Part 5
Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento. L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra. Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non hanno torto.
Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.
Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare, e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi, sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.
Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione, non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire! E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la partita.
Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti, di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire; chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione, ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri — ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del _buon genere_, e coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del farsetto.
E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi, anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed argomenti favoriti.
Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny, prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny, cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto nulla e si era dato alla vita del _buon genere_.
Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un vivo desiderio di possedere la seconda.
Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le operazioni _a fine mese_ le imbroccava giuste lui solo: che quando il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando vendeva, tristo il compratore!
Chi era il banchiere Redi?
Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte volte più.
Chi era il banchiere Redi?
Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi, od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione, costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza. «Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva, è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di gabbarlo, e tutti restano gabbati.»
Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po' piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario, non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.
Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa parietali, come due larghi cerotti.
Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie.
Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro. Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale, nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del banchiere avevano dato il nome che si conveniva...
Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti, i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno sciocco?»
«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.
«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.
«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.
Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano.
VIII.
LA CORTE DELLA SIRENA.
Fra tanti che ambiscono l'onore _d'essere presentati_ alla Venere della giornata, io scelgo chi legge, sol ch'egli voglia darsi la pena di seguirmi.
La leggiadra vedova abita in uno dei quartieri più eleganti della città, in una delle case meglio costrutte, al primo piano, un quartierino di cinque o sei stanze in tutto, un vero paradiso maomettano, dove si respira un'aria corretta e migliorata dai più squisiti profumi e si vede una luce vaporosa e fantastica che sfuma i contorni delle cose e dà alle persone una somiglianza di famiglia colle visioni de' sogni.
Il salotto è un prodigio del genere; colle pareti tappezzate di seta azzurra e cogli stipiti dorati, in cui si riflette la luce di tutti i colori che passa attraverso i trasparenti, colla vôlta in cui è una processione di amorini di stucco che s'inseguono arrampicandosi a ghirlande di fiori pure di stucco, ha l'aspetto d'un piccolo tempio preparato a riti misteriosi. Un ricco tappeto pseudo-orientale attutisce i passi del visitatore, e due enormi specchi, collocati uno rimpetto all'altro, ne moltiplicano all'infinito le sembianze. Tutto ciò si vede alla prima; quando vi siete seduti sopra i larghi seggioloni di velluto azzurro con borchie e frange d'oro, vi apparisce un mondo d'inezie a far nuova testimonianza del lusso, dell'eleganza e del buon gusto. Nel vano delle finestre, da piccole cestelle di giunco dorato, pendono i festoni verdi di certe crassulacee e dell'edera, e sopra appositi tripodi gran vasi di porcellana miniata alimentano splendidi caladii dei più vaghi colori. Sui tavolini è sparso un infinito numero di ninnoli, album da ritratti che, aprendosi, vi cantano una strofetta, vaschette di cristallo colle loro famiglie di pesciolini rossi, lampade, paralumi, libri, la cui rilegatura paga dieci volte il valore del contenuto. A tutto ciò gettano dalle pareti uno sguardo sbadato quattro tele raffiguranti le virtù cardinali. Sono quattro belle virtù, molto vezzose, molto espressive, molto tentatrici e molto ignude, le quali sembrano aver spogliato insieme cogli abiti ogni rigidità, ed essersi acconciate, per mortificazione, a rallegrare il rito d'una suprema virtù amorosa, che è l'abitatrice del luogo.
Non certo per dar tempo a chi aspetta di vedere tutto ciò, la leggiadra vedova si fa sospirare, perocchè chi aspetta ha avuto tempo di ammirare due volte tutti gli oggetti ammirabili e di farne l'inventario con crescente stupore. Chi aspetta è uomo che di poco ha passato la trentina, bello del volto, della persona e più degli abiti. Immaginate la splendida uniforme di luogotenente del reggimento delle Guide, già per sè stessa seducentissima, fatta più seducente e più elegante dalla suprema disinvoltura di chi la indossa e dalla bizzarra armonia dei colori delle pareti o dei mobili. Il giovane luogotenente si è seduto sopra un seggiolone e si è lasciato andare sulla spalliera senza complimenti, ha posto la sciabola fra le gambe ed è passato di meraviglia in meraviglia guardandosi intorno; ma siccome il tempo se ne va e nessuno viene, ed i suoi pensieri non bastano a quell'ozio, ha preso un _album_ dal tavolino e ne ha sfogliato le pagine ad una ad una, intanto che il docile filarmonico nascosto fa eseguire dalla sua orchestrina una pastorale svizzera. Alle ultime note della pastorale si apre finalmente una portiera, ed apparisce qualche cosa di vaporoso somigliante meno ad una donna che ad una divinità evocata da quella musica. Il bel guerriero si rizza in piedi, depone l'_album_, afferra la sciabola con una mano; fa un saluto mezzo borghese mezzo militare coll'altra, e muove un passo verso l'apparizione.
