# Il Tenente dei Lancieri: Romanzo

## Part 4

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--Non parti più! Non vai via più! Sono stato io!... Lo dirai alla signorina Fanny!.. Lo dirai a _monsieur_ Richard!... Sono stato io! Io e la Cammilla!

--Che cosa?--domandò l'altro, mettendosi a sedere sul letto, fregandosi gli occhi, ancora trasognato.--Che cosa c'è?

--È arrivata la lettera del signor Rosasco! Il colpo è andato benone!

--Che colpo? che colpo?--E Giacomo fissava in viso il babbo, e nel buio della sua testa intronata, col dubbio di non poter più partire, ricomparivano ad una ad una le immagini della Fanny e dei creditori, del Richard e del generale.--Che colpo?

--Il colera. Abbiamo inventato che a bordo c'è il colera! Non puoi più imbarcarti. Non parti più, resti a Milano. Sono stato io; io e la Cammilla. Ma non dir niente alla mamma. Guai! guai! guai!

E ad ogni «guai!» la faccia, del pover'uomo si rifaceva torva e spaurita; il naso storto pareva che gli tramasse dalla commozione.

Giacomo cominciava a capire, e si arrabbiava, gridando che voleva saper tutto, e cercando di sciogliersi dal signor Daniele, che non rifiniva dall'abbracciarlo e dall'accarezzarlo, mentre ripeteva:

--Non dir niente alla mamma; non dir niente alla mamma!... Io non potevo lasciarti andar via... Io non volevo lasciarli andar via!

VI.

--Pazienza il babbo--brontolava Giacomo alzandosi e vestendosi.--Lo ha fatto a fin di bene. Ma la Cammilla come c'entra?... Con quel naso?... e lo vuol ficcar dappertutto!

Mentre, chinato sulla catinella, si lavava rumorosamente, buttando l'acqua in mezzo alla camera e spruzzandone le pareti, sentì aprir l'uscio.

Si voltò colla faccia insaponata: era Gian Maria.

--Che vuoi?

L'altro, con un sorrisetto significativo, gli diede una letterina che avevano portato allora dal teatro Dal Verme.

Gian Maria e Temistocle, per incarico del fratello, stavano alle vedette, per badare in quei giorni che certe lettere o bigliettini non capitassero fra le unghie materne.

Giacomo, mentre si asciugava le mani, guardava fisso la lettera con occhio torvo:

--Dammela.

Erano due righe soltanto:

«Venez vite: prestissimo.

«Fanny».

Gian Maria, che possedeva pure e teneva nascosto in un cassettone della, sua camera un ritratto di _mademoiselle_ Fanny a cavallo di _Gladiator_, contemplava a bocca aperta il fratello ed il bigliettino.

Giacomo se ne accorse, e se la pigliò con lui:

--_Marche!_

Gian Maria, abituato dal fratello alla militare, se la battè senza fiatare, e Giacomo tornò a leggere:

«Venez vite: prestissimo.

«Fanny».

--_Saperlotte!_...--esclamò, pensando che il generale, certo, senza perder tempo, doveva aver dato e preso un congedo definitivo.

Infatti quella mattina, alle sette, prima di recarsi in quartiere dove aveva una ispezione, il Piccolomini aveva già mandato il grosso incartamento dei conti da pagare alla signorina Richard, scrivendo sopra una seconda fascia:

«Pel signor Trebeschi.

«proprie mani.»

Nella sua breve carriera, da maggiore a generale, il Piccolomini di Coccorito si era trovato parecchie volte in simili contingenze, e però ci aveva fatto la mano.

Alla lettura, del bigliettino di Fanny, il giovane Trebeschi era diventato pallido; pure non indietreggiò: coraggio e avanti. Ma, lungo la strada, mentre si recava dai Richard, pensava, con desiderio, al porto di Genova; lo vedeva inondato di sole, mentre Milano era piena di nebbia, e quasi si arrabbiava anche contro sua madre, così furba di solito, e questa volta «tanto _oca_, da non capire il _trucco_.».

Quando Giacomino entrò in camera della Fanny, la ragazza, ancora in sottanino e colle spalle nude, si stava vestendo; e intanto riscaldava il caffè, ravviava la sua roba, assestava la sua camera, tutte cose che la mattina faceva a comodo, un po' l'una, un po' l'altra, fra l'andirivieni della gente da teatro, fumando un monte di sigarette e leticando col fratello.

