Part 10
Matteo Arpione era lieto e trionfante della riuscita di quello spediente che aveva pensato e messo in opera. Grazie alle sue accontagioni con Tommaso che aveva trovato modo di rendere quotidiane, egli sapeva tutto quello che avveniva al palazzo Sangré, e riteneva quindi per cosa sicura che Alfredo di Camporolle si sentisse ora l’uomo più felice del mondo. Non fu quindi poca la sua meraviglia, quando, osservatolo bene di nascosto, come da lungo tempo soleva, vide sulla fronte del giovane una nube di inquieta preoccupazione, nella fisonomia una certa amara tristezza che mal s’addicevano con quell’interna gioia che il vecchio supponeva dovesse possedere il cuore del suo protetto. Gli era che Alfredo, coll’acume che attingeva alla forza e alta delicatezza della propria passione, penetrava nel cuore della fidanzata e ci sentiva non esservi per lui scintilla di amore; tutt’altra cagione da questa esser quella che l’aveva fatta accondiscendere alle nozze con lui, e se ne crucciava, e se ne trovava umiliato, e si rodeva di conoscere qual si fosse tale ragione; e soffriva nella lotta che aveva luogo in lui fra l’amore che voleva farlo lieto del possesso della vergine amata, in qualunque modo questo possesso gli venisse, e un sentimento di dignità, di nobile orgoglio che gli diceva suo dovere di non accettare quella mano se non l’amore, ma qualche forza estrinseca costringesse Albina a dargliela. Ma qual poteva essere la forza nascosta che ve la spingeva? Egli non sapeva affatto immaginarla. Se avesse potuto parlare con tutta libertà alla ragazza, gli sembrava che avrebbe avuto il coraggio d’interrogarla, di scenderle nel cuore, dì ottenere supplicando ch’ella vi ci lasciasse penetrare a scrutare lo sguardo di chi doveva pur esserle congiunto per tutta la vita; ma un momento di completa libertà mai non era lasciato ai due sposi. Una volta sola egli aveva potuto toccare di quest’argomento, volgendo ad Albina parole che ella sola sentiva.
— Signorina: — disse Alfredo a bassa voce: — non le pare che io meriti la gioia ineffabile di udire da Lei, proprio da Lei, proprio dalle sue labbra, ch’ella associa volonterosa il suo destino al mio?
La fanciulla lo guardò freddamente.
— Gliel’ho già detto, — rispose; — e glielo dice più chiaro ancora il fatto medesimo.
— Ah! me lo dice così asciuttamente?
Essa ebbe una mossa come d’alterezza che s’inalbera.
— Non saprei dirglielo di meglio, — interruppe con un misto di leggera impazienza e di orgoglio.
— Perdono! — esclamò lui, non senza turbamento, — sono forse troppo audace; ma Ella deve pur comprendere come il mio tanto amore desideri la sua felicità solamente dal sincero e libero di lei volere, non da nessun altro motivo estraneo che possa influire sulle determinazioni di Lei....
Albina interruppe sollecita e quasi con una specie di sgomento.
— Ma no, signore.... nessun motivo estraneo.... Io sono affatto libera della mia volontà.... e sono i miei congiunti che acconsentono a secondarla.
La signora Giustina rientrava in quel punto e riprendeva il suo posto presso la ragazza, e il colloquio rimaneva troncato senza che più si presentasse opportunità di riprenderlo.
Ma, tornando a Matteo Arpione, questi alquanto inquieto di quelle ombre di melanconia che aveva scorto sul volto di Alfredo, stava studiando il modo di venire in chiaro delle cause di ciò per mezzo del buon vecchio Tommaso, allorchè ricevette dalla contessina le poche parole con cui lo chiamava sollecitamente a sè, ed egli s’affrettò a rendersi all’invito.
Albina lo accolse fiera e severa.
— Voi m’imponeste un giuramento che mi darà la sventura di tutta la vita: — gli disse. — Ma dovete pure sentir l’obbligo di sciogliermi da esso, quando si scoprano tali fatti che rendano, non dirò più gravoso, ma addirittura impossibile il sacrificio a cui mi volete costringere.
L’usuraio ebbe negli occhi un lampo di minacciosa malevolenza.
— Vuol dire, — rispose amaramente, — che la signora contessina pensa di non più mantenere l’impegno giurato.
