Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859

Part 5

Chapter 53,663 wordsPublic domain

Ma gl'Italiani non devono attendere che Austria, consigliata o dal pentimento o da un rotolo di monete messole nelle mani, se ne vada di suo proprio moto, sospinta dai Potentati, tutti con improvvisa concordia pietosi a pro del debole, risoluti a pro di chi non ardisce operare da sè. Bisogna porre (ed è troppo possibile) il caso che Austria non voglia cedere a nessun costo, che dentro in Italia ci sia chi la voglia, e, anche uscita, la chiami; che fuor d'Italia nessuno voglia o possa sul serio farle forza o paura; che, quand'anco cotesto volere e potere si trovino uniti, un momento, un solo momento si dia, nel quale gl'Italiani abbiano da sè stessi a far prova del proprio volere e potere contro un astuto e agguerrito e disperato nemico. Nel pensiero di questa, fosse pur lontanissima, possibilità, gl'Italiani devono affrettarsi agli apparecchi di guerra, come se fossero soli al duello di morte, raccogliersi in silenzio dignitoso e severo, nè con pompe di scenici trionfi sgomentare e accuorare gli amici, gli avversi irritare insieme e inanimire. Pretendere che altri faccia per essi, come servitore per padrone; sdegnarsi che non abbia fatto abbastanza, quando non si sa veramente quanto egli abbia promesso di fare, e a che condizioni promesso, e se altri prima di lui possa essere sospettato di venir meno alle poste condizioni; è, se non altro, puerilità. Quando sapete, e dovete sapere, che patti segreti ci furono sopra il vostro destino; l'immaginarli tutti in servigio di voi, è fantasia consolante, perdonabile, se così piace, agli inesperti e agli infelici che sentono il proprio dolore e diritto; ma non è fantasia alla qual devano ubbidire i più forti come se fossero i deboli essi, e devano le leggi del mondo civile piegarsi come a cenno di Dio onnipotente. Patti ignorati, perciò stesso che sono ignorati, devono mettere, più che baldanza, sgomento, massimamente a nazione che da secoli patisce inganni non sempre dal suo lato innocenti, e disinganni crudeli. Il lavoro di secoli, foss'anco lavoro di distruzione, non si disfà e non si ripara in un dì: che anzi le ruine ammontate si fanno alla riedificazione impedimento. L'Italia deve non aspettare che un Re, sia di qua o sia di là d'Alpe, la faccia. Nessun Re, nessun uomo è da tanto. Essa deve con lunghissima fatica riedificare sè stessa. Deve primieramente conoscersi, e acquistare la coscienza della propria forza vera, la quale coscienza non si ha dissimulando a grande studio le proprie debolezze. E gl'Italiani non solamente se le dissimulano, ma se le aggravano e creano. Tra cittadini e villici non s'intendono ancora: tra provincia e provincia è cominciata così in digrosso una qualche specie o mostra d'intesa; ma decreti, nè visite cerimoniose non bastano a tanto. Due milioni e mezzo e più d'Italiani gemono e fremono sotto quel bastone e quel ferro che minaccia tuttavia la nazione tutta quanta; e altri milioni intanto tripudiano della speranza, alla quale il dolore fraterno e le significazioni del lutto pubblico sarebbero augurio ben più fausto nel cospetto del mondo e di Dio. E poi si dolgono che l'Imperatore de' Francesi non abbia fatto abbastanza per loro. Hann'eglino fatto, fann'eglino il loro dovere per sè? Vuolsi ch'egli si dolesse del non essere stato inteso. E sebbene io non presuma d'intenderlo, perchè non so tutto quanto egli ha detto; sebbene io creda ch'e' non ami essere sempre inteso in tutto e da tutti; confesso però che chi molto pretende dai forti, ha dovere d'intenderli o d'indovinarli in qualche maniera; e che l'unica scusa o compenso della debolezza assai volte è l'intendimento, a almeno la prudenza modesta. Io so bene che, oltre all'affezione, l'Imperatore ha altre ragioni di giovare all'Italia; ma l'Italia ne ha ben più per giovare a sè stessa. Egli può tuttavia mettere nella bilancia che libra i nostri destini, mettere di quelle parole che pesano quanto la spada, perchè pronunziate con in mano la spada; può senza suo risico acquistarsi una gloria di conquistatore più pura che quella dello zio, la cui ombra occupa tuttavia Europa tutta, e delle cui tradizioni si fanno forti e amici e nemici: ma la spada di Francia, grazie a Dio, non costringe l'Italia a starsene inerme, non assicura l'Italia da tutti i pericoli. La Francia ha i suoi pericoli anch'essa: e se il sospetto d'uno di questi ha dettata la pace di Villafranca, un altro sospetto può ben commuovere nuove guerre nelle quali agli Italiani sia forza dar saggio di sè. Napoleone III si compiace in far prova della propria oltrepotenza distraendo amici e avversi con accenni di guerra or a ponente or a mezzodì, or a levante; ma potrebbe anch'egli essere in simile maniera distratto, sì che non possa provvedere a noi altri. E taluni tra noi richiedevano il tutto da esso, come se l'Italia fosse il centro del mondo, come se la Francia non fosse grande se non per farsi all'Italia piedistallo. Siamo riconoscenti a quella nazione prode, che sparse tanto sangue, per noi; ma pensiamo che non le sue intenzioni e il cuore de' suoi magnanimi, ma le sue necessità vere o immaginate, e le arti ostili di chi non vuole un'Italia forte, e le calamità secolari di questa terra, potrebbero mutare in contrario le cose. Cotesto, nell'animo degli onesti e de' previdenti, non dovrebbe punto scemare della gratitudine debita ai fatti finora seguiti: nè Magenta e Solferino, indelebili nella storia, devonsi mai, checchè decada, dalla coscienza dell'Italia cancellare. Senonchè la più degna gratitudine al benefizio è il dimostrarsene meritevoli; e il miglior modo del dimostrarsene meritevoli è fare il possibile per non ne aver di bisogno. Se il tempo datoci a riconoscere e rifare noi stessi, lo perdiamo in baldorie; sarà troppo tardi il lamentarci ch'altri ci abbia lasciata una libertà di balocco come a fanciulli, per rendere palpabile la nostra immaturità, per farcela confessare a noi stessi, per condurci a invocare nuovo giogo com'unico scampo, e strascinarci, disonorati, là dove noi non si voleva venire. Intanto chi si tiene già libero e forte e felice, rattenga gl'impeti della propria esultazione; si ricordi che c'è tuttavia degl'Italiani che soffrono. La creatura conculcata e avvinta, che appena ha sciolte le braccia e si vede ancora alle spalle il calcio del fucile tiranno che minaccia percuoterla, non dovrebbe sentirsi gran voglia d'agitare le mani per applaudire a sè stessa.

