Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859
Part 7
Quando s'ebbe la guerra, l'unica riuscita ragionevole e onesta parve a me che potesse venire dall'intendimento deliberato di farne partecipe la nazione tutta quanta: epperò dacchè Toscana si mosse, io pregai fossero paventati i consigli di coloro a cui pareva possibile restringere il moto, e farlo utile e onorevole a sè tenendolo diviso da Napoli, e consentendo a coloro i quali sconsigliavano ogni mossa nel regno per servire a fini propri o ad altrui. E so che il Filangeri, temendo non per il re suo ma per sè, aveva agli esuli mandato voce, e promesso che adoprerebbe il suo ingegno e l'autorità d'accordo con essi: senonchè, accorgendosi ch'egli poteva risparmiare un cimento rischioso, compose in quiete accorta la troppo inerte e troppo operosa vecchiaia. Certo è che senza quegli otto e più milioni d'uomini occupanti quella tanto ricca e opportuna e pericolosa regione, senza quell'esercito e quella flotta, non ci sarà mai Italia forte e vera, nè veruna altra parte d'Italia potrà per sè sperare durevole sicurezza di libera pace.
Il tempo del fare ogni cosa a proprio senno è passato: potrà ritornare; noi possiamo prepararlo, affrettarlo; ma per ora è passato. Chi invoca l'aiuto di straniero potente, rimane legato dall'altrui benefizio, ancorchè a lui non paia d'averlo pienamente conseguito e a suo modo; deve obbedire alla necessità che s'è creata egli stesso. L'ingratitudine è vietata ai deboli; i quali devono attendere di poter diventare terribili per essere ingrati impunemente. Ma finchè dipendono dall'altrui volontà, la prima condizione imposta non dico dalla sana politica ma dal senso comune, si è di conoscere con certezza la volontà che è l'arbitra dei loro destini; e quella parte d'essa volontà che apparisce chiara, non la dissimulare a sè. Dicesi che nel 1848 in una città d'Italia la moltitudine in piazza gridasse a un inviato straniero affacciantesi alla finestra: _Vogliamo anche Malta_. Io non so se qualche Italiano ci sia che si pensi di gridare all'Imperatore de' Francesi e de' Corsi: _Vogliamo la Corsica_. Ma credo che nessun di coloro che l'hanno invocato, possa, senza farlo sorridere amaramente, dirgli a proposito di nulla: _Vogliamo_. La forza del volere è tanto più nobile quanto più rara cosa; ma il volere costante non consiste già nel ripetere le stesse parole senza accompagnarle co' fatti. C'è delle parole che sono fatti, perchè li preparano, l'indirizzano, additano il fine e i mezzi: ma il dire di per sè, e il pur ridire, non è un operare.
A formare un esercito italiano da poter solo da sè sostenere l'impeto nemico e respingerlo, tutti confessano che in otto mesi non s'è fatto quanto potevasi; e ne recano scuse accettabili, se così piace, ma che non fanno l'esercito desiderato, nè tolgono la dipendenza accennata. Or in questa pericolosa incertezza risicasi di offendere senza volere e senza sapere; si risica di parere cospiratori contro il proprio alleato, quando non cospiriamo che contro noi stessi. Le parti oggidì paiono scambiate; e sono i principi che cospirano o per guadagnare terreno o per ripigliarlo: ma appunto per questo i popoli devono fare altrimenti; procedere retti, parlare schietti, e pregare ch'altri sia schietto con loro; e se in alcuna cosa la provocazione a' deboli fosse lecita, questo solo, dico la sincerità provocare. Sapute le intenzioni del forte, sapranno o dissuaderle, o attenuarne almeno in parte gli effetti, o piegarvisi senza viltà, e preparare le moltitudini al disinganno, acciocchè gl'illusi non paiano traditori.
Soprattutto bisogna guardarsi dal raffermare e moltiplicare le illusioni altrui nel momento che dai nostri occhi stessi le si vengono dileguando. Bisogna guardarsi da promesse che paiano istigazioni, e possono suscitare improvvide precipitose speranze, fomite di moti impotenti e funesti. Bisogna guardarsi dall'esercitare contro i dissenzienti quegli arbitrii di rigore che dispiacevano ne' principi tanto, e che non forza denotano ma debolezza. Bisogna non aizzare gli avversi, non fare avversi gl'indifferenti, non dare importanza ai dappoco, non stuzzicare la prurigine degli agiati martirii. Bisogna, giacchè disperasi (e a torto, secondo me) d'eccitare nell'umile popolo le animose ispirazioni della patria carità, non provocare coloro che hanno nelle mani la coscienza de' popoli.
