Part 2
Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la beltà giovanile della madre. Mai profilo più puro fu disegnato da mano ispirata d’artista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in cuor d’uomo più nobili sentimenti e aspirazioni, smania più viva ed efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come il cielo, avevano una profondità da oceano, uno splendore da stella, e, colla vivacità della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacità del colore, nella leggiadria delle linee, avevano un’attraenza, una seduzione impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una felicità solo il vederle a sorridergli, l’udirne una parola gentile. Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma non senza arguzia, sempre per manifestare i più nobili sentimenti; e la sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla l’amavano! Tutti quelli che l’accostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anch’essa e il suo capo biondo, ornato riccamente dal diadema d’oro dei capelli, sorgeva superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che terminava l’abito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani piccole, un po’ lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore, quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.
Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la seconda salutò con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti, e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.
Il conte andò sollecito innanzi alla madre, le inchinò dinanzi le sue spalline da maggiore, il suo petto fregiato della medaglia al valor militare, che si era guadagnata in Crimea, il capo ordinariamente eretto con altiera sicurezza innanzi a tutti; le prese la destra che ella gli porgeva e la baciò con reverenza piena pure d’affetto.
— Madre mia, — le disse, — la rivedo con gioia in buona salute.
Essa lasciò che il figliuolo le baciasse la mano e pronunciasse quelle parole: il suo sguardo e le labbra dicevano sempre la tenera letizia del suo cuore in quel momento, poi per la mano con cui Ernesto stringeva quella di lei, la madre trasse a sè il figlio, lo serrò al suo petto, lo baciò sulla fronte e sulle guancie, e facendo posare il capo di lui sulla sua spalla, in quell’amoroso amplesso disse, guardando con occhio inumidito il ritratto dell’estinto:
— Che tu sia il benvenuto, figliuol mio: il benvenuto in questa casa che è la tua, in questo giorno che è ora per noi il più triste e il più solenne!
Ernesto si rialzò commosso, per un minuto non potè parlare; le labbra gli tremolavano.
— Grazie, madre mia!... — Non seppe dir altro; e poi presa alle due mani la sorella, senza parlare, la trasse a sè, l’abbracciò e la baciò con profonda commozione, con infinita tenerezza.
Giulio s’era fermato con rispettosa timidezza sulla soglia, quasi pauroso di turbare colla sua presenza quel primo sfogo di domestici affetti: e fu la contessa Adelaide la prima, non che lo vedesse, ma che lo invitasse ad avanzarsi. Il giovane s’accostò alla zia, le baciò ancor egli la mano, domandandole nuove della salute, e poi si volse alla cugina, che Ernesto aveva lasciata libera del suo affettuosissimo amplesso.
— Addio, Albina: — le disse: — tu stai bene?
Le parole erano le solite che sono in bocca anche dei più indifferenti; ma nell’accento con cui erano pronunziate vibrava l’emozione di un affetto così intenso, così pieno, così potente, che qualunque donna l’avrebbe potuto avvertire; pensiamo un poco se non doveva accorgersene Albina, la quale aveva una tanta finezza di percezione, tanta delicatezza di sentimenti!
— Grazie! — ella rispose: — e tu pure?
La risposta era comune come la domanda; ma l’accompagnavano un sorriso, uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide unghie di lieve color roseo.
Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la toccò appena, non osò stringerla e la abbandonò in fretta, come se il raso morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche traverso la pelle del suo guanto.
— E dov’è Enrico? — domandò Ernesto.
— È nel suo quartiere, — rispose la madre. — Ci ha insieme Alfredo di Camporolle.
— Ah! — esclamò vivamente Ernesto, — quel buon Alfredo!.... Lo vedrò pur tanto volentieri.
Anche Giulio, a quel nome, si riscosse e mandò una piccola esclamazione cui però riuscì a soffocare in gola; ma nè il suo riscuotersi, nè la sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne l’espressione: e anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti di costei non dissero nulla ed ella s’aggiustò con tutta indifferenza le trine d’un polsino.
Ernesto continuava:
— Alfredo è dunque diventato amicissimo di mio fratello?
— Oh sono inseparabili: — rispose sorridendo lievemente la contessa Adelaide.
