Il tallone di ferro

Part 9

Chapter 93,543 wordsPublic domain

— E sia la guerra civile! — rispose Asmunsen, approvato da nuove acclamazioni. — Noi non abbiamo dimenticato le gesta dei nostri antenati. Per la nostra libertà siamo pronti a combattere e a morire.

Ernesto, sorridendo, disse:

— Non dimenticate, signori, che poco fa eravamo tacitamente d’accordo che la parola libertà, nel caso vostro, significa licenza di spremere gli altri per ricavarne un utile.

Tutti i convitati erano infuriati, animati da uno spirito bellicoso. Ma la voce di Ernesto dominò il tumulto:

— Ancora una domanda: dite che vi solleverete con tutta la vostra forza quando il Governo fosse strumento dei _trusts_; per conseguenza, il Governo adopererebbe contro la vostra forza l’esercito regolare, la marina, la milizia, la polizia, in una parola tutta la grande macchina della guerra organizzata dagli Stati Uniti. Dove sarebbe allora la vostra forza?

Sui volti apparve una profonda costernazione.

Senza lasciar loro il tempo di riflettere, Ernesto lanciò un nuovo assalto:

— Or non è molto, ricordatevene, il nostro esercito regolare era di soli cinquantamila uomini. Ma i suoi effettivi sono stati aumentati da un anno: ed ora conta trecentomila uomini.

E rinnovò il suo attacco:

— Non basta: mentre vi lanciavate all’inseguimento del vostro fantasma favorito, il guadagno, e improvvisavate delle omelie sulla vostra cara _mascotte_, la concorrenza, delle verità ancor più potenti e crudeli sono state inalzate dalla associazione: c’è la milizia.

— È la nostra forza. — esclamò il signor Kowalt. — Con lei respingeremo l’attacco dell’Esercito regolare.

— Cioè, farete parte voi stessi della milizia, — replicò Ernesto. — e sarete mandati nel Maine o nella Florida, nelle Filippine, o in altro luogo, per domare i vostri compagni rivoltosi, in nome della libertà. Nello stesso tempo i vostri compagni del Kansas, del Wisconsin, o di un altro Stato, faranno parte anch’essi della milizia e verranno in California, per soffocare nel sangue la vostra stessa guerra civile.

Questa volta i presenti rimasero addirittura scandalizzati e muti. Finalmente, il signor Owen mormorò:

— Non ci arruoleremo nella milizia. È semplicissimo: non saremo così ingenui.

Ernesto scoppiò in una schietta risata.

— Voi non capite affatto il gioco stabilito. Non potrete difendervi: sarete incorporati a forza nella milizia.

— Esiste una cosa che si chiama diritto civile, — insistette il signor Owen.

— Ma non quando il Governo proclama lo stato d’assedio. Il giorno in cui parlaste di sollevarvi in massa, la vostra stessa massa si leverebbe contro di voi. Sareste compresi nella milizia, volenti e nolenti. Sento qualcuno pronunziare le parole: _habeas corpus_. Come _habeas corpus_, avreste, _post mortem_, in fatto di garanzia, l’autopsia. Se rifiutaste di entrare nella milizia o di obbedire, una volta incorporati, sareste tradotti davanti a un Consiglio di guerra improvvisato e sareste fucilati come cani. È la legge.

— Non è la legge, — affermò con autorità il signor Calvin. — Non esiste una legge simile. Quanto avete detto, l’avete sognato, giovanotto. Ma come? Parlate di spedire la milizia alle Filippine? Sarebbe contro la Costituzione. La Costituzione specifica espressamente che la milizia non potrà mai essere mandata all’estero.

— Come c’entra la Costituzione? — chiese Ernesto. — La Costituzione è interpretata dalle Corti, e queste, come ha detto il signor Asmunsen, sono strumento dei _trusts_. Inoltre, come ho affermato, la legge vuole così. È legge, da anni, da nove anni, signori.

— È legge, — chiese il signor Calvin, con aria incredula, — che si possa essere trascinati a forza nella milizia... e fucilati da un Consiglio di guerra improvvisato, se ci rifiutiamo di marciare?

— Precisamente, — rispose Ernesto.

