Il tallone di ferro

Part 12

Chapter 123,727 wordsPublic domain

Proprio mentre uscivo dal macellaio, un uomo varcava la soglia della drogheria vicina, che faceva angolo con la strada. Uno strano sentimento di familiarità mi spinse a guardarlo meglio. Ma l’uomo aveva già voltato l’angolo, e camminava frettolosamente. C’era, nell’insieme delle spalle e nella corona dei capelli argentei che si intravedevano fra il colletto e il cappello dall’ala rialzata, un non so che, che risvegliava in me vaghi ricordi. Anzichè riattraversare la via, seguii quell’uomo. Affrettai il passo, cercando di contenere le idee che si formavano, involontariamente, nella mia mente. No, era impossibile, non poteva essere lui, vestito a quel modo, con un vestito di tela usata, coi calzoni troppo lunghi, sfilacciati in fondo.

Mi fermai, ridendo di me stessa, e sul punto di abbandonare quel folle inseguimento. Ma quella schiena e quei capelli d’argento mi erano troppo noti. Lo raggiunsi, e, sorpassandolo, gettai uno sguardo di sbieco, sul suo viso, poi mi voltai bruscamente e mi trovai a faccia a faccia con «il vescovo».

Anch’egli si fermò pure bruscamente, attonito. Un grande sacco di tela che aveva in mano cadde sul marciapiede rompendosi, e una grande quantità di patate si sparse ovunque. Mi guardò con sorpresa e spavento, poi, sembrò vinto: le sue spalle si abbassarono ed egli trasse un profondo sospiro.

Gli stesi la mano, egli la prese; la sua era madida. Tossiva con aria imbarazzata, e la sua fronte s’imperlava di grosse gocce di sudore. Evidentemente, era molto turbato.

— Le patate — mormorò con voce spenta — sono preziose! — Le raccattammo e le rimettemmo nel sacco rotto, che egli teneva, ora, con cura, nel cavo del gomito.

Cercai di fargli capire quanto fossi felice di rivederlo, e l’invitai a venire subito a casa con me.

— Papà sarà contento di vedervi — gli dissi. — Abitiamo a due passi da qui.

— Impossibile — rispose. — Devo andarmene, arrivederci. — Si guardò attorno con aria inquieta, come se temesse di essere riconosciuto e fece l’atto d’incamminarsi. Poi, vedendomi decisa a seguirlo, per non perderlo di vista, aggiunse:

— Datemi il vostro indirizzo, e verrò a trovarvi più tardi.

— No — risposi con fermezza. — Bisogna venire subito.

Egli guardò il sacchetto delle patate che gli dondolava dal braccio e i pacchetti che aveva nell’altra mano.

— Sinceramente, non posso — disse. — Scusate la mia scortesia. Se sapeste!

Credetti che cedesse alla mia emozione, ma un istante dopo era ritornato padrone di sè.

— E poi ci sono queste vettovaglie — continuò. — Si tratta di un caso pietoso, terribile. Si tratta di una vecchia donna, alla quale devo portare subito questo. Ha fame, bisogna che corra da lei. Capite? Verrò dopo. Ve lo prometto.

— Lasciatemi venire con voi — dissi. — È lontano?

Sospirò e cedette alla mia domanda.

— Ancora due file di case, più in là — disse. — Affrettiamoci.

Accompagnata dal vescovo, feci la conoscenza del quartiere in cui abitavo. Non avrei mai supposto che contenesse delle miserie così grandi! Naturalmente, la mia ignoranza proveniva dal fatto che non mi occupavo di carità. Ero convinta che Ernesto avesse ragione quando paragonava la beneficenza a un cauterio su una gamba di legno, e la miseria ad un’ulcera che bisognava levare, invece di mettervi su un impiastro. Il suo rimedio era semplice. Dare all’operaio il prodotto del suo lavoro, ed una pensione a coloro che sono invecchiati lavorando; e non ci sarà più bisogno di elemosine. Persuasa della bontà di questo ragionamento, io cospiravo con lui per la rivoluzione, e non spendevo la mia energia per sollevare le miserie sociali che nascono, costantemente, dall’ingiustizia del sistema sociale.

