Il signor Io

Part 5

Chapter 53,813 wordsPublic domain

Marcantonio rilegge quattro volte queste poche righe, poi le ripete, balbettando, a memoria — e non riesce ancora ad afferrarne bene il senso. Si stringe la fronte fra le mani, guarda fisso innanzi a sè, poi passeggia, si arresta, passeggia ancora — in ultimo si lascia cadere fra le braccia d’un seggiolone a rotelle, che rincula sino alla parete come per grande sgomento.

Che significa tutta questa mimica del Signor Io?

Significa che nelle poche righe di quel foglio, che ora giace a terra, il Signor Io ha riconosciuto i caratteri di sua figlia!

VI.

MARCANTONIO GIOCA.

All’estremità della camera, dove la sorte, servendosi d’una lettera e d’una volgare poltroncina a rotelle, lo ha buttato peggio d’un rottame, Marcantonio Abate guarda l’ammattonato, che gli appare come uno scacchiere.

Qui giocherà egli la sua gran partita. L’avversario è forte — il signor Io lo sa — e sa pure che, protetti dall’anonimo, giuocano contro di lui molti avversari, non uno. Sentimento paterno, decoro della famiglia, riguardi sociali, stanno lì, schierati lungo la parete opposta; hanno fatto la prima mossa crudele, ed aspettano che il Signor Io vi risponda.

Marcantonio esita un poco. Prima di giocare quella partita decisiva, egli ha bisogno di guardare ben bene in faccia il suo multiforme avversario, e di dirgli: «La so ben io la tua intima natura; tu sei lo scrupolo che conturba, e l’ipocrisia allettatrice; tu sei la maldicenza affamata e lo scandalo che schiamazza. Molto è difficile contentarti; pure, qualche volta, se hai avuto la tua vittima, fingi d’essere placato, ti asciughi gli occhi o batti le mani, e ti fai chiamare il compianto o la gloria — ma io ti strappo la maschera e ti grido in faccia il tuo vero nome: tu sei l’_egoismo pubblico_. Ed ora, giuoca!»

Ha già giocato, e la sua mossa è astuta molto — ora tocca te, Signor Io!

Serafina dunque è viva! Quale certezza! Marcantonio non ha mai pensato che fosse morta, nè che potesse morire; ma pure aver la prova scritta che essa è viva, proprio viva,... quale certezza!

La figlia che egli credeva perduta oramai nell’ampio mondo, era semplicemente smarrita; il buffo l’aveva nascosta dietro le scene; oggi il buffo è morto, e la vedova abbrunata esce dalle quinte per chiedere al pubblico della platea un secondo marito.

Serafina, la fanciulla modesta e timida che Marcantonio aveva allevato a somiglianza della sua povera madre buon’anima, quella creatura che sembrava venuta al mondo solo per far la guerra ai ragnateli, senza uscire di casa, annunzia che possiede _la sua bell’arte_, cioè che alla scuola del buffo, suo defunto marito, si è messa a cantare essa pure. Quel nome di Marina, con cui bisogna domandare di lei in via Torino numero 60, è un nome di guerra!

Serafina dunque vive e canta; è sola al mondo, è povera, non possiede che la bell’arte sua, piena di pericoli; ha 22 anni ed è vezzosa ancora; abbisognando di un uomo che la protegga, è pronta a buttarsi nelle braccia del primo venuto, sia pur vecchio e pieno d’acciacchi, per trovarsi al sicuro. Serafina è in Milano, a poche centinaia di passi da suo padre, a un passo forse dal disonore.

La mossa dell’egoismo pubblico significa tutto questo; ora tocca a te, Signor Io.

Marcantonio si raggomitola nella poltroncina, e guardando fissamente a terra si prova a dire: «Non vi è più nulla di comune fra lei e me; l’ho giurato.»

Ma uno dei suoi avversari risponde sdegnoso: «Fole! non si fa spergiuro quando il giuramento è indegno» — e un altro, carezzevole, soggiunge: «Checchè tu faccia e dica, siano pur grandi le colpe di Serafina, non è vero che tu nulla abbia di comune con essa. Serafina è il tuo sangue; Serafina è la tua carne, è una particella della generosa anima tua.»