XXII.--_Conclusione_.

Narra la storia una di quelle parole che sono il compendio di vicende di secoli, sono il simbolo del fato de' popoli, sono la filosofia della storia; narra d'uomini Ghibellini in Firenze tratti dal vincitore alla morte. Domanda l'uno: _Dove andiamo noi?_ E il compagno risponde: _A pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri._ Un debito tremendo a noi lasciarono i nostri, e noi l'abbiamo aggravato; e pagarlo bisogna: pagarlo bisogna o con lagrime e con sudore e con sangue, o almeno con atti di senno forte, d'astinenza modesta, di virtù generosa. I nostri padri invocarono lo straniero a opprimere i loro fratelli; invocato, lo provocarono: sappiamo noi e meno insuperbire, e umiliarci meno; esercitare a tempo la fiducia e la diffidenza. Essi affidarono l'armi a braccia mercenarie: e a corrompere sè stessi abusarono il sentimento del bello, e le maraviglie della natura e dell'arte: noi riformiamoci in civiltà forte e austera; rammentiamoci che la grazia verace germina dalla forza. Essi disconobbero il vicino, il fratello: noi apprendiamo a studiarci, e leggere l'un nell'altro come in libro di lingua non ancor bene nota. Essi disprezzarono e odiarono: sappiamo amare.

