Part 17
Quando il cielo impallidì per l’avvicinarsi dell’aurora, intesi dall’alto il segnale convenuto e mi affrettai a rispondere. Nell’oscurità, per poco non abbracciai Biedenbach che scendeva per il primo, ma un istante dopo ero nelle braccia di Ernesto. Mi accorsi in quel momento, tanto la trasformazione era profonda, che dovevo fare uno sforzo di volontà per ridiventare l’Avis Everhard di un tempo, coi suoi modi, il suo sorriso, le sue frasi e le sue intonazioni di voce. Solo a forza di attenzione, riuscivo a conservare la mia antica identità. Non potevo permettermi di dimenticarmi un attimo, tanto imperativo era diventato l’automatismo della mia personalità acquisita.
Quando fummo rientrati nella nostra piccola capanna, la luce mi permise di esaminare il volto di Ernesto. Tranne il pallore, acquistato durante il soggiorno in carcere, non c’era — o mi pareva di non vedere — alcun cambiamento in lui. Era sempre lo stesso: il mio amante, il mio marito, il mio eroe. Solo una specie di ascetismo gli affinava un poco le linee del volto, conferendogli un’espressione di nobiltà che ingentiliva l’eccesso di vitalità tumultuosa che gl’improntava prima il viso. Forse era diventato un po’ più grave, ma una luce allegra gli luceva sempre negli occhi. Sebbene fosse dimagrito di una ventina di libbre, conservava forme perfette, avendo sempre esercitato i muscoli durante la prigionia, ed erano di ferro. In realtà era in condizioni migliori che alla sua entrata in carcere. Parecchie ore passarono prima che la sua testa si posasse sul guanciale e che si addormentasse sotto le mie carezze. Io non potei chiudere occhio. Ero troppo felice e non avevo diviso con lui le fatiche dell’evasione e della corsa a cavallo.
Mentre Ernesto dormiva, cambiai gli abiti, aggiustai in altro modo i miei capelli, ripresi la mia nuova personalità; quella automatica. Quando Biedenbach e gli altri compagni si svegliarono, mi aiutarono a ordire una piccola burla. Tutto era pronto ed eravamo nella piccola camera sotterranea che serviva da cucina e da sala da pranzo, quando Ernesto aprì l’uscio ed entrò. In quel momento, Biedenbach mi chiamò col nome di Maria, ed io mi rivolsi a lui per rispondergli. Guardai Ernesto con l’interesse curioso che una giovane compagna manifesterebbe vedendo per la prima volta un eroe tanto noto della Rivoluzione. Ma lo sguardo di Ernesto si fermò appena su me, e, fece il giro della camera, cercando impazientemente qualche altro. Gli fui allora presentata col nome di Maria Holmes.
Per completare la scena avevamo preparato un posto a tavola in più, e, sedendoci, lasciammo una sedia vuota. Avevo una gran voglia di gridare vedendo crescer l’ansia di Ernesto. E non potei trattenermi a lungo.
— Dov’è mia moglie? — chiese egli bruscamente.
— Dorme ancora, — risposi.
Era il momento critico, ma la mia voce gli era nuova, ed egli non riconobbe nulla di famigliare in essa. Il pasto continuò. Parlai molto, con esaltazione, come avrebbe potuto fare l’ammiratrice di un eroe, mostrando chiaro come il mio eroe fosse lui. La mia ammirazione entusiastica giunge presto al parossismo, e, prima che egli possa indovinare la mia intenzione ecco che gli getto le braccia al collo e lo bacio sulla bocca. Mi allontana, e lancia intorno uno sguardo incerto e seccato... I quattro uomini si misero a ridere; seguirono le spiegazioni. Ernesto rimase dapprima incredulo: mi esaminava attentamente, e sembrava quasi convinto, poi alzava la testa e non voleva più credere. Solo quando, ridiventata l’Avis Everhard di un tempo, gli mormorai all’orecchio i segreti noti esclusivamente a lei e a lui, finì coll’accettarmi come sua vera moglie.
Dopo, durante il giorno mi prese fra le braccia, manifestando un grande imbarazzo e attribuendosi sensazioni da poligamo.