— Come mai allora non abbiamo mai sentito parlare di questa legge? — chiese mio padre; e capii benissimo che anche a lui la cosa riusciva nuova.

— Per due motivi, — disse Ernesto. — Primo, perchè non si è mai presentata l’occasione di applicarla: se fosse stato necessario, ne avreste già sentito parlare. Secondo, perchè questa legge è stata approvata frettolosamente dal Congresso e in segreto dal Senato: per modo di dire, cioè, senza discussione. Naturalmente i giornali non ne hanno fatto mai cenno. Noi socialisti lo sapevamo e l’abbiamo pubblicato nei nostri giornali. Ma voi non leggete mai i nostri giornali.

— Ed io sostengo che sognate, — disse il signor Calvin, con ostinazione. — Il Paese non avrebbe mai permesso una cosa simile.

— Eppure, il Paese l’ha permessa di fatto, — replicò Ernesto. — E quanto al sognare, ditemi se di questa stoffa sono fatti i sogni.

E, tratto di tasca un opuscolo, l’aprì e si mise a leggere:

«Sezione I., ecc., ecc.: È decretato, ecc., ecc., che la milizia si compone di tutti i cittadini validi, di età superiore ai diciotto anni e inferiore ai quarantacinque, abitanti i diversi Stati o territorî, come il distretto di Columbia...

«Sezione VII. Che ogni ufficiale o uomo arruolato nella milizia — ricordate, signori, che secondo la Sezione I, siete tutti arruolati — che rifiuterà o non si presenterà all’Ufficiale di reclutamento, dopo essere stato chiamato com’è prescritto qui contro, sarà tradotto davanti a un Consiglio di guerra e passibile di pene pronunciate dal detto Consiglio...

«Sezione IX. ... che la milizia, quando sarà convocata in servizio attivo, per gli Stati Uniti, sarà soggetta agli stessi regolamenti e articoli di guerra delle truppe regolari degli Stati Uniti».

— Ecco a che punto siamo, signori, cari concittadini americani e compagni di milizia. Nove anni or sono, noi socialisti pensavamo che questa legge fosse rivolta contro i lavoratori, ma sembra che sia rivolta anche contro voialtri.

«Il congressista Wiley, nella breve discussione, quale fu permessa, dichiarò che il disegno di legge «procurava una forza di riserva per prendere la plebe alla gola». La plebe siete voi, signori, «e per proteggere ad ogni costo la vita, la proprietà, la libertà». E in avvenire, quando vi solleverete con tutta la vostra forza, ricordate che vi rivolterete contro la proprietà dei _trust_ e contro la libertà legalmente accordata ai _trusts_, _di sfruttarvi_. Signori, vi hanno strappato i denti, vi hanno tagliato le unghie. Il giorno in cui insorgerete, armati solo della forza della vostra virilità, ma sprovvisti di unghie e denti, sarete inoffensivi come una legione di molluschi.

— Non credo una sola parola di questo. — esclamò il signor Kowalt. — Una simile legge non esiste. È una storia inventata da voialtri socialisti.

— Il disegno di legge è stato presentato alla Camera il 30 luglio del 1902 dal rappresentante dell’Ohio. È stato discusso rapidamente e approvato dal Senato il 14 gennaio del 1903. E proprio sette giorni dopo, la legge è stata approvata dal Presidente degli Stati Uniti[57].

CAPITOLO IX.

LA MATEMATICA DI UN SOGNO.

Fra la costernazione provocata dalla sua rivelazione, Ernesto riprese la parola:

— Una dozzina di voi, questa sera, ha proclamato impossibile il socialismo. Poichè avete dichiarato ciò che è inattuabile, permettetemi ora di dimostrarvi ciò che è inevitabile: ossia, la scomparsa non solo di voi piccoli capitalisti, ma anche di grossi capitalisti e perfino dei _trusts_, a un certo momento. Ricordate che il progresso dell’evoluzione non permette ritorni al passato. Senza riflusso, essa procede dalla rivalità all’associazione, dalla piccola cooperazione alla grande, dalle vaste combinazioni alle organizzazioni colossali, sino al socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.

