Il segreto di Matteo Arpione

Part 4

Chapter 43,703 wordsPublic domain

Ernesto espose succintamente il colloquio avuto con Alfredo di Camporolle; la contessa Adelaide non mostrò molto entusiasmo per quella proposta di matrimonio; il marchese, prima ancora d’aprir bocca, manifestò coll’espressione del suo volto che tal proposta non gli piaceva affatto, e interrogato poi direttamente dalla madre di Albina, rispose che egli per allora, non aveva certo alcun grave appunto a fare a quel giovane, ma che, da quanto ne aveva appreso, trovava che c’era intorno alla sua origine un po’ di buio, cui sperava poter fra poco penetrare; consigliava quindi a volere almeno indugiare la risposta finchè egli avesse avute quelle ulteriori informazioni. Soggiungeva che, inoltre, egli aveva pure un altro partito dà proporre per Albina, il quale credeva che non avrebbe dovuto riuscire discaro a nessuno, e senza farsi troppo pregare a dire chi fosse questo partito, svelò essere quello di Giulio.

Fu un’esclamazione ed un riso da parte dei due fratelli Sangré che dissero come da loro eziandio stava per venire proposto quel medesimo; e sorrise anche compiacentemente la madre, a cui era pure talvolta balenata l’idea di codesta unione. La causa di Giulio pareva vinta ed assicurata.

— Non ci sarà da far altro che consultare Albina: — disse la contessa.

— Oh questo sì: — appoggiò Ernesto. — La mamma ha ragione, e il giudice ultimo in questa faccenda deve esser lei. Ma non credo che abbia ad essere di parere diverso dal nostro.

— Pensare che quel povero Giulio non aveva che da aprir bocca, — esclamò Respetti, — e lui taceva, soffriva, dimagrava...

— E scriveva a me niente meno che di voler partire per l’America.

— Oggi stesso parlerò ad Albina, — conchiuse la madre, — e il destino di Giulio sarà deciso.

E la sorte volle che prima ancora dell’intromissione materna, i due giovani riuscissero finalmente ad intendersela fra di loro.

Il marchese Respetti, nell’anticamera, uscendo dall’appartamento della contessa, s’incontrava con Giulio, lo prendeva pel braccio e lo conduceva seco nella sala per potergli subito dire le buone nuove.

— Dunque allegro, mio caro Giulio, tutto va bene.

Il giovane tremava dall’emozione.

— Ah! parla! parla!...

— Il conte di Camporolle ha domandato la mano di Albina...

Giulio si lasciò cadere seduto, bianco come un cencio.

— È questo che va bene? — balbettò smarrito.

— Lasciami terminare, e vedrai: — continuò Respetti sorridendo. — Ciò ha dato a me occasione di parlare del tuo amore alla contessa e ai due figliuoli, e ho trovato che ciascuno de’ miei ascoltatori era disposto in tuo favore per lo meno altrettanto quanto lo sono io.

— Proprio? Davvero? — esclamò Giulio, sempre più tremante. — E dunque?

— E dunque la decisione sta nelle mani di Albina, la cui scelta sarà rispettata...

— Ah povero me! — interruppe Giulio spaventato.

— Come? Hai forse ragione da temere delle inclinazioni della cugina?

— Sì... sì certo...

— Ha dimostrato della freddezza per te, delle preferenze per altri?

— No... non mi pare...

— Dunque?

— Ma io sono così da meno di lei...

— Eh folle! Tu sei un Sangré al pari di essa, e sei pure il miglior giovane che sia sotto alle stelle. Animo: metti buon coraggio e fa di parlare tu stesso ad Albina.

— È quel che m’ha detto anche Ernesto...

— Vedi bene, allora, che il consiglio è buono...

— Ma non oserò mai... Piuttosto le scriverò...

Scrivere è qualche cosa; ma il parlare in queste faccende è sempre meglio. Chi vi ascolta vede il vostro pallore, la vostra emozione, sente il tremito della vostra voce, e riceve dalle parole che sgorgano vive dal labbro più sicura e più profonda impressione.

— Sì, sì, forse hai ragione; ma...

Il resto dell’obbiezione non potè venir fuori, perchè il buon Giulio rimase lì a bocca aperta, alla vista di Albina che, col suo passo leggero e il portamento leggiadro, entrava nel salone.

