Part 3
In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami dello scibile, incidono il loro nome sul _posto_ che hanno occupato e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini, limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.
Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato in paese altrimenti che _signor maestro_. Eccolo là, nella sua scranna di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti, coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?
L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e non sapendo che rispondere, si frega le mani.
— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde qualche affanno. Non pare anche a te?
— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra Donnina.
— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto! esclama il povero vecchio sbigottito.
— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi _a_, e coi tuoi _b_ e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per due. La non può durare.
La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.
— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.
— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta del solito.
— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare _brevis letio_.
— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non diranno così i parenti, nè il sindaco...
— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...
— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per insegnare tutti i tuoi _a_ e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre cose ad un paio di dozzine di mariuoli...
Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.
— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto quei... disgraziati che ti fan perdere il capo...
— È il mio mestiere...
— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò che tu insegni; si provino se sono buoni!
Maestro Ciro pensa modestamente che _essi_ ne troverebbero cento, ma si accontenta di dire:
— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la scuola.
— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io?
Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia.
— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.
— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può durare...
— Non è che da ieri, tu dici...
— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.
Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo.
Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo della casa.
È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla; approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia; non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla.
Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano: «addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una donnina!»
Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come contenersi.
— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il letto è pronto.
— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa casa? Non sono più buona da nulla io?
Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a chinarsi sul focolare.
— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!...
Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio — e la pace è fatta, con un bacio.
— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola; ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone.
— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale, ma domani mi sentirai.
— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?
— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto...
— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme...
— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere...
— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi fatta scorgere.
Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare, ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue, se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio nulla di severo.
— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da molti anni...
— In sogno?
— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo.
— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.
— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito.
— Ed era?
— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti; vi ricordate di Ognissanti?
— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio...
— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso.
— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque anni sono...
— Sei...
— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S... col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male. Ma come vuoi che egli sia venuto qua?...
— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e che il suo fantasma...
— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire, della loro famiglia... o almeno poco ci manca...?
— Non dire questo, mamma.
— Teresa! balbetta il signor maestro.
— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...
— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli bianchi.
— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole serie senza vederlo piangere.
— Per troppo cuore...
— No, per dispetto...
A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra, mandò un piccolo grido.
— Che è stato?
— Là... in quella finestra.
La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude e dice a Donnina:
— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai visto?
— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli somigliasse tanto...
— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a messa... Ma è tardi, mi pare...
— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio.
— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa.
— Russo io!... non me ne sono mai accorto...
— Lo credo... me ne accorgo ben io...
— E tu svegliami.
— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni di matrimonio?
— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni!
— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta al collo di Donnina.
Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima.
— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone!
E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino.
Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.
IV.
CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI.
Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria più rigida; nel fondo nero del firmamento le stelle splendono senza scintillio, e paiono punti di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li guardi. Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono la loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di brina.
È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si ode una pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla un lume ad una finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute, insieme con un filo di luce che traccia una linea d'argento sulla neve, esce ad ora ad ora un confuso rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra della sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo sfiorando le sue guance, ne disegna nettamente i contorni. Invano il vento soffia sul lume per cancellare la cara visione; la fiamma si agita, si piega, resiste e sembra accarezzare coi mobili riflessi la leggiadra testina.
Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le è sembrato di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi alla siepe, e di udire — ma non sa se sia inganno della fantasia o beffa del vento — una voce, un soffio, che l'ha chiamata per nome:
«Donnina!»
Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe udirla, bisogna lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere perchè la gioia non la uccida. Ma la voce ripete un'altra volta il suo nome, e con un accento di preghiera così intenso, che ella si sente come incatenata e non sa staccarsi dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di sole che risveglia un mondo di atomi nel buio.
Le passano in capo mille idee in un punto.
«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi? Egli ritorna! Dunque mi ama! Che importa il tempo che è passato, se egli mi ama? Ma perchè a quest'ora? E perchè tale mistero? Non lo so, ma egli me lo dirà, perchè è ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io forse?
Ah! il cuore le batte così forte!
Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità della sua natura diventa una forza; può forse esitare un istante, e vedere pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza dell'innocenza e la baldanza dell'amore? Si toglie alla finestra, apre l'usciolo della cameretta che gira sui cardini senza far rumore, passa il pianerottolo sulla punta dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno possa udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è d'un balzo presso alla siepe.
Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti.
— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina! Che tu sia benedetta per questa immensa felicità che mi dai! Parlami, ho bisogno di udire la tua voce, ho bisogno di sentirmi chiamare per nome come io ti chiamo: Donnina mia!
— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio Ognissanti!
Ma non sa dir altro.
— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la tua dolce voce di fata. Non sapevo come fare per venirti innanzi e dirti: «Donnina, guardami in volto, sono il tuo fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi avessi riconosciuto!
Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire che già non dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo silenzio è più eloquente d'ogni parola.
— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo passato, e che potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni perverse.
— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo cancella; questo momento compendia per me sei anni, Donnina tua è come l'hai lasciata.
— E non hai paura di me?
— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti ho aspettato e sei giunto; il mio cuore batte forte, ma non ho paura.
— Ah! non hai visto il mondo, tu!
— E tu l'hai visto?
— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere scoperti; avevo bisogno di sapere che tu vuoi essere mia, che tu sei rimasta mia, che non hai cessato un istante di pensare al nostro giuramento. Ripetimelo.
— Non sarei qui se fosse altrimenti.
— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche bisogno di dirti che t'amo, che t'ho sempre amata, che lontano da te, te sola ho posto in cima ai miei pensieri, e che in tutto il tempo passato non ho sospirato ardentemente altro giorno che questo. Lo credi?
Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando un gemito:
— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro, sopra la disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi!
Donnina manda un lieve grido.
— Me lo credi ora? insiste Ognissanti.
— Te lo credo.
— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti prima d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite, di riannodare il nostro amore reciso. Ti dirò come io ti abbia pianto perduta, non di te dubitando, ma del destino; ti dirò quello che la mia anima ha crudelmente sofferto fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi, è tardi, e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini!
— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre...
— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!.... So che ti amano e che tu le fai felici...
— E tuo... padre?
La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe può soffocare così un gemito, che non giunga all'orecchio di Donnina. La povera fanciulla comprende.
— Tu sei solo nel mondo?
— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo fino ad oggi; ma in avvenire non più, perchè ti ho ritrovata, e sarai mia. Ora addio...
— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del cuore; non posso lasciarti partire così! Saperti solo forse, ramingo, infelice, e rimanermene qui, ignara del tuo destino...
— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai mie notizie presto, saprai tutto, ora non chiedere altro, ti fida...
— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio vederti in viso, e leggere negli occhi tuoi che non sei un infelice. Aspettami...
E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello, accende un lume, entra nella scuola ed apre senza far rumore l'uscio di strada.
Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda neppure, ella compie tutto ciò come chi si sente d'obbedire ud un dovere.
Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla siepe e ritrarsi nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa ed un volto angelico incorniciato nel vano. Il desiderio non è più ratto. — Ognissanti è presso alla fanciulla. Ma tutta la baldanza che spirava dal suo linguaggio è svanita; conviene che la mano di Donnina lo tragga come un fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a varcare.
La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore di due giovani volti, due sguardi che sfavillano, due mani che si stringono.
Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una stretta di mano più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi, che la visione sta per sparire — ed egli protende innanzi le braccia come per trattenerla ancora un istante.
— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta.
— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane, non sapendo risolversi ad abbandonare la manina della fanciulla.
— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e se mi toccherà aspettare molto... aspetterò... Addio.
— Come sei bella! come sei bella!
Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma svanisce, e ogni luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa ancora l'occhio nel buio e ripete: «come sei bella!»
È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non si ode una pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria della _Salute_ esce ad ora ad ora un rumore di voci avvinazzate, e l'orologio della chiesa batte nove ore.
Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia, corre all'impazzata lungo la via maestra.
Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge, rubando alle siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di brina sopra il suo capo...
V.
IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO.
Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come farà a contenere la sua immensa felicità?
Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo; bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare.... no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto, dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi; ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari sogni che si fanno ad occhi aperti!
Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi.
Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire.
Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del lettuccio ed apparisce tal quale.
È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è bello!