«Voi mi dite che sogno. Benissimo! Vi esporrò i dati matematici del mio sogno. Anzi, vi sfido in anticipo a dimostrare la falsità dei miei calcoli. Voglio esporre davanti a voi il carattere fatale del crollo del sistema capitalistico, e dedurre, matematicamente, la causa della sua fatale decadenza. Coraggio, e abbiate pazienza se il punto di partenza è un po’ lontano dall’argomento.

«Esaminiamo, dapprima, i procedimenti di un’industria privata, e non esitate ad interrompermi se dico cosa che voi non potete ammettere. Prendiamo, ad esempio, una fabbrica di scarpe. Questa fabbrica compera il cuoio e lo trasforma in scarpe. Ecco del cuoio per cento dollari, che passa in fabbrica e ne esce in forma di scarpe, per un valore di cento dollari, supponiamo. Che cos’è avvenuto? È stato aggiunto al valore del cuoio un altro valore di cento dollari. Come mai? Il capitale e il lavoro hanno aumentato il valore iniziale.

«Il capitale ha procurato la fabbrica, la macchina e ha pagato le spese. La mano d’opera ha dato il lavoro, lo sforzo combinato del capitale e del lavoro ha incorporato un valore di cento dollari al valore della merce. Siamo d’accordo?

Le teste si curvarono, affermativamente.

— Il lavoro e il capitale, avendo prodotto cento dollari, si danno da fare per la ripartizione della somma. Le statistiche che trattano delle divisioni di questo genere, segnano sempre numerose frazioni: ma ora noi, per maggiore comodità, ci accontenteremo di un’approssimazione poco rigorosa, ammettendo che il capitale prenda per sè cinquanta dollari e che il lavoro riceva, come salario, una somma uguale. Non litigheremo per questa divisione[58], qualunque siano i contratti, si finisce sempre col mettersi d’accordo, a un tasso o a un altro. E non dimenticate che ciò che io dico per un’industria, si applica a tutte. Mi seguite?

I convitati approvarono.

— Ora supponiamo che il lavoro, avendo ricevuto la sua quota di cinquanta dollari, voglia ricomperare delle scarpe. Potrà comperarne solo per cinquanta dollari, non è vero?

«Passiamo ora da questa operazione particolare a tutte le operazioni che si compiono negli Stati Uniti, non soltanto col cuoio, ma con tutte le materie grezze, coi trasporti, e col commercio in generale. Diciamo, in cifra tonda, che la produzione annuale della ricchezza, negli Stati Uniti, è di quattro miliardi di dollari. Il lavoro riceve dunque, come salario, una somma di due miliardi l’anno. Dei quattro miliardi prodotti, il lavoro può riscattarne due. Non c’è nessuna discussione in proposito, ne sono sicuro: la mia valutazione è molto larga. A causa di ingerenze capitalistiche d’ogni sorta, il lavoro non ottiene la metà del prodotto totale.

«Ma sorvoliamo su ciò, ed ammettiamo che il lavoro ottenga i due miliardi. È evidente, allora, che il lavoro può consumare solo due miliardi, mentre bisogna render conto degli altri due miliardi che il lavoro non può nè riscattare nè consumare.

— Il lavoro non consuma neppure i suoi due miliardi, — dichiarò il signor Kowalt. — Se li spendesse, non avrebbe depositi nelle Casse di risparmio.

— I depositi nelle Casse di risparmio, sono una specie di fondo di riserva, che può essere speso in fretta, come in fretta è stato accumulato. Sono le economie messe da parte per la vecchiaia, le malattie, gli accidenti e le spese dei funerali. Sono il boccon di pane conservato nella madia, per il domani. No, il lavoro assorbe la totalità del prodotto che può riscattare con i suoi guadagni.

«Due miliardi sono lasciati al capitale. Dopo aver pagato le spese, consuma il resto? Il capitale divora i suoi due miliardi?

Ernesto si interruppe e rivolse apertamente la domanda a parecchi, che alzarono la testa.

— Non ne so niente, — disse francamente uno di essi.

— Ma sì, voi lo sapete, — rispose Ernesto. — Riflettete un istante. Se il capitale consumasse la sua parte, la somma totale del capitale non potrebbe aumentare: resterebbe costante. Esaminate invece la storia economica degli Stati Uniti, e vedrete che il capitale aumenta continuamente. Dunque, il capitale non divora la sua parte.