NECESSITÀ URGENTE.

Quel che doveva in Italia seguire dal primo del corrente anno all'ultimo dì, nessuno, per grandi che avesse le speranze delle cose prospere o l'apprensione delle avverse, l'avrebbe saputo antivedere, almeno per quel che concerne la singolarità de' modi ne' quali si vennero gli avvenimenti svolgendo. Così è che gli ammaestramenti della storia, per la novità dei casi seguenti, tornano inutili a chi viene dopo; così accade spesso che quelle cose più ci colgano sprovveduti, alle quali le minacce altrui e i nostri vanti più parevano dover prepararci.

Il dì primo dell'anno non era ancora sonata quella parola regia con cui Vittorio Emanuele si disse _sensibile al grido dei popoli_; e questa fu che eccitò veramente un grido d'esultante ed impaziente speranza. Parve di subito imminente la guerra, insoffribile ogni indugio; e quando Francia prometteva ad Austria e ad Europa di non varcare le Alpi, se non quando Austria avesse varcato il Ticino, quella promessa a molti sonava minaccia; e taluni desideravano l'Austria invaditrice pur per veder soccorritrice la Francia. Esaudì l'Austria quella invocazione; e fu un punto che Torino sentì approssimarsi lo scalpitare dei cavalli nemici. Francia venne; in meno d'un mese, di battaglia in battaglia, e di sbaglio in isbaglio, Austria fu a Solferino. Dove per le sorti italiane e per l'onore delle armi francesi e per il destino dell'impero stesso, lungamente librati in fatale bilancia, combattettero il pertinace valore degli uomini e la tempesta del cielo. Alla quale i patti di Villafranca fecero succedere inaspettata bonaccia; simile a quelle che invidiano il porto sperato ai naviganti stanchi, i quali, sentendo le correnti marine ritrarli nell'alto, imprecano al nocchiero, che, per freddamente audace che sia, impensierisce.

Il turbine della guerra, che aveva travolti oltre il Ticino gli Austriaci, gli spazzò in men di un mese fin oltre il Mincio, divelse piante ducali e arciducali, portò via cardinali. A cardinali e arciduchi successero dittatori già sudditi loro; ed ecco da ultimo un avvocato del foro torinese redare per procura la potestà dello zio di Francesco Giuseppe e del nepote alla duchessa d'Angoulemme, d'una donna e di un prete. Milano e un brano non piccolo di Lombardia ritornano d'Austria in Italia; il Piemonte si allarga non tanto di terra quanto di concetti e di affetti; i suoi nuovi fratelli lo obbligano a sempre più fraternamente trattare i sudditi antichi; meditansi nuove leggi da ampliare (con parsimonia però) le innocue franchigie municipali, e l'onesta libertà del pensiero nell'educazione, libertà troppo più importante al viver civile che quella della stampa, fatta per imperizia e per abuso, se non dannosa, impotente. Altre leggi preparerannosi; le quali del resto non diventeranno leggi davvero se non si mutano in consuetudini, se non le fecondano i sentimenti. Apresi intanto un nuovo campo di prove: l'Italia settentrionale si sente più vicina all'Italia di mezzo; e se il riparo delle Alpi non si è più rialzato nè meglio munito, quello degli Appennini in qualche parte è abbassato o forato. Atti di concordia tra gli Italiani si celebrano, che mesi fa non si sarebbero immaginati neanco: città che parevano sepolte in letargo, si scuotono senza convulsione; altre che temevansi disperatamente frementi, attendono con fiducia quieta. In sola una città (e non di quelle da cui più sarebbesi temuto; e anche qui la previdenza degli uomini venne meno, e fu questa forse la cagione del male che li colse alla sprovvista), in sola una città un solo esempio d'atrocità fu veduto, fra tante ire da tanta età accumulate: e all'onor dell'Italia giova notare che dalla bocca di un Italiano, l'Azeglio, non da stranieri, uscirono a riprendere quel fatto le parole più severe e accorate.