Il Richard dormiva fuori, coi cavalli, ma la mattina veniva a casa, per buttarsi qualche altra ora sul letto, e poi lavarsi e far colazione.

Appena essa vide entrare Giacomino, l'amico del cuore, e mentre passava dallo specchio, dinanzi al quale si pettinava, al caminetto dove scaldava il caffè, rovesciava un sacco d'improperi, nel suo linguaggio internazionale, sul capo dell'antico protettore.

--_C'est une canaille, un filou!_..--cominciò anche il fratello a gridare dall'altra camera, e _monsieur Crispì_, un pappagallo bianco, grosso, con una cresta gialla, che s'arrampicava su tutti i mobili, rosicchiandoli e insudiciandoli, nel sentir gridare a quel modo, cominciò a gridare più forte, come un'anima dannata:

--_Amourreux! Pauvre Amourreux! Cafè! Cafè! Cafè!_

Fanny giurava di vendicarsi di quel miserabile _troupier_; aveva _dei molti buoni amici_, dappertuto in Italia, ed anche a Roma, molto in alto.

--A Roma, come a Parigi! Come a Pietroburgo! Come a Berlino!--urlava il fratello.

Giacomo, colle orecchie intronate, si chinò per sedersi sopra una poltroncina che la ragazza gli aveva spinta dinanzi col piede; ma di colpo si rialzò; la poltroncina, sgangherata, cascava da una parte; e lui andò a mettersi sul letto non ancora rifatto, ma un brontolìo ringhioso, di sotto alle coperte, lo fece allontanare: era il vecchio _bulldogh_ dei Richard che mordeva e che l'aveva con lui particolarmente.

--_Falstaff! couche!_

Giacomo restò in piedi, girando su e giù, a testa bassa.. Aspettava la stoccata, cioè che entrassero nell'argomento dei quattrini; se la sentiva arrivare; e infatti, appena _monsieur Crispì_ e _Falstaff_ si furono acquietati, fratello e sorella, la sorella di qua, lavandosi i denti, il fratello di là, mutandosi la camicia, rivolsero la loro collera non più sul generale, ma su quell'altro miserabile; imbroglione, ladro... dell'impresario.

Non potevano partire, avevano tutto sotto sequestro; avevano un contratto d'oro a Borgo San Donnino: per otto sere, mille lire per sera. E poi due mesi al gran teatro di Terni, assicurati.

E recando queste buone notizie, il fratello della Fanny si presentò sull'uscio dell'altra stanza, ancora in maniche di camicia, stringendosi attorno alla vita una larga cintura di pelle.

Monsieur Crispì, che rosicchiava la cornice della credenza, vedendo il Richard, col quale non andava, d'accordo, si fermò, lo fissò, gonfiò le penne, drizzò tutta la cresta, e _ciao_: una chiazza, bianca sul pavimento.

Giacomino tenne duro; la verità è quasi sempre la via più spiccia par levarsi d'imbroglio; e Giacomo disse la verità.

Neppur lui aveva un soldo, ed era pieno di debiti, e con questo di peggio, _saperlotte!_ che non poteva svignarsela. Doveva restare a Milano un altro mese.

Fanny sorrise; il Richard strinse la mano a Giacomo, battendogli amichevolmente sulla spalla:

--_Avez-vous besoin d'argent?_ Forse anche mille franchi, ma cinquecento sicuramente; penso io.

Che cosa voleva, dire? Giacomino non capiva.

--Io faccio una... cortesia a voi: voi fate una cortesia a me. _Compris?_ No? Adesso vi spiego l'affare; sedete.

Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d'occhi, monsieur Richard.

L'affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due, tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto quello che voleva.

Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause, perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.

--Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta?--La vostra firma? _Crénon!_ Per me, basta la vostra, parola. Ma devo scontare anch'io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un'altra, qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta.--_Très-bien!_ Accettate quella, del signor Trebeschi?--Trebeschi?... Mai sentito nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto.--E Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.

Perché rideva in quel modo?... Perché? L'amico Trebeschi non capiva?

--Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma semplicamente... decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne dà duemilacinqueceinto? _Crénon!_ Cinquecento sono per voi.