— È perciò che si trova in casa nostra tanto di buon’ora? Credo che la sia un’amicizia codesta che non possa far torto nè danno ad Enrico.
— Lo credo anch’io: — disse la madre. — Camporolle mi pare un giovane proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea, puoi giudicare molto più rettamente dei suoi meriti.
— Se non l’avessi conosciuto degno di frequentare la casa della contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato presentarglielo, madre mia: — disse con accento serio il maggiore delle guardie;. — Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, coll’immenso cielo per vôlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di _choléra_, di palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo di leggersi nel cuore, due che abbiano un po’ di cervello in capo, e di stimarsi a vicenda l’anima per quel che la vale. Camporolle non è dei caratteri più forti, ma è di indole retta, onesta e valorosa. Male attorniato avrebbe potuto traviare... — Mandò un sospiro e aggiunse amaramente: — È pure così facile alla gioventù di lasciarsi trascinare a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima l’essere venuto a combattere laggiù. La disciplina militare e la filosofia pratica, modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto più robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io l’ho visto sotto il fischio delle palle e il grandinar della mitraglia, l’ho visto assistere all’agonia dei _cholerosi_, l’ho visto a battere i denti in un freddo da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.
La contessa Adelaide accennò gravemente col capo che approvava le parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di cortese, sempre aggraziata, un po’ altiera indifferenza; Giulio, a quel panegirico, provava una contrarietà che, a dispetto della timidezza, trovava modo di manifestarsi, nell’agitazione delle sue mani, nel morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel balenìo degli occhi. La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra color di rosa; ma gli occhi di lei videro più in là, sino all’uscio della sala che, aprendosi, diede il passo all’altro suo fratello.
— Ecco Enrico! — diss’ella.
Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte sua corse sollecito verso di lui.
— Ernesto!
— Enrico!
Coll’esclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso l’emozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza fraterna.
Lo sguardo della madre loro si posò con compiacenza, con una specie d’orgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni e generosi, e poi risalì fino al ritratto del padre loro, quasi ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle consolazioni ch’ella ne riceveva.
Enrico era di statura più alta che Ernesto, ma di complessione più delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, però con un piglio più altezzoso, come pure con più superba e forse meno cortese l’indole. Dalla coscienza che aveva della pura nobiltà del suo sangue, egli non riceveva soltanto l’idea dei maggiori obblighi che gli toccassero, ma eziandio quella d’una supremazia che gli competesse naturalmente, d’una maggioranza che la Provvidenza gli avesse dato sugli altri uomini. Non può dirsi che disprezzasse quelli che appartenevano alle classi inferiori, perchè veramente non disprezzava nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorità, recarsi in pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.
Finite le «accoglienze oneste e liete» col fratello, Enrico si volse alla madre:
— Vengo a pregarla d’un favore, a nome d’un supplicante, che non osa presentarsi.
— Chi? — disse la contessa volgendosi al secondogenito: — Camporolle forse?
— Sì, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, all’omaggio che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, benchè non ci sia congiunto per sangue, benchè non l’abbia neppure conosciuto da vivo; ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel tempo appunto quando ci capitò cotanta sventura, egli strinse amicizia con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della sua vita, così bene che gli pare quasi d’avere un po’ di ragione da chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.
La contessa Adelaide corrugò un poco le sopracciglia e guardò il primogenito, come per vedere nell’aperto di lui volto le impressioni che queste parole gli facevano.
— È vero, — disse il maggiore con qualche vivacità. — Forse, se io non gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un abisso. Egli ebbe in me la più intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo che altrove da quel ch’egli credeva stava la difesa del suo onore e la giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.
— Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ciò sia conveniente, io non nego il mio consenso all’ammissione fra di noi del conte di Camporolle.
— E io vado subito a dargli questa buona notizia, — esclamò Enrico; — e ritorno sollecito qui con lui.
Uscì senz’altro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della mano sinistra, ne strappò un bottone.
Il vecchio Tommaso spalancò l’uscio e annunziò:
— Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.
La contessa Adelaide volse il capo con premura verso l’entrata: Ernesto ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza, all’ora posta, nel salone del palazzo Sangré.
IV.
La marchesa Sofia era sempre leggiadra, graziosa e buona. Dopo l’avventura del duello fra il cugino Ernesto e von Klernick, ella avea acquistato ancora un altro merito agli occhi dei liberali milanesi, che vuol dire di quasi tutta quella società, e più ancora di suo marito: quello di avere chiuso l’uscio di sua casa a tutti gli ufficiali austriaci e aver tolto affatto a chi frequentava le sue sale il pericolo d’incontrarvi l’abborrita assisa dei soldati stranieri. La conversazione quindi in casa di lei era venuta in gran favore; vi accorrevano premurosamente tutte le individualità più distinte di Milano per censo, per ingegno, per dottrina, scienziati, scrittori, artisti, e siccome la padrona di casa, insieme coll’avvenenza, possedeva spirito, tatto, eleganza, vi si piacevano assai e avevano messo il salotto della marchesa così alla moda, che l’esservi ammesso era il desiderio di quanti, uomini e donne, aspiravano a venir giudicati persone di garbo.
Il marchese avea continuato a lavorare, recare vantaggi all’agricoltura e arricchire il suo patrimonio. Studiando i bisogni assai trascurati della coltivazione de’ campi in Italia, aveva incontrato sul suo cammino anche i bisogni, che son troppi e troppo negletti ancor essi, de’ coltivatori, e non se n’era sviato con indifferenza o coll’impaziente leggerezza dell’egoismo non ancora direttamente minacciato; ma ci si era messo intorno di buon animo e aveva penetrato forse più che non altri nella questione sociale agraria, meno immediatamente pericolosa e urgente, ma non meno grave e terribile di quella operaia. Aveva pubblicato un libro indarno alle condizioni della proprietà agricola in Lombardia, e benchè ci fosse e apparisse evidente il proposito di non toccare la quistione politica, tuttavia, trattando delle imposte e dei provvedimenti amministrativi che direttamente e mediatamente influivano sulle cose e gl’interessi de’ campi e de’ campagnuoli, saltava fuori luminosamente provato, anche sotto questo rispetto, il danno della dominazione straniera; con effetto anzi tanto maggiore in quanto che i ragionamenti che conducevano irrefragabilmente a tal conclusione, parevano ed erano più alieni da ogni soffio di passione, da ogni influsso di preoccupazione politica. Questo libro aveva prodotto un grande effetto nelle sfere governative, in quella degli intelligenti studiosi, e in generale in tutto il pubblico, il quale, senza leggere le pagine poco divertenti di quel trattato, udendo che era uno scritto liberale, avverso all’Austria, si pose a batter le mani, a gridar bravo all’autore e a proclamare il libro un capo d’opera. Il Governo, impensierito, imbizzito di questa nuova popolarità del nobile piemontese, della quale capiva il significato di opposizione, posto ancora in sospetto verso il marchese dalle gite assai più frequenti d’un tempo, che egli faceva in Piemonte, pensò un momento di dargli addirittura lo sfratto; ma poi non osò mostrare tanta paura di tale, cui nessuno poteva accusare di avere attinenze coi rivoluzionari, e che si sapeva pure essere costretto a quei viaggi al di qua del Ticino dall’amministrazione ch’egli aveva assunta ed esercitava con zelo dei beni e degli interessi di un giovane parente, il cavaliere Giulio Sangré. In realtà però avveniva che i rapporti del marchese Respetti col partito nazionale esistessero davvero e fossero maggiori di quanto l’Austria sospettasse, e ciò per mezzo del capo medesimo di quel partito da Vienna così odiato, il conte Camillo di Cavour, ministro del re Vittorio Emanuele II. Non ci fu mai volta in cui Ernesto Respetti-Landeri venisse in Piemonte, senza che il Cavour, il quale lo conosceva già da tempo, non trovasse modo di avere con lui una più o meno lunga, sempre vivace conversazione. Talvolta gli era incontrandolo sotto i portici di via di Po, nella passeggiata che il ministro ci faceva quotidianamente.
— Oh oh Respetti! Lei qui? — gli gridava col suo accento, di solito allegro, il ministro; e pigliandolo famigliarmente pel braccio lo traeva seco, mentre quelli che l’accompagnavano, passavano discretamente di dietro in seconda linea.
Un’altra volta era trovandolo la sera in qualche salotto, o spettacolo, o convegno qualunque del mondo elegante; ei lo traeva con sè, così, senza apparenza nessuna di malizia in un angolo appartato, nella strombatura d’un finestrone, in un più riposto gabinetto, e discorrevano animatamente, mentre tutti ci mettevano la migliore attenzione del mondo a non interromperli, a non disturbarli, a nemmanco accorgersene. Cavour era abilissimo a interrogare. Il Respetti aveva un gran desiderio di rispondere; e così avveniva che dopo mezz’ora di colloquio quel di Lombardia avesse detto tutto quel che per lui si sapesse dello stato degli animi e delle cose in quel paese, e l’accorto ministro del Piemonte avesse imparato assai di quanto a quel proposito gli poteva importare.
Questa fiata, arrivato la vigilia a ora tarda, il marchese Ernesto non aveva ancora avuto occasione d’incontrare il Cavour; ma egli sperava di averla quel giorno medesimo ed era deciso di andarla a cercare, perchè gli pareva avere informazioni importantissime da dire al ministro e immaginava che questi, a sua volta, avrebbe avuto grande interessamento ad ascoltarle e fors’anco assai desiderio di comunicare a lui cose di molto rilievo.
Ora intanto ed egli e la moglie erano tutti coll’anima e col cuore alla mesta commemorazione celebrata dai loro amici e congiunti, i Sangré.
Scambiati colla maggior effusione gli affettuosi convenevoli fra i Respetti ed i Valneve, il marchese Ernesto che, allora pure per la prima volta, dopo il suo arrivo a Torino, vedeva il suo giovane protetto Giulio, notò in costui la pallidezza maggiore, l’aria afflitta e contrariata, il turbamento dell’anima cui la ingenua fisonomia del giovanetto non sapeva dissimulare; onde, prendendolo amichevolmente pel braccio e trattolo un poco in disparte, senza che paresse, gli domandò sotto voce:
— Che cos’hai Giulio?... Stai poco bene o ti è capitato qualche dispiacere?
Il giovane cominciò per arrossire fino alla radice de’ capelli e poi rispose con penoso imbarazzo:
— Io no.... non ho niente....
Ernesto Respetti avrebbe forse insistito; ma a salvare il povero Giulio da ulteriore interrogazione, sopraggiunsero in quella Enrico di Valneve e Alfredo di Camporolle.
Il primogenito dei Sangré aveva avuto ragione dicendo che la campagna di Crimea era stata di gran giovamento ad Alfredo, afforzandone la tempra e rinvigorendone le membra. Quel morbosamente delicato che notammo in lui, quando lo vedemmo la prima volta a Bologna innamorarsi dell’avventuriera che doveva essergli tanto fatale, quel femmineo che lo aveva fatto chiamare beffardamente la _ragazza_ dal fu duca di Parma, era affatto sparito da lui. La carnagione gli si era un po’ più abbronzata, i tratti avevano prese linee più precise e ferme, lo sguardo più sicurezza e la fisonomia un’espressione più ardita e virile. Da ciò il suo volto erasi ancora abbellito, e se la Zoe l’avesse visto ora, forse avrebbe trovato anche maggiore in lui quella potenza dello sguardo che le aveva ricordato vivamente un uomo amato e perduto ed era stata la prima cagione della loro attinenza.
Tornato dalla spedizione di Crimea, Alfredo non s’era stabilito subito a Torino, benchè fosse quello il suo massimo desiderio. L’immagine di Albina, si era impressa così fattamente nel cuore di lui, che sempre e nella campagna e poi egli l’aveva presente; ma aveva pur capito che questo suo amore, il quale ingigantiva ogni giorno, così diverso da quello statogli prima ispirato dalla Zoe, non avrebbe potuto avere per allora fortunato successo. La fanciulla era troppo giovane perchè si consentisse già ad accasarla, ed egli era troppo poco noto a lei stessa e alla famiglia per venirne accettato fin da quei punto quale pretendente alla mano di Albina.
