Il tesoro di Donnina

Part 15

Chapter 153,797 wordsPublic domain

Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati.

Ritornò poco dopo.

— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna.

— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.

— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del momento ch'io non ci sono per ammalarsi...

— Gravemente?

— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.

Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello; crollò il capo e non disse nulla.

— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...

Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi.

— Che pensi? gli chiese il dottore.

— Lo sai pure...

— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti, bisognerà farli felici...

— Lo speri tu?

— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro età, ed amandosi _col permesso dei superiori_ possono parer brevi.

— Dunque tu disperi di scoprire?

— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire...

— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a Milano?

— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano.

— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a maestro Ciro potrebbero venire da altri...

— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche, alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia ed in Milano per farmi piacere... senza contare...

Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a incoraggiarlo a proseguire.

— Senza contare?...

— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà... spero.

— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia una colpa.

— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina. Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.

Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor Fulgenzio, il quale rise allegramente.

Il dottore aggiunse serio serio:

— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina.

E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e scomparve.

Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al giorno successivo la visita al sesto parroco.

Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e voleva farlo in tutte le ventisette tappe...

Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi» con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far colazione, di aspettarlo in sacristia.

Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta in vita, a studiare l'_Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus_. Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di fargli gli onori di sacristia.

Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora, coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso.

— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo risolino evangelico.

— Nel 185...

— Nel mese?

— Di maggio.

— E si chiama?

— Camilla...

Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...

— Lei dice che si chiama?

— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che Camilla...

— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...

— Nella prima settimana del mese...

— I genitori si chiamavano...

Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna.

— Si chiamavano? insistè.

Ma il dottore zitto.

«N. 181... _è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1_, incominciò a borbottare il curato leggendo nel registro, _un bambino maschio..._ niente... N. 182... _alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria..._ niente Camilla... N. 183... _alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello stesso giorno, Margherita Camilla..._ — Camilla! interruppe il dottore, e curvandosi sul registro proseguì: _Margherita Camilla legittima; da Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi V..._ Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato...

E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se nulla lo avesse interrotto:

«N. 184... _alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4 un bambino..._

«N. 185... _alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso giorno Camilla..._

— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto nello scrivere.

«_Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli, cattolici..._

Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le due cose non facessero in realtà che una sola.

Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non ne aveva trovato altre.

Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.

«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto sulla dozzina...»

E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse:

«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono essere le Camille?»

La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza da nolo.

E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a piedi.

«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»

E via di galoppo.

Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne avesse invece incontrato sette.

Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore del signor Fulgenzio faceva eccezione.

— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir parola.

— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera, ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio, e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre... _Camilla Margherita_, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni, _Eugenia Maria Camilla_, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori; _Fortunata Camilla_, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.»

Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti splendeva in faccia il genio inquisitorio.

— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio, tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni avute circa il padre di Donnina...

— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si riferiscano proprio al padre di Donnina?

— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina, ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio?

L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore, ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor Fulgenzio.

— Rimangono le altre quattro: _Grazia Maria Camilla..._

Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto da un nuovo accesso di febbre e di delirio.

XXIX.

UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.

Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico; gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa.

È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era degnazione o galanteria di abitudine.

Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta, continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in cuore all'avversario.

La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana, voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.

Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue valige e «quelle della signora.»

La _signora_ seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che il _signore_ uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.

— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.

— La signora non ha voluto, rispose costei.

Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta, a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.

Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era mossa.

Questa volta la _signora_ fu avvertita in bel modo della necessità della partenza.

— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione tutto il fascino della sua galanteria.

— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.

Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.

Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che altro pensava egli dunque?

Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon umore.

Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera.

Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può avere una innamorata più noiosa.

Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo.

A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni, parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi, e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a bruciapelo:

— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite.

Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle.

— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra.

La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì:

— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.

Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando che ella prendeva interesse alle parole di lui.

— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non ho saputo far di meglio.

Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo stupore, non trovava parole.

— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento.

— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto...

Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce:

— Voi siete dunque rovinato?

— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.

— Che non sono vostre...

— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.

Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di raccogliere le idee.

— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie, sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe. In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole. La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta, e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere denaro a prestito da un amico per non morir di fame.

«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa, non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa, dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi, e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti: guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce, dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era qualche cosa di buono.

Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto sbadatamente.