Part 9
— Sai... quel certo... tale biglietto delle lire seicento è stato trovato.
— Trovato! E tanto il Fadibonni non si potè tenere, che non si avventasse in camicia come si trovava, a gambe ignude, scalzo, fuori del letto gridando:
— Chi lo ha? Dov'è? Me lo rendano, io ne ho bisogno, me lo rendano per Dio!
— Adagio perchè ho fretta, dice il proverbio; torna a letto. Così... da bravo. Il possessore del biglietto sono io.
— Dunque dammelo, via, a te non può servire nulla.
— Te lo darò: prima, perchè se io lo mettessi in processo tutto il nostro reggimento rimarrebbe infamato, ed io intendo ch'ei splenda in eterno nella pienezza del suo onore: secondo, perchè cervi con cervi non si levano mai gli occhi, e noi tutti protegge il beatissimo san Nicola: terzo, perchè posto nelle carte del processo, mentre te condurrebbe di certo al fiume, non so se salverebbe l'altro dalla fucilazione.
— Oh! dammelo, via... dammelo.
— Te lo darò, ma a un patto; e questo patto è che tu me lo paghi.
— E con quali danari?
— Co' tuoi, parrebbe.
— Non ne ho.
— Procurateli.
— Impossibile!
— Impossibile! — Meglio così, perchè non potendo cavarne verun profitto pel corpo, vedrò allora di avvantaggiarne l'anima; difatti, dando a te questo biglietto per nulla, commetterei una gravissima colpa, che mi tornerebbe a gola come lo stufato, e forse chi sa! Non è fuori dei possibili che questo pagherò, conosciuto dai giudici, non valesse a salvare la vita a quel povero diavolo.
— Ma egli è poi mio questo benedetto pagherò? Io non ricordo mica di averlo sottoscritto, o fammelo un po' vedere.
— Andiamo, via, burlone! Tu lo dovresti avere a quest'ora già visto e considerato; ma non monta; pigliati tutte le tue soddisfazioni. E qui, cavata di tasca una rivoltella a sei colpi, la inarcava; ciò fatto trasse dal seno il portafogli, e si disponeva ad aprirlo, quando il Fadibonni, sciolto un sospiro lunghissimo, disse:
— Camerata! basta; io non ne ho più bisogno. Giusto in questo punto mi risovviene avere sottoscritto quel pagherò.
— Gua'! Accade della memoria come della calza, che talora perde un punto, ma la calzettaia raccattandolo rimette a sesto ogni cosa.
— Però, camerata, ti giuro... non so su che giurare, ma ti giuro che non posso pagarti questa somma; di presente sborserò duecento lire; per le rimanenti ti segnerò pagherò a due e a quattro mesi di data.
— Dall'orecchio destro sono sordo e dal sinistro io non ci sento.
— Per carità, lasciati commovere le viscere.
— I' sono nato senza.
— Mira, mi raccomando in ginocchioni.
— Levati su, che potresti chiappare una infreddatura. Un regalo i' ti vo' fare.
— Bene, bravo.
— Io ti rilascio gl'interessi su le seicento lire dalla scadenza del tuo biglietto in poi... e vedi che in sei anni arrivano ad una bella sommetta.
— Quanti anni hai detto? O che ha sei anni dalla sua data il biglietto?
— Sei per lo appunto.
— O santo mio protettore! esclama il Fadibonni battendo palma a palma; tu mi hai liberato dalle mani dei miei nemici, ed io da qui innanzi te servirò unicamente: _e manibus inimicorum nostrorum liberati serviamus illo_, come dice il salmo.
— Come! il salmo ti libera da pagare i tuoi debiti?
— Non il salmo, ma l'articolo 285 del codice di commercio.
— Va' via, ragazzo! Non sai che quando il tuo diavolo nacque, il mio andava ritto col gonnellino. La tua non è obbligazione commerciale, bensì civile, e questa si prescrive dopo dieci, non già dopo cinque anni; e poi, dacchè tu sai a menadito i tuoi codici, rammentati il rimedio dell'articolo 2142 del codice civile. Ma la questione, mio ragazzo, non è qui; la quistione è che tu hai impugnato questo biglietto; il biglietto esce fuori, io l'ho raccolto dopochè il soldato te lo ha tratto di gola mezzo inghiottito; ora, se io lo ripongo in processo, che tu non me lo pagherai in moneta conosco benissimo, lo pagherai però con tanta infamia alla morte.