«Ricordatevi dell’epoca in cui l’Inghilterra possedeva molte delle nostre azioni delle ferrovie. Con l’andar degli anni le abbiamo riscattate. Che cosa si deve concludere, se non che la parte del capitale impiegato ha permesso questo? Oggi i capitalisti degli Stati Uniti possiedono centinaia e centinaia di milioni di dollari di azioni messicane, russe, italiane e greche: che cosa sono esse se non un po’ di quella parte che i capitalisti non hanno consumato? Fin dalle origini del sistema capitalistico, il capitale non ha mai consumato tutta la sua parte.

«E ora siamo al punto: quattro miliardi di ricchezza vengono prodotti annualmente negli Stati Uniti. Il lavoro ne riscatta e ne consuma due miliardi; resta perciò una forte eccedenza che non viene distrutta. Che cosa si può fare? Il lavoro non può sottrarne perchè ha già consumato i suoi guadagni. Il capitale non se ne serve, perchè già, secondo la sua natura, ha assorbito tutto quanto poteva. E l’eccedenza resta. Che cosa se ne può fare? Che cosa se ne fa?

— Si vende all’estero, — dichiarò spontaneamente il signor Kowalt.

— Precisamente, — assentì Ernesto. — Da questo soprappiù nasce il nostro bisogno d’uno sbocco esteriore. Si vende all’estero; si è obbligati a venderlo all’estero; non c’è altro mezzo per impiegarlo. E quest’eccedenza venduta all’estero costituisce ciò che noi chiamiamo: la bilancia commerciale in nostro favore. Siamo intesi su ciò?

— Certamente, perdiamo il tempo trattando di questo A. B. C. del commercio, — disse il signor Calvin, con dispetto. — Lo sappiamo tutti a memoria.

— Se ho posto tanta cura nell’esporvi queste norme elementari, è perchè mi servono per confondervi. — replicò Ernesto. — È questa la parte piccante della cosa. E vi confonderò completamente.

«Gli Stati Uniti sono un paese capitalistico che ha sviluppato le sue risorse. In virtù del suo sistema industriale, possiede un ramo di produzione superflua di cui deve sbarazzarsi all’estero[59].

«Ciò che è vero per gli Stati Uniti, lo è pure per tutti i paesi capitalistici le cui risorse sono sviluppate. Ognuno di questi paesi dispone di un superfluo ancora intatto. Non dimenticate che hanno già trafficato gli uni con gli altri e che, ciò nonostante, c’è un superfluo disponibile. In tutti questi paesi il lavoro ha speso i suoi guadagni e non può più comperare nulla; in tutti, il capitale ha consumato solo ciò che gli permette la sua natura. E il rimanente è un peso morto, perchè non possono scambiarselo fra loro. Come se ne libereranno?

— Vendendolo ai paesi le cui risorse non sono sviluppate, — suggerì il signor Kowalt.

— Perfettamente. Vedete dunque che il mio ragionamento è così chiaro e così semplice, che si svolge naturalmente nelle vostre menti. Facciamo ora un passo avanti. Supponiamo che gli Stati Uniti impieghino la loro produzione superflua in un paese le cui risorse non siano sviluppate; nel Brasile, per esempio. Ricordate che questo bilancio è fuori e sopra il commercio, essendo gli articoli commerciali già consumati. Che cosa potrà dunque dare il Brasile, in cambio, agli Stati Uniti?

— Dell’oro. — disse il signor Kowalt.

— Ma nel mondo c’è una quantità limitata di oro, — obiettò Ernesto.

— Dell’oro in forma di pegni, obbligazioni e simili, — rettificò il signor Kowalt.

— Questa volta dite bene. Gli Stati Uniti riceveranno dal Brasile, in cambio del loro capitale di risparmio, obbligazioni ed altre garanzie. Che cosa vuol dire ciò, se non che gli Stati Uniti entreranno in possesso di ferrovie, di officine, di miniere e di terreni del Brasile? E che cosa ne risulterà?

Il signor Kowalt riflettè e scosse il capo.