— Sei la mia cara Avis, — disse —, ma sei pure un’altra. Essendo due donne in una, tu costituisci il mio _Harem_. Comunque, per il momento, siamo al sicuro. Ma se gli Stati Uniti diventassero, per noi, troppo caldi, avrei tutte le qualità per diventare cittadino turco.[107]
Conobbi allora la perfetta felicità, nel nostro rifugio. Dedicavamo lunghe ore a lavori serii, ma lavoravamo insieme. Eravamo l’uno dell’altra per un lungo periodo di tempo, e il tempo ci sembrava prezioso. Non ci sentivamo isolati, perchè i nostri compagni andavano e venivano, portando la eco sotterranea di un mondo di intrighi rivoluzionarii, o il racconto di lotte ingaggiate su tutto il fronte di battaglia. L’allegria non mancava, fra quelle oscure cospirazioni. Sopportavamo molto lavoro e molte sofferenze, ma i vuoti delle nostre file erano presto colmati, e procedevamo sempre, e fra i colpi, i contraccolpi della vita e della morte, trovavamo il tempo di ridere e di amare. C’erano, fra noi, artisti, scienziati, studenti, musicisti e poeti; in quel covile fioriva una coltura più nobile e più raffinata che nei palazzi e nelle città meravigliose degli oligarchi. D’altronde, molti dei nostri compagni s’erano professionalmente dedicati ad abbellire quei palazzi e quelle città di sogno.[108]
D’altra parte, non eravamo confinati nel nostro rifugio. Spesso, la notte, per esercitarci nel moto, percorrevamo a cavallo la montagna, adoperando cavalcature di Wickson. Se sapesse quanti rivoluzionarii hanno portato le sue bestie! Organizzavamo persino delle merende nei posti più solitarî che conoscevamo, dove rimanevamo dall’alba al tramonto, tutto il giorno. Ci servivamo pure della panna e del burro di Wickson; e Ernesto non si faceva alcuno scrupolo di ammazzarne le quaglie e i conigli, e, persino, se gli capitava, qualche giovane daino.[109]
Realmente, quello era un rifugio delizioso. Credo però di aver detto che fu scoperto una volta, e ciò m’induce a parlare della scomparsa del giovane Wickson. Ora che è morto posso dire liberamente la verità. C’era in fondo al nostro gran buco, un angolo invisibile dall’alto, dove il sole batteva durante parecchie ore. Avevamo trasportato colà un po’ di sabbia del fiume, in modo che c’era un caldo secco che rendeva piacevole, a chi volesse, l’arrostirsi al sole. In quel punto, un giorno, dopo pranzo, mi ero mezzo assopita, tenendo in mano un volume di Mendenhall.[110] Ero così comoda e sicura che neppure il lirismo infiammato del poeta riusciva a commuovermi. Fui richiamata alla realtà da una zolla di terra che cadde ai miei piedi: poi, sentii in alto il rumore di una sdrucciolata e, un istante dopo, vidi un giovanotto che, fatto un ultimo sdrucciolone lungo la parete brulla, atterrava davanti a me.
Era Filippo Wickson, che non conoscevo allora. Egli mi guardò tranquillamente, e fischiò dolcemente, per la sorpresa.
— Oh, bella! — esclamò, e, togliendosi il cappello quasi subito, disse; — Vi porgo le mie scuse; non credevo di trovare gente qui.
Ebbi meno sangue freddo di lui. Ero ancora inesperta circa la condotta da tenere nelle circostanze gravi. Dopo, quando diventai una spia internazionale, mi sarei mostrata meno confusa, ne sono certa. Allora mi alzai di botto e lanciai il grido di allarme.
— Che succede? — chiese egli, guardandomi con aria interrogativa. — Perchè gridate?
Era evidente che non aveva neppure sospettato la nostra presenza, scendendo colà. Me ne accorsi con vero sollievo.
— Perchè credete che abbia gridato? — replicai. Ero proprio inetta, in quel tempo.
— Non so nulla — rispose scuotendo il capo. — Se non che probabilmente avrete degli amici, là. In ogni modo bisogna spiegarmi questa faccenda. C’è qualcosa di losco. Siete su una proprietà privata; questo terreno è di mio padre e...
Ma in questo momento, Biedenbach, sempre corretto e dolce, gl’ingiunse alle spalle, a bassa voce:
— In alto le mani, giovanotto!