— No signore, — ribattè con isdegnosa vivacità la fanciulla: — non vuol dir questo, nè voi che ci conoscete potete pur pensarlo. Vi ripeto che quanto voi siete venuto a chiedermi diventa assolutamente impossibile.
— Perchè?
— Vi par egli possibile che una contessa Sangré di Valneve dia la mano a un tale.... il cui onore, per dir poco, è soggetto ad essere contestato?
Arpione trasalì vivamente e un rosso cupo gli salì alle terree guancie.
— Chi glie lo contesta? — domandò con voce in cui vibrava la collera più fiera.
— Quelli che conoscono il suo passato: — rispose superbamente la contessina. — Gli contestano prima di tutto il nome che porta, gli contestano la onorata origine delle ricchezze che possiede....
A Matteo era sparito il rosso dalle guancie: era diventato giallo.
— Chi osa dire codeste infamie? interruppe gridando. — Sono scellerate menzogne, vili calunnie....
La contessina con isdegnosa alterezza fece un atto colla mano a troncare le parole in bocca a Matteo.
— Un marchese Respetti-Landeri, — disse nobilmente, — non calunnia, non mentisce....
— Ah! è il marchese? — disse coi denti stretti l’Arpione entro le cui fosche pupille affondate corse di nuovo e più vivo quel lampo d’odio e di rabbia.
— Il quale ha ripetuto innanzi a mia madre, a mio fratello Enrico ed a me, quanto apprese dal conte Cavour medesimo.
Una contrazione di vero dolore sconvolse un momento la faccia di solito così apatica di Matteo.
— Il conte Cavour! — ripetè smarrito.
— E non solamente quel che già vi ho accennato: ma altro ancora e assai peggio.
Disse succintamente dell’umiliazione subita da Alfredo per la prepotenza del duca di Parma, delle rivelazioni fatte alla polizia; il vecchio mandò un grido soffocato, proprio come se lo avessero trafitto con un pugnale.
— Accusano lui! — esclamò affannosamente. — Accusano lui!... Ma egli non ne seppe nulla, non sa nulla ancora.... sono stato io che volevo impedire il duello del conte Ernesto perchè mi stava a cuore di rendere un servizio al conte-presidente; io che ho voluto ad ogni costo salvare il conte Alfredo dal pericolo che gli vedevo soprastare....
— I fatti sono dunque veri, — soggiunse la contessina: — e voi credete ancora possibile che io sposi l’uomo sul conto del quale corrono simili accuse?
— Ma egli è innocente!...
— E come lo proverà?
— Io, io stesso proclamerò il vero accusandomi.
— E chi vi crederà? E quando vi si domanderà per quali legami siete avvinto a quel signore da fare di vostro capo, senza ch’egli pur lo sappia, tutto quello che fate in suo vantaggio, che cosa risponderete?
Matteo curvò il capo e tacque.
— Voi vedete adunque, — ripigliò la fanciulla con una certa autorità, — che quello a cui mi avete forzata ad acconsentire, non può più aver luogo e che siete nello stretto obbligo di liberarmi dalla mia promessa.
Il vecchio scosse risolutamente la testa in atto di energica negativa, ma non apri bocca.
Albina continuava, dando un po’ di dolcezza al suo accento fin allora superbo:
— Dicevate adess’adesso che vi stava a cuore di rendere servizio al conte mio padre. Ogni memoria dunque di quello che a lui dovevate non è spenta ancora in voi?
— Oh no, signorina.
— Un po’ di gratitudine vi sta nel cuore?
— Sì.
— E voi siete pure stato cagione a lui di non pochi e non lievi dispiaceri!
Il vecchio curvò di nuovo il capo e non rispose.
— Ebbene, invoco codesta memoria de’ suoi benefici per voi; — aggiunse con maggior calore nell’accento la nobile fanciulla; — invoco il sentimento di gratitudine che affermate di avere, il rimorso che dovete pur provare d’avergli amareggiato alcuni momenti dell’esistenza; non vogliate costringere la figliuola del vostro benefattore a sposare tale che non ama, che non potrà forse stimare....
Matteo fece un energico atto di protesta.
— Domandatemi qualunque compenso per quella carta che m’avete venduta, vi prometto che l’avrete.... ma liberatemi dal mio giuramento.
L’usuraio alzò il capo vivamente, e con forza quasi rabbiosa, gridò:
— No, mai!
