Il Tenente dei Lancieri: Romanzo

Part 3

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--Io? Per chi mi prendi? La mamma non sa nulla: règolati. Bada di non cascarci tu. Senti? La mamma ti chiama. E il ragazzo, un po' pallido, ma sicuro, attraversò il fondaco per salire in casa.

Temistocle, l'altro fratello, e più di tutti la Cammilla, gli giravano attorno, inquieti, ansiosi, per interrogarlo.

--Niente! Niente! Una sfuriata delle solite--rispose Giacomo con un'alzata di spalle e passò via in fretta,--mentre anche il babbo, ormai rassicurato, lo seguiva e lo accarezzava con uno sguardo amoroso.--Come lo avrebbe abbracciato volentieri!

--Daniele! Taartaruga!

Alla voce della signora Maddalena, Daniele si voltò di colpo, traballando:

--Eccomi! Eccomi!--e corse affannosamente fin sull'uscio dello scrittoio.

--Dentro--gl'intimò la moglie.

--Eccomi--ed entrò.

--Chiudete.

Il signor Daniele, chiuse d'uscio, sgraffiandosi anche un dito tra per la fretta e la confusione.

--Bisogna mandare questa lettera alla posta, sul momento--strillò la signora Maddalena mostrandogli la lettera scritta al Rosasco.--Ma alla posta centrale. È più sicura.

--Dammela, la porto io.--Al signor Daniele non pareva vero di cavarsela così a buon mercato.

--Un momento. Dovete prima sapere anche voi di che; si tratta--rispose la signora Maddalena, che nelle occasioni più solenni dava sempre del _voi_ a tutti.--Scrivo al signor Rosasco--soggiunse con voce, alquanto velata e interrotta da una tossetta secca--per avvisarlo che gli mando... gli mando... quel bel mobile.

--Giacomino?

--Sissignore; Giacomino, che tutti quanti avete guastato, viziato, resa insopportabile, pericoloso!

Pareva a Maddalena, coll'andare in furia, di scaricare addosso agli altri, in tutto o in parte, la gravita e l'odiosità della risoluzione presa.

--Vuoi mandare Giacomino a Genova?

--Appunto a Genova; per imbarcarsi.

--Imbarcarsi?... Per dove?

--Per dove, pur dove... per dove sarà.

La signora Maddalena voleva far presto, finirla. Aveva le guance rosse, era in orgasmo, sbuffava.

Le domande, le spiegazioni, le chiacchiere, la rimescolavano ancora più del solite.

--Mi sono abbastanza fatto il sangue guasto con... quello là! Se non vi siete proprio messi in testa di farmi crepare, abbiate; un po' di carità, e meno discorsi.

--Ma, scusa--insisteva il signor Daniele sommessamente--deve cominciare l'anno di volontariato fra pochi mesi.

--Il volontariato lo farà invece Gian Maria. È un tanghero che ha bisogno di svegliarsi e di rinforzarsi. Del resto, quando io, colla, mia testa, e io l'ho sempre avuta sulle, spalle, ho pensato una cosa, vuol dire che tutte le altre... le ho già messe, in regola.

Il signor Daniele diventava, pallido, taceva succiandosi il dito spellato.

--E voi, invece di fare opposizione, dovreste ringraziarmi... e benedirmi.

--Io non faccio nessuna opposizione--balbettò Daniele dopo un momento.--Soltanto vorrei capire meglio la tua idea. Vuoi imbarcarlo? Per dove?... Come?... Vuoi farne... un marinaio?

E a, mano a mano anche Daniele si riscaldava, alzava la voce. Per la prima volta sentiva in sè quasi un soffio di ribellione; il suo cuore si rivoltava, e anche la sua coscienza: non poteva, non doveva abbandonare Giacomino. Giacomino, che sarebbe stato punito così ingiustamente, così barbaramente, perché aveva taciuto, perché lo aveva salvato.