Seguii il vescovo in una piccola camera, lunga dodici piedi e larga dieci. Vi trovammo una povera vecchietta tedesca, di sessantaquattro anni, a quanto mi disse. Essa fu sorpresa di vedermi, ma mi fece un cenno cordiale senza smettere di cucire un paio di calzoni da uomo, che teneva sulle ginocchia. In terra, vicino a lei, ce n’erano una quantità di simili. Il vescovo, accortosi che non c’erano più nè legna nè carbone, uscì per comperarne.

— Sei _cents_, signora — disse, scotendo leggermente la testa, seguitando a cucire. Cuciva lentamente, ma senza smettere un istante. La sua consegna sembrava questa: cucire, cucire ancora, sempre cucire.

— Per tutto questo lavoro, pagano sei _cents_? — chiesi stupita. — Quanto tempo vi impiegate?

— Sì, tanto mi danno, — rispose. — Sei _cents_ per la finitura, e ciascuno richiede due ore di lavoro. Ma il padrone non sa questo — soggiunse vivamente, lasciando trasparire il timore di avere delle noie. — Non sono svelta: ho i reumi alle mani. Le giovani sono molto più abili di me: impiegano metà del tempo, per finire ogni pezzo.

«L’imprenditore è un brav’uomo: mi lascia portare il lavoro a casa, ora che sono vecchia e il rumore delle macchine mi stordisce. Se non fosse così gentile, morrei di fame...

«Sì, quelle che lavorano all’officina hanno otto _cents_. Ma che volete? Non c’è abbastanza lavoro per le giovani, e non si ha bisogno delle vecchie!... Spesso ho solo un paio di calzoni da finire; a volte, come oggi, ne ho otto da finire prima di notte.

Le chiesi quante ore lavorasse, e mi disse che dipendeva dalla stagione.

— In estate, quando le ordinazioni affluiscono, lavoro dalle cinque del mattino fino alle nove di sera. Ma d’inverno fa troppo freddo, non riesco a sgranchirmi le mani. Allora bisogna lavorare di più, qualche volta fin dopo la mezzanotte.

«Sì, la stagione estiva è stata cattiva. I tempi sono duri. Il buon Dio deve essere in collera. È il primo lavoro che il padrone mi abbia dato in tutta la settimana. E non si può mangiare molto quando non c’è lavoro! Ma sono abituata. Ho cucito tutta la vita; nel mio vecchio paese, un tempo, poi qui, a San Francisco, da trent’anni...

«Quando si può guadagnare il denaro per l’alloggio, tutto va bene. Il proprietario è molto buono, ma pretende l’affitto alla scadenza. Vuole solo tre dollari per questa camera. Non è caro. Eppure, ci si affatica a mettere insieme tre dollari tutti i mesi!

S’interruppe, senza smettere di cucire, tentennando il capo.

— Dovete limitare molto le vostre spese, dato il guadagno.

Essa fece un cenno di approvazione.

— Quando ho pagato l’affitto, non c’è male. Naturalmente non posso comperare la carne, nè il latte per il caffè. Ma faccio sempre un pasto al giorno, e qualche volta due.

Aveva pronunziato le ultime parole con una punta di orgoglio, con un vago senso di vittoria. Ma mentre continuava a cucire in silenzio, vidi addensarsi ne’ suoi occhi buoni, una grande tristezza, e gli angoli della bocca abbassarsi. Il suo sguardo vagava lontano. Poi pulì vivamente i vetri appannati che non le permettevano di vedere bene.

— No, non è la fame che mi spezza il cuore, — spiegò. — Ci si abitua. Piango per mia figlia, uccisa dall’officina. È vero che lavorava molto, ma non posso capire come abbia potuto morire, perchè era robusta. Era giovane, aveva solo quarant’anni, e lavorava da trent’anni. Aveva cominciato presto, è vero, ma mio marito era morto, per lo scoppio di una caldaia. Che potevamo fare? Aveva solo dieci anni, ma era molto sviluppata, per la sua età. E la macchina da cucire l’ha uccisa; lei che lavorava più presto di tutte le altre. Ho pensato tanto a questo, e so tutto, perciò non posso più andare all’officina: la macchina da cucire mi fa male, mi pare che mi dica: l’ho uccisa io, l’ho uccisa io! Canta questo ritornello tutto il giorno. Allora penso a mia figlia e non posso assolutamente lavorare.

I suoi occhi stanchi si erano velati di nuovo, e dovette asciugarli prima di riprendere il lavoro.