— Buono! — disse piano Respetti al giovane. — Vedi che anche la fortuna ti vuol bene. Su, coraggio, e non lasciarla scappare: parla subito.

Giulio balbettò qualche parola che nessuno comprese.

Albina s’era avvicinata ai due cugini serena, sorridente, colla sua graziosa semplicità, colla sua ingenua eleganza.

— Vi disturbo forse chè eravate qui a parlare così animatamente con aria da congiurati? Non temete: sono venuta a prendermi solamente questo telaino da ricamo e vi lascio subito...

— No, no: — disse vivamente il marchese: — tu non ci disturbi niente affatto, e anzi sei arrivata opportunissimamente, perchè Giulio ha appunto qualche cosa a dirti.

Albina volse verso il giovane il suo sguardo limpido e il volto suffuso di rosea tinta, con uno stupore forse non del tutto naturale.

— A me? — domandò.

Giulio, pallido pallido, mosse le labbra, ma non fu capace di mandar fuori una parola.

— Sicuro! — rispose il Respetti. — È una confidenza che egli ti vuol fare... E siccome a me l’ha già fatta, ed è superfluo ch’io l’ascolti due volte, così vado pe’ fatti miei e vi saluto.

Salutò effettivamente, strinse la mano alla fanciulla e poi a Giulio, e sparì dietro la portiera, lasciando in presenza i due giovani commossi, cogli occhi bassi, col seno agitato.

Fu Albina che ruppe prima il silenzio.

— Vuoi farmi una confidenza?... Ebbene parla, Giulio, t’ascolto.

Il giovane chiamò a sè tutto il suo coraggio e trovò tanta voce da poter dire in modo intelligibile delle parole che a lui parvero audacissime.

— Ecco!... La confidenza è questa... Da un po’ di tempo io sono assai infelice... e questa mattina ho udito tal cosa che se si avverasse ogni bene sarebbe finito per me.

La fanciulla rispose con voce affettuosa:

— Che tu Giulio soffra me ne sono accorta anch’io; e quasi te ne ho voluto che non ne dicessi a me la cagione...

— Dirtene la cagione... a te!... o mio Dio!

— Che non cercassi almeno uno sfogo, un sollievo nella nostra buona amicizia... Ora, tu vuoi finalmente confidarti meco?... Meno male; e comincia dunque per dirmi qual’è quella cosa che avverandosi ti rapirebbe ogni bene.

Giulio esitò un momento, si fece ancora più pallido, e poi scarlatto, chiuse gli occhi come chi sta per precipitarsi in un abisso e disse in fretta:

— Quella cosa... è il tuo matrimonio.

Albina divenne leggermente rossa — come una rosa di maggio — fin sulla fronte.

— Ah!... E dove hai sognato di simil cosa?

— Non sai nulla?... Il conte di Camporolle ha domandato la tua mano.

— Davvero?

— E se tu l’accetti... E pur troppo prevedo che tu l’accerterai... Egli è così fornito di meriti!... Li riconoscerai certo anche tu i suoi meriti... Non è vero che li riconosci?

— Sì...

— E dunque vedi che per me non c’è più speranza nessuna... che ogni bene per me è perduto...

Il poveretto aveva delle lagrime nella voce.

— Ma permetti un po’, — disse la fanciulla con graziosa malizietta. — Tu che cosa c’entri in codesto? Come il mio matrimonio può fare tali effetti per te?

— Io.... — balbettò il giovane, confuso: — ah tu non sai...

— Non so, non so: — rispose Albina, con quella cara scherzevolezza: — forse so più di quel che Lei crede, mio bel signorino; e conosco certi fatti di cui la mi deve pure dare stretto conto.

— Io?... stretto conto?... Che fatti?

— Chi è che tutte le sere sta là piantato innanzi alla finestra della mia camera anche fino a mezzanotte?

— O cielo! Tu mi hai visto?

— Non è un’assurdità, dopo essere stati insieme fino alle dieci, andarsi a impostare là sotto per prendere il fresco notturno e far dir chi sa che cosa alla gente?