Il Fadibonni, vedendosi capitato in male branche, fa greppo come i fanciulli in procinto di piangere, e gagnolando dice:
— Ma perchè ti provo tanto nemico? Ti ho offeso forse nell'onore? Nella vita?
— No; tu mi hai unicamente portato via quattrini e di molti. Adesso mi capita il destro di rifarmi e me ne approfitto.
— E quando ti ho rubato denari io?
— To'! Questa è nuova di zecca; quante volte tu hai giocato meco, tante non mi hai pelato da mettermi addirittura nello spiedo?
— Io gioco da gentiluomo; tanto vero questo, che per colpa del gioco mi trovo scorticato.
— Amor mio, ciò, se è vero, significa che tu, più esperto di me, mi hai divorato, ed essendoti poi imbattuto in persona più capace di te, ti ha divorato; in terra e in mare pescicani; chi sa che non abbiamo a trovarne anche in cielo.
Il Fadibonni, chinata la testa, pensò; vedremo più tardi a che cosa pensasse; quando rilevò la faccia si conobbe che il demonio, passando, lo aveva schiaffeggiato con la sua ala, ed umilmente prese a dire:
— Fruga da per tutto e ti chiarirai com'io non possieda cinquanta lire; dammi tempo ond'io possa provvedere; se non riesco mi ammazzerò...
— Riassicurati; ti garantisco io dai tuoi proponimenti micidiali; va' franco, noi non siamo di quelli che si uccidono; in qualunque articolo del codice penale noi possiamo andare come a locanda. Ti basta un giorno? No? Ebbene, non buttarti al disperato, pigliane due; dunque a domani l'altro, qui, a quest'ora: _vale_.
E versatosi un altro bicchiere di acquavite se lo rovesciò nello acquaio della gola e partì.
Il maggiore, quando abbassò la fronte umiliata, aveva pensato a certo suo tiro, ma ruminandoci sopra gli ripugnò, perchè ogni uomo possiede limitata la sua potenza di ribalderia, come la statura; per la qual cosa, uscito di casa, si mise a camminare randagio come cane senza padrone; andando in questo modo a casaccio, le gambe, in virtù della consuetudine, lo portarono nella strada dove albergava Abacuc Ottolenghi, usuraio classico fra i più spettabili della città. Abacuc il giorno di sciabà in casa era repubblicano, i giorni di lavoro monarchico savoino; usuraio sempre; però quando si trovava tra i suoi sosteneva sul serio, che dopo ottenuta la libertà dell'usura, gli ebrei non si dovessero assaettare dietro altre libertà: il coronamento dell'edifizio lo avevano conseguito. In gioventù si era lasciato ire fino a mantenere una _figurante_ del teatro, ed anche un cavallo: sebbene più prossimo ai settanta che vicino ai sessanta anni, nè obliava le palme di amore e nè le sperava: vestiva di tutto punto all'inglese, e per darsene meglio l'aria portava pendenti dalle guance due code simili a quella che la volpe, di gusto migliore, tiene unica attaccata al codione. Abacuc andava lieto di uno Abramino, figliuolo unico, sua cura e sua delizia; a lui rassomigliante come uovo di piccione a quello di luccio. Ora il Fadibonni s'imbattè giusto in costui; e giova sapere come Abramino si fosse per lo addietro intabaccato di Giulia, la femmina che teneva il maggiore a sua posta, e le avesse fatto recapitare più volte biglietti zeppi di desiri molli e di profferte sode; ma Giulia li aveva lasciati senza risposta per moltissime ragioni, di cui queste le capitali: il maggiore le andava a genio più di Abramino; aggiungi il maggiore non accennava ancora di trovarsi al verde, onde, come donna di comprendonio, si attenne alla regola, che chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; le altre ragioni per cui cotesti voti amorosi andarono a monte non importa dire; basti conoscere che il Fadibonni li seppe, e prima la donna glieli negò con un muso da batterci sopra le monete, poi, mutato consiglio, spontanea glieli confessò per farsene merito presso di lui.
Abramino, coniglio, non già leone di Giuda, appena sbirciato il maggiore tenta scansarlo, e questi vie più diritta gli mette addosso la prua; si accostano; si urtano quasi; è chiusa ad evitarsi ogni via.
— Signor Abramino, o che le faccio paura? Non sono mica Attila, io. Si rassicuri, e sappia ch'ella mi è stato sempre simpatico.
— Grazie, caro lei, signor maggiore, grazie.