Intesi il vescovo inciampare lungo la scala, ed aprii la porta. In quale stato era! Portava sulle spalle un mezzo sacco di carbone, e, sopra, della legna. Il suo viso era coperto di fuliggine, e il sudore, dovuto allo sforzo che egli faceva, gli sgocciolava dalla fronte. Lasciò cadere il carico in un angolo vicino alla stufa, e si asciugò la faccia con un fazzoletto di tela grossolana. Stentavo a credere ai miei occhi. Il Vescovo, nero come un carbonaio, aveva una camicia di cotone, a buon mercato, alla quale mancava perfino un bottone, e un abito simile a quello dei facchini. Era quanto di più incongruo vi potesse essere, nel suo insieme, quel vestito sdrucito in fondo, e trattenuto alla vita da una cintura di cuoio.

Se però il vescovo aveva caldo, le mani gonfie della povera vecchia, erano intirizzite dal freddo. Prima di lasciarla, il vescovo accese il fuoco, mentre io sbucciavo le patate e le mettevo a bollire. Dovevo imparare poi, col tempo, che c’erano molti casi simili al suo, e molti anche peggiori nascosti nelle orribili profondità delle case del quartiere. Rientrando, trovammo Ernesto in pensiero per la mia assenza. Passata la prima sorpresa dell’incontro, il vescovo si sdraiò in una poltrona, allungò le gambe coperte di tela azzurra, e mandò, certamente, un sospiro di sollievo. Eravamo, disse, i primi tra i suoi vecchi amici che rivedesse dopo la sua partenza: durante le ultime settimane, la solitudine gli era pesata enormemente. Ci raccontò molte cose, ma soprattutto espresse la gioia che provava nel compiere i precetti del suo Divino Maestro.

— Perchè ora veramente, — disse. — nutro le Sue pecorelle. Ed ho imparato una gran cosa: non si può curare l’anima finchè lo stomaco non è soddisfatto. Le pecorelle devono essere nutrite con pane e burro, patate e carne; solo in questo modo le loro menti sono pronte a ricevere un nutrimento elevato.

Mangiò volentieri il pranzo che avevo fatto cuocere. Non aveva mai avuto tanto appetito, alla nostra mensa. Parlammo dei giorni passati, ed egli ci dichiarò che in vita sua non era mai stato tanto bene come nella sua nuova condizione.

— Vado sempre a piedi, ora. — disse, e arrossì al ricordo del tempo in cui scorrazzava in vettura, come se fosse stato un peccato difficile a farsi perdonare.

— La mia salute è buonissima, — aggiunse vivamente, — e sono felicissimo, veramente felicissimo. Ora, finalmente, ho coscienza di essere un eletto del Signore.

Eppure, il suo viso serbava un’impronta continua di tristezza, perchè ora si era caricato dei dolori del mondo. Vedeva la vita sotto una luce cruda ben diversa da come l’aveva intravista nei libri della sua biblioteca.

— E siete voi il responsabile di tutto questo, giovanotto, — disse rivolto ad Ernesto.

Questi sembrò imbarazzato e seccato.

— Vi avevo... vi avevo avvertito — balbettò.

— Non avete capito, — rispose il vescovo. — Non è un rimprovero, ma un ringraziamento che vi faccio. Vi sono grato d’avermi mostrato la mia vita. Dalle teorie sulla vita, mi avete condotto alla vita stessa. Avete squarciato i veli, e strappato le maschere. Avete portato la luce nella mia notte, ed ora io pure vedo la luce del giorno. E sono felice, a parte... — esitò dolorosamente, e come un velo di sofferenza gli oscurò lo sguardo, — tranne questa persecuzione. Non faccio male a nessuno. Perchè non mi lasciano in pace? Ma non si tratta neppure di questo, ma soprattutto del genere di persecuzione. Accetterei persino di essere scorticato sotto la sferza, bruciato su una graticola, o crocifisso con la testa in giù: ma il manicomio: mi spaventa! Pensate: in una casa di pazzi! È ripugnante! Ho veduto qualche caso, al sanatorio; erano pazzi furiosi. Mi si gela il sangue al solo pensarci. Essere rinchiusi per tutta la vita, fra urli e scene violenti! No, no, questo sarebbe troppo!...