«Dunque — prorompe Marcantonio — quella disgraziata avrà fatto il voler suo, sdegnando i consigli e le preghiere della prudenza e dell’affetto, avrà tradito suo padre, lo avrà lasciato solo nel mondo per correre di teatro in teatro, ed ora tutto ciò dovrà essere dimenticato, perchè è infelice?»

Una voce intima, un’eco delle sue stesse parole, ripete nel profondo dell’anima: «Perchè è infelice.»

Ma il Signor Io non l’ascolta. Egli pensa che la disgrazia da cui fu colpita sua figlia è una punizione del cielo, e gli sembra d’averla persino preveduta. Sicuramente l’ha preveduta. Quel buffo che egli ha visto poche volte appena, aveva scritto sulla faccia il proprio destino; Marcantonio non si era, no, lasciato trappolare (ora se ne ricorda) da quell’apparenza di giocondità e di salute; quella faccia paffuta era una maschera, quel corpo tondo era un inganno. Solo che Serafina gli avesse detto: «Babbo, esamina l’uomo che mi vuol sposare,» egli non avrebbe tardato ad indovinare l’ipertrofia o la tisi. Ora il buffo è morto, e coi morti il Signor Io è generoso. Così il cielo gli perdoni, come la grande anima di Marcantonio gli ha perdonato! Quanto a Serafina, che può egli fare? Perchè mai bisogna che il caso venga a prenderla per mano e condurla, dopo tanti anni, al cospetto dell’autore dei suoi giorni?

La domanda è fatta. Marcantonio ha appena il tempo di pentirsene inutilmente — la risposta dell’avversario è pronta.

«Pensa — gli dice — alle lettere che hai respinto senza aprirle. Che ne sai tu, se, in una di quelle, la poveretta, alla cui felicità è mancata la benedizione paterna, non ti apprendesse la sua grande sventura?»

Marcantonio non sa nulla, non vuol saper nulla; cioè, no, sa questo solo, che la _grande sventura_ non sarebbe poi nè grande nè piccola, se egli aprisse le braccia a sua figlia. Serafina ritroverebbe la nota casa dove aveva vissuta fanciulla, ripiglierebbe le sue occupazioni domestiche; affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nell’aprire e chiudere i cassetti, nel regolare la spesa diaria, confortata dall’affetto punto frenetico del babbo, col suo mazzo di chiavi in tasca, coi suoi registri in regola, qual donna più felice di lei? Dopo di aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, al fianco d’un uomo che non era suo padre, la vedova ridiventerebbe fanciulla; si cancellerebbe dal tempo un passato che....

Marcantonio s’interrompe nel corso dei suoi pensieri, perchè quella medesima vocetta d’eco, che ha parlato nel buio fondo della coscienza, incomincia lentamente così: «Si cancelli dal tempo un breve passato. Dopo aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, quanto sarà più attenta ed amorosa la vedova ridiventata fanciulla! Essa ritroverà le note stanze e ripiglierà le sue occupazioni: affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nel regolare la spesa diaria e nel dar sesto alla casa, avrà la dolce illusione di contribuire a rendere tranquilli e felici i giorni d’un padre che, per disperazione, si voleva buttare nelle braccia di una donna qualsiasi.»

«D’aspetto non ispiacevole, fanciulla o vedova sulla trentina» ribatte fiaccamente il signor Io. «La signorina Virginia non è una donna qualsiasi; la signora X. Y. Z. che ha 22 anni non è una donna qualsiasi — non è neppure una donna qualsiasi quella signora vestita di nero col mazzolino di fiori sul petto che ieri Marcantonio non ha saputo riconoscere al caffè Biffi. E poi, nessuno lo costringe a sposare la prima donna che gli si presenti; egli può aspettare e scegliere. Fra le concorrenti al talamo di Marcantonio non ci possono essere altre giovinette belle ed adorabili quanto.... quanto Serafina, posto che vi è Serafina?»

Rendiamo giustizia a Marcantonio.

L’idea che sua figlia si offre di sposarlo e di renderlo felice, questa volta lo turba anche peggio. Se obbedisse al suo primo impulso, andrebbe in via Torino, al numero 60, chiederebbe della falsa Marina, comprimaria, rimedierebbe all’egoismo d’un uomo che, povero, aveva voluto incatenare alla propria miseria una donna, e per cavarsi d’impiccio non aveva trovato di meglio che morire.

Ma un’altra idea lo trattiene un istante ancora, forse perchè egli corra più spedito dopo.

