Il tesoro di Donnina

Part 7

Chapter 73,994 wordsPublic domain

— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore non passa se non dove prima è passata la fede, ed il cuore di quell'uomo non crede in nulla. Ho poco studiato nei libri; ho molto studiato nel cuore di... mio padre; appena mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione, e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio affettuoso un indifferente, non passò giorno senza che io meditassi il mio nuovo supplizio; ogni sua parola, ogni sua opinione divennero oggetto di una tormentosa e puntigliosa analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di dolore e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il mio orgoglio, la mia forza; divenni ingrato.

— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del giovine, tu hai cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi.

— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza mostrare di aver inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia mai, se è vero che ha cuore, con quale occhio d'invidia io ho guardato i miei fratelli che camminano per le vie come un gregge, che portano un camiciotto grigio ed hanno una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto di non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non rimane più; mi fu pagato con un nome, con un'educazione; agli altri resta il potere di serbarsi liberi, onesti e forti; a me non è concesso se non di parere un docile parassita od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo in petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè nome; ma è il portare un nome imprestato, è l'avere un padre che non è padre.

La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della commozione e finisce in un rantolo.

— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per rompere l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale, e vale molto; ma tu gli dai certo maggior prezzo che non abbia. Se tu avessi preso ad amare l'uomo che ti ha dato il suo nome e la sua casa, non avresti patito tante torture. Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore e ne caccia o vi soffoca le altre passioni...

— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una convinzione profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia del cuore che ne rende più sensibili e più delicate le fibre; corrisposto, è un balsamo; non corrisposto, è un veleno; e se non si può cessare di amare, si odia.

— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque?

Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto.

— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che me ne vada e grazie, grazie della sua amicizia.

Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli omeri del giovine.

— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti, poichè il cuore è sano.

Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana senza aggiungere parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra il mento colla mano manca, il gomito manco colla mano destra, e rimane in quell'atto, immobile, senza avvedersi che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa, fa il broncio in un canto.

— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione. E come hai fatto a venire senza ch'io ti abbia udita?

— E come hai fatto tu a non udirmi?

— È vero; ma che hai?

— Ho che so tutto....

— Tutto?

— Tutto!...

— Avresti per caso origliato all'uscio?

— Non ne sono capace!... Ma so tutto...

— Tutto?

— Tutto...

— Fammene sapere qualche cosa anche a me.

— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so perchè sei andato nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola con lui.

— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto d'occhi, e pensa fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!»

— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario!

— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero?

— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente... Che ne importa a me del signor Mario?

— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni, e vuol bene soltanto alla sua bambola! Che deve importare ad Olimpia del signor Mario?

— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo sapevi.

— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha ingannata, e che ho fatto venire il signor Mario per altro...

— Anche per altro, questo lo so.

— E come lo sai?

— Lo immagino; avete parlato un pezzo.

— Ci ascoltavi?

— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza ascoltare. Ma dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono due usci; se fossi stata nello studiolo, forse...

Il dottor Parenti si affretta a soggiungere:

— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere che cosa il suo babbo aveva sospettato? Che ella non volesse niente affatto bene al signor Mario, ma che il signor Mario ne volesse a lei.

— E non è vero niente!

— E non è vero niente...

— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito detto che il signor Mario non mi vuol bene.

— E tu lo sapevi, tu?

— Oh! sì, sì che lo sapevo!

La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e corre nella sua stanza a versare nel seno della bambola la piena dell'immenso dolore.

XIII.

ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA.

Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.

Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta una disgrazia.

— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.

— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella faccia?

— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando le rughe della fronte.

— Non mi parlar di lui.

— Sono venuto a posta per parlarti di lui...

Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:

— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol bene.

— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.

— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che vuoi credermi.

E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani, prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una:

— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua; al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore.

Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.

— Vuoi dire?...

— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico, non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio di fabbrica; Mario ti assomiglia.

— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni, non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse?

— Quale idea!

— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto.

— Quale idea!

— Idea da pazzo!...

— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca.

Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile proseguire in quell'argomento.

— Mario dunque?...

— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta la ragione, ma ha certo il minor torto...

— Il maggior torto...

— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso. Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser orfano.

— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.

— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora; piangeva...

— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?

— Ha detto che ti ama...

Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è tutt'uno.

Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle mani, ed il dottore lo guarda intento.

— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza levare il capo.

— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?

— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli...

Il dottore comprende e l'interrompe.

— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore, senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare.

— E quale?

— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed ho sbagliato.

— Spiegati.

— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò fosse tetro e taciturno.

— E non è vero, per buona sorte?

— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre.

— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.

— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...

— Avresti allontanato tua figlia...

— L'avrei data in moglie a Mario.

Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico.

— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.

— Non è vero?

— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario.

— Ti pare?

— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro segreto.

— Quale?

— Quando lo saprò non sarà più un segreto.

Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico.

— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?

— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!

L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor Parenti?

XIV.

QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO.

Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una bella canzone per risvegliarla; e ne aveva bisogno, sebbene tenesse gli occhi aperti. È scesa da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la vigilia, da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a trovare ogni cosa in ordine quando si desterà. Vedete come corrono agili quelle manine gentili! In breve ora tutto è in sesto; «già non ci vuol molto!» direbbe mamma Teresa.

Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare il bricco dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa. Pensa prima di tutto che mamma Teresa tarda più del solito a comparire, e che ci sarà tempo di prepararle un magnifico stupore, facendole trovare il caffè fatto. Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà almeno notizie?... Chi?...

Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il focolare scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci a canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere, tutto ciò non può fare che Donnina non pensi ad Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne riceverà almeno notizie?... Non è più sola; i cari fantasmi le fanno compagnia.

Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere. Dalla porta socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia per la camera a gran passi, continuando a dire di sì; e la testa di maestro Ciro, coperta ancora da un berretto da notte non meno bianco dei suoi capelli, che segue cogli occhi tutti i movimenti della terribile donna ed accenna quasi impercettibilmente di no.

— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente in faccia al marito, che diviene immobile d'un tratto; sì, chi manda denaro di nascosto, ha cattive intenzioni.

— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento con cui enuncia le definizioni ai suoi allievi, il beneficio che si nasconde...

Ma la terribile compagna non lo lascia finire.

— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto, ed io sostengo ancora che dopo quest'elemosina mi diventa più inesplicabile, e temo peggio pell'avvenire della nostra Donnina.

Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai, aveva detto la vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava l'arrivo di una somma, può mandarci mille lire? — _mille lire!_ — al domani della sua apparizione?

— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro di scuola.

— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto bisogno di comparire a Donnina di notte, come fanno i malfattori? E non le ha forse taciuto l'esser suo?

— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi riceviamo del denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono oramai cinque anni.

— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col padre a cercar la fortuna; l'avranno trovata subito, e chi sa in quali strade.

— Teresa, il sospettare del prossimo...

— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza finirai col farmi andare all'altro mondo più presto.

— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole.

— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul serio? ma se ti vedessi una volta andare in collera, credo che mi toglieresti dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti io l'ho visto co' miei occhi, e che se mi sono lasciata pigliare alle parole di Donnina, tanto tanto ho subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni non si cancellano, ed ora mi pare di vedermelo lì dinanzi... come lo vedevo... ed il suo denaro glielo vo' buttare sul viso appena osi portarlo a tiro, e gli voglio dire... lo so io che cosa gli voglio dire.

Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia di sparire.

— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là a B... a nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a prendere. Mille lire! Hai tu mai visto come sono fatti i biglietti da mille?»

Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde.

— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente, aggiunge, quei denari che parevano piovuti dal cielo! Non erano mai tanti come questa volta; e pure quanto piacere ci davano!

— Potrebbe essere....

— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non sei ancora ben sveglio dai tuoi sogni?

— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi punto. Se anche questi denari non vengono da un padre...

— Se anche!...

— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di qualche principe o di qualche nobilone ricco a milioni, e che un giorno ritroverà la sua fortuna.

— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche la fame se non fosse...

— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre creduto?...

— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari e gli altri vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine hanno, e non bisogna tenerli proprio.

— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando fra sè e sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero quattromila e seicento lire... al sicuro... là negli scrigni della Cassa di Risparmio, a Milano, finchè Donnina avesse a prendere marito; allora si andrebbe a pigliarle tutte, e si direbbe a Donnina: «Questa è la dote, non te l'abbiamo fatta noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali devono essere qualche cosa di grosso...»

— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla soffrire.

— È vero... Ma!

Questo _ma_, preceduto e seguito da un sospiro, significa che tutto ciò è un sogno, e che se si hanno a restituire le mille lire, bisognerà, a rigore, restituire anche le altre, così bene al sicuro negli scrigni della Cassa di risparmio di Milano...

— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la quale capisce le cose a volo... addio dote! addio avvenire! bisognerà dare Donnina ad un poveretto o lasciarla sola nel mondo a soffrire.

Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge:

— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari sono stati mandati a te, non è vero che sono stati mandati a te? Ci è forse in paese un altro _Egregio signor Ciro Neri, maestro delle scuole comunali_?

Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno.

— E non sei tu l'_Egregio Signor Ciro Neri, maestro delle scuole comunali_?

Il vecchio sorride come por attestare la propria identità.

— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli.

— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero anche...

— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti a nessuno tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che tu riscuoti facendo la tua bella firma sul vaglia — sono danari tuoi. Tu non stai a domandare chi li manda, e d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno scimunito, uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere in tasca il danaro...

— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno spensierato, uno scimunito, non so nulla io, e non voglio saper nulla. Ora mi alzo e vado subito a B... per riscuotere...

— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo che fa?

— Non ho freddo io...

— E poi la scuola...

— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola.

— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo pezzo di carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da quarantacinque anni sono tua moglie....

— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno!

— A nessuno.

— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla Cassa di Risparmio...

— Che felicità!

Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è uscito a mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile compagna gli corre addosso e lo obbliga a rientrare nel guscio.

— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia scaldato i panni.

Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua piccola tiranna senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro Ciro! E quando è solo, egli osa levare le braccia al cielo in atto di ringraziamento, e ridere di quelle minacce, e dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora compiti! E finisce sempre col fare a modo degli altri!»

Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere: «Gran buona donna! peccato che non sappia leggere!»

XV.

IL SIGNOR MAESTRO SPIEGA LA MOLTIPLICAZIONE.

Chi non ha visto mamma Teresa colla sua veste di lana nera, tagliata alla moda di mezzo secolo fa, collo sciallo nero ricamato a gran fiorami in rilievo, e l'enorme cappellino, ultima reliquia d'una razza spenta di colossi, non ha visto mai nulla di bello. L'oste della _Salute_, da persona igienica che sa quanto bene al sangue faccia un grazioso spettacolo, e quanto i graziosi spettacoli sieno rari in paese, è venuto sull'uscio e sorride un sorriso che non ha prezzo. Due o tre donnicciole, dopo aver dato il buon giorno alla vecchierella, si voltano a guardarla, e maestro Ciro, ritto nel piccolo vano della porta della scuola, segue cogli occhi la compagna, finchè alla prima cantonata ella si volge a fargli un cenno d'addio che ad altri potrebbe parere una minaccia.

Il vecchio si frega le mani fervorosamente e spira dalla faccia rubiconda una benevola felicità. Gli scolari che giungono in frotta, e se ne intendono, dicono a sè stessi che il signor maestro è di buon umore, ed il signor Nosedi, che non ha studiato la lezione, si confida col signor Pastori, il quale gli assicura che oggi la passerà liscia... se pure non si avrà _brevis letio_. _Brevis letio!_ La magica parola corre per tutta la scolaresca, ed in breve le panche stesse sembrano far festa. L'aria è solcata in tutte le direzioni da pallottole di carta masticata che si attaccano alle pareti ed al soffitto; col pretesto di deporre sull'ampio camino il ceppo che ogni studioso di A... deve contribuire due volte la settimana, i più arditi monelli si armano delle molle o della paletta e fanno le evoluzioni militari, si mettono a sedere sul vecchio seggiolone di cuoio del signor maestro, e si somministrano vicendevolmente qualche pugno.

E il signor maestro continua a starsene immobile nel vano dell'uscio, mostrando di non avvedersi di nulla, voltando ogni tanto il capo, ma col pensiero a mamma Teresa, a Milano, alla Cassa di Risparmio, a Donnina alla dote.

E non si scuote finchè il chiasso diviene così assordante da sembrare una rivoluzione. Allora si volta e gira l'occhio intorno intorno. I piccoli monelli subito fanno a gara a chi guarda più attentamente il libro ed a chi mormora più a bassa voce la lezione, e il signor maestro conchiude la sua severa occhiata dicendo tra sè e sè: «Nessuno mi farà credere che Donnina non sia la figlia d'un principe o d'un duca, o almeno d'un milionario». Intanto, coll'occhio amorevole, guarda verso il focolare lontano, dove la figlia del principe, del duca o del milionario è circondata da cinque marmocchi, alti due spanne l'uno, a cui essa insegna a balbettare a bassa voce l'_abbici_.

Il signor Pastori ed altri sei o sette signori sono uno alla volta pregati molto compitamente dal signor maestro di dire la lezione. Le campane del paese dovrebbero sonare a festa perchè tutta la generazione nuova di A.... ha detto i due paragrafi della dottrina cristiana ed ha coniugato un verbo senza sbagliare nemmeno una sillaba; perfino il signor Nosedi trova il modo di farsi dir bravo recitando ad occhi bassi. È sempre stato eccessivamente timido quel signor Nosedi! si ha da incoraggiarlo... «tenga la testa alta.» La rialzerà quando avrà finito, ma se ha da dire la lezione bisogna che abbassi gli occhi a guardare sotto la panca — è un vizio organico.

Ha finito anch'egli, «Bravissimo!»

Dal canto suo Donnina non ha mai trovato i suoi cinque allievi più intelligenti; sono un prodigio di talento, anzi cinque prodigi di talento e trattano le lettere dell'alfabeto proprio come vecchie conoscenze. Vedrete ora come scriveranno! Donnina piglia i loro cartolari, ed in certe pagine assai più nere che bianche fa la traccia, cinque belle aste colla coda, che di solito si moltiplicano sotto gli occhi della maestra.

Quest'oggi però la maestra non sa star ferma, ha bisogno di muoversi, di andar nella sua camera, di trovarsi sola, perciò raccomanda ai suoi allievi di fare attenzione ed esce sulla punta dei piedi per non disturbare il babbo, il quale, tutto attento a fare sulla lavagna una magnifica sottrazione, la guarda colla coda dell'occhio, e ripete fra sè e sè: «nessuno mi toglie dal capo che quella figurina da nicchia diventerà una duchessa, una principessa, ricca a milioni.»