Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859

Part 3

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Di qui non è da concludere che la pace sia per essere universale e perpetua; giacchè se dall'un lato in Francia una parte degli armati rimandasi, dall'altro apparecchiansi nuovi armamenti; e la nuova parola inventata al nuovo bisogno, dico la demobilizzazione, va anch'essa interpretata con le cautele debite; giacchè la diffidenza stessa talvolta è una specie di credulità.

Altra specie di credulità, di semplicità, se posso così dire, doppia, è il figurarsi di taluni, che un congresso europeo possa pacificamente ordinare ogni cosa, e il figurarsi di tali altri che dalle pacifiche dispute in congresso debba pullulare la guerra, e poi la libertà dalla guerra. Certo è che o posino le armi o s'insanguinino, le sorti dell'Italia infelice sono tali da non si poter decidere senza gli arbitrii della forza straniera; e che le parole pacifiche, i consigli amici, sono anch'essi nel caso nostro una maniera d'esercitare la forza. L'Imperatore de' Francesi, provandosi di fondare una Confederazione Italiana, assume non tanto il sospettato diritto quanto il debito tedioso e rischioso di sempre intervenire nelle cose d'Italia per sospingere questi, per rattenere quelli, per rammentare agli uni ch'egli hanno troppa memoria o troppo ingegno, agli altri che poco. E, non potend'egli, nè volendo, essere solo a compire gli uffizi di pedagogo de' Principi e di arcipresidente della Lega; ne segue che tutti i Gabinetti d'Europa troveranno la via d'immischiarsi nelle faccende dell'Italia liberata, come parecchi s'immischiano nella creazione de' Papi. Già fin dal 1847 fu detto, e dianzi da molte parti ripetuto, non si poter ritoccare i trattati senza il consentimento di tutta l'Europa; con che, senza forse avvedersene, vengono a riconfermare, come santi, i diritti dell'alleanza del quindici, anzi a spacciarli per diritti imprescrittibili e naturali. Consentimento di tutta Europa, qui suona un foglio sottoscritto da cinque o sei Principi, dopo un più o men lungo e amicabile disputare d'alcuni pochi inviati di Principi, dopo un negoziare della cui generosità non si disputa; senza che in questa Europa scrivente abbiano parte i parecchi milioni dell'Europa pensante e paziente, senza che questi sappiano delle ragioni espresse disputando, nè delle omesse, nè delle sottintese (e son quelle che tagliano il nodo); non sappiano nè anco del destino che loro si viene facendo, se non a cosa fatta. Questo significa il consentimento d'Europa. Entrano nel congresso certamente per intercedere a favore de' deboli, ma non però con sì rovinosa magnanimità che i forti abbiansi a ridurre nella condizione di deboli; giacchè allora farebbero di bisogno nuovi congressi per favorire coteste nuovamente create debolezze, sempre rispettabili, perchè debolezze, fosser anco di Principi.

XIII.--_Inghilterra_.

Io non dubito punto di quelle che, nel linguaggio della diplomazia e degli affetti teneri, chiamansi _simpatie_ del mondo incivilito a pro dell'Italia; e non oserei da questo mondo escludere l'Inghilterra, ancorchè nel 1848 ella non ci abbia altro mandato che Lord Minto per saggio delle sue simpatie. Ma stimerei irriverenza all'amor patrio degli Inglesi il pensare che nel presente zelo che mostrano in pro dell'Italia sia in tutto dimenticata la cura degli utili loro; e che ad essi non paia bello il poter gareggiare d'italianità coll'Imperator de' Francesi, e fare le viste di voler superarlo. In troppe altre cose, e più arrischiate di questa, si viene manifestando la gara. E io confesso che, avendo l'Imperatore infino al giugno del corrente anno assai più avventurato per l'Italia che non abbia Inghilterra, non posso vedere senza rammarico e senza umiliazione, ch'altri intenda attribuire a sè quasi postume benemerenze, e paia aver compassione di noi per fare dispetto a chi dimostrò averla prima. Io non posso dimenticare le parole dal Visconte di Palmerston scritte al Principe di Metternich, _suo naturale alleato_, titolo oramai storico, come quello per cui tutti i Principi sono cugini: «Accordandomi ai sentimenti legittimi del diritto di possessione, per il quale il Governo austriaco manifesta la sua risoluzione di difendere i possessi imperiali in Italia, il Governo Britannico spera che nessun caso prossimo si presenti di mandare questa risoluzione ad effetto.» Giova sperare che il signor Visconte, mutate le insegne, e trasportato dall'Austria all'Italia il suo affetto, vorrà beneficarci con altro che con la speranza che l'Austria non voglia mandare contro di noi le sue risoluzioni ad effetto.