Il giovane Wickson alzò prima le mani, poi si voltò per vedere in faccia Biedenbach che puntava su di lui una pistola automatica 30-30. Wickson rimase tranquillissimo.
— Oh! Oh! — osservò: — un nido di rivoluzionarii, addirittura un vespaio, a quanto sembra. Ebbene, non rimarrete a lungo qui, posso assicurarvelo.
— Forse vi rimarrete voi stesso abbastanza per mutar parere, — rispose tranquillamente Biedenbach. — Intanto debbo pregarvi di venire dentro, con me.
— Dentro? — il giovanotto era stordito. — Avete dunque una catacomba, qui? Ho sentito parlare di cose di questo genere.
— Entrate e vedrete, — rispose Biedenbach, col suo accento più corretto.
— Ma è illegale. — protestò l’altro.
— Sì, secondo la vostra legge, — rispose il terrorista in modo significativo. — Ma seguendo la nostra legge, credetemi, è permesso. Bisogna bene che vi mettiate in mente che siete entrato in un mondo affatto diverso da quello dove siete vissuto finora, dominato dall’oppressione e dalla brutalità.
— Vedremo, — mormorò Wickson.
— Ebbene, rimanete con noi per discutere la questione.
Il giovanotto si mise a ridere, e seguì il rapitore nell’interno della casa. Fu condotto nella camera più fonda, sotto terra, e guardato da uno dei compagni, mentre noi discutevamo sul da fare, in cucina.
Biedenbach, sebbene avesse le lacrime agli occhi, era del parere che si dovesse ucciderlo, e sembrò molto sollevato quando la maggioranza respinse la sua orribile proposta. D’altronde non c’era neanche da pensare a lasciar libero il giovane oligarca.
— Vi dirò io che cosa dobbiamo fare: teniamolo con noi, ed educhiamolo, — disse Ernesto.
— Se è così, chiedo il privilegio di illuminarlo in materia di giurisprudenza. — esclamò Biedenbach.
Tutti risero a questa proposta. Avremmo dunque tenuto prigioniero Filippo Wickson e gli avremmo insegnato la nostra morale e la nostra sociologia. Nel frattempo c’era altro da fare: bisognava fare sparire ogni traccia del giovane oligarca, incominciando da quelle che egli aveva lasciato sul pendìo friabile del buco. Il compito toccò a Biedenbach, il quale, sospeso a una corda, lavorò destramente tutto il resto della giornata, e fece sparire ogni segno. Cancellò pure tutte le impronte, incominciando dall’orlo del buco fino al canalone. Poi, al crepuscolo, giunse John Carlston, che chiese le scarpe del giovane Wickson.
Costui non voleva darle, e si mostrava disposto a lottare per difenderle. Ma Ernesto gli fece sentire il peso della sua mano di fabbro ferraio. In seguito, Carlston si lagnò delle numerose bolle e scorticature, dovute alla strettezza delle scarpe, ma con esse egli aveva fatto un lavoro ardito e importantissimo. Partendo dal punto in cui avevamo smesso di cancellare le tracce del giovanotto, Carlston, dopo aver calzato le scarpe in questione, si era diretto a sinistra, e aveva camminato per miglia e miglia, contornando monticelli, valicando cime, arrampicandosi lungo i canaloni, sino a far perdere le tracce nell’acqua corrente di un ruscello. Toltesi le scarpe, egli percorse il letto del ruscello lungo un certo tratto, poi rimise la calzatura propria. Una settimana dopo, il giovane Wickson ritornò in possesso delle sue scarpe.
Quella notte, la muta di caccia fu sguinzagliata e non si dormì affatto nel rifugio. Il giorno dopo, per molte volte i cani discesero lungo il canalone, abbaiando, ma si slanciavano a sinistra, seguendo la falsa traccia lasciata da Carlston, e i loro abbaiamenti si persero lontano, nelle gole della montagna. Intanto, i nostri uomini aspettavano nel rifugio, con le armi in pugno; avevano rivoltelle automatiche e fucili, nonchè una mezza dozzina di ordigni infernali fabbricati da Biedenbach. Quale sorpresa per i cercatori se si fossero avventurati nel nostro nascondiglio!
