Il tallone di ferro

Part 2

Chapter 23,640 wordsPublic domain

— Non capisco, — interruppe il Vescovo Morehouse. — Mi sembra che tutte le cose dello spirito sieno metafisiche. La matematica stessa, la più esatta e profonda di tutte le scienze, è puramente metafisica; il minimo processo mentale dello scienziato che ragiona, è atto di natura metafisica. Certo, sarete d’accordo con me su questo punto, non è vero?

— Come dite voi stesso, non capite, — replicò Ernesto. — Il metafisico ragiona per deduzione, partendo dalla sua stessa soggettività. Lo scienziato ragiona per induzione, basandosi sui fatti forniti dall’esperienza. Il metafisico procede dalla teoria ai fatti, lo scienziato va dai fatti alla teoria. Il metafisico spiega l’universo secondo se stesso, lo scienziato spiega se stesso secondo l’universo.

— Dio sia lodato che non siamo scienziati, — mormorò il dottor Hammerfield, con un’aria di soddisfazione beata.

— Che siete, dunque?

— Siamo filosofi.

— Eccovi lanciati, — disse Ernesto ridendo. — Avete abbandonato il terreno reale e solido, per lanciarvi in aria con una parola, come macchina volante. Per favore, ridiscendete quaggiù, e vogliatemi dire, alla vostra volta, che intendete esattamente per filosofia?

— La filosofia è... — il dottor Hammerfield si raschiò la gola — qualche cosa che non si può definire in modo comprensibile se non a menti e a temperamenti filosofici. Lo scienziato che si limita a ficcare il naso nei suoi provini non potrà mai capire la filosofia.

Ernesto sembrò insensibile a quella puntata. Ma aveva l’abitudine di ritorcere l’attacco contro l’avversario, e così fece subito, con viso e voce oltremodo fraterni.

— In questo caso, voi capirete certamente la definizione della filosofia, che voglio proporvi. Ad ogni modo, prima di cominciare, vi prego, o di rilevarne gli errori, o di serbare un silenzio metafisico. La filosofia è semplicemente la più vasta di tutte le scienze. Il suo sistema di ragionamento è uguale a quello di una scienza particolare qualunque o di tutte le scienze in generale. Ed appunto per questo sistema di ragionamento, il sistema induttivo, la filosofia fonde insieme tutte le scienze particolari, in una sola grande scienza. Come dice Spencer, i dati di ogni scienza particolare non sono altro che nozioni parzialmente unificate; mentre la filosofia sintetizza le nozioni fomite da tutte le scienze. La filosofia è la scienza delle scienze, la scienza maestra, se volete. Che pensate di questa definizione?

— Molto bella, degna di credito, — mormorò il Dottor Hammerfield.

Ma Ernesto era senza pietà:

— Guardatevene: la mia definizione è fatale alla metafisica. Se fin da ora non potete trovare un’incrinatura nella mia definizione, sarete squalificati quando vorrete opporre poi argomenti metafisici. Dovrete passare la vita a cercare questo filo di appiglio, e restare muti fin quando l’avrete trovato.

Ernesto aspettò. Il silenzio si prolungava e diventava penoso.

Il dottor Hammerfield era tanto mortificato, quanto incuriosito. Quell’attacco a colpi di maglio lo disorientava. Non era abituato a quel metodo semplice e diretto di discussione.

Egli, con uno sguardo implorante, fece il giro della tavola, ma nessuno rispose per lui. Sorpresi il babbo che soffocava le risa dietro il tovagliolo.