— Ma io non ti ho mai veduta abbastanza; ma in presenza degli altri non oso guardarti come vorrei! — Il coraggio gli era venuto; prosegui con più calore: — Quella luce che esce dalle tue finestre è per me uno splendido astro, e io a contemplarla finchè sparisce provo una emozione, una tenerezza che mal ti saprei dire.

— Questo non è ancor tutto: c’è di più.

— O Dio! Che cosa?

— Saranno quindici giorni, io aveva appuntata qui al petto una rosa.

Giulio arrossì e si confuse.

— Il gambo si è rotto, e il fiore è caduto senza che io me ne accorgessi.... — e vi fu chi lo raccolse subito.

— Hai visto anche questo?

— Ed altro! — soggiunse vivamente Albina arrossendo anch’essa.

— L’ho baciata con trasporto quella rosa.... Ah credevo che nessuno mi vedesse.... e poi l’ho riposta qui sul mio cuore.... qui dove c’è ancora come un tesoro, come un talismano.... dove ci starà sempre finchè avrò vita.

— Ah Giulio!

— Oh perdonami.... Ma se tu sapessi quello che io sento per te! Se sapessi che gli è fin da bambino che io ti.... che io per te.... che sono il medesimo. Se sapessi le disperazioni che ho provato, conoscendomi tanto al di sotto di te, dicendomi che io non avrei mai osato neppure di palesarti il mio amore....

— Giulio!

— Perdono! perdono! Questa parola mi è sfuggita. Ma questo sentimento è in me accompagnato da tanto rispetto, da tanta adorazione....

Albina lo interruppe con una serietà piena di commozione.

— Giulio, anch’io ti conosco fin da bambina. Che cosa ho sempre trovato in te? Un giovane modesto.... fin troppo modesto.... che ha tutte le bontà dell’anima e la generosità del cuore....

— Oh Albina!

— Che non ha che un difetto: quello d’una soverchia timidezza, d’una soverchia sfiducia di sè.

— Ah se tu mi darai coraggio....

La fanciulla gli porse la mano.

— Ebbene, abbilo, coraggio... Nei sogni del mio avvenire ho sempre travisto te per mio compagno.

Giulio prese la destra di Albina e la baciò con passione. In questo momento entrava Ernesto.

— Bene! — esclamò egli allegramente. — Vedo che siete d’accordo. Andiamo subito tutti tre dalla mamma....

VIII.

La lettera con cui Alfredo rivelava al conte Ernesto Sangré di Valneve la poca antichità del suo titolo nobiliare, presso a colui al quale era scritta non isminuì la stima che gli portava, ma assai gli nocque invece presso il superbo Enrico, a cui parve poco meno che una temeraria impertinenza l’osare far domanda della mano d’una Sangré chi non era nobile per una discendenza almeno di quattrocento anni. Ma v’era di peggio. Lo scrivente soggiungeva che, quantunque non insignita di titolo aristocratico, la sua famiglia era delle antiche e preminenti di Lugo, e fornita anch’essa di orgoglio così che il nonno suo aveva scacciato da sè quel figlio a cui Alfredo era debitore della vita, perchè aveva sposato una figliuola del popolo; e si raccomandava e supplicava alla famiglia d’Ernesto, alla bontà di Dio che a lui non fosse negata la felicità per la ragione precisamente contraria a quella che dal nonno aveva fatto amareggiare la vita a colui che gli era pure unico figliuolo. Egli non aveva osato scrivere aperto che le sue ricchezze avrebbero dovuto ritenersi in certo qual modo compenso a quel tanto di nobiltà che gli mancava; ma pure, introducendo destramente un cenno delle fortune vistose che possedeva, le quali avrebbero permesso, al suo tanto sconfinato, ardentissimo amore, di circondare la sua compagna d’ogni vantaggio sociale, d’ogni distinzione e supremazia, lasciava scorgere il desiderio, la speranza che considerazioni di simil fatta s’affacciassero alle menti dei congiunti della ragazza.

— Come! Come! — gridò Enrico addirittura indignato: — suo padre era un borghese, sua madre una plebea, e lui si crede nostro uguale o poco meno! E ha l’insolenza di farci lucicchiare davanti, come si fa degli specchietti alle allodole, i suoi denari? O che ci crede capaci di vendere nostra sorella?

