Part 19
Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle alla città, e Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio.
La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore.
— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di Donnina quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina mia, il tuo babbo è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran brava bestia! chi direbbe che è un animale da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi come sopporta nobilmente la sua miseria!
Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente fa di tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire a togliere loro ogni carattere d'adulazione.
Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza.
Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi, all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante, e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per ritardare quella corsa niente affatto sfrenata.
Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco l'insegna della _Salute_, e la scuola comunale, e la scolaresca che esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze festose ai nuovi arrivati.
Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero.
Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro.
Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali, di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare la faccia rigata da due grosse lagrime.
Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera, ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce.
— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina?
Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza.
— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce, che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo!
La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le fa solo crollare il capo melanconicamente.
— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa.
Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire:
— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono forte, io! e non lo sarai tu?
Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo, sembra togliergli un'altra volta ogni vigore.
— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra una seggiola; tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina non ritroverà le carezze d'un'altra madre; io solo non sarò più nulla per essa, io solo non avrò più figlia!
— Padre! padre mio!
È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi amici, si è sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra ed ha udito le ultime parole.
Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente da sè e la guarda in viso. La fanciulla non batte ciglio, ha la fronte serena, il labbro sorridente.
— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole i capelli colle mani tremanti, non darmi retta, non ti affliggere per me, bambina mia.
E il disgraziato si prova a ridere.
— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza; alla mia età non si ha la forza di resistere alle prime impressioni, che sono di solito bugiarde.... domandalo a Teresa; questo giorno l'ho tanto sospirato.... non è vero?... l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un ricco sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo più bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo. Ho fatto il babbo come ho fatto il maestro di scuola; ora esco di carica; sarò un babbo a riposo.
Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina ora mamma Teresa; ma l'accento scherzoso pigliava ogni tanto inflessioni tenere e cadenze lagrimose. Donnina, senza titubanza, getta le braccia al collo del vecchio, e gli ripete sottovoce:
— Tu solo! tu solo!
— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla mia, bisogna amarlo molto.
La fanciulla sorride melanconicamente.
— Mi proverò.
— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo amerai più di me; a lui devi la vita.
— A te quella del cuore, risponde Donnina.
Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio di tante fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando.
Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea da prima provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo che il suo compagno se ne stava taciturno, diede un'occhiata alla scala di legno per cui erano spariti prima i due vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera gente!» come per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso melanconico sentiero delle meditazioni.
All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla sue fantasie, per mostrare alla vecchia tutta la luminaria del suo volto sorridente.
— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve avere impiegato prima di salire in carrozza, fra venti minuti al più dovrebbe esser qui, e siccome ho le mie ragioni per credere che oggi tutto debba andare senza inciampi, così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno qui fra venti minuti.
Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì un rumore di ruote sul lastrico della via; una carrozza si arrestò dinanzi alla porticina della scuola comunale, ed apparve Mario, solo!
Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio in peggior stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla faccia stravolta, coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e disse come, introdotto da una vecchia donna nella camera dove l'infermo se ne stava soletto, dapprima non fosse stato riconosciuto, e come finalmente il povero delirante, venutogli incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato a rimirarlo un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario aveva nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era bastato; quando finalmente ogni diffidenza era scomparsa dal volto del signor Maurizio, allora egli aveva ripetuto un'altra volta il nome di Camilla, ed il disgraziato padre s'era posto l'indice attraverso le labbra, raccomandando il silenzio.
«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la sua creatura era venuta nella notte a perdonargli tutto, e ch'egli aspettava fosse desta. Il giovine aveva pur cercato di toglierlo dal suo inganno e ricondurlo a poco a poco al vero, ma il povero demente s'era ostinato nella sua idea. Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella casa, raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè, se fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli facesse sapere che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare il babbo.
La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime aveva promesso di così fare, ed egli aveva sceso le scale a precipizio, era balzato in una carrozza da nolo ed aveva fatta la strada di galoppo, col cuore commosso, con un tumulto d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere che cosa bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno, perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare, e maestro Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si buttò nelle braccia di Donnina.
