Part 17
Un istante, un brevissimo istante, che parve lungo alla curiosità della giovinetta, la signora stette dubbiosa; poi con quella variabilità che aggiunge un fascino di più a tutte le Serene della terra per la disperazione di tutte le Marte dell'universo mondo, prese un atteggiamento rigido e disse con voce ferma:
— Se è il signor Maurizio, passi.
XXXIII.
TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
Era il signor Maurizio.
Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una _donna_ ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso, aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di buttarsi nelle braccia del primo venuto.
Davvero Maurizio indovinava il buon momento.
All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro al nuovo padrone.
Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì parola.
La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio.
— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata?
Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio e lo scherzoso:
— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice di quel fallimento, il mio _onore_ doveva ricondurmi a Milano. Avete pensato questo?
Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:
— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri, e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto.
La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti, nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado arrossiva.
— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.
E l'altro rispose collo stesso accento:
— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e posso concedermi il lusso del vostro amore.
Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:
— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati dall'affanno di Serena.
Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno; non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite, quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota. E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:
— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:
— Maurizio, Maurizio mio!
E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.
A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza mutar positura.
E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento, colla stessa monotona lentezza:
«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...»
Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì dalla camera.
Maurizio rimasto solo, continuò:
«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.»
Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.
Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non voleva rimaner sola.
Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare _colui_...
XXXIV.
IL DOTTOR PARENTI AL SIGNOR MAURIZIO.
«N. 24. Oggetto (Particolare)
Milano.
Si rende noto alla S. V. che Camilla *** figlia di Maurizio *** e di Camilla *** dimorante ad A... in casa del signor Ciro Neri, maestro di scuola, dovendo farsi moglie a Mario P., figlio adottivo del signor Fulgenzio P., ha bisogno del consenso de' suoi genitori legittimi, i quali lo devono dare a voce o per iscritto con atto di notaio.
«Il sottoscritto si permette di aggiungere che Camilla *** vuole tanto bene a Mario, che Mario vuole tanto bene a Camilla, che entrambi si sono giurati di essere l'un dell'altro, e che sarebbe una crudeltà inutile il volerli tener divisi due anni ancora, fino all'età maggiore della fanciulla. Il sottoscritto a buon conto pone la propria persona ed il proprio domicilio a disposizione del padre di Camilla; e se sarà necessario, verrà a ricevere una risposta.
«_Dottor_ PARENTI
«Medico della Casa di Salute, in via *** N. ***.»
XXXV.
PAOLUCCIO LASCIA L'OSPIZIO.
Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore aveva lungamente almanaccato se per avventura non gli convenisse trattare il negozio a quattr'occhi nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza della parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni da oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente. Certo sarebbe stato più spiccio e più sicuro, secondo egli diceva, ma diffidò della forma d'una domanda a bruciapelo, la quale non dà tempo a pensare, ed ebbe timore che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento di padre a cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo al rimorso, era meglio scrivere.
Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che una: commovente _esordio_, concisa esposizione del fatto, lunghissima _mozione degli affetti_. Poi ne vide cento, e facendo l'inventario della propria rettorica, trovò ch'era meglio sopprimere l'esordio, e poi la perorazione, e si domandò se non fosse più conveniente scrivere pacato e grave, esponendo le condizioni legali della fanciulla; finalmente si attenne alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni affettazione e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua lettera credette d'aver fatto un capolavoro.
Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio era il padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era sembrata e quanto poteva essere difficile; appena ebbe intraprese le indagini, seppe che delle quattro Camille rimastegli, una era morta, un'altra era andata a nozze l'anno prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La quarta era figlia di Maurizio — era Donnina.
Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano tali cose, per cui era necessaria la presenza di Mario in Milano, e volendo lasciare in tutte le faccende del cuore la parte all'improvviso e non guastare gli effetti con importune riflessioni anticipate, senza fiatarne parola a Fulgenzio, scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita.
La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si sarebbe fatto alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero avanzo di vita, senza darne il triste spettacolo al giovane studente.
Ed oh! il triste spettacolo!
Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma trovò il signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi il dottore, il quale contro il consueto non ebbe per salutarlo nè lo splendido sorriso, nè le replicate strette di mano; si mostrava invece frettoloso ed affannato.
Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in quegli atti, appena osò domandare:
— È morto?
— Non ancora.
Non ancora!...
Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro.
Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero un lungo corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato Paoluccio; solo quando furono all'uscio, il dottore si arrestò, tese l'orecchio un istante, e ripetè, volgendosi al giovine:
«Non ancora!»
Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e stringendogli per la prima volta la mano, così gli parlò pacato:
— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran cose a dirti.
Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del dottore.
— E credete che prima di morire riacquisterà il senno? chiese Mario.
— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non è in mano degli alienisti...; lo spero per te.
Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza amarezza, e disse, additando l'uscio socchiuso:
— Se _egli_ sa qualche cosa del mio albero genealogico, meglio è che porti il mio segreto nella tomba.
Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò oltre; Mario lo seguì.
Ed oh! il triste spettacolo!
Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo, col volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi spalancati e fissi nell'ampia finestra da cui si vedeva il cielo azzurro, colle labbra agitate come per mormorare una risposta a qualche domanda segreta.
Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto, in cui per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore, e non videro il signor Fulgenzio, il quale se ne stava in un canto.
Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale, e si pose fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare lo sguardo del moribondo.
Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi li socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore.
Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio e cercò i polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella miserabile vita.
Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo, il quale guardò fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo.
— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento fermo, che commosse i tre astanti.
Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno; non potè soggiungere altro.
— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa ed interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da darti... Non è vero che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto... non è vero. Fu un brutto scherzo... invece sono là, non ne manca uno, mi aspettano.
Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia.
Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo e poi Mario con un triste sguardo.
Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro. L'ultimo? No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente il vecchio levò il braccio e sembrò fare un ultimo sforzo per cercare la mano di Mario, e quando l'ebbe nella sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e ripigliò a dire:
— Sai?... fu un brutto scherzo...
Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato aveva finito il delirio e la vita.
Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora la mano del giovane.
Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi del morto e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima, col cuore impietrito dall'affanno.
Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il signor Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il pover'uomo lo teneva stretto nelle braccia e lo baciava in volto, carezzevole, come non aveva mai fatto, come non aveva mai saputo fare, e lo chiamava col nome di «figlio.»
— Padre, padre mio!
Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie che il dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti riavvicinati dall'affetto.
Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi, pareva guardare dal letto di morte e sorridere, intento che il dottor Parenti, col cuore grosso, cercava di spingere i suoi due amici fuori della melanconica cameretta.
Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale, e sapeva, checchè gliene costasse, mettere in disparte la propria persona quando era necessario. Comprese che tra padre e figlio, per la prima volta egli avrebbe fatto la parte dell'importuno, e trovò un pretesto per lasciarli soli, come due innamorati che si fossero fatti il broncio un pezzo ed avessero allora riannodato il filo.
Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza della vita; il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto, nè altro è l'amore se non affetto misto di desiderio.
Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per la prima volta nei nodi d'un gagliardo sentimento; non bastano la parola mormorata ed il fremer delle fibre nella tenerezza del ravvedimento; hanno tutto detto e non basta, bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via fatta col pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro, rievocare quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli, in cui il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata freddezza, mentre ora è una gioia così pura!
E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti parlai aspro, e ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto e non ti venni incontro, e non ti chiesi che avessi, e non ebbi una parola per rasserenarti, e sognavo ad occhi aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti amavo! Ti ricordi?...»
Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè tenerezza di innamorati così schietta, nè entusiasmo più bello di quel che s'incornicia nei grigi capelli del vecchio, nè così salda sicurezza di sè come nel baldo aspetto giovanile di Mario.
Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le spalle, e dopo aver camminato sempre dritto, scostandosi sempre più, si incontrino ora faccia a faccia per rimpiangere la via non fatta insieme.
Si riconoscono e si leggono in petto.
E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze; tatto ciò che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio la via del cuore, ogni sentimento che si mostra è una meraviglia nuova; così essi avevano sognato il loro affetto; e così era e così lo ritrovano!
Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di propositi, trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro sguardi intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati in quel caro labirinto... Donnina!
La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato mostrarsi per farsi amare; udite la confessione del signor Fulgenzio: anch'esso è innamorato della sua futura nuora!
Oh! come batte forte il cuore di Mario!
Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita, e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito, impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del pianoforte.
E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio, che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti, e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche cosa che non vuol dire.
Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:
«Paoluccio non è più pazzo!...»
Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo, sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.
Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in quel luogo!
Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la sera, e non si sapeva far altro.
E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare, senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara.
Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò l'ospizio.
I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni.
Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia. Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime.
E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo? Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama!
Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio rimane ancora... e fa festa!
XXXVI.
POVERA OLIMPIA!
Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi di Mario, e non oggi solo, ma ieri, e ad ogni volta che egli è uscito di casa od ha attraversato il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla, sa tutto! Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha mai finito di dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella Semplicetta che ha l'aria di aspettare la prima lacrima per versarne un torrente, oppure il babbo, il malizioso babbo, con quegli occhi fatti apposta per sgominare ogni proposito in petto alle figliuole melanconiose.
Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie lagrime, e non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe versarle tutte per _fargli_ dispetto. Potesse almeno dirgli, poichè il cattivaccio ne ama un'altra e vuole sposarsela, che a lei non ne importa un bel niente, e che anch'essa ama un altro e se lo sposerà! Potesse _dirgli_ questo, via, sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno! Non ci è _un cane_ che la guardi, la poverina! Se vuole sfogare il malumore non le rimane che Semplicetta; ma la matrona dei fornelli mette tanto buon volere a lasciarsi tormentare dai capricci della padroncina, che costei si pente prima ancora di stancarsi.