— Ve lo dico subito. — continuò Ernesto. — Risulterà questo: che le risorse del Brasile saranno sviluppate. Bene; facciamo ancora un passo. Quando il Brasile, per impulso del sistema capitalistico, avrà sviluppato le sue risorse, possiederà esso pure un risparmio di ricchezza non consumata. Potrà sbarazzarsene negli Stati Uniti? No, perchè questi hanno già della ricchezza esuberante. Gli Stati Uniti alla loro volta potranno fare come prima, e dare i loro risparmi al Brasile? No, perchè questo paese ha i suoi.

«Che cosa succederà? Ormai, Stati Uniti e Brasile devono cercare tutti e due i loro sbocchi in paesi le cui risorse non siano ancora sfruttate. Ma impiegando i loro risparmî in nuove regioni, queste accresceranno le loro risorse, perciò non tarderanno a possedere alla loro volta dei risparmi, e cercheranno altri paesi per impiegarli. Ora, state bene attenti, signori, il nostro pianeta non è così grande, e c’è un numero limitato di paesi sulla terra. Quando tutti i paesi del mondo, fino all’ultimo, avranno della ricchezza risparmiata da impiegare e troveranno gli altri paesi nelle stesse condizioni, che cosa accadrà?

Fece una pausa e osservò i suoi uditori. La loro aria imbarazzata era divertente. Ma c’era anche una profonda inquietudine sui loro volti. Fra tante astrazioni, Ernesto aveva evocato una visione chiara. Infatti tutti, in quel momento, la vedevano distintamente e ne avevano paura.

— Abbiamo cominciato coll’A.B.C., signor Calvin, — disse maliziosamente Ernesto, — ma ora vi ho detto il resto dell’alfabeto. È semplicissimo: perciò è bello. Certamente, voi avete pronta una risposta. Ebbene, che cosa accadrà quando tutti i paesi del mondo avranno della ricchezza superflua non consumata? Dove andrà a finire allora il vostro sistema capitalistico?

Il signor Calvin scuoteva il capo, preoccupato. Evidentemente, cercava un errore di ragionamento in ciò che Ernesto aveva detto prima.

— Rifacciamo insieme il cammino già fatto. — riassunse Ernesto. — Abbiamo cominciato supponendo un’operazione industriale qualunque, quella di una fabbrica di calzature; ed abbiamo stabilito che la divisione del prodotto ottenuto dalla collaborazione fra capitale e lavoro in detta fabbrica, è simile alla divisione che avviene in tutte le operazioni industriali. Abbiamo visto che il lavoro può riscattare, col suo salario, solo una parte del prodotto, e che il capitale non consuma il resto. Abbiamo visto come dopo avere il lavoro consumato tutto ciò che gli permettono i suoi guadagni, e il capitale ciò di cui ha bisogno, rimane ancora un avanzo disponibile. Abbiamo riconosciuto che si può disporre di questo avanzo solo impiegandolo all’estero. Abbiamo convenuto che il trapasso di questa ricchezza in un paese nuovo ha l’effetto di sviluppare le risorse di questo, dimodochè, in poco tempo, quel paese finirebbe con l’avere, a sua volta, della ricchezza esuberante. Abbiamo esteso questo procedimento a tutte le regioni del nostro pianeta, fino a giungere alla conclusione che ogni paese, di anno in anno, di giorno in giorno, si ingombra di una ricchezza esuberante di cui non può sbarazzarsi. Ed ora torno a domandarvi: che cosa ne faremo di questa ricchezza esuberante?

E anche questa volta nessuno rispose.

— Sentiamo, signor Calvin, — incitò Ernesto.

— Ciò oltrepassa i miei calcoli, — confessò l’interpellato.

— Non ho mai immaginato una cosa simile, — dichiarò il signor Asmunsen. — Eppure è chiaro come un libro stampato.

Per la prima volta sentivo esporre la teoria di Carlo Marx sulla valuta[60]: ed Ernesto l’aveva fatto così semplicemente, che io pure rimanevo stupita, incapace di rispondere.

— Vi proporrò un mezzo per sbarazzarvi del capitale esuberante, — disse Ernesto. — Gettatelo in mare. Gettatevi ogni anno le centinaia di milioni di dollari che valgono le calzature, gli abiti, il grano, e tutte le ricchezze commerciali. La faccenda sarebbe risolta?

— Lo sarebbe certamente, — rispose il signor Calvin, — ma è assurdo parlare così.