--La cambiale è a tre mesi?--interruppe Giacomino.

--Oh no; non ho voluto io per risparmiare l'interesse: anche troppo quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno _chèque_ al Facchinetti, e ritiro la cambiale.

--E le mie cinquecento lire?--replicò Giacomo, perplesso.

--_Très-bien!_ Voi me le manderete; a Terni, _quand vous voudrez_--rispose il cavallerizzo con un'alzata di spalle.--Io non sono un affamato.

Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio gli stivaletti lunghissimi, e _monsieur Crispì_, arrampicandosi col becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: _Saccorrotto, saccorrotto_, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che stava studiando in quei giorni.

--I mille franchi... diremo cinquecento, per essere sicuri--ripeteva il Richard, con flemmatica prosopopea--me li manderete a Terni _quand vous voudrez_. Non ci pensate.

No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire--anche lui non diceva mille per esser proprio sicuro--a mano a mano gli rischiaravano l'orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva, abbottonandosi l'altro stivaletto e _monsieur Crispì_ continuava a ciangottare nel gozzo: _Saccorrotto, saccorrotto_, egli mentalmente distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.

Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta all'orefice, quello dell'anello di brillanti; il resto per un acconto alla _Ville de Paris_...

--E dunque?... gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.

--Che cosa?

--Accettate?

--Se è per farvi piacere, qua la mano!

E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta, una cert'aria d'importanza e di protezione.

--Si firma, quando? Stasera?

--Subito: vado e torno. _Attendez!_

Ma l'amico Richard non era ancora fuor dell'uscio che già la Fanny s'era buttata fra le braccia di Giacomo, e gonfiando le gote, o soffiando per rifare il generale: Meglio così, sai--esclamò.--Non ne potevo più! quel miserabile _troupier_ m'era diventato antipatico, odioso!

--_Saccorrotto, saccorrotto_--borbottava sempre il pappagallo, accoccolato sulla spalliera di una seggiola.

Venendo via dai Richard, Giacomino continuò a far conti per tutta la strada.

--Centoventicinque lire al cameriere, duecento all'orefice, cento alla _Ville de Paris_... Così me ne restano anche per la _Città di Vienna_...--Ma nel fare e rifare la somma, diminuiva questo, diminuiva quello... tanto che sulla porta di casa aveva conchiuso: cento lire al cameriere e centocinquanta all'orefice, che avevano minacciato di scrivere a sua madre, e il resto tenerselo per divertirsi in quei giorni e par fare un'improvvisata alla Fanny quando sarebbe stata a Borgo San Donnino.

--_Hoplà, là!_--Il ragazzo si stropicciò le mani, ed entrò nel fondaco fischiettando la _Stella confidente_ sul tempo di _Gladiator_... ma alla porta, zitto: si fermò. V'era la genitrice...

--Intendiamoci--gli disse la signora Maddalena a bruciapelo.--Non crederete di averla spuntata.

--No, mamma.

--Partirete lo stesso, quanto prima.

--Sì, mamma.

--E intanto si lavora. Imparate da me, e dopo pranzo, subito a letto, come me. Vita nuova, avete capito? Vita nuova.

Ciò detto, la signora Maddalena entrò nello scrittoio sbattendo l'uscio così violentemente che il piccolo casotto traballò tutto.

--Psst!

--Psst!

--Giacomino.

Temistocle, Gian Maria, il babbo, lo chiamavano di qua, di là, mezzo nascosti fra i barili d'olio e le botti di aringhe. Volevano sapere che cosa gli avesse detto la mamma; se la mamma aveva sospetti e se proprio aveva creduto alla storiella del colera.

--Sì! Sì! Se l'è bevuta!... Niente paura.

Poi, avvicinandosi al babbo, Giacomino lo fissò, sorrise furbescamente, e gli sussurrò all'orecchio:

--_Mon père_, tanti saluti!

Il signor Daniele diventò rosso; e cento domande che avrebbe voluto fargli gli rimasero tutte nella strozza.

--Non voglio scherzi--gli disse poi, col tono severo della genitrice.--Vergognatevi.