— Cuginetta, mi hai fatto fare trentatre minuti e dodici secondi di anticamera.
Il tono di voce con cui l'amabile luogotenente pronuncia queste parole, il sorriso di compiacenza che gli sta sul labbro, e l'atto cavalleresco, ma compassato, dicono molte cose, e prima di tutto ch'egli è stupito di quanto vede, e poi che alla sua volta si aspetta legittimamente di cagionare alla bella un magnifico stupore. Ma la bella lo guarda senza commuoversi, gli porge la mano esaminando nello specchio la propria acconciatura, e dice con un'indolenza adorabile:
— Sei venuto trentatre minuti e dodici secondi troppo presto.
— Ecco un bizzarro complimento in bocca d'una bella cugina che non si vede da un anno.
— Non è un complimento; mi hai côlta allo specchio; il più che potessi fare per te era di farti aspettare. Non è forse vero?
E dicendo così, la vedovella che non ha cessato di guardarsi alla sfuggita nello specchio, leva per la prima volta gli occhi in viso al cugino e lo fissa come sfidandolo ingenuamente a dir di no.
— Sì, certo, balbetta il cavaliere, sebbene veramente pensi tutt'altro.
— Anzi, soggiunge la vedova, poichè tu sei il primo a farmi visita, dimmi che ti pare della mia acconciatura...
— È un miracolo di eleganza, risponde il luogotenente ridendo.
— Di che ridi?
— Dell'accoglienza che mi fai; immaginavo di averti preparato un'improvvisata.
— Sapevo dell'arrivo del tuo reggimento in Milano; ti aspettavo.
— E se devo proprio dirti tutto, mi lusingavo di farti piacere...
— E me ne fai, dice Serena porgendo la mano che l'altro stringe fra le sue; ti pare che questa camelia mi stia bene?
— Tu stai sempre meglio senza fiori in capo, lasciando cadere i ricci come vogliono. Te l'ho sempre detto, ti ricordi?...
— Può essere... è un'_alba ploena_... me le provvede il Ferrario. È bella, non è vero?...
— Bellissima.
La vezzosa vedova si determina finalmente a sedersi, e lo fa con una mollezza piena di fascino.
Il luogotenente continua a lasciar vagare sotto i baffi biondi un risolino che fra i compagni d'armi gli ha dato riputazione d'uomo _superiore_, e guarda intento la cuginetta!
È pur bella la cuginetta!
Quella espressione languida del viso è corretta meravigliosamente dal lampo degli occhi; non è una creatura svenevole, come ce ne sono tante, è una bella indolente, un'annoiata del _gran genere_. Eccola che porta una manina alla bocca, e trattiene uno sbadiglio! È impagabile in quell'atto, un pittore ci perderebbe il capo... ma un luogotenente delle guide!
— Scusami, sai, dice Serena, non appena vede sparire il riso che illuminava il volto del cavalleresco cugino; parlami di te, dove sei stato tutto l'anno?
— A Firenze.
— E che c'è di bello a Firenze?
— Il palazzo Pitti, il giardino Boboli, il Palazzo Vecchio, il Lung'Arno...
Ed il luogotenente allunga le gambe ed esce in una larga risata.
— Che c'è di nuovo? chiede la cugina senza sgominarsi.
— Sai che ti trovo molto mutata?
— Davvero?
— Davvero.
— È passato un anno.
— È passato; anch'io sono molto diverso da quel tempo...
S'interrompe per essere interrotto... ma siccome Serena pare molto attenta a districare i fili d'una larga frangia del suo abito che si sono arruffati, gli tocca ripigliare, e dice con un po' di malumore:
— L'acconciatura deve renderti molto feroce coi tuoi ammiratori...
— Sei un ammiratore tu?
— Sincero...
— E dicevi?
— Dicevo che è passato un anno e che sono molto mutato...
— Davvero?
— Non pare anche a te?
— Mi sembri lo stesso; hai sempre i tuoi baffetti attorcigliati e la tua bella uniforme azzurra; sei forse un po' più calvo, ma tutt'insieme mi sembri lo stesso.
— Al contrario tu ti sei fatta più bella...
— Vuol dire che io ho imparato a farmi più bella. Se sapessi come è difficile! ma devi saperne qualche cosa....
— Taci, profanatrice, interrompe il luogotenente con voce scherzosa; ti paiono cose queste che una bella donnina debba dire ad un luogotenente delle guide?
— Oh! mio Dio! sì; dopo quello che è passato tra noi possiamo parlarci chiaro, mi pare.
Questa risposta finisce di gettare lo scompiglio nella logica del luogotenente, il quale — bisogna sapere anche questo — era riuscito a mettersi in capo che il contegno della cuginetta adorabile fosse una parte studiata a memoria.
— Il nostro passato, tu dici... Lo crederesti? ho avuto per un momento il pensiero che, invece di farti piacere, fossi capitato in mal punto e ti dolesse di rivedermi...