Ernesto rispose con rapidità fulminea:

— Siete forse meno assurdo, voi, signor distruttore di macchine, quando consigliate il ritorno ai procedimenti antidiluviani dei vostri nonni? Che cosa ci proponete per liberarci del danaro che avanza? schivare il problema, cessare di produrre, ritornare cioè a un metodo di produzione così primitivo e impreciso, così disordinato e irragionevole, che diventerebbe impossibile ottenere la minima eccedenza.

Il signor Calvin inghiottì la saliva: il colpo era riuscito. Egli deglutì, poi tossì per rischiararsi la voce.

— Avete ragione, — disse. — Sono convinto. È assurdo. Ma bisogna bene che facciamo qualche cosa; è questione di vita o di morte, per noi della classe media. Noi non vogliamo perire. Preferiamo essere illogici e ritornare ai metodi dei nostri padri, sieno pure dispendiosi e grossolani. Ricondurremo l’industria allo stato anteriore ai _trusts_. Romperemo le macchine. Che cosa potrete fare voi allora?

— Ma voi non potete distruggere le macchine. — replicò Ernesto. — Non potete far regredire ciò che è evoluzione. Due grandi forze si oppongono a voi, e una di queste è più potente della classe media. I grandi capitalisti, coloro che fanno parte dei _trusts_, in una parola, non vi lasceranno battere in ritirata. Essi non vogliono la distruzione delle macchine. E più potente del _trust_, è la forza del lavoro. Esso non vi permetterà mai di distruggere le macchine. La proprietà del mondo, comprese le macchine, giace su un campo di battaglia, fra due linee nemiche, quella dei _trusts_ e quella del lavoro. Nessuno dei due avversarî vuole la distruzione delle macchine, ma ciascuno ne vuole il possesso. In questa lotta non c’è posto per la classe media, vero pigmeo fra due titani.

«Non sentite, povera classe media, che siete presa fra due macine che hanno già cominciato a girare? Vi ho dimostrato matematicamente l’inevitabile rottura del sistema capitalistico. Quando ogni paese si troverà in possesso di ricchezza esuberante inconsumabile e invendibile, l’impalcatura plutocratica cederà sotto l’enorme peso dei beneficî che s’è creata. Ma quel giorno non ci saranno macchine distrutte: il loro possesso sarà la posta del combattimento. Se il lavoro sarà vincitore, il cammino vi sarà facile.

«Gli Stati Uniti e tutto il mondo entreranno in un’êra nuova e prodigiosa. Le macchine, anzichè opprimere la vita, la renderanno più bella, più felice e più nobile. Essendo membri della classe media abolita, d’accordo con la classe dei lavoratori, (la sola che sussisterà) voi parteciperete dell’equa ripartizione dei prodotti di quelle macchine meravigliose. E noi, noi tutti, ne costruiremo di più meravigliose ancora. E non ci sarà più ricchezza non consumata, perchè non esisteranno più profitti.

— Ma se la battaglia per il possesso delle macchine fosse vinta dai _trusts_? — domandò il signor Kowalt.

— In questo caso. — rispose Ernesto, — voi e il lavoro, e noi tutti, saremmo schiacciati sotto il tallone di ferro di un dispotismo implacabile e terribile come ogni dispotismo di cui è macchiata la storia umana. Il Tallone di Ferro![61] ecco la denominazione propria di questa tirannìa.

— Ma il vostro socialismo è un sogno, — disse, infine, il signor Calvin, e ripetè: — un sogno!

— Allora vi dimostrerò qualche cosa che non è un sogno. — rispose Ernesto. — Qualche cosa che io chiamerò oligarchìa e voi chiamate plutocrazia, ma che tutti intendiamo ch’essa comprende i grandi capitalisti ed i _trusts_. Esaminiamo chi detiene il potere oggi.

«Ci sono tre classi sociali: la prima di tutte è la plutocratica, composta dai ricchi banchieri, dai magnati delle ferrovie, dai direttori delle grandi società e dai re dei _trusts_; la seconda, la classe media, la vostra, signori, che comprende i grandi professionisti. Infine, la terza ed ultima, la mia classe, il proletariato, formata dai lavoratori salariati[62].