Part 22
E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica, esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi, reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca, col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.» Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua. Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime migliaia di lire?
Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.
E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile cugino Ferdinando?
Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico.
Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno sospirato — il Natale.
. . . . . . .
Ancora il Natale!
Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.
Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì, maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli, con Maurizio e col signor Fulgenzio...
Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria.
Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.
Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha appetito.
«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!...
Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà...
E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga profonda.
Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza.
Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.
I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta, sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì, il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...
— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!
— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.
Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è contento e domanda a bruciapelo:
— A che pensi?
— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo siamo tutti.
— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti. Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati. Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella propria fossa.
— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.
— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato, in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati. Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.
Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire, e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato, dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina, senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!...
«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»
Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole, guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola. E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...
Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in trionfo la zuppiera fumante...
Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il meriggio, è il tramonto, è la notte.
Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che ascolta i battiti dei cuori che amano.
E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la propria felicità, non ancora stanchi, resistono.
E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice, sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro.
Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...
Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie.
E lo richiude nel cassetto.
FINE
INDICE
I. Un giorno di Natale Pag. 5 II. Molte cose in una chicchera di tè » 21 III. La famiglia del Maestro di scuola » 33 IV. Ciò che intendono le siepi » 46 V. In cui si spegne il lume e ci si vede più chiaro » 52 VI. Il romanzo di Donnina » 61 VII. Entrano in iscena personaggi nuovi e cose nuove » 70 VIII. La corte della sirena » 77 IX. Il secondo cortigiano » 86 X. Il terzo » 91 XI. La signora Olimpia fa gli onori di casa » 98 XII. In cui il dottor Parenti incomincia una cura » 102 XIII. Ancora della cura incominciata » 111 XIV. Quattromila e seicento lire alla cassa di Risparmio di Milano » 116 XV. Il signor Maestro spiega la moltiplicazione » 123 XVI. Ognissanti ed il signore dal cappello a larghe tese » 128 XVII. Un esame di coscienza » 138 XVIII. Paoluccio » 148 XIX. Ognissanti a Donnina » 154 XX. Chi fosse il signor Maurizio » 180 XXI. Il secondo colloquio di Maurizio e Serena » 191 XXII. Il luogotenente delle guide torna alla carica » 200 XXIII. Serena a Maurizio » 206 XXIV. Ciò che rimane a Maurizio » 210 XXV. Donnina ad Ognissanti » 214 XXVI. Viaggio di scoperta » 221 XXVII. Il poscritto della lettera di Donnina » 238 XXVIII. Seconda tappa del viaggio di scoperta » 241 XXIX. Un altro viaggio ed altri viaggiatori » 251 XXX. Sola! » 263 XXXI. Lo scoppio della bomba » 269 XXXII. Ritorno » 272 XXXIII. Terzo colloquio di Maurizio e Serena » 277 XXXIV. Il dottor Parenti al signor Maurizio » 282 XXXV. Paoluccio lascia l'ospizio » 283 XXXVI. Povera Olimpia » 293 XXXVII. Un giorno di vacanza in casa del Maestro di scuola » 297 XXXVIII. In cui si vede come Mario non ritornasse a Milano solo » 303 XXXIX. Maestro Ciro rimane solo » 310 XL. In carrozza » 320 XLI. Il signor Maurizio riceve » 322 XLII. Al capezzale dell'infermo » 330 XLIII. A mia figlia » 333 XLIV. I milioni di Maurizio » 343 XLV. Casi di coscienza » 346 XLVI. Il professore Rigoli riceve una visita » 352 XLVII. L'ultimo » 360
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.