— C’è un altro modo di squalificare i metafisici, — riprese Ernesto, quando la sconfitta del dottore fu ben verificata — e consiste nel giudicarli dalle loro opere. Che cosa fanno per l’umanità se non tessere delle fantasie aeree e scambiare per divinità la propria ombra? Ammetto che abbiano aggiunto nuovi motivi all’allegria del genere umano, ma quale bene reale hanno mai apportato? Essi hanno filosofeggiato, scusatemi la parola di cattivo gusto, sul cuore, considerandolo come la sede delle emozioni, mentre gli scienziati studiavano la circolazione del sangue. Hanno declamato sulla peste e sulla carestia, considerandole flagelli di Dio, mentre gli scienziati costruivano depositi di rifornimento o epuravano gli accentramenti urbani. Descrivevano essi la terra come centro dell’universo, mentre degli scienziati scoprivano l’America e scrutavano lo spazio per scoprirvi le stelle e le leggi degli astri. In conclusione, i metafisici non hanno fatto niente, assolutamente per l’umanità. Hanno dovuto indietreggiare a passo a passo davanti alle conquiste della scienza. Ma, appena i fatti constatati scientificamente rovesciavano le loro spiegazioni soggettive, essi ne fabbricavano altre su più vasta scala per spiegare gli ultimi fatti accertati. E così, senza dubbio, continueranno a fare sino alla fine dei secoli. Signori, i metafisici sono impostori. Fra voi e l’esquimese che immaginava Dio come un mangiatore di grasso e rivestito di pelliccia, non intercorre alcun divario se non quello costituito da qualche migliaio di anni di constatazione di fatti. Ecco tutto!

— Eppure il pensiero di Aristotele ha governato l’Europa durante dodici secoli, — disse pomposamente il dottor Ballingford, — e Aristotele era un metafisico.

Il dottor Ballingford girò lo sguardo intorno alla tavola e fu ricompensato con cenni e gesti di approvazione.

— Il vostro esempio non è felice, — rispose Ernesto. — Voi rievocate proprio uno dei più oscuri periodi della storia dell’umanità, di quelli che noi chiamiamo secoli d’oscurantismo, un’epoca in cui la scienza era schiava della metafisica, e la fisica si limitava alla ricerca della pietra filosofale, e l’alchimia aveva preso il posto della chimica, e l’astrologia quello dell’astronomia. Triste dominazione, quella del pensiero di Aristotele!

Il dottor Ballingford sembrò indispettito, ma subito il viso gli si rischiarò, ed egli riprese:

— Anche ammettendo il nero quadro che ci avete dipinto, dovete però riconoscere alla metafisica un grande valore intrinseco, poichè ha potuto liberare l’umanità dall’oscurantismo e avviarla verso la luce dei secoli posteriori.

— La metafisica non c’entra in questo, — ribattè Ernesto.

— Come! — esclamò il dottor Hammerfield, — ma, forse, il pensiero speculativo non ha condotto alle grandi scoperte?

— Ah! caro signore — disse Ernesto sorridendo, — vi credevo squalificato. Non avete ancora trovato una pagliuzza nella mia definizione della filosofia, e siete sospeso nel vuoto. Ma è un’abitudine dei metafisici e vi perdòno. No, ripeto, la metafisica non ebbe alcun influsso in tutto questo. I viaggi di scoperta furono provocati da quistioni di pane cotidiano, di seta e gioielli, di monete d’oro e danaro, e incidentalmente, dalla chiusura delle vie commerciali di terra verso l’India. Alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, i Turchi chiusero il cammino delle carovane dell’India, e i trafficanti Europei dovettero cercarne un altro.

Tale fu la causa vera, originale di quelle esplorazioni. Cristoforo Colombo navigava per trovare una nuova via per le Indie; tutti i libri di storia ve lo diranno. Si scopersero incidentalmente dei fatti nuovi in natura: la grandezza, e la forma della terra: e il sistema Tolemaico diede loro nuova luce.

Il dottor Hammerfield emise una specie di grugnito.

— Non siete d’accordo con me? — gli chiese Ernesto. — Allora ditemi in che consiste il mio errore.

— Posso sostenere soltanto il mio punto di vista, — replicò aspramente il dottor Hammerfield. — Sarebbe una storia troppo lunga.

— Non c’è storia troppo lunga, per uno scienziato. — osservò con dolcezza Ernesto. — Ecco perchè lo scienziato scopre e ottiene, ecco perchè è arrivato in America.

Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia una gioia per me ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle prime ore passate con Ernesto Everhard.

La discussione era animatissima, e i ministri avvampavano, quando Ernesto lanciava loro gli epiteti di filosofi romantici, di proiettori da lanterna magica, e altri del genere. Ad ogni istante li fermava per ricondurli ai fatti.

— Il fatto, mio caro, il fatto irrefragabile, — proclamava trionfante, ogni qualvolta assestava un colpo decisivo. Era irto di fatti e lanciava loro i fatti fra i piedi, per farli inciampare: drizzava loro davanti i fatti per farli cadere in una imboscata, li bombardava con i fatti a volo.