«Serafina si dice povera; infatti essa non ha avuto dote, nè ha mai preteso la porzione legittima dell’eredità di sua madre lasciata in usufrutto a Marcantonio. Forse non sa neppure che il Codice gliene dà il diritto. — Quanto al buffo Curti, sebbene figlio d’un avvocato, che poteva avergli appreso il mondo veduto dalla ribalta?»

La gran partita sta per finire; una mossa ancora, e Marcantonio si darà vinto. Ma non è più un avversario che parla nella sua coscienza turbata, è quasi un amico: egli conosce tutte le vie per arrivargli al cuore, e la sua voce suona come una carezza.

«Tu non sei egoista — gli dice; — in mezzo a tutte le filosofie grette o bugiarde, tu hai serbato una grandezza veramente filosofica — tu disprezzi l’uomo, ma stimi grandemente te stesso. Non già tu andresti a nozze tardive per goderti con un’altra donna la poca ricchezza che Faustina destinava a sua figlia. Ti conosco; sposando la signorina Virginia, o quest’altra, o quell’altra, subito rinunzieresti all’usufrutto. Ebbene, no, Marcantonio, tu non rinunzierai all’usufrutto, ma qui stesso, in questo momento, rinunzierai alla signora Virginia e a tutte le altre pretendenti anonime presenti e future, darai ordine a Battista di non andare più alla posta a ritirare le lettere del Signor Io, riscatterai tua figlia dal teatro che l’ha presa a tradimento, le aprirai la casa paterna — le aprirai anche il tuo cuore di padre, un cuore retto, che non fu turbato mai dalle frenesie dell’amore, e vivrai gli ultimi anni della vita consolato dalla coscienza di esserti sacrificato per la felicità di tua figlia.»

VII.

«SONO QUA!»

Quanto è igienica la virtù! quanto è sana la grandezza d’animo!

Quando l’egoismo pubblico dà battaglia ad un cuore generoso e lo vince, non è vero che la vittoria è umile, che gloriosa è la sconfitta?

Marcantonio raccatta da terra la lettera con cui la sorte ed il mondo hanno intimato a lui di combattere, e va a mettersi dinanzi alla scrivania.

Egli scrive:

«Serafina! So che tu sei sventurata, e perciò sento un’altra volta d’esserti padre e d’amarti. Siano cancellati dal tempo quegli anni che tu hai passato lontana dal tuo genitore; ritorna alla casa paterna e vi troverai il posto ancora caldo che occupasti nella tua infanzia beata. Una sola condizione io faccio, ed è che non si parli d’un passato che non avrebbe dovuto esistere. Prometti a te stessa, prima di rientrare nella casa e nel cuore di tuo padre, che non farai alcuna allusione al tempo del nostro comune dolore. Troverai tutte le chiavi sul canterano, dove le deponesti nell’andartene; ripigliale e riannoda il filo della nostra esistenza felice là dove fu rotto dal tuo capriccio. Anna Maria, che ti porta questa lettera, sarà sempre ai tuoi ordini, e ti aspetterà in cucina. Io ti ritroverò domani, ritornando dalla scuola, come se tu non fossi mai stata assente. Tu ritroverai me quale ero, forse un po’ invecchiato, ma forte ancora tanto da bastare alla tua felicità. Il tuo babbo.»

«Le piacerà! — pensa Marcantonio quando ha riletto il suo piccolo capolavoro. — Serafina è sempre stata tenera; leggendo questa lettera, piangerà dal principio alla fine; ma qui dove dice: _prima di rientrare nel cuore di tuo padre_, vorrà essere un diluvio.»

Marcantonio suona il campanello per chiamare Anna Maria, la quale, a quest’ora, suol essere nella cucina melanconica, contemplando il camino spento, ed aspettando che il padrone se ne vada pei fatti suoi, per rigovernare lo scrittoio e le altre camere. E Anna Maria, all’insolito rumore che il campanello fa sul suo capo, leva gli occhi in alto e vede, sospeso ad un filo, un ragno che si affretta a risalire fino al soffitto.

«Ragno di sera, spera,» pensa Anna Maria, poi accorre coraggiosamente.

— Anna Maria — le dice il professore guardando l’ammattonato — questa è una lettera.

— Sissignore.

— Tu la porterai in via Torino, numero 60.

