Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859

Part 2

Chapter 23,762 wordsPublic domain

Io non dico che tutte queste fossero cose operabili: dico anzi che da un solo uomo operabili non erano nè tutte nè la minima parte di quelle; che le più importanti operare non poteva il Piemonte tutto intero qual è. Io non approvo e non biasimo; espongo, e rammento. E la memoria mi dice che i benefizi sperati dalla guerra di Crimea, la qual guerra poteva portare seco pericoli estremi ai deboli se continuata e dilatata, non vennero appunto di lì. Se il Piemonte ebbe quindi opportunità di sedere a un congresso coi maggiori potentati d'Europa, ognun sa che le cose seguite nel corrente, anno con quella adunanza non hanno vincolo necessario, poichè i nemici d'allora dovevano poi sperarsi proteggitori, e un alleato e proteggitore d'allora sospettarsi avverso. In quel congresso fu parlato, sì, dell'Italia; ma come? non del farla libera da quella forza che sola mantiene le dominazioni minori moleste; non per accennare, nè anco in ombra, ai dolori o alle speranze de' Veneti e de' Lombardi; non per proporre i veri rimedi all'abuso della potestà temporale del Papa, contro il quale pareva esser vòlto tutto il coraggio dello zelo, quasi contro il solo accusabile: ma lui solo prendevasi in mira, non tanto quasi come una specie di mito politico, quanto come il più debole, e da potersi assalire con più sicura speranza di raccorre i suffragi de' seguaci di Lutero e di Arrigo VIII, di Fozio e di Maometto. Alla proposta che ne porgeva il Piemonte, diresti che sole le Legazioni patissero del governo de' preti, che sole meritassero reggimento migliore, sole fossero mature a questo. E i rimedi suggeriti alle piaghe di quel membro, indiviso dall'intero corpo piagato, erano pure insufficienti, e portavano seco nuovi dolori e pericoli. Il pericolo più grave era quel paragone ingiurioso e odioso tra le une e le altre provincie, quel fare alle une sperare ciò che alle altre negavasi con tanto più dura noncuranza che pareva meditata e accompagnata di ragioni o di scuse. Eccitando negli uni fiducia importunamente superba, negli altri invidia dispettosa e disperata; e per più squisitezza di spregio, consigliando ai preti regnanti l'accorgimento di commisurare al numero dei sudditi da tener sotto, il numero degli armati Italiani e stranieri che bastassero al tristo uffizio; venivansi a suscitare discordie nuove in paese dalle discordie ingangrenito; e così preparavasi la civile e la morale unità.

VII.--_Disegni più vecchi insieme e più nuovi_.

Cotesta vecchia ricetta, razzolata tra' fogli del conte Aldini, uomo imperiale, che, come Bolognese, badava a San Petronio e alle aggiacenze, e che scriveva al principe di Metternich, come protomedico della Corte e della Penisola; cotesta ricetta, ognun vede non essere invenzione colpevole del valente uomo che a Parigi nel 56 la mise innanzi modestamente, per condiscendere al desiderio d'alcuni tra suoi amici, i quali dalla guerra di Crimea non speravano migliore frutto; nè a quanto pare da ciò lo sperava egli stesso. Onesta e pia cosa è discernere l'angustia de' concetti dalla malignità degli intendimenti. Nè intendimento maligno è da imputare, non dico all'arguto ministro che nel congresso di Parigi portava in mezzo quell'unico tema, ma nè anco a coloro che facevano lui troppo modesto canale di voglie nell'apparente boria modeste. Senonchè bisogna pure soggiungere che meno angusto concetto che quello di cui la facondia del conte di Cavour si faceva levatrice nel 1856, era il concetto di Pellegrino Rossi nel 1832, quale apparisce da una sua lettera al signor Guizot opportunamente ristampata dal signor Eugenio Rendu nel recente suo libro intorno alle _Relazioni tra le Corti d'Austria e di Francia e di Roma_; libro che chiaramente dimostra quanto dalla protezione austriaca e la Corte e la Sede di Roma abbia patito e sia in più pericolo di patire. Vero è che il Rendu mescolando un po' le memorie con le speranze, ci dona l'occupazione francese, qual è stata dal 49 infino a' dì nostri, come restitutrice della dignità del Papato. Ma la sua argomentazione speriamo che, se non storia, sia vaticinio; e, giacchè le cose sono a tal punto da chiedere imperiosamente agli stessi imperanti risoluzione seria, aspettiamo. Fatto è che il Rossi, più d'un quarto di secolo fa, proponeva che non solo le Legazioni, ma insieme le Marche formassero uno Stato da sè, titolarmente soggetto al Pontefice, e debitore a lui d'un annuo tributo, assicuratogli da Austria insieme e da Francia. Il Papa così diventava protettore davvero de' sudditi suoi Italiani dalle esterne e interne violenze, e non protetto per forza d'armi esterne contro le esterne insidie e contro gli odii intestini. E non che scemare, gli cresceva sovranità; dico quella sovranità vera e degna di persona spirituale, che secondo le originarie condizioni, gli fu conceduta sulle provincie conservanti il diritto di governarsi di propria autorità.