No! no! Doveva difenderlo; doveva salvarlo alla sua volta; lo doveva come padre e come galantuomo.

--Vuoi allontanarlo dalla famiglia, dalla casa?--ripigliò, dopo un momento, vincendo il tremito e l'affanno che gli soffocavano la voce.--In fine, non ha commesso nessun delitto.

Il petto poderoso della signora, Maddalena ebbe un sussulto, che essa fermò e represse a fatica, colle due mani.

Poi rispose colla, bocca amara e colle labbra asciutte, sforzandosi di parer calma:

--Tu non hai due dita di comprendonio, ma io sì, ne ho per tutti quanti, e per ciò, io non voglio aspettare a correggere quando non si sarebbe più in tempo, quando ci avrà sciupato mezzo patrimonio.--Si avvicinò al signor Daniele e gli bisbigliò all'orecchio:--Quel ragazzo fa debiti, ha delle amanti, giuoca! Via, via presto!

--Come me! Come me!--gemeva in cuor suo il povero Daniele; e dopo un breve silenzio riprese più umile, per riuscire più persuasivo:--Scusami, Maddalena, ma... per il momento... per il momento ripensiamoci.

--È un anno che io ci penso e ripenso.

--Tu sì, ma io no... e vorrei anch'io assuefarmi a questa... idea.

«Finché c'è tempo c'è fiato» e il signor Daniele, debole e incerto, aspettava sempre molto dal tempo.

--Se non ci avete pensato--la signora Maddalena ricominciava col _voi_--è colpa vostra. Non è la prima volta che io vi metto a parte di questa mia idea, che vi propongo d'imbarcare...--cercò un epiteto per non voler dire il nome, poi borbottò:--Giacomino.

--Ma io credeva non fosse altro che una minaccia, per ischerzo!--rispose il signor Daniele.

--Scherzo? Io non scherzo mai! Quando avrei tempo di scherzare, con tutti i fastidi, i dispiaceri che mi date? Ad ogni modo, adesso lo sapete: non è uno scherzo: basta così.

Daniele si risentì. Aveva la pelle dura, ma soltanto per sè: qui trattavasi di suo figlio.

--No, non basta--rispose facendosi bianco come un cencio lavato e con voce bassa, occhi bassi, capo basso, quasi aspettando di essere fulminato, ma risoluto a tener fermo--no, non basta: in vent'anni ho accettato tutto, non ho mai rifiutato: ma adesso si tratta del mio sangue; c'è di mezzo il cuore.

Alla Maddalena scintillavano gli occhi e tremavano le labbra; e chissà in quali parole stava per prorompere: ma quel giorno faceva miracoli, e si frenò ancora.

--È anche per il suo bene--rispose dopo un momento.--Io posso giudicarne perché ci vedo da lontano. E in quanto al cuore--qui tornò ad alzare la voce--ho ereditato quello di mio padre, il che vuol dire che ne ho più di tutti. Ma cuore--e così dicendo si batteva forte sul petto resistente,--vero cuore, non sugo... di pomodoro!--Poi, calmandosi daccapo e fingendo di crederlo oramai convinto, par togliergli il coraggio di risponder altro, gli tornò a porgere la lettera.

--Va, va; porta questa lettera alla posta. Un giorno mi ringrazierai.

Il povero signor Daniele sudava freddo e gli tremavano i ginocchi.

--I miei figliuoli... io... io non domando altro. Ho sempre taciuto, non sono mai stato padrone di niente, ma i miei figliuoli... li voglio con me!

Ciò detto, chiuse gli occhi, si era al finimondo.

--Hai sempre taciuto? Che cosa avevi da dire?--domandò la signora Maddalena, più ancora maravigliata, quasi, che offesa.--Non hai mai domandato niente? Non sei mai stato padrone di niente? Ma... sei mio marito, sì o no?--E chi ti ha fatto padrone della casa, tal quale come me?