— Tutta la vostra devozione è per l’altare del fatto — lanciò a sua volta, con aria sprezzante, il dottor Hammerfield.

— Il fatto solo è Dio, e il signor Ernesto è il suo profeta, — parafrasò il dottor Ballingford.

Ernesto, sorridendo, approvò col capo.

— Sono come un abitante del Texas, — disse. E poichè insistevano perchè spiegasse, aggiunse: — L’uomo del Missouri dice sempre: Bisogna farmi vedere questo; ma l’uomo del Texas dice: Bisogna mettermelo in mano. Donde appare evidente che non è un metafisico.

In altro momento, avendo Ernesto detto che i filosofi metafisici non potrebbero sopportare la prova della verità, il dottor Hammerfield tuonò:

— Qual’è la prova della verità, giovanotto? Vorreste avere la bontà di spiegarci ciò che ha lungamente imbarazzato menti più sagge della vostra?

— Certamente, — rispose Ernesto con quella sicurezza che li indispettiva. — Le menti sagge sono state a lungo imbarazzate dalla ricerca della verità, perchè la cercavano per aria, lassù! Se fossero rimaste sulla terra ferma, l’avrebbero facilmente trovata. Quei saggi avrebbero certamente scoperto che essi stessi costituivano precisamente la prova della verità, in ogni azione e pensiero pratico della loro vita.

— La prova, la prova. — ripetè con impazienza il dottor Hammerfield. — Lasciate da parte i preamboli. Datecela e diventeremo come gli Dei.

C’era in queste parole e nel modo con cui erano dette, lo scetticismo aggressivo e ironico che provava la maggioranza dei convitati, quantunque il Vescovo Morehouse sembrasse colpito.

— Il dottor Jordan[11] l’ha stabilito molto chiaramente. — disse Ernesto. — Ecco il suo modo di verificare una verità: È essa concreta, in atto? le affidereste la vostra vita?

— Bah! — sogghignò il dottor Hammerfield.

— Dimenticate, nei vostri calcoli, il Vescovo Berkeley[12]. In conclusione, non gli hanno mai risposto.

— Il metafisico più nobile di tutti, — disse Ernesto ridendo, — ma scelto proprio male come esempio. Si può considerare Berkeley stesso come testimonio che la sua metafisica era campata in aria.

Immediatamente, il dottor Hammerfield si infuriò, come se avesse sorpreso Ernesto nell’atto di rubare o mentire.

— Giovanotto, — esclamò con voce tonante, — questa dichiarazione è pari a tutto quanto avete detto stasera. È un’asserzione indegna e senz’alcun fondamento.

— Eccomi annientato — mormorò Ernesto, con aria compunta. — Disgraziatamente non mi pare d’essere colpito. Bisognerebbe farmelo toccare con mano, dottore.

— Benissimo, benissimo, — balbettò il dottor Hammerfield. — Non potete dire che il Vescovo Berkeley abbia dimostrato che la sua metafisica non fosse pratica. Non ne avete le prove, giovanotto, non ne sapete niente. Essa è stata sempre concreta e reale.

— La miglior prova ai miei occhi, che la metafisica di Berkeley era pura astrazione, sta nel fatto che Berkeley stesso, — ed Ernesto riprese fiato tranquillamente — aveva l’abitudine inveterata di passare per le porte e non attraverso i muri, e s’affidava, per nutrir la sua vita, al pane e burro, e al buon arrosto, e si radeva con un rasoio che radeva bene.

— Ma queste sono cose della vita fisica, — esclamò il dottore, — e la metafisica è dello spirito.

— E funziona in spirito anche? — chiese con dolcezza Ernesto.

L’altro assentì con un cenno del capo.

— E, in ispirito, una miriade di angeli può ballare sulla punta di un ago, — continuò Ernesto, con aria pensosa. — E può esistere in ispirito, un Dio impellicciato e bevitore d’olio, perchè non ci sono prove contrarie in ispirito. E suppongo, dottore, che lei viva in ispirito non è vero?

— Il mio spirito è il mio regno, — rispose l’interrogato.