XIV.--_Russia_.

L'Italia che dianzi aveva tutti contro di sè, oggidì pare che abbia tutti per sè cospiranti; nemici tra loro, o sospettati di poter domani diventare nemici, in ciò solo unanimi stupendamente: Prussia e Francia, Inghilterra e Russia. Anche Russia chiede un congresso; altri dice per la Turchia, cioè per la cristianità, che le preme: ma l'una cosa non esclude l'altra, essendo parte di cristianità anco l'Italia, a un dipresso. Certo è che la guerra di Crimea, anzichè respingere Russia verso Asia, la attrasse nel bel mezzo d'Europa; ebbe anche Russia la sua Villafranca. Storico, ma sul serio, anzi sunto di storia molta, è il motto: _Russia non s'imbroncia, ma si raccoglie_. Si raccoglie per isvolgersi, come chi si fa indietro per prendere con più empito la rincorsa. Russia, al modo di tutti coloro che si destinano, e son destinati a vantaggi sicuri e ultimi, sa aspettare. E siccome i governi liberi per loro fini si collegano co' governi assoluti; e umani in casa verso una parte della propria famiglia, verso un'altra e di fuori son altro; così per contrario i governi assoluti non solo si associano ai liberi, ma si fanno promotori di libertà, di rivoluzioni, di congiure, intendendo alla loro maniera il proverbio, che da un disordine nasce un ordine. Non dico che debbasi da noi perciò diffidare o della Russia o d'altri che sia, perchè nella diffidenza stessa, ripeto, può essere credulità: dico che conviene saper discernere le ragioni vere e della nostra fiducia e dell'altrui benefizio.

XV.--_Germania--Confederazione_.

Non bisogna attribuire agli uomini (uomini sono anco i Principi, persone umane anco i governi) intenzioni sovranamente generose, o gratuitamente crudeli; nè troppo grossi pensamenti, nè troppo acuti. In questo rispetto Napoleone III fu da' suoi ammiratori calunniato, troppo più che se fossero suoi nemici. Per torcere le parole di lui a servigio delle proprie speranze, affermavano che quanto egli dice, è il contrario di quello che sente; dal che per vero le promesse all'Italia acquisterebbero senso troppo sinistro. Altri pensò che la pace di Villafranca non fosse che un artifizio per lasciare l'Austria impacciata nel Veneto, quasi un laccio di morte: altri per contrario pensò che l'accostarsi all'Austria era un'alzata d'ingegno per dividerla da Inghilterra, così come l'accostarsi a Russia era stato un voler mettere l'Inghilterra in pensiero. Altri ordiva una trama di ragionamento più fina; e diceva così: Francia non può permettere che Germania sia una, che diventi nazione davvero. Finchè Polonia viveva, vigile e minacciosa tra Germania e Russia, con la lancia sempre in resta contro la schiatta Germanica, la più invaditrice che sia sulla terra; l'Europa poteva affidarsi: ma, dopo la grande iniquità del secol passato, si è fatta trista missione alla Francia impedire che Prussia appropri a sè tutte le forze Alemanne. Or cotesto era da temere pocanzi; non gli eserciti del Reno accennanti alla Francia, ma l'autorità morale cresciuta alla Prussia dall'annichilarsi dell'Austria. Depressa questa con l'una mano, con l'altra conveniva rilevarla da terra; e il rilevarla era un'altra depressione. Il distruggere è un modo di creare; ma si può, anche creando, distruggere. Questo gioco l'ha fatto la pace. Non so se la Francia possa andar lieta di cotesto uffizio di reagente chimico di revellente medico, se a Napoleone III possa piacere pur l'apparenza di dissolvente e di pittima. Ma direi che chiunque troppo sperasse o troppo temesse dalla dissoluzione delle alleanze vecchie e dal congegno di nuove, risica di sbagliare; perchè e le nuove possono disfarsi, e le vecchie rifarsi, siccome vedemmo e vediamo. E c'è una perpetua naturale alleanza, in certe cose, di certa gente con certa altra gente. E per me credo, che senza voler nè difendere nè offendere l'Imperatore di Francia o quel d'Austria, altri potrebbe credere che nel loro colloquio e' si siano dette ragioni a vicenda persuasive, e che l'uno abbia fatta la parte dell'altro con rara, e forse unica, sincerità.