Se non che ai lungamente infelici e minacciati di nuova infelicità, il fermarsi nei conforti al dolore, il non ne torre via le cagioni, sarebbe pericolo e colpa e vergogna. Piuttosto che trascendere in esultazioni, giova pensare che gli ottenuti qualsiansi vantaggi, l'Italia non li deve tutti a sè stessa; e che nel 1848, fra i molti errori e non tutti innocenti, potevasi almeno affermare che armi tutte italiane, comecchè da ultimo sventurate, resistettero a lungo non inugualmente contro quelle forze alle quali a gran pena si tenne pari l'agguerrita e animosa e meritamente celebrata potenza di Francia; pensare che, se il giogo della tirannide è grave, il peso del benefizio non è leggiero se non a chi sappia farsene degno; pensare che la vittoria dovuta in parte ad altrui, bisogna tosto o tardi scontarla; che se gli uomini privati possono gratuitamente largire oro e sangue, i governanti de' popoli di rado lo possono, lo vogliono ancor più di rado; e che il reiterare di tali largizioni, nessuno può richiederlo come debito, e potend'anco, non lo deve, se cura la propria dignità. Bologna che gode dei dittatori Cipriani, Farini, Bon-Compagni, non può non rammentare il sangue, gli insulti della sorella Perugia; e più alto che i cantici di Lombardia liberata, s'innalza il gemito dei Veneti angariati, incarcerati, percossi, delusi delle promesse solenni. Ai Veneti non è promessa consolatrice il figurarsi dominati da Austria immedesimata all'Italia; il figurarsi l'Italia trasformata in un corpo di nuova fattura, corpo di cui il papa capo, e Francesco di Vienna e Francesco di Napoli membra, e duchi e arciduchi incerti, o altri incogniti e nascituri come principi, membra. Il fatto si è che, con tutti questi trionfi, Austriaci a diecine ed a cinquantine di migliaia stanno accampati in Italia, e Svizzeri assoldati versano o s'apparecchiano di versare sangue italiano, e Italiani stanno per essere sguinzagliati contro i loro fratelli; e per schermo da Austriaci e da Svizzeri e da Italiani ci restano Francesi in Lombardia, in Roma Francesi.

Se a Roma fossero spediti col medesimo intento che in Lombardia; se quelli di Lombardia devano da ultimo riuscire al medesimo intento che quelli di Roma, o se viceversa; il giudicarlo o il domandarlo non spetta a chi ignora assai cose, e quest'una ben sa, che tutto sapere non si può nè si deve. Ma d'altra parte non si può non sapere che oltre agli intenti palesi de' grandi fatti politici, sempre ce n'è di segreti; e che, per esempio, la pace di Villafranca non poteva essere ad uomo così cauto insieme e così risoluto com'è chi governa nazione tanto coraggiosa quant'è la francese, non poteva essere consigliata dal solo timore delle armi di Prussia. Inutili oramai sopra ciò le querele, ma peggio che inutili le parole provocatrici a cui tanti si lasciarono e lasciano andare pubblicamente. Se i popoli ignorando il segreto e di quella pace e di quella guerra, non si potettero dar per intesi di certe cose, e senza avvedersene offesero; se continuando per la medesima via, senza malizia nessuna seguitano tutti i giorni a fare il contrario di quello che altri vorrebbe; è da sperare non ne portino la pena, come semplici e innocenti che sono: ma non sarebbe punto innocenza il voler tutte interpretare a proprio comodo e piacere le parole che i potenti pronunziano, e in quelle stesse che per le necessità politiche quali le fa la miseria dei tempi suonano ambigue, voler leggere ogni cosa chiaro e determinato in proprio servigio; e per contrario, alle parole che chiarissimamente suonano sfavorevoli, non dare retta. Fu già schiettamente significato all'Italia che la Francia aveva compita la parte sua: e questo si chiama parlare netto; e non intendo perchè non s'abbia ad intendere. E quand'anco non fosse profferita cotesta parola che non è punto minaccia ma consiglio più provvido d'ogni promessa; chi guarentisce a noi che la vita e la sanità e l'agio di difendere gl'Italiani basti al potente alleato per tanto tempo quanto a essi fa di bisogno? E se la morte, se una infermità, se una guerra diversa ci lasciasse esposti agli assalti e alle insidie degli esterni e degli interni amici e nemici?