Più largo ancora che quello del Rossi, era un concetto più antico, cioè del 1822, ed era più pio al Pontefice, ancorchè dettato da Gian Pietro Vieusseux protestante. Lo dettava egli alle istanze reiterate del conte di Bombelles, uomo probo, allora ambasciatore austriaco in Toscana, marito a una figliuola di madama di Brun, conosciuta da esso Vieusseux in Copenaghen, amica al Sismondi, e riverente al nome italiano. Proponeva il Vieusseux fin d'allora una Confederazione di Principi Italiani, una Lega doganale, e quanta conformità d'istituzioni veramente civili potessero permettere quei miseri tempi. Della quale proposta giova, come di documento storico, tenere di conto, e all'affetto dell'uomo benemerito renderne onore. E importa notare, che tra le cose prudenti allora e opportune a dirsi, non più accomodabili a questo tempo, ce n'è parecchie, e le più rilevanti, alle quali dovrebbero porre mente i fondatori d'una Confederazione Italiana sul serio; che, determinando questo concetto ancora incerto nella mente e de' governanti e de' popoli, ne persuaderebbero la possibilità, ne farebbero più agevole l'attuazione, e più sicura anco ai più diffidenti.

VIII.--_Jattanze e speranze_.

Ma ritorniamo all'animoso ministro dal quale l'ordine delle idee ci portò alquanto lontano. Rivenuto di Parigi al suo parlamento dovevasi certamente aspettare che, col ritegno voluto dalla prudenza, egli toccasse delle cose trattate in Parigi, cioè della proposta sua rispetto al migliore governo da dare a una parte degli Stati Papali. Nel che non poteva, almeno in massima, non convenire, e l'Imperatore, la cui lettera a Edgardo Ney rimaneva da più anni quasi fatta ludibrio alla Corte di Roma; e l'Inghilterra, che aveva nella vittoria di Crimea messa in luce piuttosto la sua debolezza che la sua forza, e a cui doveva gradire che opportunità le si offrisse di far prova altrove in qualche maniera della propria potenza. Veramente dovevano e l'Inghilterra e la Francia rammentarsi altresì le accoglienze non rispettose da Napoli fatte alle loro ingiunzioni, le quali avevano per ragione il disordine che quel governo fomentava in Italia, e quindi in Europa: al che Napoli colla sua inerzia sprezzante pareva rispondere, che altre cagioni di disordine numera l'Italia e l'Europa; e che, tolte via queste, provvederebbe anch'esso a fare il possibile dal suo canto. Ma le parole del ministro in parlamento parvero avere significato più ampio che le sue proposte in Parigi; e in quasi tutti subitamente infusero speranze grandi. Dicevano, maravigliati dell'inaspettata fiducia: non è possibile che parole tali non siano quasi il saggio d'altre parole segrete ancora più minacciose ai nemici nostri, non siano precorritrici di fatti prossimi, memorandi. Quindi le congratulazioni e i ringraziamenti affrettarsi; e l'esultazione parere tanto più ragionevole, che rammentavasi, l'oratore in altri tempi più disposti a guerra, essersi dimostrato ben cauto. Ma coloro che questa memoria e la conoscenza degli uomini rendeva cauti, non però diffidenti, aspettavano che prima ancora de' fatti, altre parole venissero a rischiarare e temperare le prime. Vennero nel Senato, dove il prudente dicitore avvertì, non essersi bene inteso il significato del suo primo discorso, fervente di pii desiderii, ma non istigatore di pericolose speranze. Certo è che le cose accadute nel 59 non erano nè pattuite nel cinquansei nè previste. Che a maturarle (come taluni sognano, calunniando i popoli più che i principi) servisse un misfatto, che quella paura ispirasse generosità; il crederlo sarebbe quasi un farsi complice del misfatto: nè su tali stoltezze può l'uomo onesto pur fermare il pensiero. Vero è che di lì venne occasione a una legge, la quale, se le precedenti non bastavano, doveva essere portata assai prima, acciò non paresse riparazione tarda, e quasi confessione di reità nè commessa nè imaginata. E quelle leggi che provvedono al rispetto delle persone e dell'onore sì de' principi e sì de' privati cittadini, dovevano alcuna volta essere con severità più coraggiosa eseguite. Ma cotesta negligenza piuttosto che agli uomini del governo è da imputare alla timidità de' cittadini stessi, o alla loro inopportuna generosità.