Ho rivelato ora la verità sulla scomparsa di Filippo Wickson, un tempo oligarca e poi fedele servitore della rivoluzione. Perchè finimmo col convertirlo. Egli aveva una mente fresca e plasmabile, e una natura dotata di sana moralità. Parecchi mesi dopo gli facemmo valicare il monte Sonoma su uno dei cavalli di suo padre, fino a Petaluma Creek, dove s’imbarcò su una piccola scialuppa da pesca. Lungo un viaggio felice, a tappe, mediante la nostra ferrovia occulta, lo mandammo sino al rifugio di Carmel.
Là dimorò per due mesi, scorsi i quali egli non voleva più abbandonarci, per due motivi: primo, che era innamorato di Anna Roylston; secondo, perchè era diventato dei nostri. Solo dopo essersi convinto dell’inutilità del suo amore, cedette ai nostri desiderî e acconsentì a ritornare a casa di suo padre. Quantunque abbia finto, fino alla morte, di essere oligarca, fu in realtà uno dei nostri agenti più preziosi. Molte e molte volte il Tallone di Ferro fu sorpreso per l’insuccesso dei suoi disegni e delle sue operazioni contro di noi.
Se avesse saputo il numero dei suoi stessi membri che lavoravano per noi, avrebbe spiegato anche i suoi insuccessi. Il giovane Wickson fu sempre fedele alla Causa.[111] La sua stessa morte è dovuta a questa fedeltà, al dovere. Durante la grande tempesta del 1927, contrasse la polmonite di cui morì, per assistere a una riunione dei nostri capi.
CAPITOLO XXI.
LA BESTIA RUGGENTE DELL’ABISSO.
Durante la nostra prolungata permanenza nel rifugio, fummo pienamente informati di tutto quanto avveniva nel mondo esteriore, così che potemmo valutare con esattezza la forza dell’Oligarchìa contro la quale lottavamo. Dagli ondeggiamenti di quell’epoca transitoria, nascevano, in forma più chiara, le nuove istituzioni, con caratteri e attributi di stabilità. Gli oligarchi erano riusciti ad inventare una macchina governativa tanto estesa quanto complicata, ma che seguitava a funzionare, nonostante i nostri sforzi per intralciarla e distruggerla.
Questo fatto fu una sorpresa per molti rivoluzionarî che non avevano concepito una simile possibilità. Ciò nonostante, l’attività del paese continuava. Molti lavoravano nei campi e nelle miniere, ma erano, naturalmente, gli schiavi. Quanto alle industrie essenziali, prosperavano su tutta la linea. I membri delle grandi caste operaie erano soddisfatti e lavoravano volentieri. Per la prima volta in vita loro conoscevano la pace industriale. Non si preoccupavano più di riduzioni di orarî, di scioperi, di chiusura di officine, nè di timbri di sindacati; vivevano in case più comode, in graziose villette proprie, veramente deliziose in confronto alle soffitte abitate un tempo. Avevano un nutrimento migliore, meno ore di lavoro, maggiori vacanze, una scelta più varia di piaceri e svaghi intellettuali. Nè si preoccupavano dei loro fratelli e delle sorelle meno fortunate, dei lavoratori maltrattati dalla sorte, del popolo caduto nell’abisso. Si annunciava, per l’umanità, un’êra di egoismo. Ma dir questo non è completamente esatto, però; perchè le caste operaie formicolavano di agenti nostri, di uomini che vedevano, oltre i bisogni del ventre, le radiose visioni di Libertà e Fratellanza.