Le moltitudini sono buone, docili, non solo credenti ma credule: e lo sanno per prova anco gli avversi a' credenti. Nell'arguta Toscana, nell'ardita e irritata Romagna ammiriamo la quiete rassegnata, la gioia con cui s'obbedisce al volere d'uomini nuovi, senza saperne o cercarne il perchè. A chi ne muove dubbio, son pronti a dozzine a rispondere: _e' ci avranno le loro ragioni a fare così_. Han paglia in becco. I Parlamenti non parlano, non perchè non sappiano che si dire o che si pensare, ma perchè lo scemare pur d'una dramma l'autorità di que' pochi che credonsi necessari dagli uni, inevitabili dagli altri, pare a tutti misfatto. Se questa alcuno giudica prudenza soverchia, nessuno oserebbe chiamarla inonesta.
Ma senza detrarre all'autorità di veruno, anzi per raffermarla in onore e salute di tutti, sarà lecito desiderare che i governanti sappiano dove vanno, dove conducono la nazione da essi con sincero animo amata. Si aggregarono con civile intenzione al Piemonte; il Piemonte rispose parole che non rifiutano, ma che non accettano in forma da creare la bramata unità. Alle parole incerte succedettero fatti incerti, o certi troppo. Or non è lecito agli uomini _pratici_ non si curare de' fatti, o fare tra essi una scelta a piacere, o interpretarli in un solo senso, se il senso n'è doppio. Pare che in Europa ci sia chi non vuole in Italia un regno forte, perchè _forte_ a costoro significa _minaccioso_. E il Piemonte accresciuto de' Ducati e del Granducato e di parte de' dominii del Cardinale Antonelli, farebbe egli un regno forte veramente ora adesso? Adesso, con l'Austria ai confini dov'è? Se il soccorso di Francia gli venisse meno, potrebb'egli l'esercito Italiano qual è difendere questo regno cosiffattamente ampliato? E cotesto stesso Congresso, sperato liberatore, non ha egli allentati i voleri e distratte le menti dal provvedere allo spediente unico di liberazione, al rendersi sul serio forti?
Il Congresso darebb'egli leggi o consigli? Cederebb'egli alla ragione o agli affetti, il Congresso? E di che genere affetti? Da che punti di comune intesa moverebbe la disputa d'uomini tanto d'umore diversi? Cioè a dire, in che lingua parlerebbero per intendersi? Il Conte di Cavour, già sgradito a non pochi di que' del Congresso, e forse a chi più pareva gradito, potrebb'egli, sedendo lì, col suo ingegno fare che l'esercito italiano cresca in numero pur d'un sol uomo oltre a quelli che ne' passati mesi di tregua si vennero preparando? È egli chiamato perchè si sperino in alcuna parte mutate le sue disposizioni la forma del manifestarle, o perchè siano mutate le altrui? È egli chiamato perchè aiuti a Parigi, perchè in Italia non dia impaccio? È egli chiamato per discarico di chi vuol fare chiaro che in pro dell'Italia s'è tentato ogni cosa, e non bisogna prendersela che col destino d'Italia se indarno?
Innanzi il Congresso de' Potentati Europei, conveniva che si fosse potuto adunare un Congresso degli Stati Italiani, per dirsi netto quel che potrebbero e vorrebbero dell'Italia far essi. L'impossibilità dell'accordarsi tra loro, dimostra che la loro presenza al Congresso Europeo non farà che moltiplicare le confusioni e gl'imbrogli. Ma un altro Congresso era ed è fattibile e inevitabile e debito: degl'inviati da' paesi d'Italia incerti ancora del proprio destino, che dopo deliberatone invano co' loro decreti, dopo interrogatone indarno il Piemonte incerto anch'esso di quel ch'è da fare e da dire e da omettere e da tacere, non diano più retta a consigli passionati, a informazioni che non osano farsi palesi per poter essere ritrattate o negate. Vadano a dirittura dall'Imperatore dei Francesi, e non gli ripetano le volontà loro, ch'egli sa bene a mente, ma sentano un poco la sua volontà. Sappiano finalmente qual era il suo primo disegno, e quali intoppi lo frastornarono: quale la sua intenzione d'adesso; perchè mai questa latitudine data a una parte d'Italia a reggersi da sè mesi e mesi, a rendere o lasciar parere impossibile il ritorno degli antichi padroni. Ardiscano sentire il vero; ed egli non temerà certamente di dirgliene. Non è lecito ignorare oramai certe cose; e fingendo ignorarle, o parendo di fingere, offendere quotidianamente chi può sospettare nella stessa semplicità e nella inscienza un oltraggio.