Anna Maria non dice _sissignore_, e Marcantonio alza gli occhi per la meraviglia.

— Mettitelo bene in mente, in via Torino, al numero 60. È scritto anche qui.

— Sissignore.

— Domanderai della signora Serafina Abate.

— La padroncina! — esclama Anna Maria battendo palma a palma senza far rumore. — Lo so.

— Che cosa sai?

— So dov’è.... il numero 60 in via Torino.... ci sono già stata altre volte.

— Quando?

— Non ricordo più quando; ma lo so.... ecco, e sono contenta.

— Di che cosa sei contenta? — interroga il professore coll’accento melato d’un esaminatore; e siccome Anna Maria non è pronta a rispondere, egli soggiunge con indulgenza: — Poniamo che tu sia contenta senza saper di che, nessuno dice il contrario; intaschi la lettera, te ne vai subito a recapitarla, non ti trattieni a far ciance coi portinai, e torni a casa.

— A portare la risposta....

— Non vi è risposta; tu vai e torni, e non fiati nemmeno.

— Sissignore.... Vado subito.

— Va subito.

— Vado.

Non si muove, e il padrone già volta le spalle, quando Anna Maria diventa a un tratto un’eroina antica.

— Signor padrone — dice ingrossando la voce — la padroncina sta bene?

— Sta bene.

— Proprio?

Marcantonio si volta a guardarla, e l’eroina antica ridiventa Anna Maria.

* * *

Oggi Marcantonio ha confutato il sistema di Spinoza, ed è stato così felice nella parola, così stringente nelle argomentazioni, che quasi quasi ha potuto credere che tutta la scolaresca lo abbia inteso. E veramente la maggior parte della scolaresca ha inteso che il sistema di Spinoza è inutile, e che si può vivere lasciandolo stare a Spinoza. I più arditi hanno enunciato un sospetto, il quale in fondo è un desiderio, cioè che tutta quanta la filosofia insegnata nelle scuole possa essere prima confutata in una lezione un po’ più divertente delle solite, poi lasciata stare per sempre.

A buon conto così ha fatto Marcantonio.

Appena il bidello, socchiudendo l’uscio, ha gettato nell’aula quella magnifica parola latina — _finis_ — ecco un’immagine, rimasta nella scuola per tutta la lezione, è balzata sulla cattedra ed ha tirato giù il professore.

Quell’immagine si chiama Serafina.

Camminandole al fianco speditamente, Marcantonio pensa: «A quest’ora è a casa e mi aspetta!»

Ma un dubbio, che s’è tenuto celato finora, aspettando il buon momento di farsi innanzi, s’affaccia bruscamente, come un aggressore alla svolta d’una via.

E se non ci fosse nulla di vero in tutto il romanzetto che gli affatica il cervello da 24 ore, salvo una singolare somiglianza di scrittura? Se Marina, la comprimaria, esistesse, e sua figlia fosse invece sempre lontanissima... o morta?

Fermo nella sua idea di voler evitare le spiegazioni e di cancellare interamente il passato, ieri il professore non ha atteso il ritorno di Anna Maria, e stamane non ne ha aspettata la venuta. Invece di Serafina, già così franca nella parte impostale dal padre, sino ad essere quasi padrona delle proprie lagrime (così Marcantonio la vorrebbe e così la immagina), può benissimo venirgli incontro Anna Maria colla lettera in una mano e l’altra mano sotto il grembiale, e dirgli: «Lei ha sbagliato, in via Torino, al numero 60, la signorina non c’è...»

E allora? Che sarà allora? Marcantonio ci pensa, e dice a sè stesso che sarà una specie di rovina. Quell’edificio che egli ha tirato su lavorandovi ventiquatt’ore filate (perchè anche dormendo non ha cessato un minuto di fantasticare, e quando demoliva Spinoza, altro non faceva che preparare nuovi materiali di fabbrica), quell’edifizio è già così alto e massiccio, che se dovrà crollare, ingombrerà colle sue rovine tutta la via futura di Marcantonio. Invano egli chiederà consolazioni alla bizzarra Virginia od all’anonima vestita di nero — le fanciulle più bizzarre dell’universo mondo e tutte le vedove dello stato civile non gli potranno pagare il suo sogno. Egli lo sa e lo ripensa: misero l’uomo che chiede alla vita il prezzo d’un bel sogno svanito!

Marcantonio deve aver in tasca la lettera di Marina; la ricerca trepidante, la trova, la esamina... Ah! non vi può essere dubbio, sono proprio i caratteri di sua figlia. Ecco le sue _s_ che paiono _f_, ecco le sue code svolazzanti che vanno a mettere dei tagli illegittimi alle sue _l_. Ogni dubbio è inutile, anzi è dannoso, perchè, già quasi alla porta di casa sua, il professore non ha ancora pensato alla scena che deve seguire.

Vediamo. Che cosa dirà egli entrando? che cosa farà? Piglierà per mano sua figlia, senza guardarla in faccia, ed alla grossa fantesca, che senza dubbio vorrà stare fra i piedi, dirà: «Anna Maria, nulla è mutato nella mia casa, mia figlia vi rientra fanciulla come ne è uscita — ed ora va in cucina.»

E dirà a Serafina: «Tu, figliuola mia, abbracciami; la commozione non serve a nulla; perciò ti raccomando di non piangere e di dimenticare il passato.»

Riuscendo a fare ed a dire così, non un gesto di più, non una parola di meno, Marcantonio Abate spera che per il primo e più difficile incontro ce ne sarà abbastanza.

Ma che cosa dirà Serafina?

Il professore è giunto alla porta di casa sua, e si arresta un momento per aver tempo a rispondere a questa domanda. È strano — il suo vecchio cuore batte come per l’imminenza d’una catastrofe; da gran tempo non ha battuto così il vecchio cuore del Signor Io. Gli tornano in mente il primo sorriso d’una povera morta, allora piena di vita e d’amore, la prima lezione davanti ad una scolaresca non abbastanza disattenta, il primo bacio sopra la gota di una neonata piangente — anche allora gli batteva il cuore forte, ma non così.

Che cosa dirà Serafina?

Rifà la domanda, poi non bada a rispondere; è sulle scale, il portinaio non l’ha visto passare, ed egli è quasi contento di non essere stato fermato per sentirsi dire: «Sa? ci è di sopra la signorina...» ma ora cerca sui gradini, senza saperlo, le traccie del passaggio di sua figlia, e non trovando nulla, è oppresso dalla freddezza non dissimile della ringhiera di ferro e del bracciuolo di ottone, ma sempre senza saperlo.

A un tratto si scuote da quella inerzia della sua volontà, che va perdendo terreno dinanzi ad un avversario ancora invisibile, fa rapidamente i pochi gradini che lo separano dal pianerottolo e si arresta all’uscio di casa sua.

Deve sonare il campanello, oppure aprire colla chiave che porta sempre in tasca, ed entrare in casa all’improvviso? Meglio è che Serafina ed Anna Maria siano avvertite — perciò suona. La fantesca non è pronta ad accorrere, ma si facesse anche aspettare fino a notte, Marcantonio non sonerà più; non sa neppure se troverà la forza di aprir l’uscio di casa colla chiave che ha in tasca. Non è il cuore — ora lo comprende — sono i nervi. Finalmente si ode un passo dietro la porta, che si socchiude lentamente. Marcantonio entra, Anna Maria spalanca la bocca e gli occhi e non dice nulla.

La poveraccia ha pianto, ma il suo padrone non se ne avvede.

— Dov’è Serafina? — riesce a dire con un tremito nella voce.

Anna Maria, per parlare, comincia dal chiudere la bocca ed inghiottire la saliva, poi accenna col capo alla camera vicina; non può dir altro.

Il professore Marcantonio Abate si sente piegare le ginocchia, ed è costretto a sedersi sopra uno sgabello. Allora soltanto Anna Maria trova le parole.

— Se la vedesse! — comincia a dire — ma anche il padrone ritrova il suo proposito.

— Anna Maria — dice con dignità — nulla è mutato nella mia casa: mia figlia vi rientra fanciulla, come ne è uscita; ed ora va in cucina.

La dignità con cui ha pronunziato queste parole gli vieta di rimanere un minuto di più sopra un volgare sgabello d’anticamera. Si alza ed entra storditamente nel salotto, ma, per sua fortuna, Serafina non vi è. Pure, il cuore ricomincia a martellargli forte. Perchè? Unicamente perchè, entrando, egli ha visto il lembo d’una veste sparire da un altro uscio, e una pezzuola bianca cadere dal tavolino a terra.