— O che pensa, che io le porti il broncio perchè ella vuol bene alla mia Giulia?
— Creda, caro signor maggiore...
— Credo, signor Abramino, ch'ella non poteva porre il suo affetto in luogo più degno. — Veda: le sue qualità fisiche sono giudicate dall'universale stupende, maravigliose, anzi divine; eppure, di petto alle sue qualità _cormentali_ sono meno che nulla; e ohimè! dopo aver trovato tanto tesoro mi tocca a lasciarlo; ah! destino infame. Sono fuori di me, e per la passione vado per le vie come smemorato.
— Caro lei, o perchè la lascia?
— Dio, che angoscia! Il mio reggimento sta per essere traslocato in Sicilia, e le enormi perdite che ho fatto al gioco mi tolgono la facoltà di condurla meco; io sono ridotto nel duro stato di desiderare una persona proba, dabbene, generosa, che me ne tenesse conto... le usasse i riguardi che merita... Se questo mi riuscisse, mi sentirei meno desolato...
E siccome Abramino, sospettoso, lo guardava sottecchi e non fiatava, il Fadibonni, incalzando, aggiunge:
— Ah! s'ella, signor Abramino, la pigliasse sotto la sua protezione... dacchè so che ama svisceratamente cotesto angiolo... se mi promettesse tenerla come la teneva io... gua'! poichè così vuole il destino, piuttosto lei che un altro.
— Se la spesa non fosse grave; se mi convenisse non sarei lontano dall'accollarmela... si può sapere, caro lei, quanto costerebbe il mese?
— Ecco... io l'aveva, si può dire, quasimente per nulla; per vitto e vestiario cinquecento lire...
— Per nulla! Ma che canzona, caro lei? Il mio signor padre mi ha assicurato più volte che in sua gioventù con cento lire, a sfondare, si aveva fior di roba.
— Ma, signor Abramino, si compiaccia riflettere che altre volte con quarantacinque centesimi si comprava una libra di carne di vitella grossa di prima qualità, ed oggi non bastano sessantacinque per quella di vacca... il porco costa un occhio, quantunque non manchi sul mercato. Consideri ancora che il suo signor padre non gli ha detto s'era solo in affari o in società... ho luogo di credere ch'egli stesse in società, se non in accomandita, almeno in partecipazione.
— Dunque cinquecento lire tutto compreso?
— Meno l'alloggio, che fa una bagattella... un duecento lire al mese.
— O Abramo, babbo dei babbi miei! Ma che crede che li abbia rubati io?
— Lei no... ma via, a questo diamogli un taglio. Confesso aver preso un granchio; e sì che doveva sapere che con voialtri ebrei non si può fare un pasto a garbo. Procurerò menar meco la Giulia, e così risparmierò a questo mio cuore lo strazio di separarmi da così angelica creatura.
— Caro lei, non vada in furia, finalmente è lecito, sotto l'impero dello statuto, a ogni cittadino tirare ai propri interessi; — se si potesse risparmiare qualche centinaio (e siccome guardando in faccia il maggiore vide che a queste parole costui strabuzzava gli occhi, si corresse...) qualche cinquantina... ventina di lire.
Ma l'altro aggrondato esclamò:
— No signore, caschi un quattrino, a monte ogni cosa.
— Ma scusi, signor maggiore, adesso mi viene in mente un dubbio: mi sembra, caro lei, che noi contrattiamo della pelle dell'orso prima di averlo acchiappato; la signora Giulia va d'accordo di essere girata all'ordine mio?
— La Giulia, parola di gentiluomo, di tutto questo è al buio; stringiamo il partito fra noi e poi m'industrierò io per farglielo accettare.
— Dove non ci è guadagno la perdita è sicura; senta prima, conchiuderemo dopo.
— No, prima stabiliamo, che non vo' trovarmi in fine ad avere buttato via fiato e passi.
— Come comanda; dunque per seicento lire sta per me.
— Settecento ho detto.
— Va bene; aveva sbagliato.
— Anticipate.
— Anche pagare avanti?
— Certe cose si pagano avanti; consulti tutte le leggi civili e le canoniche e toccherà con mano che si pagano sempre anticipati... sono alimenti, capisce?
— Dove andò il brigantino vada il barchetto; dunque vada e si spicci, che sono aspettato in borsa.
*
— Giulia, mia divina Giulia, esulta; oggi ti vengo davanti messaggero di liete novelle... io ti abbandono.