— Via, via, — disse Ernesto sorridendo pacatamente: — tu esageri Enrico. Pur troppo nell’epoca che si vive la ricchezza ha una gran potenza, e molti del nostro ceto hanno dimostrato, e nei matrimoni e in altro, di non resistere neppur essi al suo influsso....

— Ma noi non siamo di quelli: — interruppe più acceso il secondogenito: — e appunto perchè taluni della nostra classe falliscono pur troppo, ci conviene, a noi, affermare solennemente che non si è di quelli e mostrare in modo vivace e che non lasci equivoci il nostro risentimento. Io gli scriverei con acre severità, come si merita... e già, se lo incontro, non mi terrò dal dirgli fuor de’ denti quello che penso.

— A rispondere a questa lettera tocca a me, — disse Ernesto con calma, non senza qualche autorità; — e risponderò con quella dignità e quella gentilezza che si conviene ad un Valneve, tanto più quando parla a nome di tutta la famiglia; e tu poi, Enrico, quando incontrerai quel giovane, che ieri ancora chiamavi tuo amico e trattavi colla più amichevole domestichezza, tu non dimenticherai neppure, te ne prego, e credo mio dovere ricordartelo, che un figliuolo di nostro padre non deve essere nè oltraggioso, nè incivile, nè ingiusto....

— Ma il mio sdegno verso colui è giustissimo; e se io per l’addietro l’ho trattato come un uguale, come un amico, è perchè l’ho creduto per davvero degno di ciò. Egli, introducendosi in mezzo a noi, ci ha ingannati tutti....

— No: — interruppe vivamente Ernesto. — Dove, come e quando vi fu caso che gli si domandasse le prove della sua nobiltà e i titoli de’ suoi quarti? Egli si presentò col titolo di conte, e può giustamente portarlo. Avresti voluto che a ciascuno di coloro con cui stringeva conoscenza e’ si mettesse a raccontare la storia della sua famiglia e di suo padre? Ora è nata la prima volta verso di noi l’occasione di chiarire le cose, ed ecco ch’egli si affretta a dichiarare lealmente la verità....

— Sfido io a far diversamente!

— Il caso l’ha posto in rapporto meco, facendomelo incontrare in un ambiente sociale che è il nostro; egli fu meco gentile, generoso, si fece amare e stimare; di te, che l’hai trattato liberamente nelle pareti domestiche, e l’hai visto nelle più eleganti adunanze, ha conquistato l’animo eziandio colla nobiltà, il garbo e la squisitezza delle maniere, e si è dunque dimostrato pari e degno di stare a pari con qualunque del più aristocratico sangue....

— Cioè, cioè: — interruppe con un po’ di bizzarria Enrico: — qualche cosa c’è pure in lui che rivela una estrazione inferiore, qualche cosa di volgare....

— Eh via! — esclamò subito il primogenito con quel suo fine sorriso: — gli è adesso solamente che te ne accorgi; prima d’ora non lo avevi scoperto mai. Ad ogni modo bada bene; te lo ripeto, Enrico, e come preghiera e come ammonimento, qual capo della famiglia e anche in nome di nostra madre; tu incontrando Camporolle guardati assolutamente dall’essere provocatore. Sarebbe un brutto fatto che mi dorrebbe assai, sarebbe una disgrazia per me una contesa fra mio fratello e colui che, anche scoprendosi non nobile, non cessa d’essere mio amico.

Enrico chinò il capo come ossequente all’autorità famigliare rappresentata dal fratello primogenito, ma con aria poco persuasa e poco soddisfatta.

Alfredo, in attesa della risposta di Ernesto, aveva passate delle ore d’ansia dolorosissima, confortato poco e a rari intervalli da lieve speranza, affannato da crudele paura quasi sempre. Anzi quanto più il tempo passava e più cresceva la paura e più rari e meno efficaci si facevano i momenti di speranza: finchè giunto il biglietto dalla calligrafia del cui indirizzo egli vide essere del fratello di Albina e avutolo fra mano, l’emozione fu tanta che ogni vigore gli venne meno ed egli dovette abbandonarsi sopra una seggiola senza avere nemmeno la forza di rompere il suggello stemmato della bustina e leggere il foglio contenutovi che recavagli la sentenza del proprio destino.

