Il segreto di Matteo Arpione

Part 19

Chapter 193,826 wordsPublic domain

— Sì, questa sera.... Corro ad avvertire il notaio.... Ad invitare quelli che possiamo desiderare presenti, ci penseranno tua madre e i tuoi fratelli, non è vero?

— E saranno pochi. Desidero che vi sia il minor numero possibile di testimoni....

— Anch’io, anch’io... gl’indifferenti guastano.

— E dopo la parola che ci siamo data, che ci avvince per tutta la vita, avrà acquistata nuova irrevocabilità.

— Per me, non ha bisogno di nessun’altra funzione per essere irrevocabile fin d’ora. Non sai che perdendo te la mia vita era terminata?

— E riacquistandomi?

— Ricomincia più splendida e più bella.

— Sì, splendida e bella per ambedue... Pensare che saremo sempre insieme, sempre l’uno per l’altro, un sol cuore, una sola anima, una sola esistenza! Il tuo pensiero sarà il mio, e i miei desideri saranno i tuoi; non è vero? Sentiremo insieme: tutto quello che commuoverà te si ripercoterà nella tua compagna: sarà una vita addoppiata, doppia ogni gioia, e il dolore, invece, non doppio ma condiviso....

— Dolore! — interruppe Giulio, colla baldanza d’un giovane che vede sorridergli il destino e gli pare impossibile che esso si muti.

— Ma ne avremo noi di dolori?... Sapremo pur che cosa sia il dolore? Come potrà questo penetrare nella cerchia fatata della nostra felicità, in cui sarà mantenuto eterno l’incanto, il sorriso, la luce, dalla forza del nostro amore?

Albina sorrise caramente, ma pure prese un aspetto di gravità gentile.

— Oh! il dolore in questo mondo entra dappertutto: — disse con accento serio; — ma è pur vero che l’amore lo combatterà efficacemente. E io nella durata dell’amor nostro ho piena fede, Giulio.

— Abbila: — esclamò con forza il giovane. — L’ho anch’io. Il nostro amore, vedi, cresciuto con noi nell’infanzia, nell’adolescenza, s’è fatto sangue nostro, nostra natura, parte essenziale del nostro essere più intimo. Io non posso neppur pensare più di vivere senza di esso.

Parlarono ancora a lungo del loro avvenire, fecero disegni, fantasticarono vicende, gioirono in anticipazione col pensiero le più care e modeste consolazioni della famiglia; separandosi Giulio sfiorò colle labbra la fronte alabastrina, purissima della fanciulla. Poi colla contessa Adelaide e con Ernesto si determinò ogni particolare degli sponsali e della celebrazione del matrimonio. Dopo questo, invece del viaggio solito a farsi dal maggior numero, gli sposi sarebbero partiti per la villa dei Sangré.

Quel segreto che Albina non aveva voluto comunicare al suo sposo, perchè non se ne credeva in diritto, appartenendo agli altri, Giulio venne a conoscerlo quel giorno medesimo per opera del marchese Respetti. Questi pensò debito di delicatezza il rivelar tutto al figliuolo del cavaliere Armando; e poichè i denari mandati al giovane erano usciti dallo scrigno di lui Respetti, egli si trovava appunto aver già pagato, senza saperlo, il debito che gli incombeva. Giulio aveva fatto molte difficoltà per decidersi a ritenere quella somma: e vi si era acconciato solamente quando la zia e il cugino Ernesto, alla parola dei quali egli dava un reverente ossequio, gli ebbero affermato che così doveva fare.

Venne intanto quella sera ben augurata, a cui anelavano con tanto desiderio i cuori leali dei due nobili giovani. Benchè pochissimi fossero gli inviti, il salone era illuminato come nelle maggiori occasioni delle più importanti solennità. Albina abbigliata con ricca semplicità di una veste di seta color grigio perla, con una collana a più giri di perle, con perle ai polsi e nei capelli, la cui abbondante massa di un bel biondo cinerino, sotto a quel piovere di calda luce aveva riflessi miti e tinte soavi, era in tutto lo sfoggio della sua eletta, nobile, pura bellezza. Modesta la gioia nel raggio degli occhi cilestrini e profondi, nel sorriso delle labbra piccole e rosate: dignità graziosa, semplice, elegante, piena di naturalezza nell’aspetto, nel contegno, nelle parole, con cui rispondeva ai complimenti, con cui accoglieva regali ed amplessi dei congiunti invitati. Giulio aveva il pallore delle grandi emozioni; si conteneva di tal guisa, ricacciava così nell’intimo la sua gioia, che sembrava quasi freddo e indifferente; ma i suoi occhi non si staccavano dalla leggiadra figura della sposa; la guardava e guardava, le sue pupille balenavano, parevano tremolare per soverchio commovimento.