— Su due piedi?
— Su due piedi: come vorresti che io ti lasciassi su quattro?
— Ahi, scellerato! Senza lasciarmi un dolce pegno di te? Senza nè anche pagarmi il mese di casa arretrato?
— Di poca fede! perchè hai dubitato? Da' retta e veniamo subito a mezzo ferro, che a te preme, come a me, stringere presto il negozio.
— Sono tutta orecchi.
— La necessità mi costringe a lasciarti; il mio reggimento muta di guarnigione; nè la mia miseria mi concede condurti meco, che pure mi sei cara quanto le pupille degli occhi; però non volli palesarti l'animo mio se prima non aveva provveduto per bene le tue faccende; — da me dunque avevi duecento lire al mese?
— Cioè, me le promettesti, ma io non le vedeva mai intere, e per di più a spilluzzico.
— Ora ne avrai cinquecento anticipate, e tutte in un picchio.
— O angiolo mio!
— Nè questo è tutto; per alloggio, servitù _et reliqua_ altre duecento lire, del pari anticipate.
— Bada, maggiore, si muore di piacere come di affanno; ma caso mai ti fosse venuto l'estro di far la burletta meco, ti avverto che ho un paio di granfie da conciarti pel dì delle feste.
— Giulia, non mi fare la cialtrona; io parlo da senno; una difficoltà ci potrebbe cascare, ma verrebbe da te.
— E sarebbe?
— Colui che destino a surrogarmi nel tuo cuore è un ebreo.
— Non guasta; volterò la Madonna dall'altra parte e tutto sarà accomodato.
— Brava! Libera Chiesa in libero Stato. Dunque ti annunzio un gaudio magno, il mio sostituto è Abramino Ottolenghi.
— Già me l'era immaginato...
— Accetti?
— E come!
— Co' tuoi bei modi angelici tu arriverai a strappargli le penne maestre: non ti mancherà il cuore; in ogni caso ricorda che ti è affidata la vendetta di mille pelati fin della calugine.
— Circa a questo io ci renunzio, perchè, vedi, amor mio, è più facile pelare un pettine da lino che un ebreo, quantunque innamorato e di nido. Credilo...
— Alla tua esperienza; ci credo e non fiato più: però è bene che tu sappia che tutto questo non ti sarà concesso fruire senza il mio consenso, perchè l'ebreo mette per condizione finale al contratto il pacifico possesso.
— O non lo hai già dato il tuo consenso?
— Io non l'ho dato, ma lo darò a un patto.
— Quale?
— Che delle lire settecento pel primo mese tu me ne abbia a rendere mezze.
— Mezze! Ma che ci pensi? Ed a qual titolo pretendi tanti quattrini? Allora il mercante guadagnerebbe meno del _mezzano_?
Il Fadibonni suo malgrado avvampò. Nella guisa che il sole vicino al tramonto manda l'addio dei raggi vermigli al vertice dei colli, il pudore moribondo tinse coll'ultimo rimasuglio del suo cinabro le gote di costui. Riavutosi alquanto, rispose alterato:
— Dei titoli ne avrei parecchi; ti basti quest'uno: l'altra notte, coricandomi allato a te, misi il mio portafoglio sotto il capezzale. Vana precauzione! La mattina lo rinvenni vuoto, e dentro ci aveva messo... se ben ricordo... o cinquecento o quattrocento lire.
— O bugiardo della forza di mille cavalli; io ci trovai uno da cinquanta, tre da cinque, sei palanche e un doppio soldo...
— Dunque sei tu quella che rubasti? Era cotesto il tuo primo furto?
— Sfido io, o che volevi che campassi di aria? Anche il re per capo d'anno lo ha detto.
— Ma io ho giocato per te... ma io mi sono spiantato per te... ma io mi sono nabissato nei debiti per cagione tua! E mentre io mi affatico a crearti stato di regina, a te basta il cuore per lasciarmi morire di stento? Questo è il tuo amore? Questa la riconoscenza?
— Va' via, matto; attendi la settimana santa per cantare le lamentazioni. Senti, non buttiamo via il fiato; le lire duecento per lo alloggio non si hanno a toccare, perchè mi bisognerà pure mettermi attorno uno straccio di cameriera. Alle cinquecento che rimangono facciamo così, diamo nel mezzo.
— No; trecento almeno.
— No; duecentocinquanta al più.
— A monte ogni cosa.