--No, non è vero! Non è vero! Io servo; sono un servo. Come prima! Come sempre! Padrone di niente! Padrone di niente! Ma dei miei figli, questo poi, sì, dei miei figli sono padrone anch'io, voglio essere padrone anch'io!

E per la prima volta in vita sua, trovata la via dello sfogo, il signor Daniele, balbettando e tremando, tirava innanzi senza finir più, ripetendo continuamente le stesse cose, le stesse parole.

Maddalena a un tratto ebbe un impeto di collera; gli afferrò il ciuffo dei capelli arruffati, lo scossa violentemente, poi lo spinse fuori dall'uscio.

--Va via!... non mettermi al punto di commettere uno sproposito.

E colla voce soffocata, tremando anch'essa, ma di rabbia, chiamò un facchino e lo mandò alla posta colla lettera per il signor Rosasco.

In un momento, la gran notizia si sparse per tutto il fondaco: la signora Maddalena voleva scacciare di casa Giacomino, voleva imbarcarlo.

Era lo stesso signor Daniele che andava in giro a raccontarlo a tutti, e colla speranza di acquistare maggior coraggio sentendosi dar ragione.

--Sì--concludeva--prima che mio figlio mi sia strappato dalle braccia per essere imbarcato, devo esserci anch'io: non ho forse diritto di non volere? Non dovevo oppormi?

Tutti gli rispondevano di sì e il signor Daniele si era messo a gridare, a smaniare, a predicare anche lui, come faceva sua moglie; ma quando la vedeva in distanza tirava di lungo e si perdeva nel fondaco, non bastandogli il cuore di affrontarla una seconda volta.

La sera, a cena, Giacomino non comparve: era rimasto tutto il giorno chiuso in camera sua, aveva pianto, si era sfogato, e adesso aspettava la notte, quando tutti fossero addormentali, anche il babbo, per scappare solo, colla notizia del suo imbarco, da madamigella Fanny.

Chissà? Se riuscisse a commuoverla? a toccarle il cuore colle sue disgrazie? Chissà?... Almeno un bacio?... _Saperlotte!_

A cena la signora Trebeschi non vide altro che musi lunghi: la rivolta era muta, ma generale.

--Come ha saputo farsi amare quello scavezzacollo!--pensava. Maddalena trinciando il lesso.

E forse, per un moto istintivo del suo cuore di madre, quella sera fu insolitamente larga nelle porzioni. E parlava e voleva far parlare gli altri, e cercava, con tutti i pretesti, d'intavolare la conversazione.

Anche quella sera, naturalmente, non faceva se non lodare sè stessa e criticare gli altri, ma ci metteva minore acredine, e quasi una certa bonarietà. Pareva che cercasse un complimento, una parola affettuosa.

--Io ho sempre avuto cuore, ricordatelo, ma il cuore,--diceva il mio povero padre--il cuore non deve mai far perdere la testa. E se io mi sono sempre mantenuta quella che sono, non è che non abbia avuto cuore come le altre, è perché ho avuto più testa delle altre.

E versava da bere al marito, che lasciava il bicchiere pieno sulla tavola, e offriva ancora del lesso ai figliuoli, che non ne volevano più e respingevano il piatto.

Vedendo che non riusciva con gli altri, si provò a far complimenti alla Cammilla:

--Adesso hai imparato: la minestra la sai far bene.

Ma anche la Cammilla rimaneva impassibile, nè smetteva di tenerle il broncio. Allora essa cominciò ad aggrottar le ciglia, e a, far gli occhi torvi.

--Che la stupida ragazza avesse del tenero per quel bel mobile? Badasse bene ai casi suoi, perché era sempre lì come un uccel sulla frasca. In quattro e quattr'otto la si poteva rimandare a Melegnano.

Il signor Daniele aveva desiderato prender con sè la nipotina, per aiutare, sollevandoli di una bocca, i suoi parenti poveri, e la signora Maddalena vi aveva acconsentito, dopo avere un po' storto la bocca, ma con una condizione, anzi con due: primo, la Cammilla non doveva mangiare il pane a tradimento: secondo, non voleva dir di _sì_, definitivamente, senza qualche giorno di prova.