La più feconda promessa uscita dalla bocca imperiale è nella parola: _Armatevi, Italiani_. Nè per la pace fu quella parola disdetta; ma anzi confermata e illustrata. E chi disse: _La mia parte è compita_, intese: _Ora a voi_. Bisognava dunque, dopo il dì 12 di luglio, ben più sollecitamente che prima, non dico provocare la guerra, ma dico agguerrirsi; porre la propria salute nel non sperare da altri salute; far ragione d'essere al mondo soli, circondati da pericoli minacciosi. Non era ormai l'Italia che, rigettando i soccorsi, dicesse: _Farò da me_; era l'Europa che parte per aspettazione di benevolenza, parte per stanchezza o dispetto, comandava all'Italia: _Farai da te_. Bisognava non svogliare o rimandare scontenti i poveri Volontari, ma sempre più stringerli, disciplinarli, incuorarli, ordinare una leva che facesse montare l'esercito a numero tale da far fronte alla forza nemica. E potevasi; e della inesperienza avrebbe tenuto luogo l'ardente volontà, la coscienza del diritto, il pensiero del combattere sul proprio terreno; e il numero, non foss'altro, degli armati, avrebbe raffidati gli amici, inanimiti i dubitanti, sgomentati gli avversi, spronati insieme e rattenuti i consigli dei potentati europei, spronatili a rompere gl'indugi insidiosi, rattenutili da sentenze sprezzanti e spietate. Bisognava mettere a profitto il primo impeto dei popoli liberati per ottenere e dai benestanti e dai poveri stessi (la cui cordialità colla moltitudine delle piccole offerte accumulate supera i donativi della più sfoggiata opulenza) ottenere que' sussidi, che avrebbe del resto estorti per sè lo straniero se dimorasse più a lungo. Bisognava, coll'autorità dei signori amati e dei preti degni, eccitare nei campagnuoli l'affetto di patria, il quale nessuno mai curò svolgere in essi neanco in quel grado che pur si poteva, neanco stringendo tra loro e i cittadini que' vincoli non dico di fratellanza ma di clientela, pe' quali erano forti le antiche società, e grandi imprese potettersi dalle nazioni compire. La nazione bisognava rigenerare negli esercizi militari, non contentarsi che qualche migliaio di guardie civiche in qualche città si mostrasse con sufficiente destrezza e con lodevole puntualità alle rassegne o a cerimonie di quasi scenica pompa: incominciare con la vita del campo, con gite via via sempre più faticose, con esercizi sempre più violenti, a indurarli al disagio, che a sostenere perseverantemente è più duro del pericolo, e fin del tormento, al disagio la cui dissuetudine rende i popoli imbelli.

L'apparecchiarsi daddovero alla guerra avrebbe vinta, prima che sopraggiungesse, la guerra. L'usarvisi tuttavia (giacchè il tempo opportuno non è tutto ancora passato) renderebbe gl'Italiani degni di rispetto e agli stranieri e a quei, qualunque si siano, principi che verranno. Perchè quand'anco l'esito delle cose oltrepassasse la più lusinghiera speranza, quand'anco senza travaglio ottenessimo a un tratto quiete libera e dignitosa; e all'Italia toccasse una sorte non mai toccata a gente o ad uomo nessuno, dico di fruir con onore beni largiti dall'altrui generosità, non conquistati con opera corrispondente al loro valore; quand'anco ciò fosse, la conservazione di questi richiederebbe a ogni modo il lavoro che per il loro conseguimento si fosse risparmiato. Non basta mutare governo, bisogna mutare vita. E se le leggi sorreggono la libertà, non la fondano che i costumi.

