Part 6
»Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza; v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando, nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
»Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande quanto l'amore.
»MAURIZIO.»
La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo.
Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...
Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa!
X.
IL TERZO.
Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce dietro la portiera.
Serena parve uscire da una lunga fantasticheria, sollevò il capo con un moto risoluto, e rispose senza voltarsi:
— Passi!
Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel sorriso, e mosse incontro al nuovo visitatore.
Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto della persona e piuttosto esile, ma di forme proporzionata e di aspetto dignitoso. Il volto pallido esce come da una cornice fuor della barba nera, che gli scende lungo l'orecchio e si riunisce sotto il mento. Due rughe trasversali gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima eleganza e semplicità, ed ha il portamento d'uomo che, avvezzo a vivere fra gli uomini, sa di bastare a sè stesso. Nondimeno, mentr'egli se ne sta immobile sul limitare, un lieve tremito nervoso scorre per tutto il suo corpo irrigidito da uno sforzo di volontà, e quando il servitore ritorna e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre il piede nel salotto due occhi ammalianti lo trattengono un'altra volta: è l'ultima debolezza, ed egli s'inchina profondamente a nasconderla, poi muove verso la vezzosa padrona di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla poltroncina per porgergli la mano con adorabile languore.
— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto nelle sue mani quei ditini di fata.
— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore a sedere con un cenno.
— Sono venuto in mal punto?
— Mi annoiavo.
— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse...
— Tanto meglio...
E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro, soggiunge sorridendo:
— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire.
— Non lo indovinate?
— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi avete scritto, che mi amate...
— E non vi diverte questo?
— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti.
Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di fatuità nè di collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando lievemente la mano in cadenza; poi fissa i grandi occhi abbaglianti in volto al signor Maurizio, il quale ne regge per poco la luce e si dà vinto.
— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo una lieve titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che vi ho chiesto.
La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere la mano in cadenza senza mostrare curiosità di sorta. L'altro prosegue:
— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi credereste, ed alla mia età non sta bene non essere creduti.
— Alla vostra età!
— Ho trentanove anni compiti.
— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine.
— Vi pare ch'io sia troppo vecchio?
— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che avete.
— Gli anni però non si cancellano.
— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue soltanto e me ne cancello parecchi. Vi pare che io abbia più di ventidue anni?
Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella tenebra di quell'incantevole enigma vivente.
— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro di rispondere schiettamente ad una domanda, per quanto vi possa parere indiscreta.
— Dite.
— Amate voi qualcuno?
Serena sta alquanto dubbiosa.
— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo credereste? non avevo mai fatta a me stessa la domanda che mi fate voi.
— E stimate qualcuno?
— Pochi.
— Io sono nel numero?
— Certo.
— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte, come per darsi forza, io vi offro di divenire mia moglie.
Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò nell'occhio di Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda, non si sentì la forza di leggere subito la risposta nei volto della bella e chinò lo sguardo.
— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena con gravità insolita.
— Accettate dunque?...
— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando le parole, merita la maggior schiettezza. Il mondo ha sul mio conto molte opinioni bizzarre...
— Che importa a me del mondo?...
— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che io sia ricca.
Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale non batte palpebra.
— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca.
— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio.
— Siete fiero voi?
— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo, mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da arrossire accettando, sono povero anche io.
— Lo sapevo.
— Lo sapevate?... e dite?
— Tanto peggio.
Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi. E ripete:
— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma, non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro.
La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale ha rialzato il capo con superbo disprezzo.
— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò potrebbe bastare ad un altro cuore, forse anche al mio, ma non basta alla mia fantasia, alle mie abitudini, ai miei bisogni. Dovrei vivere una vita modesta, accudire alle faccende domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti, di falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle feste, alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a soli... ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non è possibile; siete fiero e sta bene; io no, non sono fiera; non vorreste che il mondo vi accusasse di aver fatto un buon negozio sposandomi; a me invece un buon negozio è indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il mondo è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi sono rovinata, che ho fatto male i miei conti...
Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra vedova s'interrompe e gli porge la mano sorridendo.
— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito, immagino. Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta me stessa. Me ne terrete rancore?
— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano della bella.
Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle labbra, col cuore in tumulto.
Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso, poi si getta sul divano e piange.
XI.
LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA.
Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti ad un modo, avvenivano nel mondo dei savi intorno alla vigilia del Natale. Ritorniamo ai nostri pazzerelli.
Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso dei propri rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa ci si trovano alcune idee fantastiche e bizzarre, le quali alla Borsa non hanno, fra i pubblici valori, un valore certo e definito; ad ogni modo egli è creduto un sottile ragionatore, dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più duri. È opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia mai saputo resistere (il granito da un pezzo gli ha svelato il suo segreto); e quando fissa gli occhietti scintillanti in faccia a qualcuno, state sicuri che gli scompagina il cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non pare, perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista sulla terra.
Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha dovuto vederne di brutte cose!
Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani, rialzando il capo e piantandosi come un pilastro.
Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità.
— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo alla sua creatura.
Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di recare lo scritto al signor Mario.
— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un istante gli occhi di dosso al padre.
— E chi ti dice che sia ammalato?
— Poichè gli mandi una ricetta.