Anche la Cammilla, girando con femminile strategia in quell'oscuro labirinto del fondaco, s'era fatta incontro al cugino, per averne una parola buona. Ma con lei--niente!--L'aspetto della Cammilla, così dimessa, e anche un po' trasandata per il gran da fare di quei giorni, faceva troppo vivo contrasto coll'immagine ardita, florida, elegante della cavallerizza, che gli appariva più seducente che mai, nell'atto di sorridere abbottonandosi gli stivaletti.

Giacomo, con una mossaccia sgarbata, voltò le spalle alla ragazza.

Doveva capirla!... Non la voleva tra i piedi! La Cammilla, mortificata, non fiatò: un nodo le serrò la gola... e inconsciamente, rivolse lo sguardo nel fondo buio, dove il lampadino acceso dondolava sempre dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ma non pianse, non pregò; e invece, dopo un istante, parve rasserenarsi, quasi che si trasfondesse nel suo animo la fermezza ostinata e la sicura fiducia del suo amore.

Intanto... quella cattiva se ne andava e Giacomino rimaneva.

VII.

--Non avete un soldo?--rispondeva Giacomino ai lamenti di Temistocle e di Gian Maria.--Cinquanta dire ve le presterò io, stasera.

Infatti, non dando all'orefice, come al cameriere, più di cento lire in acconto, poteva benissimo, senza incomodo, usare quella _cortesia_ ai fratelli. Andò al teatro per prendere i denari dal Richard; ma, per quella sera, niente. Il Facchinetti non aveva ancora sborsata la somma. La darebbe domani; ma nè domani nè doman l'altro, non si vide nulla, come nei giorni innanzi. Giacomo, inquieto, cominciò ad alzar la voce; e allora il cavallerizzo, messo alle strette, confessò di essere stato imbrogliato, truffato dal Facchinetti. Non glielo aveva voluto dire, per non dargli un dispiacere.

--_Crénon!_ Che razza d'usuraio! Non aveva dato altro che duemila lire, e ne aveva intascate cinquecento per quindici giorni d'interessi! Ma per l'amico Trebeschi, nessun danno: soltanto ventiquattr'ore di ritardo.

Appena arrivato colla compagnia a Borgo San Donnino, il Richard avrebbe mandato un vaglia telegrafico.

--Fermo in posta--raccomandò Giacomino, pensando alla mamma.

E infatti, dopo la partenza dell'amico, per due o tre giorni, il giovinotto non fece altro che andare e venire dal fondaco alla posta. Ma niente vaglia telegrafico... e nessuna lettera, nemmeno da Fanny, che gli aveva giurato e spergiurato di scrivergli subito.

--E il cameriere, e l'orefice, che strepitano, minacciano!

Telegrafò lui a Borgo San Donnino: «_Urge cinquecento in giornata_». Nessuna risposta.

Una mattina, finalmente, sei o sette giorni dopo che il Circo Stanislao era partito da Milano, venne fermato di colpo da un tale in bicicletta, che quasi lo schiacciava contro il muro.

--Lei, signor Trebeschi, non mi conosce?--E il velocipedista, saltando a terra, gli si piantò davanti, cacciandogli la bicicletta di traverso.

--No! Non la conosco e non è questo il modo di fare!...--esclamò il giovanotto arrogantemente.

--Io sono il Facchinetti, quello della cambiale di tremila lire.

--Duemilacinquecento,--rispose Giacomo, alzando la mano al cappello e smettendo subito il sussiego.

--Tremila--replicò l'altro sempre più burbero e accigliato; e siccome Giacomo lo guardava attonito continuando a negare, quegli alzò la voce:

--Tremila... Tre cambiali da mille lire!

--Ma la terza l'avevo firmata in bianco; non si sapeva la cifra...

--Mille lire. Tre cambiali da mille lire...

--Scriverò al Richard: a Borgo San Donnino.

Il Facchinetti guardò Giacomo ancor più di traverso.

--È lei il responsabile. Lei deve pagare. Io non voglio conoscere altri che lei.

A tale minaccia il giovanotto sorrise e negli occhi gli passò un lampo che l'usuraio colse a volo.

--Stia bene in gamba, giovinotto. Lei crede di avermi imbrogliato allegramente, perchè non è ancora maggiorenne? Ma io lo faccio metter dentro. Lo faccio metter dentro, perchè ha garantito colla sua firma un nome falso.

--Un nome falso?...

--Meno chiacchiere; Richard è un nome falso.