Guardiamoci dagli eccessi. Perchè la Confederazione Italiana fu adoprata a palliare una pace non accetta, e a scusarla forse nella coscienza di chi cercava conforti a sè stesso più che ad altrui, per questo taluni parvero rigettare tutta sorte confederazioni, e si rifecero con rettorica incauta dal numerare gl'inconvenienti delle confederazioni che vivono, senza badare ai vantaggi. Laddove non si può di punto in bianco cogliere la perfetta unità; laddove questa è da coloro stessi che si dicono amici o sospettata o impedita; la Confederazione, quando non sia ludibrio o laccio, giova a prepararla e a promuoverla. Laddove poi siffatto vincolo è stretto dalle consuetudini e dalla ragione delle cose (della quale la stessa utilità può essere prova, tuttochè non ne possa tenere le veci), gli è cosa desiderabile senza dubbio. E affermo non solamente che la Confederazione Americana e quella di Svizzera, ma fin la Germanica ha per la Germania i suoi vantaggi; e che le discordie e i pericoli degli Stati Germanici non da questa causa provengono, ma da ben più profonde. Per la Confederazione, ancorchè svogliata e imperfetta, e mal tollerata da lei stessa, Germania si sente a qualche modo nazione, e ne prende le sembianze, il che è pure qualcosa; e ritrova occasioni frequenti d'aspirare a unità, e di farla all'Europa temere. Questo nome insomma è di per sè stesso una forza; e chi proponesse ai Tedeschi di sciogliere ogni Dieta, ogni simulacro e cerimonia di deliberazioni comuni, di affidare a uno Stato la cura di rappresentare tutta quanta la schiatta e di renderla daddovero una, non ne avrebbe risposta del sì, se non dallo Stato prescelto: e, messo al punto, anche questo esiterebbe, come abbiam visto fare nel quarantotto la Prussia. Esiterebbe non tanto per dappocaggine o per riguardi di verecondia e di generosità, quanto perchè sentirebbe sorgere dalla natura stessa delle cose difficoltà all'impresa non dissimili da minaccia. Certamente è ridicolo, in orribile maniera ridicolo, che la Confederazione Germanica pianti i suoi piuoli co' suoi cartelloni sull'estremo limite del Trentino, e distenda sè stessa fin là; e chi dice a noi che la nuova Confederazione Italiana per giuochi della sorte non impossibili non faccia sì che quei medesimi piuoli con quei medesimi cartelloni vengano trapiantati sulle rive del Mincio? Ma da coteste lepidezze germaniche non segue che quella loro Confederazione sia per ora così cosa da nulla come taluni la vogliono. Taluno de' quali, sbertando quella, confondeva ne' dispregi un degli Stati Tedeschi serbato forse a sorte maggiore che non le sia dato fin qui, la Baviera. Se si volesse per l'appunto misurare il valore intrinseco delle sovranità, io non so quanti sovrani davvero potrebbero contarsi in Europa; ma so che la vera potenza nè degli Stati nè delle nazioni, la vera loro efficacia sull'avvenire, la storia non le suol misurare nè dalla mole, nè dal rumore che fecero. La Baviera anco fino al dì d'oggi, come contrappeso, fu qualche cosa al disopra del nulla: ma potrebb'essere che diventasse un de' centri. E Napoleone I, coll'istinto de' grandi ingegni e degli uomini fatali, pare che lo presentisse; e accennò di volerlo operare: senonchè i lampi dell'alta mente erano brevi a illuminare le tenebre del suo cuore e la tempesta de' tempi. Ma può essere che, senza deliberata cospirazione di Principi o rivoluzione di popoli, Austria venga via via perdendo, e dall'un lato ceda del terreno alla Slavia rioccupante quel ch'è debito alla sua schiatta, dall'altro alla Baviera meno sfruttata e meno odiata, che rappresenti la Germania cattolica, e, rattenendo, educhi a istituzioni più equabilmente liberali la Prussia. Questo, insinattanto che la diversità delle confessioni, come nebbia importuna, al lume della virtù si dilegui.