IX.--_Patti segreti._

Se i fatti storici, per disgregati che paiano, non possono in tutto tenersi divisi così che non abbiano tra sè relazione veruna; non si deve però nè anco la loro apparente successione, o il materiale concorso di certe circostanze, prendere come vincolo di causa ed effetto. La critica storica in questo rispetto dev'essere governata dal criterio morale; e specialmente ne' fatti recenti deve l'uomo tenersi in guardia contro i pregiudizi delle passioni, e contro le sentenze de' politicanti volgari, e anche contro le testimonianze di taluni fra gli uomini che hanno presa qualche parte alle cose. Chi dicesse che alla alleanza di Francia col Piemonte nel 59 la guerra di Crimea fosse necessario apparecchio, si mostrerebbe nuovo delle cagioni che consigliano le alleanze. Ma chi non volesse immaginare alcun negoziato, alcun patto precedente alle cose seguite nel corrente anno, col fare un vuoto nella serie de' tempi, non provvederebbe alla verità meglio di coloro che il vuoto riempiono con negoziati e con patti da sè immaginati. Quest'è la parte inscrutabile della storia: nè a dileguare tutte le finzioni mitologiche le quali confondonsi all'esperienza degli uomini quotidiana basterà, cred'io, la luce che suole in tali oscurità venire portando il corso degli anni. Quel che fu detto e taciuto, inteso e sottinteso e frainteso a Plombières; quello che fu poi sopraggiunto o detratto o mutato espressamente o no dalle parti, a Parigi e a Torino, a Milano e a Firenze, e altrove; per quali gradi si passasse dalle prime prudenti promesse di pace scritte per rassicurare l'Europa, al proclama dato in Milano, e dalle nozze di Clotilde di Savoia alla pace di Villafranca; non lo sapranno ben dichiarare nè tutte insieme raccolte le lettere de' giornali più minutamente informati, nè tutti i più autentici documenti diplomatici che, a cose finite, usciranno alla luce; nè le memorie che della vita propria potranno scrivere coloro stessi che parteciparono ai patti, che fecero e che disfecero; nè le stesse loro narrazioni privatissime confidate agli orecchi de' più intimi amici. Perchè ciascheduno de' partecipanti non sa che una porzione de' fatti, quella dov'egli operò di persona, o di cui fu testimone; ma quanto accadde in sua assenza, quanto fu o espresso o lasciato intendere o disdetto o impedito, insciente lui, tutto cotesto può essere che taluno de' principalmente benemeriti lo ignori e lo giudichi malamente fors'anche più dell'ultimo dei suoi segretari. Nelle stesse parole inenarrabili, che posson essere corse tra due uomini soli, chi dice a noi che e l'uno e l'altro le abbiano prese nel medesimo senso, e nel medesimo le abbiano ritenute; e che i nuovi casi via via succedentisi non ne abbiano quasi insensibilmente mutata nell'animo loro l'intelligenza con tanto più risico di reciproci sbagli, quanto più i due uomini erano sinceramente unanimi, ed espertamente avveduti, e cautamente animosi? Chi dice a noi che in faccende tanto gravi, dalle quali pendeva il destino di milioni e milioni d'uomini, e l'onore de' negoziatori (dico l'onore nel senso comune della parola, e anco in quell'altro che concerne l'esito fortunato), parlando ciascun di loro seco medesimo, si sia trovato dal principio alla fine sempre costante a sè stesso; e che nella medesima parlata che nell'intimo suo faceva in un punto medesimo, si sia bene inteso, e francamente svelato a sè il suo volere? Disperati pertanto, come noi siamo, di conoscere la verità segreta de' patti, attenghiamoci a quel che d'essi apparisce manifesto in digrosso, e materialmente palpabile; facciamo come gli anatomici che sotto il coltello scrutatore ben sanno di non poter rincontrare la vita, ma, come possono, studiano nondimeno la vita.