— A monte. Bada, cuor mio, vengo di razza di can barbone; gettami in mare quanto vuoi, io mi terrò a galla.
— Ma ti toccherà nuotare; nè sai se ti avverrà, e quando, giungere a riva; e ad ogni modo ci arriverai tutta bagnata. Sopra Abramino non ci potrai fare più assegnamento...
— No! E perchè?
— Perchè guai a lui se ti guarda! Gli metterò addosso una paura da mandarlo in visibilio.
— Ebbene, io cercherò uno che metta paura a te.
— Vien via, sguaiata! non ci facciamo il sangue verde.
— Per me sono amica di tutti.
— E te lo credo senza che me lo giuri; dunque vuoi darmi sole trecento lire?
— Ho detto duecentocinquanta.
— Risolutamente?
— Risolutamente.
— Ebbene, vada per duecentocinquanta.
— E dimmi, quanto mi toccherà aspettare il tuo sostituto?
— Queste le son faccende che si fanno bollire e mal cocere; vado per esso e te lo conduco subito.
— Delizia mia! Se tu avessi indovinato per tempo la tua vocazione, a quest'ora saresti triplice milionario; ma sei sempre giovane, ed un bello avvenire si distende innanzi a te.
Il Fadibonni non intese le parole della landra, o finse di non intenderle; pauroso che l'uccello se la svignasse dal vergone, aperto l'uscio di casa, si cacciò a scavezzacollo giù per le scale.
*
— Caro lei, com'è che la vedo tanto rimescolato?
— Abramino, mi compatisca, ahimè! pensando a dovermi dividere da quella divina creatura, mi sento pigliare dal ribrezzo della febbre quartana.
— Per vita mia, io non vorrei essere cagione di tanti disturbi. Quando ci entra di mezzo la passione non si è mai sicuri... e considerando che domani l'altro ella potrebbe pentirsene...
— Domani parto.
— Allora muta specie... e se la signora Giulia acconsentisse...
— Ella acconsente; e confida di essere nell'amarezza che l'opprime consolata da tanto bravo giovane quale ella è.
— Dunque parrebbe che remosso ogni ostacolo io potessi liberamente presentarmi a lei?
— Aspetti un momento ed avrò l'onore di presentarla io stesso; — prima però mi occorre pregarla.
— Di che?
— Non si spaventi, Abramino: di cosa che lievissima per lei, tornerà a me di supremo vantaggio: ho bisogno di trovare in presto mille lire per tre mesi.
Abramino, facendo il chinese, rispose: — Niente di più facile.
— E viva sicuro di due cose: del pagamento puntuale a scadenza e della mia eterna gratitudine.
— Degli affari di casa io non mi occupo, ma ho motivo di credere che, presentandosi al banco Ottolenghi, vostra signoria non sarà rimandata, somministrando, bene inteso, le debite cautele e pagando gl'interessi di ragione... anticipati.
— Che guarentigia vuol'ella che io le offra? O che la mia obbligazione non l'avrebbe a bastare?
— A me basterebbe; ma io sono figliuolo di famiglia; nelle faccende del banco non mi occupo punto; quattrini non tocco. Il mio signor padre mi assegna lire mille al mese, le quali giusto ho riscosso dal cassiere stamattina: di altro non posso disporre.
E per mostrare che diceva la verità, tratto fuori dal portafogli mi biglietto bianco della Banca Nazionale, lo mise sotto gli occhi del maggiore, il quale, vedendo la bugia trottare sul naso di Abramino, soggiunse:
— Ma a lei non costerebbe niente a procurarseli altrove.
— Dio ne liberi! Se il mio signor padre venisse a saperlo mi diserederebbe.
Allora il Fadibonni conobbe in un attimo come ogni discussione menerebbe a nulla, onde, chiappata la mosca a volo, riprese:
— Pazienza! Pel rimanente cercherò altrove; intanto fo capitale su le trecento lire che avanzano a lei, dopo pagate le settecento a Giulia.
— E allora, caro lei, con che rimango io?
— Oh, a lei ricco sfondolato non mancano mezzi di far quattrini! Intanto pensi che se ho creato debiti l'ho fatto per sopperire al mantenimento di Giulia, che le merci furono portate a casa sua, che dove non le pagassi io potrebbero molestare lei, e però di traverso chi la protegge, e che per cosa al mondo non voglio lasciarmi debiti dietro. Nell'oro io non nuoto di certo, ma mi vanto soldato onorato al pari di ogni altro: sono maggiore; le rilascio un mio pagherò, e veda che libero dalla spesa di Giulia mi sarà molto facile mettere da parte tanto da poterla soddisfare in capo a tre mesi o quattro.
