Il tesoro di Donnina

Part 16

Chapter 163,914 wordsPublic domain

— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura; ed io sono abbastanza maturo per oziare...

A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua mensa.

— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia; ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi, accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un beneficio solo.

Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il bisogno di essere interrotto.

— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno) ai creditori del fallimento?

Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad una ad una le parole:

— Il vostro è un fallimento doloso?

L'interrogato esitò alquanto a rispondere.

— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità. Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.

Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le passava in cuore.

Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva una risposta.

Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:

— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.

Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del supplice e dello sfiduciato:

— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...

— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più stimabile, nè meno.

— Volete lasciarmi?

— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo.

Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra, protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa.

La beffa contraeva le labbra di Serena.

Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò i gomiti sulla tavola e disse penosamente:

— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che vi amo.

Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con disdegno e non rispondeva.

— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che ne importa a me?

— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella.

— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi complice della vostra.

La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena si levò e si ritrasse nella sua camera.

Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un contegno insolitamente rude.

— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo separarci, sarò io a lasciarvi libera!

— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose freddamente Serena.

— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra; a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete guadagnato quel denaro.

— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da un'altra parte.

Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in silenzio.

La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna.

Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte.

XXX.

SOLA!

Marta, la cameriera della signora, viene in punta di piedi fin sulla soglia, getta uno sguardo nella tenebra della camera, si ritrae e ritorna subito dopo con due candelabri accesi.

Ecco la luce gioconda, i riflessi rossigni, le mobili ombre. — Serena non dice nulla; intorno al suo cuore è sempre la notte, la tetra notte. Fa un cenno, rimane sola.

Sola no; un mondo di fantasmi le sta intorno; appariscono in silenzio dagli angoli oscuri della camera, si svolgono dalle ampie pieghe delle cortine da letto, od escono dal vano delle finestre, si fanno innanzi ad uno ad uno, le passano rasente, ne sfiorano le vesti e si curvano per mettere il loro volto dimenticato sotto gli occhi della bella; beffano, o lagrimano; si rialzano, girano intorno intorno senza far rumore e rientrano nel loro nascondiglio.

Serena non si muove, non respira quasi, pensa.

Una mano ignota le sfoglia innanzi agli occhi il libro della vita; qui era un trastullo infantile, la carezza mormorata da un labbro di donna, qui, dopo i sogni fatti dalla fronte serena di una madre, i primi sogni della vergine, e le prime armi civettuole della fanciulla, e più oltre il primo battito del cuore alla prima parola uscita da un labbro lusinghiero, e poi l'amore... l'amore colle sue care febbri, coi suoi spasimi dolci, fiducia intensa d'un'anima che si congiunge ad un'altra anima, d'un pensiero che corre dietro ad un altro pensiero — l'amore, che fantastica giocondo, che legge nell'avvenire, che assoggetta la sorte e placa la stessa sciagura, il sereno amore di sposa in cui sorride la futura madre...

E poi una frenesia nuova, un turbamento insolito, un bugiardo bisogno, una bugiarda parola proferita nell'ansia tentatrice, ed una falsa riluttanza della fibra stanca, e il tradimento che invoca ed il tradimento che si arrende, e lo abbandono nelle braccia di un altro uomo quasi ignoto...

E a poco a poco, nell'inconsapevole volto del tradito una accusa perenne, nella sua nota voce un'eco paurosa, nelle sue carezze uno strazio; ed a poco a poco, col rimorso che illumina, la doppia vista che legge in petto all'ospite nuovo del cuore e vi scopre l'indifferenza, la sazietà, il disgusto, quando non è più tempo, quando, in un ultimo impeto virtuoso, si ha volto le spalle alla casa profanata per non aggiungere alla bassezza della colpa la bassezza della ipocrisia.

Ed allora, allora solo, il grido soffocato della vergogna che si copre il volto... Che fare? Oh! se la coscienza le balbettasse una scusa, se le potesse dire che tutta sua non fu la colpa, che potente era la seduzione e fragili troppo le forze per combatterla, che un dispetto o una collera l'aveva indotta alla prima arrendevolezza, ed un momento di febbre o di oblio all'ultima. Ma la coscienza morde la fibra del cuore, e tace od impreca. Perchè non è scusa alcuna a tal colpa; nemmeno la complicità, sollievo a tante colpe. No, nemmeno la complicità del seduttore; costui ti è venuto innanzi senza maschera, e ti ha offerto il disonore, e tu lo hai accettato; quali che siano le parole belle che ti ha bisbigliato all'orecchio, egli non poteva nascondere che quanto ti offriva era il disonore, e tu lo sapevi, e tu l'hai accettato! Non è via di scampo; guardati intorno, sei sola; non hai più casa, non hai più famiglia; la tua casa è il mondo, la tua famiglia il pubblico, la prostituzione incomincia.