IL PAPA NON È RE, MA IL CARDINALE ANTONELLI.
Se l'opuscolo _Il Papa e il Congresso_ sia di mano che sa trattare il bastone del comando e la spada, non so; ma è certamente di chi sa trattare la penna. Se questa sia opera precorritrice di fatti, non è forse ben certo ancora a colui che l'ha scritta: ma debito nostro è non discredere, e non impedire; e neanco porgere pretesti perch'altri ci dica non buoni che a dare impaccio. Questo importa avvertire, e tenerselo dinanzi alla mente.
Nell'opuscolo è una parte di principii, e una di pratica. Quanto ai principii, essendo fatto per i diplomatici, e volendo per la via delle solite transazioni all'una e all'altra parte concedere qualche cosa, i ragionatori troppo severi o troppo sinceri ci avrebbero che ridire.
Quando si pensa che Cristo non fece sè nè san Pietro re, che il Papa fu e apparve indipendente nella sua potestà anche prima d'essere re, e che spodestato non disse eresie nè fu sospettato di dirle; e che essendo o parendo re, non fu sempre e non parve e non pare a tutti libero; se ne deduce che la necessità della corte all'indipendenza della Sede non è nè domma nè fatto. Ma se s'intende che il Papa non deve, come nessun altr'uomo, essere schiavo nè di re nè di popoli; e che per più alta ragione ch'agli altri uomini dev'essere a lui assicurata eziandio l'apparenza del libero arbitrio, come condizione non solo d'autorevole dignità ma d'onore (inteso nel comune senso di buona fama); concedesi volentieri come necessità morale e come dignità sociale e come condizione della dignità di tutti i credenti, e dei non credenti stessi, concedesi che il capo di una religione di dugento milioni d'uomini non deva essere suddito. Non per salvarlo così dal debito dell'obbedire alle terrene potestà giuste, alle quali devono obbedire anco i re; non per sottrarlo ai meriti del coraggio, dell'annegazione, del martirio; non per invidiare a lui quella forza interiore e quelle gioie sublimi che vengono dall'esteriore debolezza e dalle contradizioni e dai dolori inevitabili generosamente patiti; ma sì per togliere ai prepotenti d'ogni generazione le agevolezze e le tentazioni di dargli noia, d'offendere in esso milioni di coscienze; e per risparmiare alla società umana turbazioni, alle anime, scandali. Senonchè a fare il papa non suddito, basta assicurargli il soggiorno in città che non soggiaccia a principe alcuno; dove le cure minute dell'amministrazione siano affidate a' cittadini stessi, sì perch'eglino non siano macchine, e sappiano servirsi da sè; sì perchè al padre di tanta famiglia dov'esso è il servo de' servi, rimanga libera la mente e l'anima e la giornata per attendere di cuore e sul serio al suo ministero tremendo.
Un'altra sentenza, contraria alla prima, par che conceda forse troppo da un'altra parte, ed è là dove affermasi che il capo della confessione cattolica, come tenace che dev'essere delle tradizioni, non può non si fare avverso ai progressi civili. Ma la storia di molti secoli ci dimostra come i più grandi progressi e della scienza e dell'arte, non pochi de' più memorabili moti e delle più stabili istituzioni di libertà, furono iniziati nel seno di nazioni cattoliche, non contrastando i preti e gli uomini credenti, anzi spesso aiutando valentemente. Chiaro è che non solo in fatto di religione, ma e di scienza umana e di tutto quanto concerne la vita, certe tradizioni bisogna serbarle, per non ritornare a ogni tratto all'abbiccì delle cose, per intendersi, per francamente operare. Se la pianta, se l'uomo son fatti per crescere; non è già che l'atterrare il tronco e svellere le radici, lo slogare le ossa e sformare la faccia sia da stimare bellezza e incremento. Le declamazioni che certi poveretti ridicono fedelissimamente e noiosissimamente a proposito del progresso e de' preti, non s'accorgendo essere una tradizione anche la loro, ma meschina e dissolutrice, sono puerilità triviali, provano tutt'altro che libertà di pensiero. Non c'è società religiosa nè civile la qual possa permettere che tutta sorte verità pubblicamente si neghino: ch'anzi i meno riverenti al sacerdozio, quando le questioni toccano i loro propri diritti e utili e affetti, diventano più intolleranti; e nel senso che dann'essi alla parola, più chierici. La differenza che dovrebbe correre tra le potestà meramente civili, e l'autorità civilmente esercitata dal prete, sta in questo, che il prete quand'anco avesse il diritto della spada e del bastone e della catena, dovrebbe, per confutare il falso e correggere il male, servirsi di mezzi intellettuali e morali e religiosi, non solamente perchè più conformi alla sua missione, ma perchè maggiormente efficaci, anzi essi soli davvero efficaci.