La Cammilla, quando era venuta a Milano, era una bimba di nove anni; adesso ne aveva diciotto, ed era sempre in prova. Di giorno, nel fondaco, teneva il carteggio e le prime note: la sera poi, in casa e in cucina, puliva, rattoppava, faceva le calze a tutti i Trebeschi; e di più, in quel continuo via vai delle serve e delle cuoche, sempre in prova e per prova, doveva lei, bene spesso, durante gli interregni, metter la pentola al fuoco per la colazione e pel pranzo.

V.

La risposta dell'armatore non si fece aspettare; l'_Arcobaleno_ partiva diretto a Porman e da Porman per Filadelfia il 1. di novembre, e perciò il signor Rosasco avvertiva la signora Maddalena che il suo _pivetto_ doveva trovarsi a Genova per la fine del mese...

--Quindici giorni, quindici giorni soltanto!...--sospirava il povero signor Daniele.

--Quindici giorni e poi... poi, forse non vederlo mai più!--gemeva in cuor suo la signorina Cammilla cogli occhi gonfi e il dolor di capo.

Giacomino invece si dava buon tempo.

--Ancora un paio di settimane e poi... divertirmi e godermela più che a Milano!

Passato il bruciore della prima impressione, aveva risoluto di farsi animo, inghiottendo il boccone amaro, anzi mostrando d'infischiarsene, e c'era riuscito.

Ma in quanto alla, genitrice...--ah! ah!--le preparava una magnifica sorpresa per quando l'_Arcobaleno_ sarebbe stato in alto mare verso l'Equatore: un mucchio di debiti da pagare; e intanto si divertiva a tormentarla, a punzecchiarla.

La genitrice--adesso la chiamava sempre così--cercava di sfuggirlo?... E lui si dava un gran da fare par cacciarsele sempre fra i piedi; e quando la incontrava nel fondaco, la salutava nel modo che alla signora Maddalena faceva più dispetto: strisciando i piedi, battendo i tacchi. E su, in casa, quando si trovavano insieme all'ora della colazione e del pranzo. Giacomino, con una compitezza affettata, esagerata, correva ad aprirle l'uscio, ad offrirle la seggiola, a metterle lo scaldino sotto ai piedi.

Talvolta mamma e figliuolo si fissavano in viso: lei pallida, accigliata; lui, col sorriso impertinente sotto i baffettini tirati in su: pareva che stesse per iscoppiare il fulmine: il signor Daniele tremava, tremava la signorina Cammilla; Temistocle e Gian Maria non battevano palpabra: ma poi la signora Maddalena voltava la testa con una mossaccia dispettosa, e invece di pigliarsela con quello sfacciato, si sfogava contro la Banca Generale in liquidazione e il Credito Provinciale tentennante.

E strillava:

Queste sono le vere burrasche! le tremende burrasche!... Altro che aver paura di un po' di mal di mare!--e affaccendata mandava il signor Daniele in traccia di notizie e di informazioni alla Borsa, alle Banche, dagli agenti di cambio, lo faceva correre di qua e di là, a portar ordini, contr'ordini, minacce, strapazzate.

Il pover'uomo correva e sudava: ma dappertutto, appena, sbrigata l'incombenza avuta, buttava fuori, con un sospirone, la gran notizia della prossima partenza del figliuolo, del suo imbarco, chissà per dove, chissà fin quando! e chiedeva consiglio e conforto con un balbettamento affannoso che pareva un gemito:

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare? Ma io non voglio! Io non lo lascio andar via!

--Che cosa doveva fare?...--Opporsi a sua moglie, dire un bel no!--Non era lui il padrone?

Il signor Daniele approvava, col capo... e tornava a correre e a gemere da un'altra parte.