XVI.--_Roma_.

Se a questa grande unità Roma inalzasse il pensiero, ne avrebbe concetti e più italiani e più cristiani; e non solo al decoro della sede, ma alla sua stessa dignità temporale provvederebbe. I protettori della sua così detta indipendenza dovrebbero farle paura, quand'ella rammenti che anco la Russia accennò di voler essere vindice dei diritti del Pontefice Re; che il visconte di Palmerston scrisse nel quaransette: «L'integrità degli Stati Romani devesi riguardare come l'essenziale elemento della politica indipendenza della Penisola Italica.» Ecco come l'ingegnoso protestante concilii l'indipendenza della Chiesa Cattolica coll'indipendenza della nazione italiana, per mezzo del Regno Papale, conservato nella sua presente larghezza. Se poi Roma possa vantarsi e godere di tal protettrice quale è l'Austria, contro cui protestò, come contro usurpatrice, per bocca e di Pio VII e di Pio IX (e Pio VII faceva profetica confutazione de' sofismi odierni, ripetendo in senso contrario la parola stessa, e affermando le guarnigioni di Ferrara e Comacchio contrarie all'indipendenza assoluta della Santa Sede, nel suo principio), l'Austria che le tramava in casa cospirazioni, di quelle che essa oltre Po punisce col laccio e col piombo, altri giudichi. Certo il dover dipendere dalla difesa armata di protettori, per generosi e devoti che siano, è una indipendenza di nuova maniera. E i più generosi e i più devoti, dacchè si trovano coll'armi in mano ne' dominii del Pontefice indipendente, non possono non parere e ad altri e a lui stesso, tosto o tardi, sospetti di irriverenza. Guelfi o Ghibellini, protettori o nemici, quando sono negli Stati del Papa, tutti è forza che siano o paiano Ghibellini e nemici. Il cardinale Bernetti, quasi trent'anni sono, scriveva che al Santo Padre i suoi figliuoli, come sudditi, _non ubbidiscono che di nome_; nè credo che il cardinale Antonelli li abbia col suo senno civile o con le sue virtù religiose fatti diventare più docili. Or io non so come il non volere i popoli dipendere dal Principe possa fare che il Pontefice non dipenda da Principi, nè da popoli. Dovrà per lo meno dipendere dagli Svizzeri, da questi giannizzeri della Cristianità, i quali fin Napoli sente di non poter sopportare. E bisognerebbe poter interrogare la coscienza del cardinale Antonelli perchè ci dica se la indipendenza che viene a lui dalle milizie di Francia accampate in Roma, gli paia così comoda cosa com'egli pare profondo politico al Gabinetto di Francia. Lo schermirsi ch'egli fa dalla Confederazione minacciata sarà forse prova di raro accorgimento, ma non è certamente di sacerdotale franchezza. E io credo insomma ch'egli sia per l'appunto così contento della Francia, come la Francia è di lui.

