Il tesoro di Donnina

Part 12

Chapter 123,898 wordsPublic domain

Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione lungamente evocata, Maurizio mandò un piccolo grido e fece un passo incontro ad essa; ma la bella volse il capo a sbarazzare lo strascico della serica veste, che si era molto opportunamente impigliata nello stretto passo, e Maurizio si sentì inchiodato al suolo.

Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di Serena, non era proprio nulla della donna innamorata; invano, su quel pallido volto incantevolmente bello, Maurizio si adoperava a leggere una sillaba di ciò che aveva creduto di leggere nella preziosa lettera... proprio nulla!

Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella stessa. Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni azzurri a frange d'oro, senza poter profferire parola e non distaccando gli occhi dalla bella indolente.

— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena.

— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce commossa. Se quanto siete bella, voi siete generosa, dovete abbreviare la tortura che provo, promettermi d'esser schietta come sono io.

— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena.

— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi comprendete; promettetemi di essere sincera.

— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete, immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia lontana.

— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate.

Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente: «Svegliatevi.»

— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato scioccamente, od è vero che mi amate?

«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto, collo stesso sorriso.

E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse:

— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno. Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo domani... Non credevo di rivedervi...

— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato. Devo dire di più?

— No, ve ne scongiuro.

Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla d'idee e di sentimenti.

Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse:

— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da vivere in un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il lusso, che amate la pompa e gli agi d'una splendida esistenza; ho potuto crederlo un istante, ma oggi non la crederei.

— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al suo imbarazzo.

Maurizio non l'udì.

— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il mondo è vasto ed offre mille nascondigli alla vera felicità; ne cercheremo uno insieme.

Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava di una luce insolita, e la voce gli tremava come per affanno. Serena rimaneva impassibile; od almeno se ne dava l'aria.

— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta a me; vi pare che, se anche potessi accettare di divenir vostra, l'ombra mi accontenterebbe? Mi crediate o no, io amo la luce, tutti mi dicono che sono bella, ed a forza di sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò dura bisogna metterlo in mostra; è la mia parte.

— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa, cessate; io vi leggo in cuore che non sentite una parola di quanto dite per guarirmi. Non sono un ammalato che risani; finchè durerà la mia speranza sarò un audace sognatore, se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia, impazzirò.

Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata, poi si fece presso a Maurizio col volto in fiamme.

— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo!

E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo le ultime parole.

Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore rimasto fino allora un mistero, diè un grido.

— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!

— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano tremante la bocca di Maurizio.

In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava Serena a quella muta frenesia?

A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.

— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua felicità, se voi mi amate siate mia.

Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima. Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere alla sua felicità di poc'anzi.

— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia.

Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.

— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola che mi è uscita dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari quando hanno detto di amare sono fortezze smantellate; l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra...

Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime aveva dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva era tanto inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla rispose, ma l'atto quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il fiero modo con cui sollevò la fronte, dissero chiaro il suo pensiero.

Serena lo guardava senza sbigottimento.

— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio con voce grave, mi avete ingannato. Io non sono venuto per farvi ingiuria; è un'altra maniera d'amore quella che vi chieggo.

— Non ne ho altra, rispose Serena.

Maurizio non udì.

— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo a quella che ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non è cosa mia; non voglio di voi altro che voi sola! A me basta sapermi amato e sapervi moglie virtuosa. Non potete voi divenirlo?

— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La colpa è la mia sorte, la porto meco, non mi abbandona, non può abbandonarmi mai... nè con voi, nè con altri...

— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta.

Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro di sè tra la superbia e l'amore, e si guardava intorno con occhio smarrito.

Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo in piedi d'un balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio, rimase immobile, severa, quasi minacciosa, cogli occhi fissi all'uscio della sua camera.

Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi gli era apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo, una faccia spartita per metà dal sorriso d'una bocca enorme, due occhioni da coniglio sotto una piccola fronte, e tutto ciò in atto tra l'umile ed il beffardo.

Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò sopra sè stesso e scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata apparizione apriva gli occhi, non seppe resistere al primo istinto della propria superbia, s'inchinò lievemente e fece atto di uscire.

Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva rimanere; ma Serena non fe' cenno, non disse parola per trattenerlo, ed il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza avvedersi che gli sanguinava il cuore.

Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi, ma rimase in piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio fu lontano.

Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella propria camera che trovò deserta; il prudente milionario se n'era andato.

Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo di bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa dietro i suoi passi. Forse per resistere più coraggiosamente alla tentazione, Serena ritornò nel salotto e sedette dove sedeva poc'anzi, e fissò l'occhio dove poc'anzi era Maurizio, e così rimase a lungo.

Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri, da un servitore che recava un bigliettino olezzante di mammola. Serena riconobbe l'essenza favorita del vago luogotenente delle guide, e si lasciò cadere di mano il pistolotto senza degnarlo d'uno sguardo.

Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava ad affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente le quattro virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo ed i mobili di palissandro, poi l'azzurro delle stoffe e le dorature, e da ultimo non rimasero di quell'allegra comitiva di colori, altro che i bianchi amorini di stucco appesi alla vôlta a ghirlande della propria natura.

Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia d'una lampada; e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè l'ultimo tizzo si spense nel caminetto, solo allora si avvide dell'oscurità e del freddo.

Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti ad uno ad uno e come di nascosto, riapparvero in frotta a far festa al lame giocondo della lampada ed alle fiammate allegre del focolare.

Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si rimandano i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata di splendore, le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini, e gli amorini ricominciano più allegramente che mai le loro tentazioni sul capo delle quattro virtù.

È il buon momento.

Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide, domanda d'esser ricevuto.

La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che si può tradurre: «venga.»

E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla sciabola sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista. Deh! se la vittoria ha un minuzzolo di cervello non tardi a buttarglisi nelle braccia.

XXII.

IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA.

Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi ringrazi.

— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era nella sala.

— Di aver aderito alla mia preghiera.

— Quale preghiera?

Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.

— Non avete ricevuta la mia lettera?

— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.

E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.

— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che cosa contiene questa lettera, caro cugino.

Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di leggere ora il suo biglietto.

Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria _dichiarazione d'amore_. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera era una dichiarazione profumata, a bruciapelo.

Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta, facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti. Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè, invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla seggiola non sapendo come tenersi.

Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva presa e si rivolse al cugino:

— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?

Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò l'amplificazione così:

— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena.

Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e determinato.

Serena lo lasciò dire senza interromperlo.

— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso. Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa, non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi mai.

— Mi pare proprio, rispose Serena.

Il cugino insisteva collo sguardo.

— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la donna, ma la cortigiana in voga.

— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.

— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore è un'impertinenza.

Il disgraziato amatore ammutolì.

— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura indolente di prima.

— È dunque vero?

— Lo sapete?

— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto e sono venuto.

— E si diceva dove mi recherò?

— A Parigi.

— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non si diceva altro?

— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...

— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta.

— Sola?

— No.

— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?

Serena si strinse nelle spalle e non rispose.

— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del passato, ridatemi...

— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo.

— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.

— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il suo nome al caffè?

— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.

Serena non rispose.

— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della sciabola.

— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a questo momento.

E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di commiato al galante guerriero e sonò un campanello.

Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì.

E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era nel suo salotto.

Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città, i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero _a posteriori_ tutti i segni infallibili che avevano annunziato la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo nè al caffè.

In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione), la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno sbadiglio.

Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel miracolo di forme, poteva esser sua!»

Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla, stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro spasimo.

XXIII.

SERENA A MAURIZIO.

«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore, senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano.

«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in faccia a voi, sappiate tutto il vero.

«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua. Io non sono vedova.

«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.

«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto, non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che la _passione_ da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di mille.

«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia; ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana.

«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa, e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso, pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.

«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i gradini che menano alla colpa.

«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, _se mi era possibile_». Nulla più. _Non mi era possibile._ Rientrare nel mondo come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato, non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè avevo cessato d'essere stimabile.

«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e mio padre non mi chiamava più figlia; cento altre braccia si aprivano per accogliermi nella caduta.

«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni; accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai me stessa per arrivare più presto e più forte allo sprezzo del mondo.

« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza e sarai onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati, applaudono ai grandi; inflessibile colla colpa coperta di cenci, si piegano in arco quando passa la colpa coperta di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di velluti e scesi al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri!

«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si strugge dal desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò che i meschini hanno sul labbro — disprezzatemi.

«È la mia pena e la invoco.

«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è odioso. Dite piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che contamina la persona meglio di quella che fa battere il cuore, che volli rimaner cortigiana anzi che amante di un uomo amato; e che questo è il mio volontario supplizio. Ogni altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e felice del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito.