Il tesoro di Donnina

Part 14

Chapter 144,005 wordsPublic domain

L'oste della _Salute_ non sa discendere dalle regioni iperboliche della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due ospiti, e quando gli si domanda un boccale del suo miglior vino bianco, ed egli lo reca e lo depone sopra una tavola nella cameretta solitaria, non sa come fare per non andarsene. Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con un'amorevolezza tutta sua, e dice mettendosi a sedere:

— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per mortificare la curiosità d'un oste.

Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo a sedere fra i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime consenso ha dichiarato il vinello bianco molto salutifero, il dottore, parendogli il momento buono, entra addirittura in materia senza ombra di preambolo.

— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della sua Donnina, della sua figliuola...

Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi vuota d'un sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore si affretta a colmarglielo, non ostante la resistenza, poi prosegue:

— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere qualche cosa su quel tesoro di giovinetta...

— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio.

— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è un segreto, lo devono saper tutti in paese, posto che lo sa l'oste...

Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano nella mente, gli arrivano a fior di labbro e si inabissano in gola; fa cenno al dottore di proseguire e non dice nulla.

Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta che si combatte in quel petto, entra a dire:

— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo gravi ragioni... si fa pel bene della sua figliuola...

— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che mi paia curiosità? Un giorno o l'altro già io me l'aspettava... mi ci ero preparato. Lor signori conoscono dunque il padre?...

Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con due colpi di tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli e buoni. Fulgenzio e l'amico si guardano in viso, coll'aria di dire: «a questo non avevamo pensato.»

— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non veniamo per ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere: Conosce Mario?

— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte senza che gli venga in mente dove ha udito quel nome.

— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor Parenti.

— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano anche Mario.

— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza dar tempo al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue: Mario ama la sua Donnina, si è promesso a lei, io so tutto;

— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano promessi da bimbi, si può dire... e che...

— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima moglie come ha fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor Fulgenzio.

I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un insolito lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere.

— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di meglio che di fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha nulla in contrario.

A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra mamma Teresa.

La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino, guarda come inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta sulla soglia. Il dottor Parenti le va incontro cavallerescamente, le offre una seggiola e la invita a sedere; la vecchia non si fa pregare ed apre bocca per parlare, ma il signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed il dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di venire a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare un altro bicchiere.

Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria lo _straordinario_, dice abbassando la voce, come per farsi scusare: «ero uscita a far la spesa, torno e non trovo più il mio vecchio; dov'è il mio vecchio? domando a Donnina; — alla _Salute_ con due signori che avevano bisogno di lui; se avevano bisogno di lui, dico io, avranno bisogno anche di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di me, tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò... Devo andarmene?»

Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio la guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra volta l'indice sul labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie, amico mio, gli dice il dottore; ci farete un regalone, chiudendo l'uscio e badando che nessuno venga a disturbarci.

L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto:

— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti sposerà la sua Donnina.

— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente si è chiarita ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad Ognissanti, e gli vogliamo bene anche noi; lo abbiamo conosciuto piccino piccino, alto così; era un amore, un vero amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un amore; se la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo nulla in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via, parla anche tu, soggiunge, toccando col gomito il marito, devo sempre dirle io le cose? parla tu, che sai come si fa coi signori...

Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi allegrezze, ed approva del capo ogni parola della vecchia.

— Facciamo conto che abbia parlato io stesso.

— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce dal vano enorme.

Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che non occorre.

— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà.

— E che difficoltà v'hanno a essere?

— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?

Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non perdere una sillaba.

— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo, vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via _mille lire_; quel denaro lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è vero, Teresa?

— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina, contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio di mandarla all'altro mondo. Dico bene?

— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la domanda, e per me...

— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra, tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare...

— Lei ragiona benissimo; ma la legge...

— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere io, non ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà, se occorre, ma Donnina deve fare quello che vogliamo noi, e noi vogliamo che faccia quanto le pare e piace.

Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le sfuriate della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto l'aria di uno scolaro, che del signor maestro.

— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le cose, lasciamo le querele da una parte; il codice mettiamolo da banda per ora, e poichè ci siamo intesi circa lo scopo del nostro colloquio, badiamo d'andare con ordine. Ora, per andare con ordine, si deve incominciare dal conoscere la storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei quanto ne sa?

— Dall'_a_ fino alla _zeta_, risponde mamma Teresa, lieta di poter fare quest'allusione al carattere scientifico del marito. E sentiranno loro se quello è un padre...

Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra raccogliere le idee e pigliare in pugno le redini della grammatica; dopo di che, incomincia con un lieve tono cattedratico:

«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa ne ha diciotto compiti, quasi diciannove, dunque, quando divenne nostra figlia, non ne aveva ancora quattro. Allora io era maestro di scuola ad S... un allegro paesello lungo la ferrovia; la scuola era poco frequentata, una ventina di allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al numero degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla prima occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza.

«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e Tommaso; la moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito era cantoniere sulla ferrovia; s'erano sposati perchè si volevano bene, ma erano tutti e due soli al mondo e non possedevano se non il loro affetto e le loro braccia. In paese erano amati molto, vivevano nella solitudine della campagna, nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello; erano felici di poco, ma felici davvero e molto.

— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici fanno ombra a quella razza d'invidiosi che manipola le cose di questo mondaccio...

— Teresa...

— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così un giorno il povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco, e gli viene la cancrena, e se ne va all'altro mondo...

Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie intanto che parla, continua ad approvare col capo ognuna delle sue parole, poi ripiglia:

«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno, colla salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per di più madre. Venne al paese; visse o piuttosto non morì subito; ebbe una figlia, e la restituì al cielo pochi giorni dopo. Qualche pietoso le consigliò di recarsi a Milano e di offrirsi per nutrice. Così fece; andò a piedi, stette via un paio di giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una bambina non sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato, perchè pagava un meschino compenso alla Brigida. Come si chiamava la fanciulla? Camilla. Come si chiamava il padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che abitava in una via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in alto.

«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre di quella creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide venire a piedi un giovine tra i ventidue ed i venticinque; era lui; «aveva un'aria molto patita,» così almeno si diceva. Stette un paio d'ore, se ne andò come era venuto, a piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed un'altra; poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni ed era graziosissima; veniva considerata come la figlia del Comune e non le mancavano i baci; ma le mancò la madre. La povera Brigida, non bastando al lavoro, ammalò; da qualche tempo non riceveva più ogni mese le poche lire dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla corta, morì anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e senza figliuoli, si pensò di far nostra la creaturina. Molti dissero che avevamo fatto una buona azione; qualcuno sospettò che il padre si fosse nascostamente rivolto a me, e m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la voce essere Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi, la mia vecchia ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità.

— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese il dottor Parenti.

— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii, seppi che un giovine alto, _sotto la trentina_, era stato sul far dell'alba ad informarsi di Brigida, e saputala morta, ed inteso che Camilla era stata raccolta da noi, non aveva chiesto altro e se n'era andato. Sperai di ricevere qualche lettera che mi togliesse dall'incertezza; non ricevei mai nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da Milano, entro una busta da lettere, un _vaglia_ in mio nome.

— E chi mandava quel vaglia?

— La signora _Donnina Neri_... il nome che portava la fanciulla. Era lo stesso come dirmi che quel denaro veniva mandato per Donnina e che il padre non voleva farsi conoscere.

— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare il denaro? chiese il signor Fulgenzio.

— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il nuovo nome venuto dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva era segno che aveva avuto informazioni della sua creatura e che non l'aveva dimenticata del tutto.

— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive?

— Lo credo.

— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata fuori di matrimonio?

— Nessuna.

Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto gli sguardi impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese a dire crollando il capo:

«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può prender marito senza il suo consenso.»

Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò le mani sulla tavola.

— Donnina non può sposare Ognissanti?

— Nè Ognissanti nè altri...

— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha fatto altro se non metterla al mondo... E questa è la legge? Ma dove avevano il cervello quei signori che hanno fatto la legge? Dunque se a quello sciagurato venisse in mente di non farsi conoscere mai o di non volere mai, Donnina dovrebbe starsene ad ammuffire in casa in eterno?

— Fino a che non avesse vent'un anno almeno.

— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha sempre avuto un gran rispetto alla legge.

— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa; fino a vent'un anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora diciannove, e noi siamo vecchi e non abbiamo gran tempo da aspettare per vederla felice...

— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina può aspettare un pezzo!

— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una birbonata della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è fatta per favorire i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se ne approfittano, o l'hanno contro e non ci badano.

Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più che dire, e siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi dall'uno all'altro dei tre, ed aspetta che da quel silenzio esca qualche cosa di buono.

Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua consueta sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla contemplazione della propria impotenza.

— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina, e lo troveremo vivo o morto.

— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova vivo, gli dica pure da parte di mamma Teresa che se ne muoia, che ci farà un regalone a tutti.

— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione; non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia è stata tenuta a battesimo Donnina.

— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente maestro Ciro.

— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo un po' che cosa si sa: l'anno in cui nata?

— 185...

Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino.

— Il mese?

— Maggio.

— Il giorno?

— La prima settimana, giorno più o meno.

— Il paese?

— Milano, ma non è certo.

Il dottore legge forte:

«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio nacque a Milano e fu battezzata nella parrocchia di... una bambina a cui fa posto il nome di Camilla...»

— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino; mi basterà andare in giro per le ventisette parrocchie di Milano; non domando per questo più d'una settimana. Ed ora che il padre di Donnina è trovato, amico Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la tua domanda ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor Fulgenzio ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di vostra figlia Donnina per il nostro figlio Mario, ovverosia Ognissanti...

L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona a tutti il buon umore.

Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e mamma Teresa spinge il suo entusiasmo fino a dire che quello è parlare a dovere, e ch'è un negozio fatto, e non se ne parli altro.

Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in fondo alla bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di empire mezzo il bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio e quello di maestro Ciro. E siccome il signor Fulgenzio è stato dimenticato, egli avanza sorridendo il bicchiere e chiede la sua parte.

— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a mezza voce il dottore.

— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso tono.

— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava più alta.

Poi si muovono ed escono.

L'oste della _Salute_ è tutto sorrisi; ne regala un paio a mamma Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità al signor Fulgenzio e sciorina i fondi di magazzino al dottore, rimasto ultimo per pagare il conto.

— Grazie infinite, ed a ben vederla.

— E presto, forse, rispose il dottore.

— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la _Salute_ è ai suoi comandi.

— Vi ringrazio per i miei ammalati.

— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere qualche cosa.

— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla vostra osteria sono innocenti.

L'oste comprende lo scherzo.

— Già!... noi siamo sani sempre.

— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare il mio prossimo, ma a quel signore ordinerei volontieri una cavata di sangue.

L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è, e rimane sull'uscio persuaso di non saperne più di prima.

XXVII.

IL POSCRITTO DELLA LETTERA DI DONNINA.

Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina. Al primo vedere i due sconosciuti che cercavano del babbo, ed il babbo che se n'andava con essi, ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa, e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci fu verso di mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano in mente cento fantasie, sentiva in petto cento sussulti nuovi; era proprio la donna più disadatta in quel momento a tener in freno una brigata di monelli. Le bisognava la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che nelle cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva a profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li immagina troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del babbo, e raccomandò il silenzio, accordando a questo patto dieci minuti di riposo: avvertì che se non sapessero tacere, farebbe dire a tutti la lezione; e se invece sapessero, ella ne avrebbe tanto piacere.

Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere un gran peso, perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel primo quarto d'ora il sordo mormorìo che quegli studiosi spacciavano per silenzio non fa rotto se non da uno scapellotto che un piccolo signore diede al suo vicino di destra e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di sinistra.

Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata per Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente poscritto:

«_P. S._ Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte forte, che io sono sola nella cattedra del babbo innanzi alla scolaresca, e che il babbo è all'osteria rimpetto con due signori venuti poco fa, e che mamma Teresa è uscita a fare alcune spesuccie e che io penso a te... ah! il cuore mi batte forte!

«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore d'ingannarmi; dei due signori uno l'ho già veduto vestiva altrimenti, ma mi è sembrato di riconoscerlo; il giorno in cui tu fosti da noi l'ultima volta, pochi minuti prima di veder te, avevo visto lui che entrava nell'osteria della _Salute_.

«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene?

«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto severo; e mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli volgeva le spalle, ma ho visto tutto. Che diranno essi in questo momento?

«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio, ed esso ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo mio a costo di dovermi pentire della mia credulità. È così ingannevole il desiderio!

«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò errato; ho in mente...»

Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e mamma Teresa entrò; appena la vecchia seppe dove era il marito, via di galoppo... ma il filo era spezzato, la prima titubanza riprese vigore, e insieme colla titubanza il dubbio più forte. Donnina non aggiunse una sillaba al poscritto ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva cancellare quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina prima di mandarla. Per resistere alla tentazione esaminò i saggi calligrafici dei suoi allievi, e le parvero perfetti. Quanto tempo passò a quel modo? Un tempo lungo, penoso. Ma alla fine la porta di strada si aprì, mamma Teresa comparve la prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò nelle braccia della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro Ciro ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia del signor Fulgenzio.

Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza, usciva dallo stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del suo poscritto così:

«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto sono felice di essere la prima a darti questa notizia! erano proprio essi, come avevo pensato, il tuo babbo e l'amico tuo, il dottore! E sappi anche che il tuo babbo mi ha baciata in fronte per te e che non è vero che sia cattivo, nè superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio tutte in un pensiero, Ognissanti mio!»

XXVIII.

SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.

Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del mestiere di filosofo.

Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore, da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.

Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per proprio conto.

Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola, il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non prima sospettate.

Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri, avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore. Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di viaggio.