Ed ecco l'amore un'altra volta, ma l'amore merciaiuolo, colla faretra sdruscita, piena di dardi usati che han perduta la punta; ecco l'amore dalle ali spennate; ecco la folla innamorata!

In cambio del sereno e robusto affetto che ti sei tolta dal cuore, hai mille galanterie leggiadre per riempirne il vuoto; scegli tra il vecchio libertino che paga e il giovine che ti offre un amore _disinteressato_ perchè tu lo faccia pagare da un altro. Ti si preparano cento trionfi; la tua vanità non fu convitata mai a così lauto banchetto; hai gemme, vesti strascicanti ed immodeste che prima non avevi; la tua bellezza si riflette in mille occhi desiderosi; i tuoi amici sono tutti maestri di belle parole, di belle maniere, ammirano il tuo spirito, ti prestano il loro; tu li torturi con un capriccio, li metti in croce con un'emicrania, li manderesti in capo al mondo con una parola; sono così bonini, così dotti di garbuzzi e di manieruzze gentili... bisogna credere: «li manderesti in capo al mondo con una parola!» Non potresti così con due levarteli dai piedi, ma non monta; hanno imparato la ginnastica per cui si cammina senza inciampare nello strascico d'una veste, sono affatto innocui, non ti fanno dimenticare la casa che non hai, non ti possono più nulla togliere di cui non ti rimanga abbastanza: e poi la solitudine è così paurosa ed il pensiero così indocile alla nuova vita!

E ti amano! Da quanti l'hai sentita, impassibile, quella parola che un giorno ti ha fatto battere il cuore?

Ecco, perfino l'amabile luogotenente ritorna, è geloso del mondo, gli è venuta una fantasia amorosa tardiva; aveva creduto spento l'incendio, ma gli era rimasta una scintilla; non ti scalderai tu con essa il gelido petto? E anche il banchiere Redi ha un cuore, tutti intorno a te hanno cuore, e te l'offrono con manierine leggiadre. Scegli dunque il tuo amore!

E se mai da questa folla uscisse una parola schietta, un gagliardo affetto, lo respingi, perchè non è cosa tua; se ti sentissi riardere in una fibra sola, ti trattieni in tempo, è un ardore non tuo, fuor della folla prodiga non è che l'avarizia; ora tu ti doni al mondo e il mondo ti ridona a te stessa, se ti conservi ad un amore geloso non sarai più tua. E poi non l'hai tu detto a te stessa? Nella vergogna più scendi basso e meno contamini il cuore; se ti risolvi ad un affetto sincero ed unico sarai più sciagurata di prima; quell'uomo che tu hai abbandonato ha diritto alla tua vergogna, tu espii per esso, tu lo vendichi; sentirti in petto il cuore e non strappartelo sarebbe un'altra ingiuria, un tradimento nuovo; nulla più ti è concesso della donna; oltre la soglia della tua casa era il pubblico, e tu l'hai varcata! Da tutta questa folla indifferente che passa per le vie affaccendata, togli le donne ed i fanciulli e gli onesti che hanno una casa, il resto è tuo, qui ed a Milano e dovunque, e infin che il sole rischiari la tua bellezza.

Ancora una volta, ecco i fantasmi che escono dal vano delle finestre, e si staccano dagli angoli in cui tremolano le ombre gettate dai candelabri, ecco il trastullo infantile, la carezzevole parola mormorata in un bacio di donna, la fronte pensosa d'un padre, ed i sogni sereni d'una madre, e le confidenze ingenue della vergine, e l'amore primo ed ultimo...

Ohimè, tutto ciò è morto per sempre, ogni fantasma che hai visto è una tua menzogna; il tempo non rifà la via percorsa, e se giunta è sotterra alcuna notizia di te, colei che fu tua madre si è scavata una fossa più profonda.

Guardati intorno: gli spettri non iscoperchiano le tombe; sei sola. Un unico fantasma ghigna tristamente in un canto, ma è il fantasma d'un vivo... Lo fissa in volto, lo riconosci...

Serena uscì con un grido dalla sua melanconica inerzia. L'avveduta cameriera l'intese ed accorse.

— Che fa il signore?

— È uscito testè dall'albergo mandandosi innanzi le sue valige; non mi ha detto parola, gli ho chiesto i suoi ordini, e mi ha posto in mano due napoleoni d'oro.

Siccome la padrona non gli dava più ascolto, tacque.

— Domani partiremo all'alba; ora vattene a dormire, deve essere tardi.

— Non vuole che l'aiuti a svestirsi?

— Farò da me.

L'alba trovò la leggiadra Serena addormentata sopra un divano, e i candelabri ancora accesi. In quella stanza e nel cuore di quella donna era ancora la notte, la tetra notte...