Abramino a sua posta capì come senza lasciarvi anche quel bioccolo di lana da cotesto roveto non usciva: giovane egli era e intabaccato di Giulia, però la concupiscenza a cagione degli ostacoli rinascenti gli s'inviperiva, onde brontolò questa risposta:
— Via, per amor suo, signor maggiore, mi sobbarcherò anche a questo carico; le presterò trecento lire.
In capo a cotesta contrada, appellata col nome del Cavour, teneva bottega uno ebreo cambiamonete, creatura del padre Abacuc; da lui Abramino si fece dare una carta bollata da pagherò, e porta la penna al Fadibonni gli disse:
— Scriva, io detterò.
— Sono ai suoi ordini.
— Da oggi a tre mesi pagherò io sottoscritto all'ordine del signor Abramo Ottolenghi lire trecentoventi...
— Come trecento venti? O non devono essere trecento?
— O gl'interessi chi me li paga? Veda, caro lei, le conteggio uno per cento al mese; un vero regalo; la tratto da fratello.
— Mi pareva che, anche a modo suo, farebbero trecentonove.
— E la senseria? E la provvisione? E il foglio bollato? Caro lei, gliene regalo mezzi. Tiri via.
Il Fadibonni, risoluto a non pagare frutti nè capitale, non istette su lo spilluzzico, scrisse, sottoscrisse, appose la data, fece insomma ogni cosa in regola: mentre Abramino riscontrava l'obbligazione, il maggiore stese le mani rapaci e pronte sopra i biglietti di minore valuta nei quali il cambiamonete aveva barattato le lire mille, e se li ripose in tasca.
— I miei biglietti! Dove sono iti i miei biglietti? esclamò Abramino non li vedendo più sul banco.
— Non si scarmani, li ho presi io per andarcene adesso insieme da Giulia. Capisce che la nostra delicatezza non le consente ch'ella paghi le settecento lire alla Giulia in mia presenza: parrebbe ch'ella sborsasse il prezzo della mercanzia che io le consegno: con persone bene allevate non bisogna trascurare mai i debiti riguardi: i riguardi, signor Abramino, chiamano lo amore quando non è nato; nato lo mantengono sano.
— Sarà, lo dice lei.
Andarono. Giulia, guardando traverso le stecche della persiana, li aspettava, e il suo cuore batteva forte come un tamburo (sono desolato pensando che ormai il mio lettore non potrà più apprezzare la esattezza di questa similitudine, dopochè il ministro Ricotti ha soppresso i tamburi per far morire d'itterizia il capitan Lamarmora) per la paura che non venissero più. Non aveva serva, andare ad aprire essa le pareva cosa da scapitare nella stima del signor Abramino; non le sovvenendo meglio lasciò l'uscio aperto, onde le comparve addirittura davanti il maggiore, che tenendo per mano Abramino, glielo condusse presso al canapè dov'ella stava seduta, favellandole con piglio da Agamennone:
— Dal dono apprendi il donatore qual sia.
E Abramino di rincalzo, molto leggiadramente:
— Di certo la mia signora può stare sicura che, se non riuscirò, nulla sarà omesso da me ond'ella non si accorga di avere mutato. Se uno ardente affetto, se una devozione a tutta prova...
— Grazie, mio signore, grazie; il tempo e la sua benevolenza scemeranno il dolore... forse saneranno... saneranno senza dubbio la piaga che ora dà sangue: perchè, veda, Abramino, io sono donna che quando mi ci metto amo col cuore... coll'anima. Maggiore, favoritemi un bicchiere d'acqua.
Il Fadibonni riempito il bicchiere glielo porge, ed ella intanto che lo piglia, chinatasi alquanto, gli susurra nell'orecchio:
— E i quattrini?
Il Fadibonni, tratto di tasca un involto, glielo consegna dicendo:
— Il signore Abramino ti prega per mio mezzo accettare questa piccola offerta dello amore che ti porta affinchè tu possa figurare da pari tua... e secondo la condizione di lui.
Qui un sorriso di Giulia e per giunta uno inchino accompagnati dalle parole: — procurerò farle onore.
Abramino le baciò la mano, ed ella smaniosa di riscontrare il danaro, di un tratto uscì fuori con queste parole: