in fin dei conti è meglio così! Vorresti dirmi il contrario tu?
— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno quattromila e seicento! E tutte per Donnina!
XVII.
UN ESAME DI COSCIENZA.
Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono, egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse adoperare le arti dell'innamorato.
Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome, famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un po' di affetto e di gratitudine.
Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese, testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo non se l'era detto mai.
Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli uomini incapaci di bene.
Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda; l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età, costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via tracciata: il disprezzo degli uomini.
Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora, col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza, trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il libertinaggio.
Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro, balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il cuore.
Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso, e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè famiglia.
Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo.
Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza senza la sfiducia dei primi anni.
Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace.
Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile.
Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita, non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie sognate divennero tesori perduti.
Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero tante male passioni tardive.
Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.
Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi; egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la loro umiliazione e la sfruttavano perennemente.
Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia, onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.»
Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più irresistibile.
Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire perchè, gli volle bene.
La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»
— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore, sproposita, che torna quasi lo stesso.
— E non è pericoloso?
— Coll'aiuto dei guardiani, no.
Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione, l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva direttore, medico il dottore Parenti.
Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.
Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente, perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto che il tempo non lo avesse guarito.
Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il suo nome, una sola via gli era aperta.
Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo, senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.
Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito, lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi e non volle mai passare per l'amorevolezza.