La contessina s’accostò d’un passò al vecchio, e accrescendo ancora la dolcezza del suo accento così da renderla quasi supplichevole, soggiunse:
— Voi mi avete pur vista bambina... mi avete dimostrato parecchie volte un affettuoso interessamento: una fra le altre... me ne ricordo... in giardino, dove m’incontraste sola per caso... l’aia era rimasta indietro e io correvo col mio cerchio... avevo da sette anni... voi eravate seduto sopra la panca in fondo in fondo al viale e contemplavate qualche cosa... un piccolo dipinto cerchiato d’oro che stringevate con tutte due le mani... c’era la figura d’un bambino, d’un bel bambino....
— O che memoria ha Vossignoria! — esclamò Matteo quasi commosso e con una nuova luce negli occhi che pareva di lieto intenerimento.
— Io vi giunsi addosso all’improvviso senza che voi mi sentiste o vedeste. — Che cos’è che guardi Matteo con tanta attenzione? — vi dissi: — Lasciami vedere anche a me. — Voi dapprima faceste per nascondere quel medaglione, poi cambiaste avviso e me lo mostraste — Guardi contessina, — mi diceste: — non è vero che questo è un bel ragazzo?
— Che memoria! che memoria! — esclamava Matteo sempre più commosso. — E se ne ricorda ancora di quella figurina? Lei pure l’ha trovato bellissimo quel fanciullo.
— Di ciò non mi ricordo più; ma mi ricordo che voi dopo mi prendeste sulle vostre ginocchia, mi diceste amorevoli parole, mi accarezzaste i capelli e finiste per darmi un bacio sulla fronte....
— È vero, è vero!... Io amava tanto i bambini! Ognuno che vedessi m’inteneriva il cuore... E Lei era già fin d’allora così leggiadra e così carina!
— In quel punto sopraggiunse la mia governante, e visto il vostro atto ve ne fece severi rimproveri e minacciò dir tutto a mio padre e a mia madre...
— I quali certo mi avrebbero scacciato per la temerità di quel mio atto troppo famigliare.
— Io medesima pregai l’aia che tacesse...
— Sì, contessina, me ne ricordo: e glie ne fui grato...
— Ebbene, per quella memoria, per quella riconoscenza che m’affermate, per quell’affezione che avevate per me, ora vi domando... — esitò un momentino, poi soggiunse con voce più bassa e con qualche sforzo: — vi prego....
Matteo la interruppe con una certa agitazione e turbamento:
— No, no, contessina, è inutile, non voglia insistere; ciò che voglio, quello che le ho detto, veda, bisogna che sia ad ogni modo.. Si mettesse anche in ginocchio ai miei piedi, Lei signorina... e perfino la signora contessa Adelaide e tutti quelli della sua famiglia a supplicarmi... venisse pure dall’altro mondo il conte-presidente medesimo... nulla ci farebbe; direi sempre no, e no.... e questo matrimonio s’ha da fare.
Albina si drizzò fieramente della persona, si tirò indietro d’un passo, l’orgoglio ferito le mandò di nuovo una lieve tinta rosata alle guancie e dando al suo mite, benevolo sguardo un’espressione di superbo disdegno, pronunziò a mezze labbra:
— È molto strano tanto vostro interessamento per quel signore!
L’Arpione ebbe un lampo nelle fosche pupille, fece una mossa, come di chi, sentendosi assalire, si prepara a vigorosa difesa e rispose asciutto, insolente:
— Strano o no, esso esiste davvero, e poichè ha buoni mezzi in mano la vincerà ad ogni costo.
— Chi sa! — esclamò la giovinetta, per impulso subitaneo dell’istinto, per improvvisa, impensata ispirazione d’un presentimento.
L’usuraio balzò con un guizzo presso presso alla fanciulla; i suoi occhi scintillavano come due carboni accesi su cui si soffia; tutte le infinite minutissime rughe del suo volto s’agitatavano in un fremito, la voce gli tremava:
— Come! — gridò: — perchè ho avuto la dabbenaggine di lasciare nelle sue mani quella carta, Ella ne abuserebbe?...
La contessina gli troncò la parola con un grido d’indignazione.
— Miserabile! — esclamò, coprendolo con uno sguardo di sommo disprezzo, — di che cosa ardite sospettare una Sangré?