Un’altra grande istituzione che aveva preso forma e funzionava perfettamente era quella dei Mercenarî. Questo corpo di truppa che aveva origine dall’antico esercito regolare, contava effettivi aumentati a un milione di uomini, senza le forze coloniali. Abitavano in città loro destinate, amministrate da un governo virtualmente autonomo, e godevano numerosi privilegi. Questi Mercenarî consumavano gran parte della ricchezza risparmiata. Persero però ogni simpatia presso il resto della popolazione e svilupparono una loro coscienza e moralità particolari. Eppure, noi avevamo migliaia di agenti fra loro.[112]
L’Oligarchìa stessa si sviluppò in modo notevole, e, bisogna confessarlo, inaspettato. Come classe, si disciplinò; ognuno dei suoi membri ebbe un incarico stabilito, con l’obbligo di compierlo. Non ci furono più giovani ricchi e oziosi; la forza dei giovani serviva a consolidare quella dell’Oligarchìa. Servivano, sia come ufficiali superiori nell’esercito, sia come capitani o direttori nell’industria. Facevano carriera nelle scienze applicate, e molti di loro diventarono ingegneri rinomati. Entravano in numerose amministrazioni governative, assumevano impieghi nelle colonie, ed erano ricevuti a migliaia, nei diversi servizî segreti. Facevano un periodo di prova, se si può dir così, nell’insegnamento, nelle arti, nella Chiesa, nella scienza e nella letteratura; e in questi differenti rami avevano una funzione importante, modellando la mentalità nazionale in maniera d’assicurare la continuità dell’Oligarchìa.
Si insegnava loro, e più tardi essi insegnavano, a loro volta, che il loro modo di agire era il solo buono. Assimilavano le idee aristocratiche fin dal principio, quando, bambini, cominciavano a ricevere le impressioni del mondo esterno; e di queste idee erano intessute le loro fibre, sin nel profondo delle loro ossa e delle loro carni. Si consideravano come domatori di bestie feroci. Sotto di loro, però, ruggiva sempre il brontolìo sotterraneo della rivolta. E tra loro, furtivamente, si aggirava senza tregua la morte violenta: bombe, palle, coltelli, erano le zanne di quella bestia ruggente dall’abisso, che essi dovevano domare perchè sussistesse l’Umanità. Si credevano i salvatori del genere umano e si consideravano come lavoratori eroici che si sacrificavano per il suo bene.
Erano convinti che la loro classe fosse l’unico sostegno della civiltà, e persuasi che se avessero ceduto un solo istante, il mostro li avrebbe inghiottiti nel suo ventre cavernoso e viscido, con tutto ciò che vi è di bello, di buono, di piacevole e meraviglioso al mondo. Senza di loro, l’anarchia avrebbe regnato sovrana e l’umanità sarebbe ricaduta nella notte primordiale dond’era emersa con tanta fatica. L’orribile aspetto dell’anarchia era costantemente messo sotto gli occhi dei loro figli, fino a che, ossessionati da quel timore, fossero pronti a ossessionarne i loro discendenti. Tale era la bestia che bisognava calpestare, e la sua distruzione costituiva il dovere supremo dell’aristocratico. Insomma essi, con i loro sforzi e sacrifici incessanti, costituivano l’unico ostacolo fra la debole umanità e il mostro vorace; e questo credevano fermamente, con assoluta sicurezza.
Non insisterò mai troppo su questa convinzione di rettitudine morale, comune a tutta la classe degli Oligarchi. È stata la forza del Tallone di Ferro; e molti compagni hanno impiegato troppo tempo a capirlo. La maggior parte hanno attribuito la forza del Tallone di Ferro al suo sistema di castighi e di premî. È un errore. Il cielo e l’inferno possono entrare come fattori primi nello zelo religioso di un fanatico, ma per la maggioranza, sono accessori in rapporto all’idea di bene e di male. L’amore del bene, il desiderio del bene, il malcontento contro tutto ciò che non è interamente bene; in una parola, la buona condotta, ecco il fattore primo della religione. E si può dire altrettanto dell’Oligarchìa. Il carcere, l’esilio, la degradazione, da un lato, dall’altro gli onori, i palazzi, le città meravigliose, non sono che contingenze. La grande forza motrice della Oligarchìa è la convinzione di far bene. Non fermiamoci sulle eccezioni; non teniamo conto dell’oppressione e dell’ingiustizia tra le quali il Tallone di Ferro nacque. Tutto ciò è noto, ammesso, sottinteso. Il punto in questione è che la forza dell’Oligarchìa consiste, attualmente, nella sua concezione e soddisfazione della propria rettitudine.[113]
Ma, d’altra parte, anche la forza della rivoluzione durante questi ultimi e terribili anni, è consistita sopratutto nella coscienza di essere nel giusto. Non si possono spiegare altrimenti i nostri sacrifici, nè l’eroismo dei nostri martiri. Per questo solo motivo, l’animo di Mendenhall si è infiammato per la Causa, per questo solo ha scritto il suo meraviglioso «Canto del Cigno», nella notte che precedette il supplizio. Per questo solo, Hurbert è morto fra gli spasimi, rifiutando, fino all’ultimo, di tradire i compagni. Per lo stesso motivo, Anna Roylston ha rinunziato alla felicità della maternità, e John Carlston è rimasto, senza retribuzione, il guardiano fedele del rifugio di Glen-Ellen. Si interroghino tutti i compagni rivoluzionarî, uomini o donne, giovani o vecchi, eminenti o umili, intelligenti o semplici, e si troverà sempre che la forza che li muove di continuo e li spinge potentemente è la loro sete di rettitudine.