X.--_Apparecchi e auspizii della guerra_.

Se in troppe cose doveva il Piemonte pendere dal cenno del suo potente alleato, e prenderne le parole e i silenzi per norma; in una cosa gli era utile e bello imitarlo, nella parsimonia delle minacce e de' vanti, sì perchè questa è indizio di forza e augurio fortunato, sì perchè non paresse che il più debole fosse quasi condannato alle parti di provocatore, e avesse sembianza di semplice strumento alle altrui volontà. Rammentiamo con quanto riserbo e il Governo di Francia, e gli stessi giornali francesi, parlassero dell'Austria innanzi la guerra; e questo, se non ci spiega, c'insegnerà molte cose. Ma continui clamori, non ismentiti, e non rattenuti come ognun sa che potevasi in questa libertà della stampa, sfidavano il nemico, e lo annunziavano disfatto già. Poniamo che esso non se ne lasciasse aizzare, che si tenesse armato sull'orlo dell'opposta riva, aspettando a tutte le ore; e che d'altra parte l'esercito di Francia si tenesse alle opposte falde dell'Alpi, secondo la parola Imperiale la qual non prometteva soccorso se non quando il Piemonte fosse dalle armi austriache occupato. Cotesto stato d'inerzia violenta, di guerra senza guerra, di minaccia senza sfogo, cotesto sfoggio rovinosissimo di potenza impotente, diventava ai freddi e ai crudeli spettacolo di ludibrio; ma agli Italiani aspettanti tra speranza convulsa e terrore dell'oppressore irritato, si faceva incomportabile, inaudita agonia. Se l'Imperatore austriaco, quasi impietosito, volle colla sua uscita imprevista e incredibile trarre d'impaccio la parte avversa; non so chi ne possa andare superbo. So bene che taluni invocavano le armi austriache di qua dal fiume acciocchè tirassero le armi francesi di qua dal monte; ma io confesso che le esperienze fatte sul corpo delle nazioni con tali calamite non mi paiono un miracolo d'arte e di scienza. La tardità e inettitudine de' condottieri nemici, le piogge del cielo e le acque della terra, la provvida celerità del soccorso straniero, potettero attenuare i danni, ma non impedire la troppo presentita possibilità che Torino per qualche giorno vedesse nelle sue vie la bandiera gialla e nera; non impedire la mal dimenticabile calamità, che provincie fiorenti fossero da quell'aspetto contristate, insanguinate fuor di battaglia, insultate con ladre angherie. Pagò caro; nè fu solo il braccio della Francia a respingerlo di là da uno e da altro e da altro fiume, d'una in altra e trincera e città; nè l'esercito Piemontese fu alla memorabile impresa un inutile soprappiù. Combattettero allato ai soldati di Crimea e d'Affrica, e noti inugualmente, soldati d'Italia; e tra questi, alla pari coi meglio esercitati, i novelli; e ciascuna regione della Penisola portò il suo tributo. Gran danno che, siccome i due Principi Capitani, siccome le due nazioni sorelle, così non potessero sempre e in tutto consentire intimamente i due eserciti ne' loro comandanti inferiori; e ciò non per colpa d'alcuno in ispecie, ma perchè la novità del fatto, e la diversità de' modi e de' temperamenti, più che quella degli umori e degli animi, nocque un po'. Nè maraviglia se questo tra Piemontesi e Francesi accadesse, quando taluni de' militi stessi d'altre parti d'Italia ebbero a sentire alquanto fredde le accoglienze de' loro fratelli, non si ricordando delle tante cause che per secoli li tennero divisi da essi. Non è però meno da desiderare che questo non fosse; non è men da dolersi che delle feste cordialmente clamorose fatte ai Francesi venuti alla guerra nessuno evviva rimanesse per il ritorno di loro vittoriosi, nessuna ghirlanda. Io so bene che la gratitudine era ne' cuori, e che il dolore del disinganno è scusa più che sufficiente negli occhi de' Francesi stessi; ma il meglio era governarsi per modo da rendere o meno inuguale l'espressione della gratitudine, o piuttosto impossibile il disinganno.