E il banchiere Redi?

Fallitogli il tentativo di legare alle ruote della sua fortuna la bella Serena, se ne andava solo da Rouen ad Havre.

Il _Velox_ nave a tre alberi, mercantile, doveva far rotta il domani diretto a Nuova-York, ed al banchiere occorreva un nuovo mondo.

Ah! egli sarebbe rimasto molto volontieri nel vecchio, solo che avesse avuto nel suo portafogli la metà della somma di cui si era vantato possessore in faccia a Serena; ma dire che gli rimanevano centomila lire era forse più ancora del vero, e qual'è l'intelletto audace che con simile bazzecola possa uscire incolume da un fallimento di tre milioni?

Messo da parte ogni vantamento, il banchiere doveva convenirne — era stato meno furbo di sè stesso. E forse con quel viaggio somigliante molto ad una fuga, contava di far tacere una voce brontolona che gli ripeteva ogni tanto il fastidioso ritornello:

— Hai tu _fallito bene_?

XXXI.

LO SCOPPIO DELLA BOMBA.

La notizia del fallimento della banca Redi aveva fatto molto rumore. Novelle siffatte hanno le gambe lunghe; epperò alle due il cassiere annunziava la sospensione dei pagamenti, alle quattro mezza Milano avea ripetuto le parole del cassiere alle orecchie dell'altra metà. Quanto alla somma del fallimento, salvo leggiere oscillazioni di rialzo o di ribasso, aveva seguito una progressione decrescente; lo sgomento balbettò la prima parola, una bagatella, come sarebbe a dire una ventina di milioni e più; ma la cifra, passando mano mano allo sconto degli accorti o degli indifferenti, scese rapidamente fin presso alla vera somma, ed alle quattro anche questo era notorio, che la banca Redi falliva per tre milioni circa.

Le meraviglie, i dolori, le gioie segrete che seguono ogni disastro finanziario, non entrano in questa narrazione. Alla Borsa nessuna meraviglia, chè lo stupore è degli inetti, ed il genio speculativo non ci dà tempo; un fallimento può essere una buona od una cattiva notizia per A o per B, alla Borsa non è che un _affare_.

Nella stessa giornata abili calcolatori, tenendo conto di tutto, erano giunti alla convinzione che le rovine di quel magnifico edifizio che era stato la banca Redi, avrebbero appena potuto dare il due per cento ai creditori. E ci fu un nobile cuore, il quale, a risparmiare a tanta gente noie e brighe interminabili, offrì di comprare i crediti ad uno e novanta; più tardi si disse sottovoce che il banchiere Redi faceva forse un fallimento di speculazione e riscattava egli stesso di soppiatto i suoi debiti. Tale sospetto, tassato in Borsa, produsse un fenomeno curioso e frequente, voglio dire che chi poc'anzi aveva venduto ad uno e novanta ricomperò a due e dieci.

E così le cose tornarono allo stato di prima, salvo che i creduli ed i timorosi aveano messo qualche spicciolo del loro borsello nelle tasche degli avveduti e degli arditi. In fondo le ruote delle banche non si muovono altrimenti.

I mille nodi che fan capo e si annodano sotto i suggelli delle porte d'un fallito, formano un'epopea che attende ancora il suo Omero.

Il colosso Redi, cadendo, aveva schiacciato parecchie dozzine di piccoli galantuomini che stavano sotto. Quei tre milioni rovinati pomposamente assorbivano il mille ed il cento del padre di famiglia, che aveva creduto di porre i suoi risparmi al sicuro.

Due giorni appena dopo la catastrofe, incominciarono le notizie aspettate e temute; erano società disciolte, imprese andate a picco prima d'uscire di porto, e fallimenti in processione. Nuove lagrime, nuovi sgomenti, e negozi nuovi; la Borsa accoglieva tutte le notizie, le metteva in circolazione, ed il giuoco non interrotto mai, ricominciava ogni tanto colle stesse vicende. Una sola novella riuscì a scuotere l'olimpica indifferenza della speculazione, e fu il sapere che le splendide argenterie sequestrate in casa Redi, ultima reliquia preziosa della miniera bancaria, erano, come i vantati milioni... _cristophle_.

La speculazione, che barattava sulla soglia del tempio, per la prima volta dacchè era cominciato l'_affare_, si arrestò senza parole.

Il genio del banchiere Redi poteva vantare l'ultimo trionfo.

XXXII.

RITORNO.