— Perchè mi avrebbe a dolere?
— È quello che dicevo io pure... perchè?
— Ci siamo separati come buoni amici...
— Come i migliori amici.
— Tu mi lasciasti per una modistina, bella fanciulla bionda meritevole della sua fortuna.
— E tu per...
— Ed io ti dissi che non me ne importava niente...
— Tutto ciò è verissimo. Ed ora ti ritrovo in Milano, dove, appena giunto, odo parlare di te come della più leggiadra vedova che aspiri a passare a seconde nozze. Ti vedo per la via, ti riconosco, e mi propongo di farti visita, ed eccomi. Tuo marito, dunque, è morto?
— Sì.
Questo monosillabo contrae le labbra della leggiadra creatura; la cosa di un baleno, ed il sorriso riappare subito.
— Ed ami? chiese il cugino dopo un momento di silenzio.
— Sei molto indiscreto, risponde la bella; guardati intorno.
— Hai un quartierino splendido e di molto buon gusto.
— Di mio, non ci è che il buon gusto.
— La qual cosa vuol dire che tu ami...
— Molto.
— Molto?...
— O molti, è tutt'uno.
Ella pronunzia queste parole coll'usata indolenza, senza commuoversi e guardando in faccia il suo interlocutore, il quale, parendogli finalmente di trovarsi a suo agio, si alza e va innanzi allo specchio.
— Te ne vai già? dice allora Serena sollevandosi a mezzo e stendendo il braccio a tirare il cordone d'un campanello.
Ma il luogotenente protesta di non aver punto questa intenzione e con un accento scherzoso scongiura la crudele cuginetta di non mandarlo via. La crudele cuginetta risponde con uno sbadiglio che questa volta si degna appena di nascondere.
— Dunque, tu non sei ricca, cugina Serena?
— Non più di te, cugino Ferdinando.
— Pur troppo! perchè saresti ancora mia; ho solo il mio grado!
— Ed io il mio.
— Il mondo però ti crede ricca...
Serena non risponde; ricaduta nella fatuità indolente, che sembra formare il fondo della sua indole, segue con occhio sbadato le pieghe della splendida veste di seta color d'arancio.
— In fede mia! dice il luogotenente, non mi so più tenere dal dirti una cosa che mi sta sulle labbra.
— Dilla.
— Tu sei magnificamente bella!
— Ah!
— Non ti ho mai vista così bella! E do ragione al mondo che impazzisce per te.
Serena è in piedi d'un balzo, trasfigurata in volto, e si fa presso al guerriero galante.
— C'è della gente che impazzisce per me, hai detto?...
— Il mondo!
— E che importa a me del tuo mondo di sciocchi?
— Cuginetta, confessalo, tu sei in collera meco, hai un segreto rancore, non mi sai perdonare...
La vedovella non si degna di rispondere, e si lascia ricadere mollemente sul seggiolone.
— Tu ricevi?... chiede il luogotenente mutando tono di voce.
— Il giovedì.
— Non farai per me un'eccezione?
— Vieni quando vuoi, ti riceverò se ne avrò voglia.
— Questo almeno è parlar schietto.
E pensa:
— Non vuol mostrarlo, ma in fondo è ancora innamorata di me.
In questo punto un servitore viene ad annunciare il banchiere Redi.
— Passi — risponde la bella, e rizzandosi dice al cugino: — È il mio banchiere.
— Devo andarmene? chiede l'altro.
— È meglio.
Il luogotenente serra le ànche, piega il corpo con un atto che sta tra la rigidità militare e la scioltezza del damerino, prende la manina della bella vedova, poi si volta con un moto risoluto ed esce.
Sulla porta s'incontra cogli occhioni da spiritato, coi favoriti biondi, colla bocca madornale e coi cerotti lucenti che compongono il viso del banchiere Redi; fa un saluto poco percettibile e se ne va colla sciabola sotto il braccio, pensando che la cuginetta è molto bella e che il banchiere della cuginetta è molto brutto.
IX.
IL SECONDO CORTIGIANO.
Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio dei propri capelli.
— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla signora Serena...
Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole, spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due file di denti bianchissimi.
— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.
Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino.
— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in regola...
— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.
— Mi lusingo anch'io...
— Sono quindicimila lire, credo.
— Diciasette.
— Tutto è pagato?
— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta...
La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi, attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.
— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a quest'ora?
— Una bazzecola.
— Che non potrò pagarvi mai.
— La signora scherza...
— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della delicatezza, ma è inutile.
— Lei sa...
— Io so quel che mi volete dire; ci penso.
— I miei voti...
— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi.
— E devo sperare?
— Ritornate fra otto giorni.
— È l'ultima dilazione?...
— Non lo so.
— La signora mi permette che le baci la mano?
La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone solo.
Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio e legge colla curiosità d'un'annoiata:
«_Signora_,
»Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.