A porre in quiete pertanto la coscienza del sommo pontefice basta che nel recinto dov'egli risiede non s'insegnino pubblicamente dottrine contrarie al domma e alla morale insegnati da esso. E già quanto alle verità morali, i governi di tutti i popoli cristiani consentono nel non permettere promulgazione di principii contrari a quelle; senonchè ad impedirla, i governi umani non hanno altre armi che materiali, nè di più nobili possono giovarsi per assoluta autorità, ma per raccomandazione o consiglio e preghiera. E di qui è che quando i governi sentono bisogno del prete, ricorrono a lui; e se non possono con bel modo usano la forza a strappare le sue predicazioni e i suoi cantici congratulanti; e se n'hanno paura, la costringono in nome della libertà a stare zitto.
Posta così la questione, ognun vede che nel paese abitato dal Papa tutti i progressi si farebbero leciti, tranne la negazione del domma, se questa è progresso: ma ognun vede insieme che restringendo i limiti della residenza pontificale, rendesi più fattibile la custodia del domma. Date al Papa una larga frontiera ch'egli abbia a difendere dai contrabbandi delle eresie e degli spropositi; e voi ridurrete tutta la sua potestà alla impotente e insopportabile vigilanza sopra un esercito di gabellieri spirituali; i quali tutti, per santi che siano ed eroi, non possono avere lo zelo e il coraggio di Sua Santità. Vigilanza, più che ad altri, insopportabile a lui, non foss'altro perchè sperimentata impotente. Che se difficile cosa pare che pur dentro alla cerchia d'una città non penetrino libri proibiti, come impedirlo in uno stato di tre milioni? E al Papa-re, non è lecito avere milizia di soldati e milizia di satelliti che non sappiano o non vogliano tenere da' suoi dominii lontana la falsità; non è lecito in cosa tale farsi inutilmente canzonare e odiare.
Ma la sua materiale potestà porta ancora più gravi contradizioni atte massime della sua coscienza. Il Principe della Chiesa cattolica o deve non avere forza per corporalmente punire e respingere gli altrimente credenti, o deve tutta adoprarla a tutti punirli e respingerli, tutti e sempre. Deve dunque la sua polizia vigilare sopra chiunque non senta messa la festa, e non osservi gli altri comandamenti della Chiesa; sopra chiunque tiene discorsi, anco privati, irriverenti alla religione o ai ministri di lei; deve inibire che i suoi sudditi abbiano faccende o colloqui con uomini di nessuna credenza o di diversa credenza; deve penetrare il segreto delle pareti domestiche e delle lettere; deve vietare che acattolici o israeliti saltino il fosso de' suoi dominii, e circondare agli stati della Chiesa la muraglia della Cina. Solo questo spediente lo può liberare dall'obbligo di statuire in regola generale quella che parve enormità tanto strana, del consentire che sia sottratto ai genitori un bambino per acquistarlo alla Chiesa. Se tutti i bambini degli Israeliti e de' Protestanti non hanno a essere similmente sottratti ai genitori, e se il Papa vuol essere Papa, non c'è che un modo: non essere Re. Il concedere agl'Inglesi luogo di sepoltura decente per tolleranza dell'oro e dell'armi britanniche, il negarlo ai Greci perchè poveri e deboli, è contradizione che offende la coscienza e il pudore, il senso comune ed il senso della umanità.