— Cioè, vivete nel vuoto. Però ritornate sulla terra, ne sono sicuro, all’ora dei pasti, o al sussultare d’un terremoto. Obiettereste per caso, che non avreste nessun timore, in un simile cataclisma, perchè convinto che il vostro corpo immateriale non può essere colpito da una tegola immateriale?

Istintivamente e in modo insolito, il dottor Hammerfield si toccò la testa, dove i capelli nascondevano una cicatrice. Ernesto aveva toccato proprio un fatto avvenuto, perchè, durante il grande terremoto[13], il dottore aveva corso il rischio di essere schiacciato da un camino. Risero tutti.

— Ebbene, — disse Ernesto quando l’ilarità cessò, — aspetto sempre la prova del contrario. — E nel silenzio di tutti, aggiunse: — Passi quest’ultimo vostro argomento, ma non è ancora ciò che desidero.

Il dottor Hammerfield era fuori di combattimento; ma la battaglia continuò in un’altra direzione. Su tutti i punti, Ernesto sfidava i ministri.

Quand’essi pretendevano di conoscere la classe operaia, egli esponeva loro delle verità fondamentali che essi non conoscevano, e li sfidava a contraddirlo. Esponeva loro fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci verso la luna e li riconduceva verso un terreno solido.

Come mi ritorna alla mente tutta questa scena! Mi pare di rivederlo, col suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti di cui ciascuno era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne accordava. Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse loro:

— Avete riconosciuto questa sera, più volte, spontaneamente o con le vostre dichiarazioni d’incompetenti, che non conoscete la classe operaia. Non vi biasimo per questo: come potreste conoscerla infatti? Non vivete fra il popolo, ma pascolate in altre praterie, con la classe capitalista. E perchè dovreste agire diversamente? La classe capitalista vi paga, vi nutre, vi dà gli abiti che portate questa sera. In cambio, voi predicate ai vostri padroni le poche citazioni di metafisica che sono loro gradite e che essi accettano perchè non minacciano l’ordine naturale delle cose.

A queste parole, ci fu una protesta generale.

— Oh! non metto in dubbio la vostra sincerità. — proseguì Ernesto. — Voi siete sinceri. A ciò che predicate voi credete! In questo consiste la vostra forza e il vostro valore agli occhi della classe capitalista. Ma se pensaste di modificare l’ordine stabilito, la vostra predicazione diverrebbe inaccettabile agli occhi dei vostri padroni, i quali vi metterebbero fuor dell’uscio. Così, ogni tanto, qualcuno di voi viene congedato. Non ho forse ragione?[14].

Questa volta, non ci fu nessuna protesta: tutti conservarono un silenzio significativo, tranne il dottor Hammerfield, che dichiarò:

— Solo quando il modo di pensare di questi tali è falso, si chiedono le loro dimissioni.

— Cioè quando il loro modo di pensare è inaccettabile. Così vi dico sinceramente: continuate a predicare e a guadagnare il vostro danaro, ma, per amor del cielo lasciate in pace la classe operaia. Non avete nulla di comune con essa; voi appartenete al campo nemico. Le vostre mani sono bianche perchè altri lavorano per voi i vostri stomachi pieni, i vostri ventri rotondi. A questo punto il dottor Hammerfield fece una smorfia e tutti sbirciarono la sua straordinaria corpulenza; a causa della quale si diceva che da anni egli non vedesse più i suoi piedi! — E le vostre menti sono infarcite di dottrine che servono a reggere l’arco dell’ordine stabilito. Siete dei mercenari sinceri, lo ammetto, ma come lo erano gli uomini della Guardia Svizzera[15] sotto l’antica monarchia francese. Siete fedeli a coloro che vi danno il pane, il sale e la paga: sostenete con le vostre predicazioni gli interessi dei vostri signori, ma non scendete verso la classe operaia per offrirvi come falsi condottieri! Non potreste vivere onestamente in due campi opposti. La classe operaia ha fatto senza di voi, e credetemi, continuerà a farne senza. E inoltre potrà sbrigarsi meglio senza di voi che con voi.

CAPITOLO II.

SFIDE.

Appena gli invitati se ne furono andati, mio padre si lasciò cadere su una poltrona, e si abbandonò all’allegria d’una pantagruelica risata.

Mai, dalla morte della mamma, lo avevo visto ridere così di cuore.