Calmato finalmente un poco il tumulto del suo animo egli potè leggere la lettera d’Ernesto che era del tenore seguente:

«Caro Alfredo. Tutto il mio desiderio di contentarti, di stringer teco, oltre quelli dell’amicizia, vincoli più potenti ancora e più cari, si rompe innanzi ad un fatto, di cui avevo già subodorata l’esistenza, e ora ho acquistato la certezza, ed è la reciproca affezione, nata fin dalla puerizia, che passa fra mia sorella e nostro cugino Giulio, la quale affezione capirai anche tu come non ci sia ragione di contrastare. Fu anzi l’idea di questo fatto che mi rese così riserbato quando tu mi apristi il tuo animo; e tu quindi mi perdonerai e quel riserbo e la presente risposta che sarei stato lietissimo di poterti dare invece nei termini che più ti appagassero. Spero che ciò non riuscirà ad alterare per nulla fra noi quel sentimento di vera amicizia, col quale, mi dico sempre tuo affezionatissimo Ernesto Sangré di Valneve.»

Alfredo lesse d’un fiato, e non capì bene alla prima quello che aveva letto.

Una ripulsa pur troppo e’ se l’aspettava; negli ultimi momenti della sua angosciosa aspettazione la riteneva anzi per sicura, gli pareva impossibile che avvenisse diversamente. Eppure, ora che la temuta disgrazia s’era avverata, ora che ogni possibilità di speranza gli era tolta davvero, si rifiutava ad ammetterlo, si sforzava a farsi ancora un’illusione. Rilesse adagio adagio, pesando parola per parola; e un grande schianto avvenne nell’anima sua. La condanna era intera, assoluta, irreparabile; non conteneva solamente la negazione della felicità di lui, ma ancora, più crudele dolore, l’affermazione della felicità d’un altro.

Era proprio vero? Un altro avrebbe posseduto quel fiore di bellezza, quel miracolo di grazia, quel tesoro di gentilezza, di bontà, d’ogni dote superiore della donna! E chi era quest’altro? Il cugino Giulio! Era tanto modesto, era tanto meschino, Alfredo l’aveva visto sempre tanto nell’ombra, che non ne aveva bene e precisa nella mente l’immagine. E da colui, da quell’ombra, da quel nulla egli aveva da lasciarsi rapire ogni bene? e sopportarlo in santa pace? e non muovere neppure un dito per lottare, per contendere la conquista di tanto tesoro? Ch’egli amasse supremamente Albina lo sapeva pure da tanto tempo; aveva paragonato questo suo amore con quel sentimento inebbriante cui prima gli aveva infuso nel sangue la Zoe, e ne aveva notato la differenza: quest’ultimo, per quanto acceso, tumultuoso dominatore nella sua concitata natura di giovane, non era che ardore di sensi, non era un abbandono completo, un trasporto, un omaggio dello spirito, dell’animo, del cuore, di tutto l’essere; l’amore per Albina invece erasi fatto il suo culto, la sua religione, la sintesi di ogni sublimità, di ogni grandezza che egli fosse capace di apprendere. Lo sapeva, lo sentiva, si compiaceva di ripeterselo da tempo: eppure ora, al colpo di quel dolore, gli parve di non aver saputo mai, di non aver mai capito interamente quanto egli amasse quella fanciulla. Colui che pretendeva rapirgliela, egli l’odiò subitamente, d’un odio maggiore di quello che aveva sentito pel duca di Parma che gli contendeva la Zoe. Oh, poterlo avere fronte a fronte e atterrarlo e stritolarlo! Si sentiva forte, si sentiva capace di vincere qualunque. Non potè stare alle mosse; turbato, abbuiato in viso, pallido e colle sopracciglia aggrottate, lo stampo del dolore e della disperazione sul volto, uscì impetuoso, decise di cercare e trovare ad ogni modo quel Giulio. Dove incontrarlo se non fosse nel palazzo dei Sangré? Si diresse con passo concitato a quella volta.

Matteo Arpione, che vegliava con tanto maggior cura su di lui, lo vide anche in questo momento, e col cuore sospeso dall’ansia e dalla paura, lo seguitò da lontano.

IX.

