Part 21
Mamma Teresa pensa che se non devono destare un galantuomo trentamila lire, non lo desterà nemmeno la tromba del giudizio.
E se in quel pomeriggio Maurizio non avesse avuto il sonno greve, si sarebbe desto non una volta solo, ma dieci, a certi impeti di tosse che presero mamma Teresa nella vicina stanza: finalmente si desta — finalmente sa tutto!
E prima egli osserva che non ha mai prestato danaro a chicchessia, e nemmeno non gliene fu mai rubato.
A mamma Teresa non par vero, ma è proprio così. Poi anche Maurizio nota che se il danaro fu diretto a Donnina, e si sa che Donnina è sua figlia, l'incognito è informato appuntino, e che per essere così informato deve aver bazzicato in qualche modo per casa negli ultimi giorni.
Non ci è male; per un cervello guasto, mamma Teresa conviene dentro di sè che non è mal ragionato; ma perchè tante smorfie per intascare trentamila lire che han da servire a Donnina? Ella no, non ha fatto così, quando riceveva quei bei _vaglia_ che parevano piovuti dal cielo... To', e se questi venissero dalla stessa sorgente? Questa poi vuol dirla e la dice «tanto per gettare un barlume nell'oscuro,» ma in verità per dare al cervello di Maurizio una buona idea. Il padre sorride melanconicamente e crolla il capo.
— Quel denaro, buona mamma, avete fatto bene a riceverlo, perchè allora Donnina non sapevate di chi fosse figlia; ma ora il padre è noto, e chi manda il denaro non può essere che un estraneo.
Si chiamò la governante, e fu sollecitata a dire se nei passati giorni non fosse mai venuto nessuno a domandare di Maurizio...
— Sì, balbetta la buona donna, il dottor Parenti....
— Ed altri?
— Non so.... ecco.... non so se devo dirlo, perchè mi fu fatto promettere di tacere, ma se la cosa è grave... se bisogna proprio....
— Bisogna proprio....
— Quand'è così, sissignore, è venuto qualcun altro.
— E chi mai?
— Una signora.
— Una signora?
— Ed un servitore a nome di quella signora.... la quale era bella, bella come un amore, un po' patita, pallida, con due grandi occhi, vestita di nero, portava un velo sul viso; e mi domandava di lei, e saputo che era con lei una fanciulla, sua figlia, volle sapere quel che io sapeva e le dissi ogni cosa; non avrò fatto male, spero; mandò poi il servitore più volte per avere notizie...
Maurizio fino dalle prime parole ha piegato il capo sul petto, e quando la buona donna tace e guarda ora Donnina ora mamma Teresa per comprendere qualche cosa, egli continua a rimaner pensieroso ed immobile. Finalmente si scuote, prendo Donnina per mano, la bacia in fronte, e si fa dare l'occorrente per iscrivere.
E scrive:
«_Signora_,
«Voi avete avuto pietà della mia sventura, e vi siete consigliata col cuore solamente. Non vi faccio carico di quanto vi può essere di umiliante per me nella vostra generosità; sarebbe forse una giusta fierezza, ma crudele; mi preme solo di rimandarvi il vostro denaro e di farvi sapere, perchè non vi vinca una grande pietà delle cose mie, che ho ritrovato la mia vera ricchezza in mia figlia, e che essa avrà presto la sua ricchezza, uno sposo che l'ama e che ama il lavoro.
«Se il vostro cuore ha bisogno di un'azione generosa, non vi sarà difficile fare un po' di bene con questa somma che vi rimando.
«MAURIZIO.»
Donnina che aveva seguito coll'occhio la penna, appena il babbo ebbe finito di scrivere il proprio nome, gli balzò al collo e gli ridonò il bacio ricevuto, e mamma Teresa, la quale non capiva altro se non che i trenta biglietti da mille avrebbero rifatto la via che avevano percorso per venire, tanto tanto si provò a dire: «meglio così,» e lo disse, ma alle parole mandò dietro un sospirone.
Due ore dopo, veniva così risposto a Maurizio:
_«Signore,_
«Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego, alcuna intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e non può fare il bene senza nascondersi; ma non per questo io mi celai; non un benefizio, nè un'azione generosa io contava di fare, ma veramente una specie di restituzione, poichè so che il vostro patrimonio fu ingoiato dal banchiere Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non muta aspetto, e perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate felice come meritate.
«SERENA.»
XLVI.
IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.
Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora domandava di lui.
La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza. Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò franca.
— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata; non sono un'eroina, come vede.
E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il velo.
Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi.
— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa...
L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo del direttore, poi prosegui:
— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta...
— Il parente della sua amica si chiama....?
Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno sforzo.
— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento lo sguardo come timorosa d'una cattiva notizia.
— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore, è uno de' miei migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende, la sua pazzia, che è delle più innocue.
La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore tacque, col silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare.
— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa casa di dolori e di malinconie, il professore è uno dei meno infelici...
— Soffrono dunque molto i pazzi?
— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come dimentichi di sè stessi, ed allora paiono felici.
Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere a quel sentimento di commiserazione, soggiunse:
— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile, e non dà mai in ismanie; è passato da una breve melanconia ad una spensieratezza gioconda che dura ancora; gli piacciono i motteggi e non sembra pensoso del suo triste passato... che per me non è un mistero.
Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse dal sapere il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima diffidenza, timorosa di inganno, il direttore soggiunse:
— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo fare indagini sul suo passato; il conoscere le cause che hanno determinato la pazzia è condizione necessaria per il trattamento; e se non sapessi ogni cosa del professore Rigoli, la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto ne sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza.
Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme e dolci ad un tempo; poco stante disse:
— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo scopo della mia visita...
Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo alla propria commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò alle labbra e tossì.
Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che avesse mai esistito sulla terra.
— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con tremula voce, la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità, è molto infelice ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa... rimediare no, perchè non si rimedia mai alla colpa, ma uscire da un'apparente indifferenza che è continuazione di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per... colui che fu suo marito?
— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente e con persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed amorevole assiduità d'ogni giorno...
— E dovrebbe?...
— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli ritrovare le sue vecchie abitudini... amarlo con affetto materno... consacrarsi tutta a quella sventura; questo potrebbe fare.
L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa domanda.
— E guarirebbe?
— Forse...
— E sarebbe felice?
— Io credo di sì.
— E perdonerebbe alla sciagurata?
— Ne sono sicuro.
— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso della colpevole?
— Sì.
Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne la durezza. Nuovo silenzio.
— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici escono da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare una famiglia che li aspetta, una casa nota, una parola affettuosa, e cuori aperti alla nuova luce della loro intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia, lascia più raramente il manicomio, che è tutto per lui.
— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si mostrasse a me, a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità di tante sventure, e mi dicesse tutto il suo pensiero e mi chiedesse di vedere, non vista, l'uomo che le fu già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza che le manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento. E se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice, la consigli a venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal vista, e si sentirà più grande della propria sciagura e saprà compiere l'ultimo sagrificio.
L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva chinato la testa sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio, non si accorgendo di nulla, proseguì:
— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore, le sue paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate e lo struggimento d'essere stata causa di tanto male... ebbene, le dica che ad uscire da questo strazio, a muovere incontro alla pace del cuore, basta un passo solo; non sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità melanconica e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica sua è desiderosa di bene...
Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo, mostrò il bel volto in lagrime, prese le mani del vecchio e vi appoggiò le labbra arse.
— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io stessa!...
E le mancarono le parole a compiere la frase.
Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena!
Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore, e facendosi più presso alla sciagurata donna, perchè ella nascondesse meglio le lagrime, e carezzandole lievemente i capelli come avrebbe fatto con una propria creatura, le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo, e che non v'era via aperta all'espiazione... fuor una...
Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente, come da gran tempo non aveva potuto fare; aveva il petto pieno di singhiozzi, e le deboli sue fibre sussultavano con uno spasimo nuovo; se ne stava nell'atto di una bambina; pure era la prima volta che si sentiva la forza di misurare la propria colpa con altro occhio da quello pauroso con cui si misura un abisso.
— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza rialzare il capo, non l'avrò mai.
Il signor Fulgenzio non rispose.
— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo migliore di espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella del rimorso della coscienza, concessa alla donna colpevole? Perchè non solo io l'ho abbandonato, lui buono ed affettuoso, ma mi sono imbrattata nel mio fango. Ritornare a lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo prima, ora è tardi.
— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte della sua casa abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè alla colpa deve avere il pensiero, ma prima di tutto alla sventura di lui; il rimorso inoperoso è accasciamento, non espiazione; ed è pure un inganno della debolezza; perchè le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio di vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma non è...
Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una ciocca di capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor Fulgenzio, parve adunare tutte le forze in uno sforzo estremo, e disse:
— Voglio vederlo!
Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono di quelle parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè indietro quasi le stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò alla spalliera della seggiola, e coprì ancora il volto colle mani.
— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso silenzio.
— No, no, io non reggerò al suo sguardo.
— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia non è di quelle a cui un'improvvisa commozione possa dare un felice avviamento; anzi potrebbe accadere il contrario; bisognerà prepararlo prima... ma lei sì, può vederlo e lo deve...
Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello.
Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra parte per non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito alla chiamata. Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo venuto e gli parlò all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli; Serena tremante da capo a piedi, collo sguardo fisso nella propria sciagura, il signor Fulgenzio ritto accanto a lei, commosso più che non lasciasse parere.
Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della donna, la quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò: «non ancora, non ancora.»
Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo pieno d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra che metteva nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse le persiane e guardò attraverso il vano; poi si volse e disse melanconicamente: «eccolo!»
Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore le venne presso stando in un silenzio discreto, quasi carezzevole.
— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla, se guarda da questa parte...
E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi con una mano all'omero del vecchio fece due passi e si trovò innanzi alla finestra.
Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio, guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo.
Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante: «Guido, Guido!»
Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui, il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini profondi.
Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio.
Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile, ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di solito tanto birichino d'Olimpia.
XLVII.
L'ULTIMO.
Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non falla.
E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.
Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato, ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome... _Serena!_ — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.
Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità d'un giovinetto che lasci il collegio.
È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi, scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo.
Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella guarda senza sorridere.
Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.
Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:
— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?
— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.
— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.
— Sicuro.
— Ho una casa io?
Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.
Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui, pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.
— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una domanda.
— Vostra moglie.
Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo.
— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie.
Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore.
Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te lo dice un uomo... che ha pratica.»
E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel _rotondo_ del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo.
Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!
Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare al notaio, il quale prima di _sottoscriversi colle parti_, come di prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva donazione ai due sposi _in comunione di beni_ della somma di 30,000 lire (dico _trentamila_) in cedole del Debito pubblico; Maurizio, radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia una dote di lire 16,000 (dico _sedicimila_) in titoli della Banca Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600 (dico _quattromila e seicento_) in libretti della Cassa di Risparmio di Milano.
Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più l'amore infinito e la stima profonda.
Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel giorno!...
E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...
Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i due sposi partono.
Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no, come ha sempre fatto.
Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo represso.
Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:
— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo, e tu asciuga le lagrime e sorridi...»
Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...
«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»
Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio, appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel letto di morte.
Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua a dire, guardando al letticciuolo:
«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina, si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»