Era commovente: le mani gli tremavano: tutto il corpo rabbrividiva e si contraeva, al pensiero della scena evocata. Ma ben presto riacquistò la calma.

— Scusatemi, — disse semplicemente, — sono i miei nervi. E se a tanto dovesse condurmi il servizio di Dio, sia fatta la Sua volontà. Chi sono mai, per avere il diritto di lagnarmi?

Guardandolo, quasi esclamavo: «Oh! grande e buon pastore, eroe! eroe di Dio!»

Durante la sera, ci diede nuovi schiarimenti sui suoi fatti e sulle sue gesta.

— Ho venduto la mia casa, o meglio le mie case, e tutti i miei possedimenti. Sapevo di doverlo fare di nascosto, altrimenti mi avrebbero preso tutto. Sarebbe stato terribile. Sono spesso meravigliato, per la gran quantità di patate, pane, carne, carbone e legna che si può comperare con una somma che va dai due ai trecentomila dollari.

E si rivolse a Ernesto:

— Avete ragione, giovanotto: il lavoro è pagato con un prezzo molto inferiore al suo valore. Non ho mai fatto il più piccolo lavoro in vita mia, tranne quello di esortare i farisei. Credevo di predicar loro il messaggio divino... e valevo mezzo milione di dollari. Non sapevo ciò che significasse quella somma prima d’aver visto quante vettovaglie si potessero con essa comperare. Allora ho capito qualche cosa di più: ho capito che tutti quei prodotti mi appartenevano, e che non avevo fatto mai niente per produrli. Mi sembrò chiaro, allora, che altri avevano lavorato per produrli e ne erano stati spogliati poi. E quando scesi in mezzo ai poveri, trovai coloro che erano stati derubati, coloro che erano affamati e miserabili in seguito a tale furto.

Lo riconducemmo alla sua storia.

— Il denaro? L’ho depositato in molte banche diverse e con nomi diversi. Non potranno mai togliermelo, perchè non lo scopriranno mai. Ed è tanto utile il danaro! Serve per comperare tanti cibi! Ignoravo completamente, un tempo, a che cosa potesse servire il denaro!

— Vorrei averne un poco per la propaganda, — disse Ernesto, pensoso; — potrebbe fare molto bene.

— Lo credete? — disse il vescovo. — Non ho molta fiducia nella politica: temo di non capire nulla in materia.

Ernesto era molto delicato in simili casi. Non insistette, quantunque vedesse chiaramente le difficili condizioni nelle quali si dibatteva il partito socialista, per mancanza di fondi.

— Vivo in una camera a buon mercato, — continuò il vescovo, — ma ho sempre paura, e non sto a lungo nello stesso posto. Ho pure in affitto due camere in case operaie, in quartieri diversi della città. È un’originalità, lo so, ma è necessario fare così. Rimedio in parte cucinando da me; ma a volte trovo da mangiare per poco, nei caffè popolari. Ed ho fatto una scoperta, ossia, che i «Tamales»[76] sono eccellenti quando fa fresco, la sera. Soltanto, sono cari; ho scoperto una casa dove se ne possono avere tre per dieci soldi; non sono buoni come negli altri caffè ma riscaldano ugualmente. Ed ecco finalmente trovata la mia missione nel mondo, e lo debbo a voi, giovanotto. Questa missione è quella del mio Divino Maestro.

Mi guardò, con occhi lucenti:

— Voi mi avete sorpreso mentre stavo nutrendo una pecorella, lo sapete: naturalmente, manterrete il segreto, tutti e due.

Diceva questo con tono disinvolto che rivelava però, in fondo, un vero timore. Promise di ritornare da noi.

Ahimè! la settimana dopo, i giornali c’informavano del triste caso del vescovo Morehouse che era stato rinchiuso in un manicomio di Napa; pareva, però, che il suo stato lasciasse qualche speranza.

Inutilmente cercammo di vederlo, inutilmente facemmo pratiche perchè fosse sottoposto a un nuovo esame, o perchè il suo caso fosse oggetto di un’inchiesta. Non potemmo aver altre notizie di lui, se non replicate dichiarazioni che non bisognava assolutamente contare sulla sua guarigione.