Rouen è una cara cittadina; conta una prefettura, una zecca, un museo, molte accademie, parecchie antichità, ha una magnifica torre ed una biblioteca di molte migliaia di volumi, bei dintorni, belle donne..., ma per una viaggiatrice della fatta di Serena doveva essere assolutamente un paese noioso. Questo pensava l'avveduta Marta intanto che la signora farneticava in silenzio nella propria camera. E quando fu ora di dichiarare se si rimanesse o no nell'albergo per quel giorno, la premurosa fanciulla venne arditamente ad informarsi, dispostissima a dare il suo buon consiglio solo che se ne porgesse l'opportunità.

— La signora intende rimanere a Rouen?

Serena fe' cenno di no.

La cameriera aspettò qualche schiarimento, poi s'arrischiò a dire:

— Devo preparare le valige della signora?

Serena fe' cenno di sì.

E l'altra pigliando animo:

— La signora vuol recarsi?...

— Dovunque!...

— Vuoi ritornare a Milano?

— No, rispose Serena con prontezza, ed aggiunse poco stante: dovunque, fuorchè a Milano.

— Se mi permette di darle un consiglio, Parigi non è lontana, vi si stava assai bene; e poi lei non è in grado di fare un lungo viaggio.

— Sta bene... Parigi, disse Serena, ed abbandonò il capo fra le palme. Marta uscì in punta di piedi, dicendo in cuore che la signora incominciava a divenirle insopportabile, e che, se durava a questo modo, la poteva far conto di _provvedersi_.

Verso il mezzodì Serena volse le spalle alla via percorsa nella notte dal banchiere Redi e ritornò a Parigi.

Durante il viaggio parve alla cameriera di scorgerle in volto i segni d'un pensiero importuno; poco prima di giungere alla gran città, Serena infatti ruppe il silenzio così:

— Antonio è rimasto a Milano?

La cameriera mandò un sospirone non all'indirizzo dell'atletico servitore, ma a Parigi da cui le pareva d'allontanarsi prima ancora d'esservi giunta.

— Sì, signora.

Questa volta era la padrona che desiderava gli schiarimenti e la cameriera che stentava a metter fuori le parole.

— La mia casa è rimasta tal quale, come avevo dato ordine?

— Sì, signora.

Un altro sospiro.

— Non furono toccati i mobili, nè i tappeti? Erano queste le mie istruzioni?...

— Erano queste.

Ahi! ogni domanda respingeva la fatata città un buon centinaio di chilometri.

— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena.

Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera guardando innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia del Duomo.

Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora, dove l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio non aveva lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè un raggio di luce, nè un grado di calore.

Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi di soppiatto, in una carrozza chiusa di cui aveva calato le cortine, e s'era guardata intorno nello smontare, non certo per paura che alcuno la vedesse, ma come obbedendo ad un istinto.

La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità, diceva a sè stessa che la padroncina era vergognosa d'essere andata all'estero con un fallito. La riputazione di una cortigiana ha le sue verginità che giova rispettare, e il parer vittima del fallimento del banchiere Redi ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena, non della sua determinazione di venire a Milano.

E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe andata dovunque, a Milano eccettuato?

La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito sulle labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto poi dal fatto nella stessa maniera. E fu precisamente quando il luogotenente Ferdinando, lasciata in una villetta sulla riviera ligure l'amabile compagna, non s'era più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare in capo al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero. In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina aveva avuto il torto di non confidare, come nei melodrammi e nelle commedie, alla sua Vespina. Quanto ad indovinarlo, la giovinetta, piena di buona volontà, vi si era pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un paio di mesi prima, tanto che non le mancassero le fondamenta per un solido edifizio di congetture, voglio dire le nozioni indispensabili ad ogni cameriera, allora il segreto di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo Marta ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra altre ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non ne sa nulla.

Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione e fu l'apprendere che il giorno innanzi era stato a chiedere di lei... chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva saperla partita! Ed a qual fine? E che aveva detto? E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio non sapeva rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia, intorno alle due, vestiva di nero e portava neri i guanti, aveva chiesto della signora colla massima naturalezza; inteso come fosse assente da Milano, aveva lasciato il suo biglietto di visita e promesso di ritornare il giorno di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di commento.

«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto di visita che le veniva presentato.

Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo che più non gli si badava si allontanò in silenzio; Serena rimase ritta nel mezzo del salotto, immobile e mutola, finchè lo scatto improvviso d'una molla la fece sobbalzare. Si volse e guardò l'orologio a pendolo intanto che sonava le due.

Prima che fosse battuta la seconda squilla, Serena d'un balzo fu nella stanza da letto, dove la cameriera le preparava le vesti per l'acconciatura.

— Non sono in casa per nessuno, disse a Marta, la quale non ebbe tempo di riaversi dallo stupore di quell'ordine precipitoso e di quelle singolari maniere perchè si udì il tintinnio del campanello alla porta d'ingresso.

La cameriera si mosse vivamente per uscire, ma la mano di Serena le afferrò il braccio e la trattenne.