XI.--_Rotta e interruzione_.

Fatto è che l'Imperatore de' Francesi potè scrivere d'avere francato e il Piemonte e la Lombardia; potè questa e quello chiamare debitori alla Francia; potè quindi prescrivere al suo benefizio il limite della propria volontà. Gli appassionati hanno un bel dire che la pace di Villafranca è una ristampa del trattato di Campoformio con giunte e con varianti: l'arbitro delle nostre sorti, o chi parla per lui, può rispondere, che la guerra nel suo concetto non era che un episodio e quasi una parentesi della pace; che l'altra guerra di Crimea è similmente finita, lasciando le cose a mezzo, il vinto non più debole di prima, l'alleato da soccorrere non punto più forte; che se là una fortezza fu smantellata, e qui risparmiatene quattro, qui s'è in compenso ricevuta con una mano, e donata con l'altra, una delle più beate provincie del mondo; che la parola _rimettere_, comunque s'intenda nel francese e nelle altre lingue d'Europa, non muta la natura de' fatti; e che la storia dirà a chi quella provincia sia data, da chi conquistata, e con quale frutto. Noi che non sappiamo nè gl'intendimenti segreti di questa guerra, nè le promesse che a lei precedettero, e non abbiamo altri documenti che le parole d'un proclama, e le promesse, non sempre uguali e non tutte chiare, divulgate in nome del Piemonte, ma nè dal suo Re nè dal suo Parlamento asserite; noi possiamo, se questo ci giova, gridare barbaro col Metastasio il nostro destino; il meglio è tacere, e apprendere come si vive. Chi invoca l'altrui soccorso, per gaie che gli si facciano le condizioni, egli primo fa a se medesimo una condizione dura, che la generosità altrui può fino a un certo segno alleviare, mutare del tutto non può. Chi ha troppo sperato, ha già tolto a sè stesso il diritto di muovere doglianza se le speranze sue tutte non sono adempiute. Chi ha sperato in altrui, per forte che sia, non è più in tempo a far prova di quel coraggio disperato che da ultimo vince. Ricorrono adesso al Piemonte altri popoli speranti in lui, ma in lui solo; e il Piemonte dalla sua stessa vittoria è messo in tale stretta da non poter nè accettare di pieno arbitrio, nè rifiutare, nè lasciare, nè prendere; apparisce avido insieme e timido, e non è nè questo nè quello. E non per avidità nè per timidità, ma per altre cagioni che sarebbe difficile dire chiaro, il suo potente alleato non può permettergli ch'e' muova un passo senza prendere norma da quel che conviene alla Francia. _Nec tecum possum vivere, nec sine te._