Matteo chinò gli occhi e il capo innanzi a quello sguardo che lo fulminava.
— Oh no.... non dico... — balbettò confuso; — non voglio dire... mi perdoni....
Albina si coprì colle mani la faccia.
— E io, — disse, come a sè stessa, — io sono discesa perfino a pregarlo, costui!
Risollevò il capo con tutta la fierezza della sua razza, e disse coll’imponenza che potrebbe avere una regina:
— Non ho più nulla da dirvi. Uscite!
L’Arpione s’inchinò basso basso e andò quasi strisciando fino all’uscio; colà impugnò la maniglia della serratura, socchiuse il battente, e sul punto di varcare la soglia, voltosi alla nobile giovinetta, fece come i Parti fuggenti e lanciò un’ultima frecciata:
— Conto dunque sempre sul suo giuramento!
E sparì.
XXII.
La signora Giustina, interrogata con insistente destrezza dal marchese Respetti, non istette gran tempo a dire tutta la verità di ciò che le era occorso in quegli ultimi giorni: come Matteo Arpione l’avesse accostata una mattina in chiesa, le avesse dato un biglietto per la contessina, raccomandandole il più scrupoloso segreto, come dopo questo la signorina avesse acconsentito a ricevere ad insaputa della famiglia quell’usuraio e come fosse in seguito del colloquio avvenuto che essa aveva manifestato quelle nuove intenzioni che tanto avevano meravigliato ed afflitto i suoi congiunti.
Fu chiaro per tutti che la condotta d’Albina doveva tutta accagionarsi all’opera di Matteo; ma in che modo egli avesse potuto ottenere tutto questo, nessuno sapeva immaginare. Com’era naturale, si pensò subito a interrogare Albina medesima e la madre mandò per essa. Si seppe che giusto allora la giovanetta aveva avuto un nuovo abboccamento con Matteo, ch’ella stessa questa volta aveva mandato a chiamare...
La fanciulla venne presso alla madre senza indugio; ma era ancora tutta commossa e turbata pel dialogo avuto allor’allora coll’usuraio. Non fu possibile cavarle di bocca il segreto. Ella ammise di avere avuti coll’Arpione quei segreti colloqui; non negò che essi avessero attinenza colla risoluzione da lei presa; ma stette sempre ferma nel dire che non poteva soggiunger altro, che era solennemente impegnata, e che nulla poteva più rifarla libera. Si ritrasse sfinita, afflitta più che mai, dolorante, con una amarezza nell’anima che quasi era una disperazione, ma tenendo inviolato quel segreto, la cui conoscenza, ella era troppo persuasa, alla madre sarebbe quasi un colpo mortale.
Al marchese era venuto sulle labbra più volte alcun cenno intorno a quella somma che egli era persuaso essere stata mandata da Albina a Giulio, tanto per vedere se fra quei due fatti vi fosse un’attinenza com’egli pur sospettava, senza però saperne immaginare una ragione; ma sempre se n’era trattenuto, perchè la moglie nel far la confidenza avevagli pure imposta la condizione di non dir nulla mai.
Se Albina era così ostinata nel suo silenzio, non rimaneva altro mezzo per tentare di penetrare questo mistero fuor quello di rivolgersi direttamente all’Arpione; ed Ernesto Respetti si prese lui questo compito.
Egli stava pensando la maniera migliore per avere coll’usuraio il desiderato colloquio, senza suscitarne le diffidenze e senza dargli troppa importanza, quando la sera di quel medesimo giorno, tornando alla locanda per desinare, seppe che durante la sua assenza, in una sola ora, un vecchio era venuto già tre o quattro volte per parlargli, mostrando molta premura, molta ansietà, e dicendo che alle sei in punto, l’ora precisa del pranzo, sarebbe tornato. Ed ecco in quella che il cameriere faceva al marchese questa ambasciata, presentarsi a capo della scala il vecchio medesimo: era Matteo Arpione.
Respetti frenò un movimento di lieta sorpresa, e con maniere asciutte e superbe accolse l’usuraio e gli accordò il colloquio che egli chiedeva. Matteo era agitato assai, il terreo della sua faccia era diventato giallastro, gli occhietti affondati giravano smarriti, la voce era affannosa e tremante. La sorte voleva favorire, nell’ufficio che aveva assunto, il marchese: erano successi avvenimenti che, mentre l’Arpione credeva di poter venire a dettare la legge anche al marchese, lo conducevano a darglisi, contro la sua aspettazione, in piena balìa.
Uscito dal colloquio colla contessina, Matteo Arpione sentiva una rabbia intensa contro il marchese Respetti. Era lui che aveva scovato fuori tutte quelle accuse contro Alfredo, nelle quali il fondamento che c’era di verità dava credibilità anche alle parti false e calunniose; era lui che si dichiarava così il più aspro e potente nemico del giovane Camporolle e ne faceva pericolare la felicità e ne comprometteva l’avvenire.
— Io potrei pure imporgli silenzio, — pensava il vecchio usuraio, — io potrei averlo a mia discrezione e costringerlo a ciò che voglio io,... Sì, andrò a comandargli cessi dall’osteggiare Alfredo, dal muovere ostacoli al suo matrimonio, anzi lo favorisca ed aiuti; e mi obbedirà, ne son certo.
Ma cambiava ben tosto d’avviso.
— No, no, — diceva, — la contessina non può mancare alla sua parola per quanto si faccia.... Suscitare nuovi incidenti è pericoloso.... Avrò sempre tempo in un estremo bisogno di ricorrere a questo mezzo estremo.
E determinava così di non tentar nulla per intanto col marchese Respetti; ma non era trascorsa un’ora che doveva cambiare totalmente d’avviso, e si persuadeva essere della maggior premura l’agire e vigorosamente sul cugino dei Sangré.
Egli incontrava Tommaso, il quale tutto sconvolto gli apprendeva che poco prima, dietro un vivo alterco, avvenuto tra loro al _Club del Whist_, il conte di Camporolle ed il cavaliere Enrico si erano sfidati e dovevano battersi; egli non sapeva bene quando, ma certo quanto prima e probabilmente la mattina del giorno prossimo. Matteo, spaventato, smarrito, si metteva subito in traccia di informazioni ed apprendeva sollecito quella esser proprio la verità.
La disgrazia aveva voluto che i due giovani si trovassero faccia a faccia nel _Club_. Era l’ora in cui le sale avevano gente; ed era gremita addirittura la sala dove si leggevano i giornali, nella quale stava appunto Enrico di Valneve chiaccherando con un gruppo di giovani compagni, quando Alfredo di Camporolle sopraggiunse.
Com’era naturale, il fidanzato d’Albina, salutato qua e là alcuno dei presenti, appena vide Enrico si diresse alla volta di lui e accostò quel gruppo con un amichevole sorriso sulle labbra e la destra tesa; gli altri corrisposero al famigliare saluto di Camporolle e gli strinsero la mano, Enrico ebbe una mossa fieramente disdegnosa del capo sviando gli occhi dal nuovo venuto, e, mentre questi gli porgeva la mano, voltò bruscamente le spalle.
Alfredo rimase lì interito un momento, la mano tesa, le labbra aperte, un lieve pallore sulle guancie; tutti i presenti si guardarono stupiti, impacciati, con qualche rincrescimento; capivano che un deplorevole incidente stava per aver luogo, del quale sarebbero poco liete le conseguenze.
— Enrico: — disse dopo un poco il Camporolle, dominando la sua emozione: — mi permetterai di farti osservare che io ti ho salutato e pôrta la mano.
Il fratello d’Albina volse così un poco il capo verso chi gli aveva parlato, e senza guardarlo, di sopra la spalla gli gettò queste parole di cui l’accento era ancora più disdegnoso della sostanza:
— E io le farò osservare che io non sono semplicemente Enrico, ma il cavaliere Sangré di Valneve, e che non uso dar la mano a qualunque persona mi venga innanzi.
Alfredo trasalì; un vivo rossore gli corse al volto, fino alla radice de’ capelli; parve sul punto di prorompere in chi sa quali furibonde parole, ma si frenò, si ritrasse d’un passo, si passò una mano sulla fronte, si guardò d’attorno con aria attonita, come per chiedere testimonianza alle cose e alle persone presenti, se era proprio cosa reale quel che gli capitava.
Enrico aveva pronunziato forte queste parole, e tutti nella sala le avevano sentite; s’era interrotta la lettura dei giornali, ogni sguardo s’era rivolto a quel gruppo in cui i due giovani stavano in faccia; regnò un perfetto silenzio pieno d’inquieta aspettazione.