Quanto più si veniva accostando al palazzo Sangré, Alfredo sentiva venire scemando il tumulto dell’animo, temperandosi quel primo impeto che lo aveva mosso. Che cosa avrebbe egli fatto quando si fosse trovato di fronte al rivale? Si mostrerebbe ancora più indegno di Albina, abbandonandosi a violenze? Che diritto aveva egli di frammettersi fra i due cugini? La buona educazione, il dovere di gentiluomo, la sua dignità non gli comandavano invece di tacere, di rassegnarsi, di allontanarsi dal cammino di quell’adorata fanciulla, di non comparirle più innanzi agli occhi, tanto più di non farsene odiare e maledire; e ciò sarebbe avvenuto se egli alcun male avesse arrecato al giovane ch’essa amava. Ma pure, no; tacere, rassegnarsi non poteva; qualche cosa gli sembrava che gli restasse pur da fare per cessare da sè tanto dolore, per temperarlo almeno. Fantasticava d’essere nel medio evo, quando un cavaliero poteva con lancia e spada conquistarsi la dama del suo cuore; sentiva che il suo amore gli avrebbe dato tanto ardimento, tanta forza da vincere qualunque competitore. Sognava di andarsi a gettare ai piedi della fanciulla e supplicarla disperatamente, non gli togliesse così ogni bene, non lo facesse a un tratto il più infelice degli uomini, non gli togliesse così spietatamente ogni sorriso alla sua gioventù ricca, baldanzosa, fiorente. Sarebbe riuscito a giungere fino a lei, qualunque ostacolo gli si volesse frapporre; avrebbe saputo intenerirla; e s’esaltava, sperava, ma poi di colpo vedeva l’assurdità de’ suoi sogni, ricadeva nella sua disperazione, si sentiva perduto.

Matteo Arpione lo seguiva sempre cautamente; quando lo vide arrivare con un passo quasi uguale a quello di chi cammina alla morte sino al palazzo Sangré, là fermarsi incerto, a capo chino, poco meno che tremante, esitare, scostarsene, riavvicinarsi, gettare uno sguardo lungo, doloroso, profondo sulle finestre di esso, là dove l’antico _factotum_ del conte-presidente sapeva che erano le stanze della contessina, scuotere il capo, riallontanarsi, ristare, come animato da nuova risoluzione prendere l’aire per penetrare sotto il portone, e arrestarsi di colpo quasi trattenuto da un’invisibile barriera, stare ancora un momento esitante, come in lotta fra i due impulsi opposti, e poi correre via all’impazzata; l’usuraio che, vegliando continuamente sul giovane, conosceva la premurosa di lui frequentazione della famiglia di Valneve, non ebbe difficoltà a capire che il gran turbamento di Alfredo aveva la sua origine e la sua cagione lì in quel palazzo, e probabilmente in quelle stanze dove s’affissava con tanta passione lo sguardo di lui.

Che il giovane amasse la figliuola dell’antico padrone di Matteo, questi lo aveva già pensato più volte; ora vedeva chiaro che qualche guaio era nato, che qualche seria difficoltà era sorta a contrastare, se non a distrurre del tutto le speranze e i voti del giovane, ed a lui premeva di sapere sollecitamente ogni particolare della cosa, per giudicare se fosse in poter suo recare qualche aiuto, qualche rimedio. Interrogate le persone di servizio d’Alfredo, colle quali egli s’era sempre tenuto in relazione, non apprese altro fuorchè le maggiori dimostrazioni di dolore e di abbattimento che il giovane dava nel segreto della sua casa, rifiutando ogni cibo, respingendo ogni compagnia, ogni conforto, ogni parola, per rimaner solo nella sua camera, dove lo avean sorpreso a un punto ad esaminare la coppia migliore delle sue pistole. Un terribile sospetto spaventò Matteo, il quale era deciso di non indietreggiare innanzi a nessun mezzo per salvare quel giovane, per farlo felice. Cominciò per iscrivergli, falsando la calligrafia, queste poche parole: «Non disperate; quello che è massimo vostro desiderio potrete ancora ottenerlo; calma, pazienza e forza d’animo...» e gli fece trovare tal biglietto sul tavolino; poi si pose in traccia di Tommaso, il vecchio servo dei Valneve, ed ebbe la fortuna d’incontrarlo quella medesima sera.