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare?... aveva domandato una volta anche a madamigella Fanny, e con un tremito più vivo e un accento più fervoroso:--Io non voglio lasciarlo andar via!... Io non lo lascio andar via. Che cosa si può fare?

--_On divorce!_--gli aveva consigliato la cavallerizza, schioccando la frusta.

--Che cosa?

--Divorzio!--gli aveva urlato nelle orecchi _monsieur_ Richard.

Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.

--Che, cosa devo fare?... Che cosa si può fare?...--mormorava anche a lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla Cammilla poteva sfogarsi; tutt'e due pensavano, studiavano se c'era verso d'impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere insieme brontolando:--No, no, no! non deve andar via!... non deve andar via!....

Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo, quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.

Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di lacrime:--Ma io non voglio!... io non ti lascio partire!...--lo commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.

Nel suo cuore non c'era più posto che per il bel nasino della Fanny.

--Che c'entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?... E le voltava lo spalle.

Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se l'erano detto ed anche provato.

La grande notizia dell'imbarco del giovane Trebeschi sull'_Arcobaleno_ aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.

La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena, Giacomino le ebbe detto, sospirando:--che partiva per sempre e che non ne provava nessun rammarico fuorché per lei--subito, la bella ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i baci, all'orecchio:

--_Prends bien garde_, mio caro, _que le général_ non si accorga di niente!

--_Saperlotte!_--aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.

Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente all'uscio,--erano nel camerino, al Dal Verme,--Giacomo, prontissimo, si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:

--_Venez donc, mon général_.

Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino, fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già notato qua e là, ma che vedeva _lì_ per la prima volta.

--_Monsieur_ Trebeschi, un amico di mio fratello--disse tosto e con gran disinvoltura l'intrepida amazzone, presentando Giacomo al generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.

Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.

Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.

--Trebeschi?--domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e soffiando ad ogni parola.

--Trebeschi?... Ufficiale?... In cavalleria?

Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano quel bel ragazzo per un ufficiale... E così anche il Piccolomini che pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l'amico di suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l'America, per l'Australia.

Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.

Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio, impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le mani e strizzando l'occhio.

--Ah! ah! la faceva in barba a un generale!

E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità non gli fece perdere la bussola; tutt'altro. Invece di essere geloso, si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti, compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.

Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse rannuvolando era _monsieur_ Richard, inquietissimo per l'avvenire.

--Sempre così--borbottava--a Milano, come a Parigi, come a Pietroburgo!

E minacciava sempre, quando l'altro non poteva sentire, di voler somministrare _schiaffoni_ a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci alla Fanny, che gli rispondeva appena con un'alzata di spalle.

E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo, era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a domicilio un altro fascio di conti da pagare: il _riassumendo_ della fine di stagione. L'avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto non scemò l'amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad osservare.

--E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?

Il Piccolomini non lo aveva più trovato _lì_, nel camerino, e non lo aveva mai incontrato in casa di _mademoiselle_ Richard, ma spesso gli capitava tra i piedi nei paraggi del Dal Verme, e gli dava sempre nell'occhio appunto per quella sua aria di ufficialetto in borghese... e per la fretta di sgattaiolare inosservato.

--Ohi! ohi!... Attenti!

Per scoprir terreno, cominciò a parlare: e a sparlare del signor Trebeschi--di quel giovane di bottega che si dava un atteggiamento marziale--cominciò a scherzare sul conto suo, a ridere alle sue spalle e notò che ci stava a scherzare e a ridere anche la Fanny, ma esageratamente, con un'esaltazione nervosa; e notò di più che monsieur Richard, parlando del Trebeschi, pareva che avesse un nodo in gola, benché si sforzasse di non darlo a divedere..

--Ohi! ohi! Cospetto di bacco!... Ma quando ci va? Dove si vedono? Come si trovano?

Rimase molto perplesso; poi prese un partito. Regalando venti lire, in due volte, alla portinaia, seppe tutto ciò che gli premeva di sapere.