A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse fatto bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata in persona in casa del babbo; ma il dottor Parenti, dall'alto della cattedra in cui s'era accomodato, sentenziò che aveva fatto benissimo, ed aperta la discussione in proposito, prese la parola per conto proprio, parlò sempre lui senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che l'assemblea aveva votato all'unanimità quanto segue:
«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da mamma Teresa, mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per non far perdere la lezione agli studiosi di A..., e, dovendo starsene solo, avrebbe alloggiato all'albergo della _Salute_; l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto premura di dargli la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto il necessario.»
Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò che non si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse che la presenza di Donnina era necessaria per la guarigione del padre, che la compagnia di mamma Teresa era indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe fatto per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e domandò almeno un giorno per i preparativi della partenza; il dottore volle fare il generoso ed accordò un quarto d'ora. E tutti a ridere, compresa la mamma, la quale mezz'ora dopo era in carrozza allato di Mario; costui, dovendo stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina.
Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico le due carrozze, ma invece di lagrime trovò un sorriso tutto paterno, ed un bacio niente affatto magistrale per salutare l'allievo che venne primo alla scuola.
XL.
IN CARROZZA.
Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua mano fiduciosa in quella di Mario, e pensava. Fino a tanto che le avevano parlato del padre suo come d'un incognito al quale era stato possibile vivere tanti anni lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che poteva riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato e gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che quell'uomo non aveva in favor suo altro che il nome di padre, ella si era acconciata all'idea di rivederlo quando che sia con freddezza, e, se non con severità, colla dignitosa indulgenza del giudice. Si sentiva forte dei propri diritti, sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di figlia, riluttante agli affetti. E quando, alla domanda del dottore, se le piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora sapeva che l'uomo a cui doveva la vita era infelice, solo nel mondo, senza affetti, vaneggiante per rimorsi, affranto forse dai patiti dolori, non di altro desideroso che della sua creatura, ultima larva d'un passato cancellato col pentimento. Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la compassione faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che prima le pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole.
Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e tante il giovane si volse a guardare la fanciulla, la quale aprì la bocca per fare una dimanda e la trattenne, e di nuovo venutale sulle labbra, ancora la trattenne, e infine la fece cogli occhi inumiditi:
— Com'è mio padre?
XLI.
IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE.
Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica creatura si svegliasse, e dopo una serie di giri, a cui la governante aveva tenuto dietro paurosamente cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera contigua — e la governante dietro. Invece di dare in ismanie, come era da temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era rimasto un gran pezzo immobile senza dir verbo; poi ritornato nel salotto, aveva ricominciato ad andar su e giù... ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei passi lenti ed uguali.
Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al dottor Parenti, il quale non ostante la verbosità della buona donna, quando ella ebbe finito e si tacque, parve non averne abbastanza, e stette ancora come in ascolto e si fece ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la bella narrazione filata.
Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di timore, sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non prima pensate. In ogni affetto che si palesa novello è alcuna parte paurosa, anche nei più dolci e nei più santi. È un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno, e chi sa se farà buon viso agli amici vecchi del cuore!
Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare quei passi, e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva in volto, avrebbe preferito che il signor Maurizio si fosse dato a correre su e giù per la casa come un forsennato.
Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per trattenere il respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva una mano di Donnina, ed aveva in faccia dieci volumi di scritto.
Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione, poi ne uscì di botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza, disse alla vecchia:
— Il signor Maurizio riceve?
La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non pensò che il medico non aveva il cervello più sano dell'ammalato.
E l'altro soggiunse, sorridendo:
— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra visita.
E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva gentilmente innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario ed a Fulgenzio: «Non ci si perde nulla; egli non ci conosce ed è in casa sua; prima medicina di un pazzo è il non avvedersi della sua pazzia; sono sottili ragionatori i matti, e se si avvedono che li avete per tali, non si fidano, diventate un nemico.»
Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva alla portiera pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso d'un visitatore.
Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia stravolta di Maurizio apparve nel vano.
Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul cuore e si ritrasse indietro, come per acquistare nuove forze, ed intanto non istaccava gli occhi dalle sembianze paterne.
E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano della fanciulla, pensò assai giudiziosamente che il signor maestro, il quale leggeva tanto spedito, aveva fatto bene a rimanere ad A... così non si trovava allora a leggere in cuore della figliuola!
Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di farselo dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la mano di Maurizio, gliela strinse forte; lo trasse dolcemente in un canto dell'ampia sala e gli disse:
— È venuta!
— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo di ragione balenasse in quell'impeto dell'affetto.
— Camilla, rispose il giovine, ed eccola...
— Non ancora, non ancora...
In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando; mamma Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo la propria creatura piangere, ma invece di parole di collera le venivano fuori lagrime.
Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor Parenti faceva gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere.
— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io rido e non ne ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere...
— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi le lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio padre?...
— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza rivolgersi e senza rispondere direttamente alle domanda..., posso allontanarmi, siete sicura di voi?
La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise un sorriso melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e venne presso a Maurizio componendosi una faccia gioviale che faceva allegria a vederla.
Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano seguito amorosamente il dottore, come se una parte della cara fanciulla gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano tra impazienti e timorosi.
Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto che non erano corsi due minuti dal primo inchino del dottore al secondo.
— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio.
— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido, abbattuto, e come uscito di fresco da malattia, e mi diceva di mandarvi a letto...
In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e ne contava i battiti.
— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al medico; vorrei, ma mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi trattiene... vorrei...
Il dottore comprendeva benissimo, e rispose:
— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza levandovi; avete la febbre; date retta a chi vi vuol bene; andate a letto; Camilla verrà poi..
— Non se ne andrà?
— È venuta per rimanere sempre col babbo...
Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua estasi ed indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il povero padre sparve, accompagnato dalla governante, dal dottore: e da Mario, Donnina, rimasta fino allora sorridente, cancellò il sorriso con un'onda copiosa di lagrime e si abbandonò fra le braccia di mamma Teresa, la quale si fece da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il signor Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire... e non sapeva che dire...
Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e la condusse nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e Fulgenzio le erano venuti dietro.
Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più volte alla sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della fanciulla che le stava a fianco; poi stette lungamente immobile.
L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno.
Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro fianco, chiamò a sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò, non tanto sommessamente che non si udissero nel profondo silenzio, queste parole che agghiacciarono il cuore degli astanti:
«Non è lei!»
Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il quale girò intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine.
— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente, non è lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo il braccio fuori del letto ed abbassando quanto più poteva la mano aperta, la mia Camilla era piccina così... vedete... così...
Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta nascondeva la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio al dottore, il quale, senza sgominarsi, rispose:
— È vero.
— Non più di così, ecco, non più di così, continuava l'infermo crollando il capo.
— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti.
Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente del dottore e parve meditare un istante; finalmente disse:
— Siete in errore... sono sedici anni...
Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima.
Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina e mamma Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli occhi chiusi.
E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo il dottore; quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle quali il medico s'ingegnò di rispondere così:
— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione nel cervello, cosa che può capitare ad ogni galantuomo che viaggi in questo basso mondo, ma vi dico io che è un viaggiatore metodico, e non tarderà a mettere in perfetto ordine le sue valigie.
— Può essere, può essere!
Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e checchè egli facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva, e sebbene gli avvenimenti sembrassero dare una ragione a quell'inquietudine, il dottore si avvide che ve ne doveva essere un'altra. E però, appena potè trovarsi un istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e gli disse a bruciapelo:
— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi panni (e coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non mi terrebbe davvero la mia dignità di uomo fatto. Sei alla vigilia d'avere il lauro di dottore e qualche cosa che vale meglio assai nella botanica della vita, un bocciolo di rosa in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il padre, un padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se non salti fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai garretti di pasta frolla...
Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore tornava all'assalto.
— Che hai?
— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed il dispettoso, che il padre di Donnina è ricco...
— Tanto meglio...
— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio, sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di mala voglia alle nostre nozze...
Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi e fece una smorfia così grottesca, che fu impossibile non ridere.
— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo si dànno di questi colpi sullo stomaco, gli si dice almeno: «guardati.»
Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:
— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina, non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto verrà da sè...
— E lo guariremo?
— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra. Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla!
XLII.
AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.
Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!
La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.
Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola, e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o solo di muoversi.
«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni indizii.