Quando Napoleone III calando in Italia prometteva serbare intatti al Pontefice i suoi dominii terreni, nel Piemonte alleato fu fatto sopra cotesta questione a un tratto silenzio, intimato, dicesi, dall'autorità, o, se piace meglio, consigliato. La subitana prudenza che teneva dietro alla licenza loquace, la qual troppo spesso confondeva e gli scandali della Corte e l'autorità della Sede, non parve a me, credente, generosità tanto imitabile, quant'era prova di maravigliosa prudenza e docilità. E scrissi poche pagine, non per trattare a fondo la questione già esaminata abbastanza, ma per rammentare riverentemente il diritto de' popoli, il dovere de' preti. Giovava che la discussione non fosse intermessa, anzi ripresa più pacatamente che mai, a fine di preparare, nella coscienza pubblica, all'Imperatore stesso gli spedienti di sciogliere il nodo, quando il suo momento venisse. Ma questo momento non poteva essere, pendente la guerra: conveniva dunque intanto ragionare, e aspettare la stagione de' fatti. Altri volle parere più zelante dell'uomo la cui opera era stata, siccome necessaria, instantemente invocata. Chi non seppe incominciare senza di lui, presunse finire senza di lui; e apparentemente almeno, a dispetto di lui, non curando se ne venissero smentite le sue parole, rotti i suoi segreti disegni. O cotesti disegni erano ignoti, e conveniva usare precauzione grande acciocchè l'inscienza e l'imperizia non paresse petulanza e ostilità; o erano noti, e il pure precipitarne di proprio arbitrio il compimento era per lo meno irriverenza pericolosa, o risicava di parere, che è il medesimo, e forse peggio. Non giova mai voler apparire più forte o più avveduto o più sollecito dei solleciti, degli avveduti, de' forti.

Ma la questione in parole, e pubbliche e schiette, ripeto, potevasi intanto trattare, e dovevasi, anco per manifestare a Napoleone III i _voti legittimi_ della nazione; al che egli disse di badare, e anche non volendo ci bada. Speravo che il mio scrittarello potesse essere inteso da tutti, come fu da moltissimi, per il suo verso: ma parve a taluno che, laddove io proposi lasciassersi i sudditi del Papa assaggiare altro governo, e poi, se loro meglio piacesse, ritornassero agli Svizzeri e al Papa, io proponessi sul serio un nuovo regno del Cardinale Antonelli. Che rispondere a interpretazioni tali? Che siamo in Italia; e che il fio della servitù lunghissima, e della poca intelligenza de' fatti e del linguaggio civile, bisogna pagarlo, e caro. Ora però dico sul serio che, se gl'Italiani non fanno senno, anco liberati dai Papi, quel ch'io davo come sfida dell'impossibile, diventerà inevitabile, e il Cardinale Antonelli sarà di bel nuovo Re. Altri si dolse ch'io, desiderando sottratto alla dominazione de' preti tutto il rimanente Stato, lasciassi la città di Roma per sede al Pontefice; come se io ve lo volessi Re in compagnia degli Svizzeri; come se il municipio di Roma amministrante sè stesso non potess'essere degnamente all'intera nazione congiunto; come se l'antica potestà temporale de' Papi non lasciasse ai municipii maggiore libertà che ora non ne lascino certi statuti; come se quelle liberali conciliazioni del diritto civile col canonico, le quali il Papa ha permesse in tanti Stati cattolici, non si potessero, anzi dovessero ammettere in Roma per evitare contraddizioni mostruose. A taluno pareva crudeltà di niegare all'alma Roma quello che concedevasi a Forlimpopoli: e appunto in quel mentre che la doglianza pia usciva, entravano in Perugia gli Svizzeri a insegnare l'intervallo che corre dai desiderii alla possibilità. Ma quand'anco da Roma e da Italia togliessesi insieme con la Corte la Sede; quand'anco la nazione volessesi diredare di quella morale potenza, maggiore di ogni impero, la qual verrebbe dall'autorità spirituale d'un uomo sopra milioni d'uomini sparsi per tutto il mondo civile, autorità ringrandita dallo sparir del diadema sopra la mitra; quand'anco giovasse alla libertà Italiana e alla civiltà che il primo prete o diventi suddito d'un Re straniero, o che un Re o una Repubblica lo ricetti e gli dia un paese devoto al suo speciale governo, a condizioni che potrebbersi fare gravi a lui a noi, forse a tutti; quand'anco ciò fosse, nessun uomo che abbia memoria del passato e discernimento del presente e presentimento dell'avvenire, oserebbe voler collocato il centro della nazione novella in quella città che nè per vantaggi militari nè per progressi civili e scientifici può dirsi centro, in quella città che non solo all'Europa tutta ma alla misera Italia stessa col suo nome risveglia tante rimembranze o di dolore o di rancore, di troppo recente umiliazione e di troppo antica grandezza.