Povero Giacomino! Con tutto il suo giudizio, con tutta la sua prudenza, con tutta la sua furberia, era proprio andato a finire in bocca al lupo.

Visite a Fanny, in casa, non ne faceva, non praticava più in teatro, di giorno, all'ora della prova. E poi nemmeno la sera. Dacchè si erano accorti che il generale sospettava di qualche cosa, Giacomino non aveva più cenato coi Richard nè messo piede al Dal Verme.

In teatro correva la voce che il giovane Trebeschi si fosse già imbarcato a Genova sull'_Arcobaleno_.

Tutto spirava pace, perfino la fronte del Richard cominciava a spianarsi... quando una notte, molto tardi, mentre Giacomino, con tutte le possibili cautele, stava per aprire lo sportello della casa dove era alloggiata la cara Fanny, si sentì battere sulla spalla: si voltò di colpo, e--_Saperlotte!_--si trovò a faccia a faccia col generale.

Il giovanotto, pronto, si mise in posizione e rimase serio, mentre l'altro dava in una risataccia insolente.

Prendete--esclamò dopo un momento il generale.--Vi aspettavo per regalarvi un'altra chiave, la mia, nel caso che perdeste la vostra.

E così dicendo pose, una lunga chiave arrugginita nella mano che il povero malcapitato gli stendeva macchinalmente. Poi gonfiò le labbra, soffiò, soggiunse soltanto un:--Buona notte: a lei e a tutta la compagnia--e così se ne andò, traballando sulle gambette a roncolo.

Giacomino, rimasto lì, immobile e muto con quelle due chiavi in mano, seguì il generale collo sguardo finché lo potè scorgere: sospirò, ma non si mosse. Riflettè a lungo, sul da farsi, e si persuase che, nel caso suo, due chiavi erano troppe.

Allora invece di aprire e di salire, mise le due chiavi in tasca, tornò indietro, tornò a casa sua, si cacciò in letto, e spense subito il lume per addormentarsi più presto. Ma penò molto a prender sonno. Il caso era grave.

Al mattino avrebbe dovuto andare da Fanny a raccontarle la scena col generale: che bella improvvisata!

Furbo, per altro, quel Piccolomini! Ma che avrebbe risposto Fanny? E il Richard? Apriti, cielo!

Giacomo sapeva che fratello e sorella erano pieni di debiti: debiti col conduttore del teatro, debiti coi fornitori, debiti con tutti. E nel calduccio del letto, dietro la sfilata dei creditori del Circo Stanislao, vedeva anche venire quella de' suoi: il cameriere del caffè del teatro, col quale, in tante colazioni, in tanti cognac, in tante bottiglie di Marsala in ghiaccio bevute alle prove con tutta la Compagnia equestre, aveva un conto che non finiva mai. L'orefice, che, conoscendo la solvibilità e l'onorabilità della famiglia Trebeschi, gli aveva venduto sulla parola un anello di brillanti. E il sarto. _A la Ville de Paris_?... E il camiciaio alla _Città di Vienna_?...

--Che caldo! Auf! che caldo!...

Giacomo smaniava, si voltava, si rivoltava nel letto, ma ad ogni giravolta c'era un debito, un creditore nuovo, una nuova puntura. Finalmente gli venne un'idea; una bella idea. Se invece di indugiarsi ancora gli ultimi quattro o cinque giorni, fosse partito per Genova la mattina dopo?... Se invece di aspettare l'_Arcobaleno_, si fosse imbarcato subito? Il generale credeva di avergliela fatta, ma lui, ancora più furbo e più svelto, avrebbe preso il largo in alto mare!...

Giacomo rise a questa idea; e col rider si rimise in calma. Allora, dimenticate le due chiavi, si addormentò, e dormì profondamente fino alla mattina molto tardi, quando venne a svegliarlo suo padre, il signor Daniele in persona, tutto sossopra, ansante, piangente, ridente.