--È un nome falso? Richard?...--esclamò Giacomo diventando pallido.--Ma io non lo so, non lo sapevo, non so niente! posso giurarlo; lo giuro!

--Lo proverà... in tribunale.

--Io scriverò al Richard, andrò a San Donnino. Andiamo insieme a San Donnino!

Giacomo, preso da subito spavento, balbettava, tremava come una foglia.

--A San Donnino?... Non sa che il Circo Stanislao si è sciolto?... Non facevano un soldo.

--Ma...

Il Facchinetti capì l'interrogazione muta, l'angoscia di quel _ma_, e scoppiò in una risata.

--Coraggio, giovanotto!... Quei due imbroglioni sono stati scritturati da un impresario americano; devono essersi imbarcati ieri per Buenos Aires.

--Ma allora?... Allora?...--e Giacomo, più che alla Fanny e al suo tradimento, pensava all'infamia del Richard e a quella minaccia del Facchinetti--In tribunale!--e balbettava supplichevole:

--Non mi faccia del male!... Non mi faccia del male: io sono innocente di tutto!

L'altro rimase duro, insensibile.

--Due parole sole--gli disse poi abbassando la voce, ma in tono aspro, risoluto.--Le tremila lire scadono dopo domani: Lei paga? Io mi accontento e sto zitto. Non mi paga? consegno la cambiale a chi l'ha da avere e buona notte! Se lei è innocente lo proverà nel giudizio.

Ciò detto, e messa la bicicletta in equilibrio, vi saltò sopra dandosi una spinta, e via come il vento!...

Giacomo, sbalordito sotto il peso di quel disastro, colle gambe che gli tremavano, si avviò verso casa.

Avrebbe trovato il babbo solo; voleva confessar tutto al babbo. Bisognava disperarsi; strapparsi i capelli; minacciare un suicidio.

--In tribunale?... Un processo?... Che canaglia quel Richard! Gli era sempre stato antipatico, odioso. E lei... Fanny?.... Così affettuosa, così tenera l'ultima sera... tante promesse!...

A poco a poco, gli entrava in cuore la sicurezza che il babbo lo avrebbe salvato, che il babbo gli avrebbe pagata lui la cambiale; ma quanto più si calmava tanto più provava dispetto e bruciore dell'abbandono, del tradimento di Fanny; bruciore, sentimenti che, a poco a poco, all'idea della sua bella, perduta per sempre, si tramutavano in rammarico dolore.

--Dio!... Dio!... Che infamia!

E non più per far paura al babbo, ma sinceramente, sentendosi così solo e tanto disgraziato, pensò di ammazzarsi.--Un colpo di revolver, secco...--Ma poi, riflettendoci, vedendosi tutto insanguinato, e magari ancora vivo, sospirò:

--Che bella cosa sarebbe stata, di potersi addormentare quietamente, senza colpo di revolver... e non svegliarsi più.

Così, sospirando, borbottando e camminando sempre più lentamente, a mano a mano che si avvicinava a casa arrivò in via Lentasio, e subito vide suoi padre sulla porta del fondaco.

--Il babbo?.... Lo aspettava?... Sapeva già qualche cosa? Meglio così.

Il signor Daniele, appena scorse il figliuolo, gli fece un cenno colla mano, come per gridargli:--Che cosa hai mai fatto?...--E poi, quando gli fu vicino:--Vieni su subito--gli disse. E salì pel primo frettolosamente la scala, sospirando, sbuffando, e crollando il capo, finchè l'ebbe condotto in camera sua.

Voleva innanzi tutto strapazzarlo.

--Vergognatevi! Vergogna!--Ma non trovando le parole, proruppe in un singulto:--Almeno... almeno correre da me, parlar con me, subito!... subito!...

--Sa tutto--pensava Giacomino, chinando il capo con aria avvilita e compunta.--Meglio così.

--Sai?--continuava il signor Daniele, sgranando gli occhi come uno spiritato--sono venuti a dirlo alla mamma. Che scena! Correva la gente!... Si fermava sulla porta! e tutto contro di me!... Addosso a me! Tutto sulle mie spalle! Io sono un Pantalone, un cretino della Val d'Aosta, un rimbambito; tu un malvivente da rinchiudere fra i correggendi. Perché non mi hai confessato tutto?... Devo condurti a Genova io stesso, subito, e imbarcarti. Non più col Rosasco, con un altro. Non si sa chi; ha telegrafato la mamma. Anche il Rosasco è un traditore; la Maddalena ha capito tutto; anche la gherminella del colera. È furente anche per questo. Siamo tutti bugiardi! Tutti impostori!