— Signor cavaliere Enrico Sangré di Valneve, — disse Alfredo con voce sicura, ma in cui vibrava pure un’intima commozione: — questo è un gratuito oltraggio ch’Ella fa al conte Alfredo Corina di Camporolle; e questi ha il diritto di domandargliene spiegazione e ragione.
Un lieve mormorìo dei presenti indicò che gli uditori approvavano la risposta.
Enrico sentì lo sdegno, l’irritazione, il rancore che da due giorni si venivano rammentando in lui contro quel cotale, e che da poche ore erano diventati odio e disprezzo; si sentì torgli affatto la mano alla ragione; si volse di pieno verso Alfredo, lo saettò con uno sguardo ferocemente superbo e disse con accento compagno dello sguardo:
— Io Lei non chiamerò nè conte... che non è... nè Camporolle, che è un nome di fantasia... nè Corina neppure, che è un nome preso ad imprestito.
Alfredo interruppe con un’esclamazione che era un grido di indignata protesta; un più forte susurro indicò lo stupore e l’interessamento dei nobili spettatori di quella scena, i quali vennero accostandosi ai due giovani. — Enrico imperturbabile seguitava:
— E ora, credo che nè Lei nè altri avranno più bisogno di nessuna spiegazione della mia condotta.
Alfredo si riscosse come se un colpo di frusta lo avesse percosso sulla faccia, fece un balzo verso Enrico, ma si contenne.
— Signor cavaliere! — gridò: — codesta è un’infamia, codeste sono calunnie....
— Disgraziato! — interruppe con forza Enrico: — un Sangré non calunnia.... La donna che voi vi date per madre morì un anno prima che voi nasceste, come attestano i registri della parrocchia di San Giovanni in Macerata, e voi non siete che il bastardo.... non si sa di chi.
L’oltraggiato cacciò un vero urlo: per un momento, sotto l’impulso d’uno sdegno immenso, sentì qualche cosa di feroce, di violento, di terribile venir su dall’intimo della sua natura e scuoterlo e dominarlo; vide traverso una nebbia che pareva sanguigna la faccia insolente di quel giovanetto debole, quasi imberbe, cui la sua mano avrebbe potuto schiacciare, sfidarlo, ghignare, sputargli il più villano e crudele insulto: si slanciò sull’oltraggiatore per ricacciargli in gola le parole. Un grido uscì dalla bocca dei presenti; i più vicini si frammisero. Enrico stette imperturbabile, serrò le braccia al petto e attese, il capo levato, lo sguardo sicuro, un sogghigno di disprezzo sulle labbra. Alfredo fu trattenuto pur dalla vista di quelli che gli si posero davanti, ma meglio ancora da una soave e pure in quel momento dolorosa visione che gli parve aver dinanzi in tal punto: il volto leggiadro di Enrico glie ne aveva ricordato un altro più leggiadro ancora al quale rassomigliava assai, ad Alfredo era sembrato vedersi comparire dinanzi in un baleno l’adorata figura di Albina.
— Lasciate, lasciate, — disse Enrico a quelli che s’erano frapposti: — non c’è pericolo d’accessi; il signore, rientrando nella propria natura, non tarderà a pentirsi di codest’atto.... incomposto, e s’affretterà a chiedermene perdono, anche in ginocchio, come già gli avvenne per altri a Parma.
Alfredo mandò un gemito di vero dolore; questo a un tratto sovrammontò in lui ogni collera: capì che l’edificio d’ogni sua felicità gli crollava intorno a quel punto senza possibilità di rifacimento; una gran desolazione, un gran vuoto, una terribile disperazione lo invase. Ebbe un momento l’idea di fuggire. Si disse che sarebbe stata una viltà; gli parve d’essere uno di quei gladiatori di Roma antica, che erano condannati a morire a ogni modo e che dovevano mettere un certo onore e un certo orgoglio a cadere con fermo viso. Si allontanò di pochi passi da Enrico non gettando su di lui neppure più uno sguardo, e disse, a quelli che lo attorniavano:
— Signori, credo che un simile disgustoso incidente abbia già durato fin troppo.... Mi ritiro; e prego voi due — e nominò due giovani dei presenti — a volermi fare l’onore di assistermi nelle ulteriori conseguenze di questa deplorevole scena.