Ma queste sono anticaglie, che forse di qui a qualche secolo, come segue di tutte le anticaglie, ritorneranno novità: per ora il fermarvisi con la speranza o col timore sarebbe un far ridere i nostri nemici, un far sospirare o anche arrabbiare gli amici. Adesso abbiamo dall'un lato l'Impero Romano oltre l'Alpi (_Rome n'est plus dans Rome_), dall'altro, il cugino del Re di Roma, che combattè nel trentuno non contro il Pontefice ma contro gl'innumerabili regnatori di Roma al minuto, che da dieci anni difende non il regno ma la persona del Pontefice con soldati che non sono de' figli di Romolo; e insieme permette che una parte de' sudditi del Sacerdote Romano esprimano in parole e in fatti i loro voti legittimi non contro la persona del Sacerdote, ma contro que' regnatori al minuto. In queste che paiono contraddizioni, egli sentirà certamente una segreta convenienza che molti non sentono; ma io confesso di credere non impossibile che sia sinceramente sentita in qualche maniera.

XVII.--_L'Alleato_.

E confesso altresì che, se le speranze in lui poste, se gl'impegni espressi o taciti con lui presi mi paiono cosa rischiosa e ad altri e a lui stesso; la dimenticanza di quegli impegni o la disperazione improvvisa mi pare assai più rischiosa. Confesso che alla sua entrata in Torino, dopo i memorabili cimenti suoi e del suo esercito, dopo la Lombardia, o parte almeno della Lombardia, liberata, nonostante la pace di Villafranca, avrei voluto men fredda accoglienza, acciocchè fin l'ombra della ingratitudine fosse dagli avvantaggiati e dai deboli allontanata, acciocchè il giusto dolore de' fratelli rimasti sotto il giogo e in agonia non fosse potuto imputare a sentimenti di presuntuoso dispetto, acciocchè l'angoscia appunto de' fratelli non fosse aggravata dalla tema che il potente irritato li abbandoni per sempre alla loro misera sorte. Io so bene che non si fa forza agli affetti, che non è degno simulare la gioia, e ridurre a cosa teatrale i trionfi: ma se quello era pretto e profondo dolore del benefizio non compiuto, pare a me che dovesse durare un po' più, e con più efficaci segni, e non in quell'incontro, essere significato. Il pensiero di quella giornata mi sta sempre dinanzi; e mi umilia non solo per il vincitore salutato così, ma e per la nazione che dalla sua improvvida credulità è tratta a convertire in amaro la gioia delle stesse vittorie, e si espone a esacerbare l'animo di colui che dianzi com'unica sua salute invocava. Lasciando stare gli affetti, che in politica voglionsi cosa spropositata, pare a me che se credevasi pur possibile che nell'animo dell'uomo una buona disposizione verso le cose d'Italia o rimanesse o si rinnovasse, cotesta possibilità di per sè sola era ragione a mostrargli riconoscenza; e caso che ciò non si credesse possibile, le accoglienze severe diventavano provocazione mal cauta, o per lo meno significazione inutile ed impotente. Posto che il tremendo alleato più non volesse giovare punto, non poteva egli nuocere più? Era forse amor patrio il fornire pretesti a que' consiglieri pur troppi che gli stanno d'intorno, che gli dissuadevano questa guerra, e che adesso di tale ricambio degli Italiani si farebbero un'arme contr'essi? Possibile che e nello sperare e nel disperare l'Italia abbia a dimostrarsi così nemica di sè? Intenderebb'ella a così caro costo e in così nuova maniera smentire l'antica calunnia appostale di Machiavelliche duplicità?

XVIII.--_Il non fatto, e il da farsi_.