Quando il notaio ebbe finito di leggere la scritta, Albina, a cui fu presentata la penna, firmò con mano ferma, e poi si volse allo sposo e gli porse a sua volta quella penna medesima con cui essa aveva scritto, accompagnando l’atto con un sorriso lieve, ma in cui Giulio credette in quel punto scorgere a balenare una visione di paradiso. Le due destre dei giovani, sguantate, s’incontrarono, al tocco di quelle fine epidermidi si riscossero ambedue; si sorrisero, arrossirono, e il giovine s’affrettò a sottoscrivere ancor egli. Allora la fanciulla, che aveva seguitato collo sguardo ogni movimento di Giulio, fece un passo verso di lui, e con atto di franca, nobile risolutezza gli tese quella sua mano che era ancor nuda del guanto. Egli la prese colla destra nuda altresì, la strinse, poi la portò alle labbra e vi depose un bacio caldo e rispettoso; poi passò il braccio di lei nella piegatura del suo, e così uniti camminarono in mezzo ai gruppi degl’invitati, ricevendo congratulazioni e complimenti.

Era una bella serata della fine di marzo, e all’aere tepente primaverile si erano aperti il balcone e le finestre che guardavano verso il giardino, perchè quel vasto salone, posto nel centro del palazzo, si estendeva per tutta la larghezza dell’edificio, e aveva da una parte finestre e balconi sulla strada, e dall’altra un lungo balcone e finestre sul giardino. I due sposi, mentre i domestici in gran livrea servivano su vassoi d’argento confetti e gelati, mentre i pochi accolti a testimoniare gli sponsali stavano divisi a gruppi chiaccherando; i due sposi, dico, tenendosi così a braccio, con una ineffabile, dolcissima voluttà, s’avviarono verso il balcone dalla parte del giardino, vi andarono e appoggiatisi alla ringhiera, vicini vicini, stretti l’un all’altro, il cuore innondato di delizia, separati così dall’adunanza, lasciati liberi con affettuosa compiacenza, stettero lì, rapiti, a gustare la immensa loro felicità, senza trovar nemmeno parola da dirsela; ma pure manifestandosela reciprocamente con cara eloquenza, mercè rotte, bisbigliate paroline indifferenti, mercè i sospiri, gli sguardi. La luce rossigna che usciva a onde dal salone, prima di perdersi nelle masse oscure degli alberi fatti neri dalla notte, contornava d’un’aureola infuocata quelle due teste bionde, chinate una verso l’altra, con espressione di infinito amore, di infinita dolcezza, di felicità infinita.

E mentre essi trovavansi sollevati in tanto paradiso, di sotto, quasi ai loro piedi, si rodeva, si tormentava, soffriva orribilmente un infelice piombato a dirittura nell’inferno più crudele del dolore, della disperazione.

XXXVI.

Alfredo era fuggito da quel palazzo in festa, nel quale aveva visto entrare con gioia sì trionfante il suo rivale, ora al colmo di quella felicità che egli aveva tanto desiderata e che già si credeva di avere raggiunta. Ma non erasi di molto allontanato, prima che una forza invisibile lo arrestasse e, riluttante, dopo una breve resistenza, lo trascinasse di bel nuovo alla luce per lui beffarda, oltraggiosa, che raggiava dagli alti finestroni della casa dei Sangrè. Una voglia dissennata, una vera smania da mente impazzita lo assalì: vederla, vedere quella donzella cui da tanti anni egli pure adorava, vedere Albina nello splendore della sua bellezza, nell’irraggiamento della sua gioia, stamparsene ancora una volta nella memoria l’immagine, che pure aveva sì profondo impressa nella mente e nel cuore, per poterla portar seco, lontano, per sempre, là dove sarebbe andato a lasciare estinguere la sua vita di venticinque anni, senza poterla, cogli occhi del corpo, quella cara fanciulla, rivedere più mai.

Stette un poco sulla strada, lo sguardo fisso sulle finestre illuminate, come sbalordito, come in un dolente torpore di cervello; gli sembrò vedere ne’ passeggeri volti di conoscenza che lo guardassero con istupore; trasalì, si levò di là, svoltò la cantonata, s’immerse nell’ombra della strada vicina, in cui radi i lampioni e quasi deserta. Andò, senza proposito determinato, senza quasi accorgersene, lungo le mura del palazzo, poi lungo quello che cingeva l’annesso giardino. Colà era silenzio e tenebre: sola luce quella delle scarse e poche fiammelle di gaz nei lampioni municipali e quella delle stelle nel cielo, solo rumore lo stormire del venticello primaverile in mezzo alle prime fogliuzze e ai fiori degli alberi del giardino. Nell’oscurità della notte, al di sopra delle piante, vedeva per l’aria un rossigno chiarore: era il riflettersi della luce del gran salone. Camminava senza volontà determinata, senza meta, lungo quel muro, e cercava e aspettava, e non sapeva neppur egli che cosa aspettasse e cercasse. Il caso sembrò venire in aiuto alla sua incertezza; trovò a un punto nel muro di cinta una porticina coll’uscio aperto, forse per oblio del giardiniere, non esitò neppur un momentino, entrò, e a passi sospesi e guardinghi si avviò verso il palazzo, da cui veniva, a guidarlo, quel bagliore di luce.

Giunse così, inavvertito, fin dinanzi al lungo balcone della gran sala, e là, dietro una macchia piuttosto folta di piante sempre verdi, s’appostò, s’appiattò, gli sguardi sempre fissi a quelle ampie aperture, traverso cui vedeva lo splendore de’ candelabri, la seta degli arazzi, le frange e i ricami delle tende, le ombre dei raccolti andare e venire. Trasalì più volte, scorgendo passare una figura alta e sottile di donna, vedendo disegnarsi sul fondo chiaro e sparire le linee flessuose d’un bel corpo femminile, udendo il fruscio d’una veste di seta. Finalmente due figure si staccarono in nero dall’ambiente infuocato del salone e s’avanzarono nella penombra del poggiolo sulla cui ringhiera vennero ad appoggiarsi. Alfredo sentì un freddo di terzana corrergli per le vene, e poi subito una vampa di fuoco salirgli alla testa. Erano essi, gli sposi: era lei, colla sua grazia, colla malìa del suo portamento, collo splendore divino de’ suoi occhi cilestri. Come gli parve ancor più bella, ancora più nobile, ancora più sublime, di quanto l’avesse vista mai, egli che pure aveva sempre visto in quella leggiadria di fanciulla tutto quanto vi poteva essere di più bello, di più nobile, di più sublime al mondo! Vedendole al fianco lo sposo, a cui essa sorrideva, che raggiava da tutto l’aspetto la gioia superba, ineffabile d’un supremo trionfo, sì, l’invidia lo morse, ma più ancora il dolore. Eccogli dinanzi la meta più alta e più cara a cui egli aveva agognato: grandezza, elevatezza, felicità umana erano per lui tutte incarnate in quella dominatrice, virtuosa, intelligente bellezza di vergine. Era stata una temerità in lui lo aspirarvi; lui nato nel fango, così lontano da quella stella del cielo. Un altro la otteneva, un altro la doveva possedere, ed egli sparire dalla sfera in cui ella splendeva; sparire nell’oscurità, nella bassezza del volgo, onde non avrebbe dovuto uscir mai.

La guardava e soffriva; la guardava, guardava, e lagrime silenziose gli colavano giù per le guancie. Era certo l’ultima volta che la vedeva. Addio, con quella bella persona, addio sogni di grandezza e di onore, addio febbri di entusiasmo, addio per sempre o amore! E tuttavia nella dolorosa stretta di quei momenti, pur sotto il morso della gelosia, dell’invidia, dell’acre passione, egli sentiva che nel suo petto c’era valore, nel suo cervello pensieri, nel cuore ispirazioni, e ispirazioni non indegne di lei. Era nato di plebe, era sangue d’un abbietto, eppure osava dire a sè stesso l’anima sua non impari a qualunque di più titolato. Ma che giovava ciò? Albina Sangré di Valneve mai non avrebbe amato il figliuolo dell’usuraio!

Gli sposi, chinati sempre più l’uno verso l’altro, le braccia intrecciate, i capelli biondi che si toccavano, che si frammischiavano, che si accarezzavano quasi, gli occhi negli occhi, si sussurravano parolette, si sorridevano seriamente. Qualcheduno degli invitati era andato al pianoforte e suonava con maestria e sentimento la romanza del tenore nella _Contessa d’Amalfi_ del Petrella; quelle note di melodia amorosa e soave si diffondevano dolcemente per la notte, parevano avvolgere come una carezza le teste dei due sposi, farci intorno un’aureola di tenerezza e di voluttà e andare a morire, come un sospiro amoroso nei recessi del giardino. Alfredo sentiva ancora egli invadersi da un languore, da una specie di dolcezza che pur gli era un tormento. Il corpo debole per le veglie, pel digiuno, lo spirito affranto dalle torture e dagli spasimi sofferti lo facevano acconcio alle allucinazioni: sotto l’impressione di quella musica ebbe come un vaneggiamento, come un sogno da sveglio. Era lui lo sposo, era lui che doveva essere là su quel balcone al fianco di quella bella visione d’angelo, era lui che quella fanciulla splendente di perle credeva d’aver vicino ed a cui voleva sorridere. Una malìa lo teneva lì inchiodato e aveva dato ad un altro il posto che a lui spettava; ma a momenti quell’incanto sarebbe stato rotto, al seno di lui fremente si sarebbe slanciata la amorosa fanciulla, intorno al suo capo avrebbe spirato quell’alito d’amore. La musica si faceva sempre più dolce, sempre più appassionata; egli tese le braccia verso quell’apparizione, volle mandare un grido di richiamo, di protesta, d’amore, dirle: «son qui io; sono io il tuo sposo;» ma per fortuna le fauci contratte non lasciarono uscire la voce.

Anche i due amanti, anche i due felici fidanzati, vinceva il languore della tenerezza tramandato da quella soavità di suoni; le ciocche dei capelli della fronte si confusero vieppiù insieme, un più vivo balenìo corse nelle pupille e due labbra tremanti si posarono sopra una guancia morbida come il velluto.

Allora un rantolo potè uscire dalla gola di Alfredo e i cespugli s’agitarono sotto la stretta delle sue mani contratte. I due giovani sul balcone si riscossero al rumore, interrogarono collo sguardo l’oscurità del giardino, nulla videro nè avvertirono, ma tuttavia entrarono solleciti nel salone.

Quando Alfredo si ridusse a casa, era già verso il mattino: dove avesse girato fino a quell’ora, dopo uscito di furia dal giardino Sangré, egli non lo avrebbe saputo dire a niun modo. Aveva la sembianza d’uno spettro più che d’un uomo. Suo padre, che lo aveva aspettato con un’ansia che è più facile immaginare che descrivere, ne fu spaventato. Ma egli non tollerò domande, nè preghiere, nè consigli, nè le più semplici osservazioni. Disse a Matteo che avrebbegli parlato fra poco per definire i loro reciproci rapporti, e si chiuse in camera, dove stette parecchie ore. Finalmente chiamò a sè il padre e per prima cosa gli domandò:

— Voi avete continuato ad avere relazioni o almeno corrispondenza con vostro nipote e mio cugino Pietro?

— Pietro?.... Che Pietro? — interrogò di rimando l’Arpione, che non s’aspettava simile richiesta.

— Pietro Carra, — rispose freddamente Alfredo, — il figliuolo della sorella di mia madre, quello che compì il delitto che avevo pensato io pure...

— Eh via! — interruppe il vecchio: — colui non è più nulla nè per me, nè tanto meno per te...

— Voi potete pensarla così... e la pensate male: — disse il figliuolo con una certa severità: — io la penso diversamente. Quell’uomo che fu l’assassino del duca, e quella disgraziata ballerina che fu la ganza del duca medesimo, sono... dopo di voi... i soli parenti che mi rimangono. È naturale, è mio dovere che io mi interessi delle cose loro.

Matteo curvò il capo e non rispose: non trovava parole da dire. Alfredo continuava:

— Della ballerina m’importa poco; ma le venture del cugino Pietro mi piacerebbe conoscerle. Egli è partito per l’America, non è vero?

— Sì.

— E di là scrisse al governo di Parma, rivelandosi reo, perchè si cessasse dal tormentare degli innocenti per iscoprire il colpevole?

— Sì.

— E voi, suo zio, lo lasciaste partire senz’aiuto, e non gli veniste mai in soccorso colaggiù?

— Io ho fatto per lui quel che dovevo, e più di quel che dovevo: — rispose vivamente il vecchio. — A me egli raccomandò la sua famiglia prima di partire, io ho provveduto ad ogni bisogno di essa... Quando poi Pietro si fu trovato colà non solamente di che vivere, ma di che mantenere con onore tutti i suoi, sono stato io che ho fatto partire moglie e figliuoli per andarlo a raggiungere...

— Dunque ne riceveste delle lettere?

— Sicuro!

— E ne avete il ricapito.

— L’avevo: ma dopo che la famiglia fu arrivata sana e salva ad unirsi con lui, ed egli me ne scrisse l’annunzio, nè egli si fece mai più vivo, nè io ebbi occasione di scrivergli, e non so più che sia di lui, nè se continui a trovarsi dov’era.

— Voi le avete ancora le lettere che egli vi ha scritte?

— Sì.

— Me le lascierete vedere.

— Volentieri... Ma che vuoi farne? Qual proposito è il tuo?... Sarebbe forse quello di andartene anche tu in quei lontani paesi?

— Chi sa!.... Forse!...

— Ma tu non hai per nessun modo bisogno di colui. Te l’ho già detto anch’io. Sì, sarà buon partito lo andarsene: e non occorrerebbe neppure correre tanto lontano. Io ti aveva suggerito la Francia, l’Inghilterra, la Germania... Ma se ti piace di più lo allontanarti fino nel nuovo mondo, sia pure: già colle tue ricchezze potrai vivere bene in qualunque paese.

Alfredo ebbe un leggero sussulto.

— Le mie ricchezze: — interruppe con accento brusco. — Io non ho ricchezze. Tutte quelle che avete raccolte sono vostre, di voi solo...

— Ma no! ma no! — gridò il padre, quasi spaventato. — Te l’ho detto: io ho fatto tutto per te...

— Mi lasciereste dunque disporre liberamente di quelle sostanze che ora figurano di appartenere ad Alfredo Corina?

— Ma sì: Ma sì!

— In qualunque modo che a me piacesse?

— Affatto, affatto.

— Ebbene, sentite quello che ho determinato di farne.

XXXVII.

Quella mattina, verso le dieci, il Conte Ernesto Sangré di Valneve riceveva la lettera seguente:

«Signore,

»Ho pensato maturamente: una veglia angosciosa ha portato consiglio alla mia ragione fieramente turbata. E che avesse da turbarsi la più solida ragione per l’accavallarsi di sventure e dolori che mi precipitarono addosso ad un tratto, Vossignoria lo vorrà, spero, riconoscere. Il mio sdegno, anche contro il destino che mi percosse innocente, anche contro di Lei, che dopo flagellata colle parole l’anima mia, macchiò la sua arma d’un sangue che per me, ad ogni modo, dev’essere sacro e prezioso; il mio sdegno è passato; non rimane che l’amarezza... e l’onta.

»Confesso che Ella ebbe impulso quasi irresistibile alla violenza coll’armi, dalla violenza cieca del mio atto da dissennato; riconosco che fu involontario il suo ferire un vecchio inerme; e riconosco pure che fu atto di generosità in Lei il dimenticare a un tratto chi sono e qual sono per innalzarmi fino a suo uguale un momento e giuocar meco la partita della morte; riconosca e confessi Lei pure che le sue oltraggiose parole non potevano a meno di far ribollire il sangue d’un figlio.

»Ora, la ringrazio di codesto suo atto di generosità, ma, come ho già dichiarato a quei signori ufficiali, che dietro sua intromissione vennero gentilmente da me per assumere l’ufficio di padrini, non intendo approfittarne.

»Che si sparga il mio od il sangue di Lei, a che cosa ciò rimedierebbe? Non aggiungeremmo che una sventura di più e un rimorso per uno di noi. Ho finito per accorgermi che v’è un altro e miglior divisamento da scegliere per me. Parto... sparisco dalla sua città, signor conte, dal suo mondo, e così lo possa io pure dalla sua memoria, per sempre. Dove io vada, che cosa sarà di me, a Lei non importa saperlo e non lo so nemmeno io stesso.