— E chi ti dice che sia una ricetta?
— Fai sempre così a farle...
Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro.
Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor Mario s'era appena levato e che sarebbe venuto subito.
Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello alla porta d'ingresso.
Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e fece per uscire dalla stanza.
— Te ne vai? chiese Olimpia.
— Vado e vengo; trattienilo un momento tu...
— Ma io...
— Vengo subito, ti dico...
E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio dietro le spalle, mentre la porta rimpetto si apriva lasciando il passo al signor Mario.
Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una aria di Amleto precoce che mette in dosso la melanconia; porta l'abito abbottonato fin sotto al mento ed ha i lineamenti corrugati, come uomo che abbia fatto scommessa di non ridere.
Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il nuovo venuto, vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla soglia e sembra disposto a non se ne staccare, se la signorina non gli viene in aiuto. Ma come fare? È così difficile ricevere un giovinotto!
— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio coraggio a due mani, si accomodi; il babbo viene subito, subito...
E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio.
Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare!
— Buon giorno, signorina.
Non dice altro e s'inoltra un passo.
— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto un cuore di bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo, tutti i vetri erano arabescati di ghiaccio stamane.
— È vero, deve fare molto freddo.
— Non se n'è accorto lei?
— Non sono ancora uscito di casa.
Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono a guardare molto curiosamente le vetrate.
— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non viene mai a trovarci? Perchè non viene mai?
— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto studiar molto...
— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le farà male.
Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra qualche cosa che rassomiglia lontanamente ad un sorriso.
— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar la sera con noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di essere un'eroina.
Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli amici, gli duole di essersi fatto aspettare inutilmente.
— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre: verrà, verrà.
Non era vero, ma di che parlare con uno studente di medicina così patologicamente taciturno?
— Il dottor Parenti è troppo buono con me...
— Le vuol bene...
— Non lo merito...
— Oh! sì sì che lo merita!...
La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo; il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro trilli senza riuscire a farsi intendere.
Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore.... Oh! perchè non giunge?
Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce frettoloso l'ottimo babbo.
Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso del dottore alle prese col broncio del signor Mario.
XII.
IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.
Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto.
— Mi devi promettere di essere schietto con me.
Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene meglio.
— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar schietto.
Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta fermezza:
«Parli.»
— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la clientela!
Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere.
— Lei scherza!
— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine; tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora; hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina, se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...
— Non ho nulla io!
— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da fare.
Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno scoraggiamento profondo.
Il dottor Parenti prosegue con dolcezza:
— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare molti mali, anche quando è fatta ad un cattivo medico. E poi, chi sa che io non abbia proprio il rimedio che ti abbisogna; il tuo _caso_ non è disperato.... al contrario.... e ti prometto che se il rimedio dipende in qualche modo da me, io non saprò negartelo.
In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con finta sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor Mario sfugge interamente, perchè non batte ciglio, nè muta positura. Il dottore sta alquanto in forse, poi aggiunge:
— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene, tu sei innamorato!
Il giovane leva il capo con un moto repentino che il dottore, per generosità, finge di non vedere.
— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati, di veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è così?...
«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente un pleonasmo, perchè Mario dà una risposta che rovescia la regola generale.
— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non amerei mai alcuna fanciulla senza esser certo di poterla far mia.
— Al cuore non si comanda, giovinotto.
— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente Mario.
— E poi le difficoltà, i contrasti...
— Non vi sono difficoltà per chi ama.
— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non sei innamorato.
Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:
— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa di peggio, un cattivo amico...
— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.
— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo; so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e di affanno.
Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.
Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato. Non dice nulla.
Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi in alto per mostrare che non piange più.
— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo il significato di quello sguardo, che ti spogliassi del tuo orgoglio insensato.
— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine.
— La tua famiglia, un padre.
— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica pure che io sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola virtù. Mi hanno dato una casa, un nome, una professione; cose ottime che io non chiedeva, e che accettai con giubilo; ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro prezzo; che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro; se non posso estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare che la mia anima non si vende — sono un miserabile, lo so, ma non sono un vigliacco; meglio ingrato che codardo.
Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto; il dottore osserva con voce commossa:
— Il cuore di tuo padre è buono.
— Chi lo sa?
— E non vuole che un po' d'affetto...
— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli mostrai amorevole, credette egli forse che la riconoscenza avesse in me preso gli aspetti dell'amor filiale? Lo credette egli mai? E quando io, coll'anima piena di affettuosa gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di trovare un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi in terra, feci di tutto per giungere al suo cuore, credette egli forse alla mia sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo dentro meglio che egli non leggesse in me perchè avevo la doppia vista della sventura. E vidi, lo sa lei che vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare nulla, tranne la sola cosa che io spiava inutilmente nei suoi occhi: un pensiero di stima sincera, un sentimento di vero affetto. Si era imposto il dovere di far di me suo figlio, ma non fu mai, un solo istante, mio padre.
E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace, ma continua a tentennare il capo come per respingere, innanzi di udirli, tutti gli argomenti che gli si possono opporre.
Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel grido partito dal cuore; e se interrompe il dire affannoso del giovine, lo fa da medico accorto, perchè egli non si sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di proseguire più pacato.
— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio amico, e lo conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è dato a conoscere più presto. Egli ti vuol bene.