Aveva fatto erigere il modesto monumento sulla tomba di sua madre, ma non aveva potuto andarci lui a farlo mettere a posto nè tampoco a vederlo di poi, perchè la polizia parmense l’aveva respinto ai confini e ricordatogli l’intimazione di non introdursi mai più nel territorio del ducato; e s’era dovuto, a sua gran malavoglia, servire per ciò dell’opera di Matteo Arpione che fece eseguire ogni cosa per mezzo dell’Antonia e del Battistino. S’era quindi recato a Lugo, e là aveva rintracciate alcune notizie dei Corina suo padre e suo avo, le quali s’accordavano perfettamente colle informazioni dategli da Matteo. Congiunti suoi, appartenenti alla sua famiglia, amici della medesima neppure, non ve n’esistevano più: ed egli, dopo passato alcun tempo nel suo vasto possedimento da cui prendeva il titolo nobiliare, in una solitudine che gli si fece presto amaramente uggiosa, aveva finito per venirsi a stabilire a Torino, dove il cuore lo spingeva sempre a recarsi, dove da un anno abitava, e introdotto nella migliore e più alta società, erasi fatto intimo amico anche del secondogenito dei Sangré e famigliarissimo di questa nobile famiglia.
V.
Alfredo di Camporolle si avanzò sollecito, colla garbata agiatezza di portamento che ha un gentiluomo avvezzo al lustro dei saloni e al fuoco degli sguardi delle più eleganti assemblee; prima di salutare nessun altro, prima di pur mostrare d’accorgersi della presenza di altri, andò premuroso verso la contessa, ne prese la mano ch’essa gli porgeva e la baciò, con una galanteria piena di reverenza.
— Signora contessa, — diss’egli poi con accento compagno a quell’atto; — le sono riconoscente, proprio dal profondo del cuore, della grazia ch’Ella mi fa di lasciare che anch’io, in questo giorno per loro così sacro, venga a recare il piccolo tributo del mio culto alla memoria di quell’uomo impareggiabile, che s’io non ebbi la fortuna di conoscere di persona, ho pure il bene di poter apprezzare ed ammirare nella famiglia in cui le virtù di lui sopravvivono.
La contessa Adelaide, prima di rispondere, volse uno sguardo al ritratto dell’estinto, come per consultarlo: di mezzo alla cornice dorata, la figura grave e pensosa del fu conte-presidente pareva rivolgere benevola il suo serio sorriso sulla cervice chinata di Alfredo.
— Signor conte, — rispose poi la vedova Sangré, con voce alquanto commossa: — son io anzi che la ringrazio, noi che la dobbiamo ringraziare del suo gentile pensiero. Dicerto tutti quelli che si associano a noi per onorare la memoria di quel caro che abbiamo perduto, possono contare sulla nostra simpatia, sulla nostra gratitudine.
— Ah, signora contessa! — esclamò Alfredo con calore contenuto e con evidente commozione: — che cosa non farei per rendermi degno almeno della prima!
Si volse e si trovò innanzi Ernesto di Valneve, che gli tendeva sorridendo le mani; si abbracciarono come due buoni e amorosi fratelli.
Il marchese Respetti, che nelle sue gite a Torino non aveva ancora mai avuto il caso d’incontrare il Camporolle, domandò piano chi fosse quel giovane al povero Giulio che si mordeva sempre più le labbra e aveva strappati tutti gli altri bottoni dei suoi guanti.
Giulio rispose come se avesse qualche amara medicina in bocca:
— Alfredo di Camporolle, un conte.... di Lugo.
Albina in quel momento rispondeva tranquilla, aggraziata come sempre, gentile al solito, al saluto che le rivolgeva Alfredo commosso.
— E ora, Ernesto, — disse la contessa Adelaide al suo primogenito, — presenta il conte di Camporolle ai nostri buoni cugini.
La presentazione ebbe luogo in tutte forme; ma Alfredo sentì che nessuna corrente di simpatia si stabiliva fra lui e il marchese, e che questi aveva una certa diffidenza e fors’anco un certo mal animo nello sguardo con cui l’osservava.
E ora tutti si sono rivolti al ritratto del morto; la contessa in mezzo nel suo seggiolone, sola seduta, a’ suoi lati, a destra Albina, a sinistra la marchesa Sofia, poi in semicerchio gli uomini, così che Ernesto ed Enrico ai due capi chiudono la piccola schiera.
Succede un momento di silenzio.
È il primogenito dei figli che lo rompe.