»Una cosa ancora ci tengo soltanto ad affermarle, ed affermarle con giuramento solenne, come farebbe un moribondo all’agonia, quando si sente già premere sull’anima il peso enorme dell’infinito e non si può e non si sa mentire.

»Di tutto il male che si fece per me, in mio vantaggio, io non ne ho saputo nulla mai. Della ridicola, assurda, ingannevole commedia che mi si fece rappresentare, io non ebbi pur mai il menomo sospetto; recitai in buona fede la parte e mi pensai sempre nel vero. Ahimè, codesto male, per quanto io lo deplori, non posso ripararlo; ma posso e debbo espiare falli non miei, ma per me compiti. Al vecchio che riman solo, il non rivedere mai più il figliuolo per cui ha errato così sventuratamente, sarà espiazione eziandio. Parto, non mi maledicano, mi dimentichino.

»ALFREDO.»

Il conte Sangré lesse questa lettera non senza qualche commozione. All’innocenza del giovane egli credeva già, ora ne fu certo. Lesse in famiglia quell’ultimo addio dell’infelice e fu in tutti per esso un pietoso compianto.

Da quel giorno diffatti quegli che tutti avevano conosciuto pel conte Alfredo di Camporolle sparì da Torino e non fu più visto da nessuno. Si seppe ch’egli era partito per Lugo. Un gran discorrere si fece per alcuni giorni di lui, delle sue avventure, della sua partenza, per tutti i salotti anche della società più elegante, per tutti i caffè di Torino, nei _clubs_ e in ogni adunanza di sfaccendati. Si cercava, per ispirito di curiosità punto benevola, dell’Arpione: e l’odio che questi aveva ammucchiato su di sè scoppiava violento nei commenti maligni e nell’oltraggiosa esultanza della gente che diceva scoperta finalmente e svergognata l’impostura. Si parlò perfino di processo; ma il fisco non credette averci gli elementi, e il conte Ernesto Sangrè si adoperò molto perchè non si facesse, in considerazione non del vecchio usuraio, ma del figliuolo innocente. Del resto il misero Matteo non aveva bisogno dell’azione della giustizia umana per essere severamente punito; il destino, la Provvidenza l’aveva percosso col maggior rigore possibile.

Chi vedeva allora il padre d’Alfredo non poteva a meno di sentirne compassione. La sua aria di apatica durezza, quell’indifferenza incommovibile, di cui egli si era fatta un’arma e una maschera, quella ch’egli era riuscito a imporsi e che poteva proprio dirsi faccia di bronzo, non esisteva più affatto, come caduta a pezzi, per lasciare scorgere di dietro la vera faccia, quella d’un uomo colpito da un inconsolabile dolore, improntata dai segni più profondi dello spasimo e della disperazione. Se prima egli aveva tale aspetto che qualunque sarebbe stato imbarazzato a dirne l’età, ora appariva decrepito: il corpo gli si era incurvato, gli occhi vieppiù infossati e circondati di quel rosso che lasciano le lagrime dopo che sono state tutte spremute, le labbra divenute floscie, pendenti, livide; dalle gnancie avvizzite erano saltati fuori vieppiù gli sporgenti zigomi; avresti detto che toccava i cent’anni.

Quanto aveva pianto! Egli che da tanti, tanti anni non aveva più versato una lagrima, da quando aveva visto calar nella fossa la salma dell’unica donna che avesse amata. Chi l’avesse visto quella sera in cui Alfredo era partito! Per decidersi a lasciarlo, per acconsentire a quanto il figliuolo aveva determinato, egli aveva dovuto rinnegare tutto il suo passato, veder distrutta interamente la sua opera, fatti inutili tutti i suoi travagli, tutti i sacrifizi. Aveva supplicato Alfredo di lasciarsi seguitare da lui, come da un cane fedele; ma il giovane non aveva ceduto per nessuna preghiera. Non aveva manco voluto che lo accompagnasse alla stazione della via ferrata donde egli partì per un treno notturno, miseramente vestito, celandosi il viso, con un biglietto di terza classe. Nell’addio, il vecchio, a manifestare la sua disperazione, non potè nemmeno trovare parola; balbettò, finì per gettarsi in ginocchio ai piedi del figlio, e scoppiò in pianto, gridando in mezzo ai singhiozzi con voce strozzata:

— Perdono!... Perdono!