Marcantonio si arresta nel mezzo della sala e raccatta la pezzuola. È bagnata di lagrime; lo sapeva.

Cerca, come per gustare un po’ d’amarezza, e forse per guadagnare tempo, le iniziali ricamate del nuovo nome di sua figlia, e trova invece il nome intero della sua povera morta — _Faustina!_ Quasi allo stesso tempo, una voce gentile, la voce medesima della donna che lo aveva amato tanto, dice timidamente:

— Sono qua!

E perchè egli, trattenuto da una folla di vecchi sentimenti che rifioriscono nel suo cuore, non è pronto a rizzarsi in piedi, la voce ripete più forte: «Sono qua.» Ed appare nel vano d’un uscio, che si è aperto senza rumore, la visione melanconica di lei, di lei stessa, di Faustina, pallida e scarna come nella malattia che l’ha uccisa, ma ringiovanita e fatta più bella dalla morte.

Ah! come potrebbe Marcantonio reggere a quell’urto? Egli sente che un tremito gli agita tutta la persona, e che un brivido dolce, forse un’onda di pietà, gli corre nelle vene come un lavacro.

Ha chiuso gli occhi, e chi sa? forse ha aperto le braccia senza avvedersene, perchè sente sul petto il peso di un corpo dilicato, e sulle labbra il bacio della sua cara defunta.

Riapre gli occhi e non dice nulla. Finchè dura quel fascino, non potrebbe parlare, anche volendo; ma perchè parlare quando piange? Piangi, Marcantonio, le tue vecchie lagrime pagano tutto il pianto versato da tua figlia. La poveretta, mettendo il visino patito sotto quella benefica pioggia, sorride e pare che pianga anch’essa, mentre dice teneramente:

— Babbo, non fare così!

Non le badare, Marcantonio; piangi, lascia cadere le tue vecchie lagrime sulla faccia di tua figlia; sta certo, non le faranno male.

VIII.

SI PARLA DI LUI.

Marcantonio si prova a sorridere a sua figlia, la guarda negli occhi spalancati da una grande dolcezza, le accarezza le guance scolorite dai patimenti, e ancora non sa che dirle.

— Sono qua — ripete Serafina colla voce di sua madre; — questo giorno doveva venire, io l’ho aspettato tanto, ed è venuto!

— Come stai? — le chiede Marcantonio facendo la voce grossa per far tacere tutte le corde del pianto. — Tu soffri molto, non è vero?

— T’inganni, babbo, io non soffro niente, io sto bene, non sono mai stata così bene; te l’assicuro.

Marcantonio vorrebbe credere, ma non può; al primo vedere Serafina vi è stato qualcuno a dirgli: «Marcantonio, tua figlia è venuta per morire nel suo letto di fanciulla.»

— Hai dunque sofferto molto? — domanda facendosi coraggio. — Sei stata molto malata?

— Ma ora sono guarita.

— Guarirai! — esclama Marcantonio con forza. — Ora devi guarire per farmi piacere, perchè io lo voglio, e la mia Serafina mi ha sempre obbedito.

— Non sempre — mormora la giovine donna.

— Lasciamo stare il passato, lasciamolo stare, figliuola mia; per il tuo bene e per il mio, non se ne parli più. Tanto, l’ieri non esiste; il solo tempo vivo è l’avvenire, il solo giorno della settimana è domani. Sei contenta così?

Serafina abbassa il capo sul petto e non dice nulla, e suo padre, immaginandosi di consolarla, insiste a bassa voce:

— Quanto a me, ho dimenticato ogni cosa; dimentica tu pure, pensa a star bene. Domani farò venire un medico; egli ti darà delle medicine che ti faranno guarire presto. Per alcuni giorni è inutile che tu pensi alla casa; lo vedo bene io, sei troppo debole....

Serafina tace, ed egli prosegue:

— Diremo ad Anna Maria che rimanga in casa anche di notte; essa farà la cucina, come una volta; terrò io le chiavi della dispensa e della guardaroba, cercherò di non far sbagli, ma ne farò ad ogni momento, e tu riderai e riderò anch’io. E appena tu sia guarita, te lo prometto — aggiunge con solennità burlesca — te lo giuro, io ti renderò tutte le chiavi, dalla prima all’ultima. Sei contenta, figlia mia? dillo, sei contenta?