— Scommetterei che il dottor Hammerfield non ha mai affrontato nulla di simile in vita sua — disse fra l’uno e l’altro scoppio di risa. — La cortesia delle dispute ecclesiastiche! Hai osservato che ha cominciato come un agnello, parlo di Everhard, per mutarsi subito in un leone ruggente? Ha una mente disciplinata meravigliosamente. Sarebbe diventato uno scienziato di prim’ordine se la sua energia fosse stata orientata in tal senso.

Occorre confessare che Ernesto Everhard mi interessava molto: non soltanto per quanto aveva detto, e per il modo con cui l’aveva detto, ma per se stesso, come uomo. Non ne avevo incontrato mai di simile, e credo che per questo, a ventiquattro anni suonati, non ero ancora sposata. Comunque, sentii che mi piaceva e che la mia simpatia era dovuta non alla sua intelligenza nella discussione, ma ad altra cosa. Nonostante i suoi bicipiti e il torace di _boxeur_, mi pareva un giovanotto d’animo puro. Sotto l’apparenza di chiacchierone intellettuale, indovinavo uno spirito delicato e sensibile.

Le sue impressioni mi erano trasmesse in modo che non posso definire altrimenti, se non come per intuito femminile. C’era nel suo dire tonante qualcosa che mi era andato al cuore: e mi sembrava sempre di udirlo e desideravo udirlo ancora. Sarei stata lieta di vedere nei suoi occhi quel lampo di gaiezza che smentiva l’impassibilità del resto del viso.

Altri sentimenti vaghi, indistinti, ma più profondi si agitavano in me. Lo amavo già quasi. Pertanto, se non lo avessi più riveduto, suppongo che questi sentimenti indefiniti si sarebbero cancellati ed avrei dimenticato facilmente.

Ma non era nel mio destino non rivederlo più: l’interesse che prendeva mio padre, da un po’ di tempo, alla sociologia, ed i pranzi che dava regolarmente, escludevano una simile possibilità. Il babbo non era un sociologo. La sua specialità scientifica era la fisica, e le sue ricerche in questo campo erano state fruttuose. Il matrimonio lo aveva pienamente soddisfatto, ma dopo la morte della mamma, le ricerche che egli faceva non riuscivano a colmare l’orribile vuoto. Si occupò di filosofia con poco interesse dapprima, poi con maggiore attrattiva, e fu trascinato verso l’economia politica e le scienze sociali, e siccome possedeva un vivo sentimento di giustizia, non tardò ad appassionarsi e a volere la riparazione dei torti. Osservai con somma gioia questi indizî d’un rinascente interesse per la vita, senza immaginare dove la nostra vita potesse indirizzarsi.

Il babbo, con l’entusiasmo degli adolescenti, si immerse in nuove ricerche senza chiedersi menomamente dove l’avrebbero condotto.

Abituato da tempo al laboratorio, trasformò la sala da pranzo in un laboratorio sociale: persone di ogni specie e condizione vi si trovavano riunite, scienziati, politicanti, banchieri, commercianti, professori, capi d’officina, socialisti ed anarchici. Ed egli li spingeva a discutere fra loro, poi esaminava le loro idee sulla vita e sulla società. Aveva conosciuto Ernesto poco tempo prima della «serata dei predicatori». Dopo la partenza degli ospiti, mi raccontò come l’avesse incontrato. Una sera, in una via, si era fermato ad ascoltare un uomo che, salito sopra una cassa di sapone, parlava a un gruppo di operai. Era Ernesto. Molto apprezzato dalla Direzione del partito socialista, costui era considerato come uno dei capi del partito, e riconosciuto tale dai dottrinarî del socialismo. Possedendo il dono di presentare in forma semplice e chiara anche le questioni più ardue, questo educatore nato, non credeva di avvilirsi salendo su di una cassa di sapone per spiegare l’economia politica ai lavoratori.

Mio padre si fermò per ascoltarlo, si interessò al discorso, stabilì un convegno con l’oratore, e, fatta la presentazione, lo invitò al pranzo dei reverendi. E solo in seguito mi rivelò alcune informazioni che aveva potuto raccogliere su di lui.