Libertà non si crea per decreti. Possono i parlamenti col coraggio iniziarla, con la concordia sostenerla, con la proposta di buone istituzioni avviarla: ma sue nutrici e tutrici sono la fede, le virtù domestiche, e l'armi. Non parlo de' vanti matti nè delle feste puerili; de' _Te Deum_ tra due pranzi, de' mortori alternati co' balli; agonia della patria, morte de' vili. Ma dico che, salvo i non mai abbastanza lodati, i quali affrontarono i pericoli del campo, le angustie della carcere o dell'esilio, il maggior numero di questi undici milioni d'anime hanno ricevuto la novella condizione di cose senza sagrifizi, senza ansietà, senza quasi pensiero del buio e minacciante avvenire. E la storia e l'esperienza ci provano come alle inerti speranze consegua disperazione inerte, non consolata da memorie, non compianta. Questo spiraglio concesso all'Italia di libera vita doveva essere così fitto di nobili esempi, che qualunque si fossero i governanti venturi, dovessero averne o modello o rimprovero, e l'Europa apprendesse da' fatti quello che noi possiamo e sappiamo. La maraviglia che da più parti dimostrasi per l'ordine conservato in mezzo a quello che da taluno chiamasi disordine quand'è in nome dei molti, ma stimasi giustizia quand'è a vendetta di pochi; cotesta maraviglia piuttosto che ammirazione rispettosa o amorevole, è in altri sorpresa di fatto che non si aspettava da gente a cui non si aveva nè fede nè stima, in altri sorpresa stizzosa, perchè del disordine che disonorasse l'Italia tramavano far loro pro; e si confidano che prolungando la prova, le speranze irritate e deluse, il dispetto che prorompe dall'animo de' deboli ad arte stancati, conduca le cose là dove costoro fin dal principio intendevano d'avviarle. Non però ogni parola che si fa sentire, è di maraviglia e di lode. Quegli nel quale i più speravano maggiormente, e che più si dimostrava benevolo, non risparmia riprensioni severe e di detti e di fatti; ma a chi sappia intenderle, salutari. E basta rammentare la recente lettera di lord Ellenbouroug per sentire come possa la lode sincera esser mista a rimproveri amari, e il dono a raffacci che farebbero seccare gli allori della vittoria più rigogliosi. Sarebbero ben semplici gl'Italiani se si fidassero ai cospiranti affetti di tutti i potentati di Europa per loro; quando cotesta cospirazione stessa è prova dell'essere que' potentati divisi da interessi contrari e da reciproche gelosie.

Non lo possono oramai gl'Italiani dissimulare a se stessi. Il cammino che han preso è onorato ma arduo: non che giunti alla meta, e' sono appena alle mosse. Amici e nemici stanno a guardarli se sappiano prendere la signoria del proprio destino. Da questo punto dipende il destino di secoli forse. Nessuno farà l'Italia s'ella non si rifà da se stessa; e primo segno del suo rifarsi sarà il ridivenire valida a difendersi con le armi proprie da tutti, sola e sempre. Il tempo di questi lunghi mesi perduto, riguadagnarlo bisogna: costituire un esercito; raccogliere, non da prestiti che rovinano l'avvenire e fanno la nazione dipendente dai suoi stessi nemici, ma da offerte comuni, regolarmente raccolte a tempi fissi, il danaro occorrente. La nazione che ha già saputo sagrificare le proprie affezioni municipali al principio d'unità, s'è mostrata degna di sagrificare alle necessità dell'onore e della vita una parte della propria ricchezza, che le sarebbe poi restituita ad usura. Sta in lei il farsi l'ammirazione davvero, o lo zimbello, dei popoli.

Queste parole ho dettate non senza pena, e dopo lungo esitare; ma, sollecitato da chi ama d'ardente amore l'Italia, rimproverato del mio silenzio come di colpevole noncuranza, scorgendo imminenti i pericoli, e i disinganni sempre più acerbi, parlo, per invitare, per supplicare che vengano efficacemente al soccorso coloro ne' quali è il valore della parola, del senno, della volontà; coloro che hanno il vantaggio del favore pubblico, l'autorità del consiglio, la potestà del comando.

IL VENETO.