— Cristo aveva ordinato al giovanetto ricco di vendere tutto ciò che possedeva, — disse Ernesto con amarezza. — Il Vescovo ha ubbidito al comando, ed è stato rinchiuso in un manicomio. I tempi sono cambiati dall’epoca di Cristo! Oggi il ricco che dà tutto al povero è un insensato. Non c’è da discutere su questo. È il verdetto della Società.

CAPITOLO XIII.

LO SCIOPERO GENERALE.

Ernesto venne eletto alla fine del 1912. Era naturale, in seguito alla enorme attrattiva verso il socialismo, determinata, in gran parte dalla soppressione di Hearst.[77] L’eliminazione di questo colosso dai piedi di argilla, era stata un gioco da bimbi, per la plutocrazia. Hearst spendeva diciotto milioni di dollari l’anno per sostenere i suoi innumerevoli giornali; ma questa somma gli era rimborsata, e più che rimborsata, in forma di piccola pubblicità, dalla classe media. Tutta la sua forza finanziaria era alimentata da quest’unica sorgente, perchè i _trusts_ non avevano niente a che fare con la _réclame_.[78]

Per abbattere Hearst, bastava, dunque, togliergli la pubblicità.

La classe media non era ancora totalmente sterminata: conservava un’ossatura massiccia, ma inerte. I piccoli industriali e gli uomini di affari che si ostinavano a sopravvivere, privi di potere, di anima economica o politica, erano in balìa della plutocrazia. Appena l’alta finanza fece loro cenno, essi tolsero la pubblicità alla stampa di Hearst. Costui si dibattè valorosamente: fece stampare i suoi giornali in pura perdita, rimettendoci di tasca sua un milione e mezzo di dollari al mese; e continuò a pubblicare annunzî che non gli erano pagati. Allora, per nuovo ordine della plutocrazia, la sua meschina clientela lo soffocò di avvertimenti ingiungendogli di smettere la pubblicità gratuita. Hearst si ostinò. Gli fecero delle intimazioni, e siccome persisteva nel suo rifiuto di obbedienza, fu castigato con sei mesi di prigione, per offesa verso la Corte, mentre veniva spinto al fallimento da un diluvio di azioni per danni e interessi. Non aveva nessuna speranza di salvezza. L’alta Banca lo aveva condannato; ed essa aveva in mano sua i tribunali che dovevano confermare la sentenza. Con lui, crollò il partito democratico che egli aveva da poco irretito.

Questa doppia disfatta pose davanti ai suoi aderenti solo due vie: l’una che metteva capo al Partito Socialista, l’altra al Partito Repubblicano. Perciò noi raccogliemmo i frutti della propaganda, così detta socialista, di Hearst; giacchè la grande maggioranza dei suoi fedeli venne ad ingrossare le nostre file.

L’espropriazione dei fittavoli, che ebbe luogo in quel tempo, ci avrebbe procurato un altro serio rinforzo, senza la breve e futile vita del Partito delle Fattorie. Ernesto e i capi socialisti fecero sforzi disperati per conciliare i fittavoli; ma la distruzione dei giornali e delle case editrici socialiste costituiva un ostacolo formidabile, e la propaganda orale non era ancora sufficientemente organizzata. Avvenne dunque che politicanti del genere del signor Calvin, che non erano altro che fittavoli, da lungo tempo espropriati, sì impadronissero dei contadini, sciupandone la forza politica, in una campagna assolutamente vana.

— Poveri fittavoli! — esclamava Ernesto, con un riso sardonico. — I _trusts_ li comandano, all’entrata e all’uscita.

Queste parole dipingevano bene quello stato di cose. I sette consorzî, agendo insieme, avevano fusi i loro enormi avanzi, e costituito un partito delle Fattorie. Le ferrovie, padrone delle tariffe e dei trasporti, i banchieri e gli speculatori di Borsa, padroni dei prezzi, avevano da tempo dissanguato i fittavoli costringendoli a indebitarsi fino al collo. Dall’altra parte, i banchieri, e gli stessi _trusts_, avevano prestato grosse somme ai campagnoli; perciò questi erano nella rete. Non rimaneva altro che gettarli a mare; e la Lega delle Fattorie vi si preparò.

La crisi del 1912 aveva già prodotto un terribile crollo di prezzi nel mercato dei prodotti agricoli, prezzi che furono ancora deliberatamente ridotti a prezzi di fallimento, mentre le ferrovie, con tariffe proibitive, spezzavano la spina dorsale al cammello del contadino. In questo modo, i fittavoli erano obbligati a contrarre prestiti e impossibilitati a pagare vecchi debiti. Allora fu decretata l’esclusione generale delle ipoteche e il ricupero obbligatorio degli effetti sottoscritti; in modo che i fittavoli furono costretti dalla necessità di cedere le loro terre al _trust_. Quindi furono ridotti a lavorare per conto del _trust_, come gerenti, sopraintendenti, capomastri e semplici operai, e tutti salariati. In una parola, diventarono schiavi, servi della gleba, avendo in cambio un salario bastante solo pel nutrimento.

Non potevano abbandonare i loro padroni che appartenevano tutti alla plutocrazia, nè andare a stabilirsi in città, dove essa regnava ugualmente. Se abbandonavano la terra, non avevano altra via se non quella dei girovaghi, ossia la libertà di morire di fame. E questo espediente fu loro impedito da leggi draconiane, votate contro il vagabondaggio e applicate rigorosamente.

Naturalmente, qua e là, ci furono fittavoli e interi paesi che sfuggirono all’espropriazione, per favore di circostanze eccezionali; ma furono casi sporadici che non avevano alcun valore, e che l’anno dopo, in un modo o nell’altro, subirono la sorte comune[79].

Si spiega così lo stato d’animo dei socialisti, nell’autunno del 1912. Tutti, tranne Ernesto, erano convinti che il sistema capitalistico fosse alla fine. L’intensità della crisi, e la moltitudine di gente senza impiego, la soppressione dei fittavoli e della classe media, la sconfitta decisiva inflitta su tutta la linea ai Sindacati, giustificavano le più ampie ipotesi circa la rovina imminente della plutocrazia e il loro atteggiamento rispetto ad essa. Ahimè! come ci ingannavamo sulla forza dei nostri nemici! Ovunque, i socialisti, dopo un’esposizione esatta dello stato delle cose, proclamavano la loro prossima vittoria alle urne. La plutocrazia accettò la sfida e, pesate e valutate le cose, ci inflisse la sconfitta, dividendo le nostre forze. Essa, mediante i suoi agenti segreti, fece dire ovunque che il socialismo era una dottrina sacrilega e atea: e, attirando nelle sue file le varie Chiese, specialmente la Chiesa Cattolica, ci privò di un buon numero di voti di lavoratori. Essa, sempre per mezzo dei suoi agenti segreti, incoraggiò il Partito delle Fattorie, e gli fece propaganda fin nelle città e negli ambienti della classe media soccombente.

Il movimento d’attrazione del socialismo si produsse però ugualmente, ma invece del trionfo che ci avrebbe assicurato buoni posti ufficiali, e la maggioranza in tutti i corpi legislativi, ottenemmo solo la minoranza. Cinquanta dei nostri candidati furono eletti al Congresso, ma quando presero possesso del loro seggio, nella primavera del 1913, si trovarono completamente esautorati. Erano un poco più fortunati dei contadini, i quali, pur avendo conquistato una dozzina di seggi, non poterono neppure esercitare le loro funzioni, perchè i titolari in carica rifiutarono loro di cedere il posto, e le Corti erano nelle mani dell’Oligarchia. Ma non bisogna anticipare gli avvenimenti, per non tralasciare i disordini dell’inverno del 1912.

La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione di consumi, giacchè i lavoratori, senza impiego, senza denaro, non facevano acquisti. Per conseguenza, la Plutocrazia era più che mai ingombra di un avanzo di mercanzia, era obbligata a smerciarlo all’estero, ed aveva bisogno di fondi per attuare i suoi disegni giganteschi. I suoi sforzi animosi per buttare questo avanzo sul mercato mondiale, la misero in competizione di interessi con la Germania. I conflitti economici degenerarono quasi sempre in conflitti armati: e anche questa volta s’avverò la regola. Il grande guerriero tedesco si tenne pronto, e gli Stati Uniti si prepararono dal canto loro.

Questa minaccia di guerra era sospesa come una nube temporalesca, e tutto era predisposto per una catastrofe mondiale; perchè tutto il mondo era teatro di crisi, di torbidi dei lavoratori, di rivalità d’interessi ovunque periva la classe media, ovunque sfilavano eserciti di scioperanti, ovunque rumoreggiava la rivoluzione sociale[80].