Ma ritorniamo alla nostra storia. Ernesto ed io, prima di abbandonare il nostro rifugio, avevamo perfettamente compreso l’enorme sviluppo della potenza del Tallone di Ferro. Le caste operaie, i Mercenarî innumerevoli, agenti e poliziotti di ogni genere, erano interamente asserviti all’Oligarchia; perchè, in fin dei conti, tranne l’inconveniente della perdita della libertà, vivevano meglio di prima. D’altra parte, la grande massa disperata del popolo, del popolo dell’Abisso, si abbandonava a un abbrutimento apatico e soddisfatto di tanta miseria. Dei proletarî di forza eccezionale, che si distinguevano dal gregge, gli Oligarchi si impadronivano, migliorando le loro condizioni e ammettendoli nelle caste operaie o fra i Mercenarî. Così spariva ogni malcontento, e il proletariato si trovava privato dei suoi capi naturali.
La condizione dei proletari sprofondati nell’Abisso era pietosa. La scuola comunale non esisteva più per loro; essi vivevano come bestie, in tuguri brulicanti e sordidi; marcivano nella miseria e nella degradazione. Erano state tolte loro tutte le antiche libertà. Era negata a questi schiavi del lavoro persino la scelta del lavoro. Si rifiutava loro persino il diritto di mutar residenza, o di possedere armi. Erano servi, non della terra, come i fittavoli, ma della macchina del lavoro. Quando si faceva sentire il bisogno del loro aiuto, per un’impresa straordinaria, come la costruzione di grandi strade, linee aeree, canali, gallerie, passaggi sotterranei e fortificazioni, venivano fatte leve in massa nei tugurî dei lavoratori, che, a diecine di migliaia, volenti o nolenti, erano trasportati sul lavoro. Un vero esercito di schiavi lavora attualmente per la costruzione di Ardis, e sono alloggiati in miserabili capanne, dove la vita di famiglia non è possibile, donde la decenza è bandita, a causa di una bestiale promiscuità. È proprio là, nel ghetto, la bestia ruggente dell’Abisso, tanto temuta dagli Oligarchi, che, pure, l’hanno cercata e l’alimentano, impedendo la scomparsa della scimmia e della tigre nell’uomo.
Ed anche ora corre voce di una nuova leva progettata per la costruzione di Asgard, la città meravigliosa, che dovrà superare tutti gli splendori di Ardis, quando sarà finita.[114] Noialtri rivoluzionarî cureremo la continuazione di quest’opera colossale, che però non sarà compiuta da miserabili schiavi. Le mura, le torri e le guglie di questa città di sogno, s’inalzeranno al ritmo delle canzoni, e la sua bellezza incomparabile sarà cementata, anzichè da gemiti e sospiri, dall’armonia e dalla gioia.
Ernesto era molto impaziente di ritrovarsi nel mondo e di riprendere la sua attività, perchè i tempi sembravano maturi per la nostra prima rivolta, quella che fallì tanto tristemente, nella Comune di Chicago. Ma io m’adoperavo a disciplinare il suo animo alla pazienza, e per tutto il tempo che durò il suo tormento, mentre Hadly, fatto venire appositamente dall’Illinois, lo trasformavano in un altro uomo,[115] egli concepiva i grandi progetti di organizzazione del proletariato istruito, e preparava i piani per mantenere almeno un principio di educazione nel popolo dell’Abisso, se, s’intende, si fosse avverata l’ipotesi di uno scacco della prima rivolta.