Senonchè legge provvida della natura si è, che in ciascun'anima umana, e così in ciascuna società d'anime, sia una certa quantità, siccome d'ogni altro bene, anco di buona fede. Felici gli uomini e i governi e i popoli che sanno ben collocarla, e la spendono in cose e in persone oneste, presso cui sole essa può rendere frutto. Ma la buona fede anco nelle cose e nelle persone oneste ha i suoi limiti: e limite consiste nel volere non tutto quel ch'è possibile, il che darebbe troppi diritti alle speranze dei deboli, li renderebbe perpetui creditori e importuni tiranni dei forti; ma volere l'utile, dico l'utile di coloro dai quali aspettasi un qualche servigio. E quand'anco il servigio paia espressamente promesso, bisogna por mente alle parole che esprimono la promessa, e non dare a quelle un tropp'ampio significato. Io non dico che le parole annunzianti l'_Italia libera fino all'Adriatico_ dovessersi intendere archeologicamente, cioè de' limiti fin dove il mare arrivava in antico, che sarebbe la città d'Adria, e in tempi più remoti ancora più su; ma dico che il nome di libertà si può intendere in molte e diverse maniere, e che ai deboli non è lecito dargli l'interpretazione più comoda a loro. Certo è che vedendo intatto dalla guerra l'Adriatico, e del grande apparato marittimo non si fare dinnanzi a Venezia quell'uso che gli Austriaci più d'ogni sforzo terrestre dovevano paventare; raccogliendo le confessioni e le affermazioni non tanto private che non diventassero pubbliche, le quali porgevano ai Veneti tutt'altro che speranze; leggendo nella Gazzetta di Venezia il dì seguente alla battaglia di Solferino un annunzio stampato già in altri giornali nel quale vaticinavasi l'armistizio e le cose che poi sono fedelmente seguite; e rammentando il celebre motto che l'_Impero è la pace_; se ne viene a dedurre che la promessa dell'Italia libera è stata interpretata in modo non conforme alla critica diplomatica, e che lo sbaglio è da apporsi ai chiosatori imperiti. Il tutto si spiega supponendo che l'Imperatore dei Francesi abbia con troppa buona fede sperato che Austria e libertà italiana si possano conciliare. Non già ch'egli potesse essere tanto credulo da sperare un Governo Italiano di libertà civile entro a un Governo estero militare, nè le franchigie politiche de' popoli consociate amicamente al franco esercizio d'una polizia non assai popolare. Ma l'Imperatore si figurò che, siccom'egli in Villafranca mutava disposizioni verso l'Austria vinta, o almeno disperata di vittoria, così l'Austria muterebbe a un tratto disposizioni verso i Veneti, se non liberati secondo il senso volgare della parola, almeno raccomandati dal suo vincitore.

L'esempio de' Principati di lungo il Danubio gli era forse ragione a fidarsi, dove l'Austria smesse da ultimo, tuttochè di mala voglia, le sue renitenze men cristiane che turche; e dove con una specie di scherzevole arguzia, vennesi a conseguire una specie d'unità. Vero è che, pensando alla tanta mole di guerra, a tanta parte d'Europa insorgente per la Turchia e per la civiltà contro Niccolò delle Russie il qual diceva combattere per la croce; pensando al tanto sangue versato, alle ruine fatte e alle eccitate speranze, i benefizi da dedurne a Moldavia e a Valacchia potevansi aspettare maggiori: vero è che l'unità della persona del Principe non è l'unità del principio nè dello Stato; che all'occorrenza d'una novella elezione ritornano in campo le dubbietà e le discordie; e che tocca ai Rumeni piuttosto iniziare che compire l'impresa. Ma ad ogni modo la condizione di que' Principati è meno incerta con accanto il Gran Turco, che non sia quella del Veneto e dell'Italia con l'Austria soprale; e nel Veneto, quanto più augusti erano anco diplomaticamente i diritti, tanto più minacciosi si fanno, dopo la guerra liberatrice, i pericoli di servitù. Men difficile imporre a Turchia leggi d'equità verso popoli mezzo francati, e per buone ragioni sorretti dalla Russia vicina, che imporre all'Austria, accovacciata in un nido d'Italia, patti di lega fraterna co' Principi Italiani e co' popoli; trovar modo di conciliare i Principi tra loro e co' popoli; sancire istituzioni tutte nuove, e donar loro in un dì la fermezza d'inviolate consuetudini antiche. Questo credette l'Imperatore de' Francesi fattibile nel suo buon volere, di cui diede saggi guerreggiando, e nella sua grande potenza della quale è prova arditissima la pace stessa.

XII.--_Congresso e guerra_.