Ernesto era figlio di operai, quantunque discendesse da un’antica famiglia stabilitasi da più di duecento anni in America[16]. All’età di 10 anni era andato a lavorare nelle officine, e più tardi aveva imparato il mestiere del maniscalco. Era un autodidatta, aveva studiato, da solo, il francese e il tedesco, e in quell’epoca si guadagnava modestamente la vita, traducendo delle opere scientifiche e filosofiche per una casa precaria di edizioni socialiste di Chicago. A questo stipendio egli aggiungeva i diritti di autore provenienti dalla vendita, ristretta, delle opere sue.

Ecco ciò che seppi di lui prima di coricarmi, e stetti a lungo sveglia ascoltando, con la mente, il suono della sua voce. Mi spaventai dei miei stessi pensieri. Assomigliava così poco agli uomini della mia classe! Sembrava così estraneo a tutti, e così forte! La sua padronanza mi piaceva e mi spaventava insieme, e la mia fantasia galoppava tanto, che mi sorpresi a considerarlo come innamorato e come marito. Avevo sempre sentito dire che la forza in un uomo è un’attrattiva irresistibile per le donne; ma egli era troppo forte.

— No, no! — esclamai, — è impossibile, è assurdo! — E il giorno dopo, svegliandomi, sentii in me il desiderio di rivederlo, di assistere alla sua vittoria in una nuova discussione, di vibrare ancora al suo tono di combattimento, di ammirarlo nella sua sicurezza e nella sua forza, quando spezzava la loro albagia e distoglieva il loro pensiero dal solito circolo vizioso. Che cosa importavano le sue smargiassate? Secondo quanto aveva detto egli stesso, esse trionfavano in realtà, raggiungevano la mèta. Inoltre, erano belle a sentirle, eccitanti come un principio di lotta.

Passai parecchi giorni a leggere i libri di Ernesto, che il babbo mi aveva prestato. La sua parola scritta era come quella parlata, chiara e convincente. La sua semplicità assoluta vi convinceva mentre dubitavate ancora. Aveva il dono della lucidità. L’esposizione dell’argomento era perfetta. Ciò nonostante, malgrado il suo stile, molte cose mi spiacevano. Dava troppa importanza a ciò che chiamava la lotta di classe, all’antagonismo fra lavoro e capitale, al conflitto degli interessi.

Il babbo mi riferì allegramente l’apprezzamento del dottor Hammerfield su Ernesto: «Un insolente bòtolo, gonfiato di boria da un sapere insufficiente», e come non avesse punto voglia di rivederlo.

Invece, il vescovo di Morehouse si era interessato molto di Ernesto e desiderava vivamente avere una nuova conversazione con lui. «Un giovanotto forte», aveva dichiarato, e «vivace, molto vivace, ma troppo sicuro di sè, troppo sicuro!».

Ernesto ritornò un pomeriggio, con papà. Il vescovo di Morehouse era già arrivato, e sorbivano il thè sulla veranda. Devo dire che la prolungata assenza di Ernesto a Berkeley si spiegava col fatto che egli seguiva dei corsi speciali di biologia all’Università, e anche perchè lavorava molto a un’opera nuova intitolala: «Filosofia e Rivoluzione».[17]

Quando Ernesto entrò, la veranda sembrò improvvisamente rimpicciolita: non perchè egli fosse straordinariamente alto (era alto un metro e settantadue) ma perchè sembrava irradiare un’atmosfera di grandezza. Fermandosi per salutarmi, mostrò una leggera esitazione, in istrano contrasto con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano ferma e sicura. I suoi occhi non erano meno sicuri, ma, questa volta, sembravano interrogare, mentre mi guardavano, come il primo giorno, indugiando un po’ troppo.

— Ho letto il vostro libro: «Filosofia delle classi lavoratrici», — gli dissi, e vidi i suoi occhi brillare di contentezza.

— Naturalmente, — rispose, — avrete tenuto conto dell’uditorio al quale la conferenza era rivolta.

— Sì, ed è appunto su ciò che vorrei interrogarvi.

— Anch’io, — disse il vescovo di Morehouse, — ho una questione da definire con voi.

A questa doppia sfida, Ernesto alzò le spalle, con aria di rassegnato buon umore, e accettò una tazza di thè.

Il vescovo s’inchinò per darmi la precedenza.