--Anche la mamma sa tutto--ripeteva Giacomino fra sè.--Meglio così--e per calmare e intenerire il babbo diede in un pianto dirotto.

--Si... Ci vuol altro che lacrime!--E il signor Daniele si esaltava a gridare e a pestare i piedi per vincere la commozione e il singhiozzo.

--In fine, non ho mica ammazzato nessuno...--esclamò Giacomo, pensando essere venuto il momento di rimettersi in sella.

--Sicuro!--rispose l'altro.--Ma provati a dirlo a tua madre. Sai che... non si può parlare. Non si può fiatare. È un eccesso; peggio che sotto i croati. Peggio!... E se apri bocca, casca il mondo. «Imparate da me! Imparate da me!» Non c'è che lei. Maledette le perfezioni!...--Ma poi, accortosi di essersi lasciato trasportare, si fermò, cambiò tono:--Sempre, per altro, con giustizia... per il bene della casa... per il bene di tutti. E voi... Vergogna... Vergognatevi!... E, fatto il male, nessuna confidenza in vostro padre.

--Volevo dirti tutto. Ero venuto a casa, apposta, per dirti tutto.

--Non dovevate aspettare: oggi, proprio oggi, a parlare: dovevate parlare a suo tempo.

--A suo tempo? Quando?

Anche Giacomino lo aveva saputo appunto allora, in quel momento, dal Facchinetti, e lo disse a suo padre.

--Io non credevo di dover pagare, e non dovrei pagare se il Richard non fosse una canaglia: lui ha preso i quattrini. Suo è il debito. Sua è la cambiale. Lui solo, il Richard, quel pezzo da galera...--ma Giacomino si fermò di colpo, spaventato dal viso di suo padre.

L'equivoco, in ogni modo, non avrebbe potuto durare più a lungo. Nessuno ancora, in casa, sapeva niente: della cambiale. La signora Maddalena aveva fatto una scenata al marito per via del cameriere del caffè del teatro, che, stanco di scrivere, era venuto in persona, nel negozio Monghisoni, per farsi pagare i suoi centocinquanta franchi.

--La cambiale?... La cambiale?... Una cambiale?--balbettava il signor Daniele in convulsioni, aggrappandosi al figliuolo.

Giacomo, che non aveva mai visto quegli occhi, quel viso, quel color verde, quella, bava alla bocca, si spaventò, gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, disperatamente.

--Papà! Papà! Papà! Ascoltami!... Papà!

Dio santo!... il signor Daniele non poteva, più parlare. Era un colpo.

Giacomo, preso da terrore, voleva andare a chiamare aiuto: l'altro si riscosse, lo fermò.

--Per... per... amor di Dio!--E non disse altro.

--Perdonami! Perdonami!--supplicava Giacomo alla sua volta, colpito, scosso da quel gran dolore,--Ha ragione la mamma. Sono un tristo! Un infame! Partirò! Nessuno mi vedrà più!... Ma prima, andiamo insieme dal Facchinetti. Io lavorerò, non mangerò che pane e acqua, finché non avrò pagato, ma pagherò io: tutto io. Con una tua parola il Facchinetti aspetterà, nessuno saprà niente.

L'altro, livido tremando come una foglia, balbettava:

--Qua... qua... quanto?

--Tremila lire.

Tutta la lunga persona del signor Daniele dette un'altra scossa.

--E... qua... qua... quando?

--Doman l'altro.--Sì... Sì... Sì... Dal Facchinetti... Dal Facchinetti... Subito, subito, subito dal Facchinetti!--esclamò cercando cogli occhi il suo cappello che aveva lì dinanzi, sul tavolino, e non lo vedeva.

--Andiamo.

--Andiamo.

E andarono in cerca del Facchinetti, girando e domandandone per mezza Milano, ma il Facchinetti non si poteva trovare in nessun posto.

Giacomo aveva preso a braccetto e sorreggeva il padre che continuava a tremare e a balbettare sempre più, per paura di non trovare il Facchinetti, e di non fare in tempo.