Dunque il non potere lui sempre neanco come Re quelle cose che come Papa dovrebbe, dimostra che il suo regno non gli serve a nulla di bene, ma gli moltiplica con le cure i rimorsi. Da una sola città gli sarebbe possibile escludere le ballerine, e altri simili diletti e piaceri, amenità e leggiadrie, le quali del resto nessun uomo di Stato, per profano e profondo che sia, ha sentenziato finquì necessarie al progresso della ragione, alla libertà dei popoli, alla felicità della vita. Ma il fatto delle ballerine (alle cui vivacità mi si dice che possa sedersi spettatore il porporato che ha in cura la polizia, cioè il buon costume della Città Santa) è pure una leggerezza, un fuscello di paglia, rispetto ai soldati svizzeri (e a quanto dicesi, anche d'altra progenie) che sono la trave confitta nell'occhio del Cardinale Antonelli. Dico del Cardinale Antonelli, perchè Pio IX nel mio pensiero è collocato più alto, non solo per la dignità del suo grado, ma per la bontà delle sue intenzioni, le quali non sorrette dalla forza dell'animo, amici e nemici a gara fecero infruttuose. Se, come Paolo sublimemente c'insegna, Carità è più che Fede; or mi si dica qual sostegno alla Fede possa prestare una forza odiata e sprezzata, insulto quotidiano alla divina carità.
Ma tempo è di venire alla parte pratica dell'opuscolo; la qual sola è nuova, giacchè degl'inconvienti del regno sacerdotale, e del modo di rendere il pontefice non solamente non suddito ma più che re, ampliando la potestà vera sua col restringere l'apparente, e col dileguare le illusioni bugiarde, altri avevano già fatto parola. E questo all'autore è lode, perchè dimostra non essere una singolarità strana la sua, ma proposta fondata così nell'opinione di molti autorevoli come nell'esperienza pubblica e nella pubblica coscienza. L'importanza del nuovo libro gli viene dal luogo e dal tempo, e desta in molti la voglia di conoscere se nell'autore, qualunque egli sia, cotesta sia idea nuova o antica. Io dico che antica. Altri ne frastornarono lo svolgimento con fatti de' quali non è lecito dire chiaro perchè troppo segreti, e superfluo dire a lungo perchè troppo palesi, dolersene inutile perchè irreparabili. Ma volendo in qualche parte ripararli, e rannodare le fila rotte, l'autore qualunque si sia (_O quem te memorem?_) scrisse questo libretto; che a taluni parrà transizione brusca, contradizione, e non è punto.
Parrà veramente che in questione concernente il pastore del gregge cattolico, soli dovessero i potentati cattolici averci lingua: ma badiamo che qui non si tratta delle sorti, com'altri disse con improprietà, del papato, il quale per certo non dipende nè da re nè da popoli, nè Congressi lo terranno ritto, nè rivoluzioni lo rovesceranno. All'essenza del papato in tanto solo collegasi la trattazione presente, in quanto il regno al papato è impaccio e tentazione: ma i Principi se per questo facessero congresso o guerra, non riguarderebbero il Papa se non come un principe italiano, insopportabile ai popoli italiani, e quindi incomodo a Europa tutta. Di questo son giudici anco i Potentati acattolici; i quali anzi, siccome meno interessati, sarebbero meno sospetti di fini obliqui; e anche l'essere più lontani farebbe ad essi discernere meglio certe cose che la prossimità o sminuisce all'occhio o confonde. Più ragionevole sarebbe l'opporre: come e con che titolo, di punto in bianco l'Europa de' gabinetti possa entrare a decidere le sorti de' popoli italiani. Qui la risposta è terribilmente facile e pronta: può perchè può. Agl'Italiani toccava provarsi d'incominciare a volere essere più padroni in casa propria, voler esser almeno in grado di poter dimostrare co' fatti il loro diritto al più o men prossimo esercizio d'una qualche particella della lor padronanza: ma inutile adesso riparlare di ciò. Resta solo a desiderare che chi può, voglia il bene degli Italiani: e gran bene al certo sarebbe che si togliesse dai loro occhi lo spettacolo d'un regno odiosamente inetto, e si desse a Pio IX la forse da lui segretamente bramata opportunità d'un comodo sagrifizio, d'un glorioso rifiuto. Coloro che approfittano della sua regale servitù, urleranno intorno alla sua coscienza, la assorderanno; e chi sa non riescano a farlo a sè medesimo parere martire di quello appunto che più scalza l'edifizio murato col sangue de' martiri? Ma checchè sia delle battaglie che quel pio infelice avrà a sostenere, gli è cosa sicura che a togliergli dal viso la maschera che lo affoga di principe, basta un solo atto di forza clemente; a tenergliela, voglionsi atti quotidiani di violenza imprecata e impotente.