Part 7
Mentre correggeva questo capitolo, mi capitarono i giornali, dove leggo che nella seduta del 13 marzo 1873, nel Parlamento italiano, trattandosi di queste male femmine, fu detto che negli ospedali sono _un vero malanno_. Dieci anni fa ebbi ad osservare il contegno rapace, gesuitico di coteste _gabbiane_ nell'ospedale di San Francesco di Paola, e non mancai di farne parte al mio buono amico Durando, generale di divisione a Genova.
Come a Dio piacque, Curio tornò più vispo di prima; ma per saltare dalla padella nel fuoco; imperciocchè avesse a comparire dinanzi al Consiglio di guerra. Indicarongli, ed egli accettò, difensore un uffiziale, a cui per ventura il regolamento non avea ancora mummificato il cuore; il quale udendo come egli intendesse addurre per discolpa avere seguito la fortuna di Garibaldi, come quello che egli giudicava meglio adatto per condurre alla vittoria la gioventù italiana, levò di schianto ambe le braccia al cielo ed esclamò:
— Dio ve ne guardi! Il Consiglio vi crescerebbe di due gradi la pena; lasciate dire a me; se vi poteste atteggiare ad imbecille, beato voi! la migliore accompagnatura che uomo possa avere nel cammino della milizia è la stupidità; con questa al fianco voi potete vincere il palio anche correndo col generale Lamarmora: ed abbiatelo per inteso.
Il difensore officioso mise innanzi ai giudici certe sue gretole, che erano tanti bruscoli negli occhi al senso comune, e parvero abboccarsi dal Consiglio: aggiunse poi, per far breccia, che Curio intanto si mise dietro al Garibaldi, inquantochè il re con regio decreto lo aveva eletto a suo generale; seguito la bandiera di lui perchè onorata dello scudo di Savoia: nè avere creduto mancare, se trovandosi di faccia al nemico prendeva senza perdere tempo a menare virtuosamente le mani contro di lui. — Certo, e lo abbiamo avvertito, la sventura aveva annacquato il sangue di Curio, non tanto però che, punto sul vivo, non isprizzasse quanto prima veemente; onde sorse su a dire: che non avrebbe mai per viltà rinnegato il suo degno capitano, l'unico che avesse saputo condurre alla vittoria la gioventù italiana; non avere veduto nè considerato lo scudo di Savoia, perchè nascosto nelle pieghe della bandiera italiana...
Tutti i componenti il Consiglio proruppero in un _oh!_ lungo e roco; il presidente fischiando il più puro dei dialetti piemontesi urlò:
— _Countacc!_ S'ha sentire anco questa, che lo scudo di Savoia sia entrato nella bandiera italiana come il baco nella pera per rosicarne il torsolo?
Curio, che aveva avuto il tempo di calmarsi, vide il marrone che aveva commesso e tacque; le sue parole gli tornarono indietro di rimbalzo formulate in condanna del massimo della pena assegnata dall'articolo 131 del codice penale sardo, vale a dire tre anni di reclusione militare.
Mentre riconducevano Curio trasecolato in prigione, l'ufficiale difensore gli si chinò all'orecchio susurrandovi queste parole:
— Voi vi potete vantare di essere nato vestito; — e siccome l'altro accennava a rimbeccare, l'uffiziale si affrettò ad aggiungere: zitto!
Vuolsi così colà dove si puote Ciò che si vuole, e più non domandare.
Così il nostro Curio era condotto in prigione. Io per me credo fermamente che i re, per vendetta della monarchia offesa da Dio quando egli convertì Nabuccodonosor in bestia, s'industrino, quante volte lo possano, mutare gli uomini in bestie: fra i tanti mezzi che a tale scopo essi possiedono, capitalissimo ha da giudicarsi il carcere, massime militare, dove il cibo malsano, l'aere tristo, le asperità, la solitudine e i lavori animaleschi operano sì, che la vita del carcerato se ne va in raschiatura sotto la lima della necessità. Lo imperatore Francesco di Austria, che fu quel gran maestro che tutto il mondo sa nell'arte d'imbestiare la creatura di Dio, condannò i nobili cattivi dello Spielberg a fare la calza.
Io non condurrò il mio lettore al finestrino della carcere, donde mostrargli come viva e come operi il prigioniero, lasciato solo con la sua solitudine; lo ha di già fatto lo Sterne, e in guisa da sgomentare qualunque altro volesse ritentarne la prova; il carcerato dello Sterne alla fine di ogni giorno tagliava una tacca in un regolo; al mio la disperazione risparmiava la fatica, facendogliela ella stessa nel cuore. Anco il suo cranio si mutava in prigione, imperciocchè ogni dì più si stringesse tanto da poter presagire che avrebbe in breve soffocato l'intelletto: cessata la milizia, è proprio inutile che il soldato vada a riscotere l'anima dal magazzino dov'ei la depositò; tanto non saprebbe più dove metterla. Curio, per mantenere più che potesse acceso il lume della ragione, chiese qualche libro a leggere; da prima non gli risposero nè manco, poi glielo rifiutarono, all'ultimo glielo concessero. Sapete voi qual libro? Ve lo do a indovinare su mille. La legge della leva del 20 marzo 1854 e il codice penale sardo del 1º ottobre 1859. Trovandosi in questo modo Curio costretto ad esercitare il suo ingegno sopra materia tanto infelice, operò come la valentissima non meno che sfortunata donna di Properzia de' Rossi, che sopra un nocciolo di pesca condusse in iscoltura tutta la passione di Gesù Cristo, con tale e tanto magistero, che chi la vide ebbe a restarne maravigliato.[10] — Avendo io potuto vedere il codice militare e la legge della leva concessi per sollievo del suo spirito a Curio, li rinvenni così tanto gremiti di osservazioni, note e pensieri, da far rimanere a bocca aperta la gente; tu ti hai a figurare una maniera di caleidoscopio dello intelletto umano, dove, girando, miri sciogliersi, aggrupparsi, tramutarsi senza posa risi, sorrisi, lamentazioni, capestrerie sempre nuove e sempre grottesche. Se mai capitasse in mano di romanziere, o di poeta, o di predicatore, o vogliamo legislatore, ovvero anche filosofo, chi sa quanto ci saccheggerebbero a man salva: per moneta non lo potei avere, e me ne increbbe; lo copiai in parte e giudico che valga il pregio citarne qualche tratto. All'articolo 5, t. I, c. 1, Curio appicca questo commento. — Ecco qui; in virtù dello articolo 5, la morte col mezzo della fucilazione nella schiena rende il condannato indegno di appartenere alla milizia; ed è ottimo accorgimento piemontese per distinguere la condizione dello ammazzato per davanti da quella dello ammazzato per di dietro; onde resta chiarito che se lo ammazzato per davanti dopo morto si presentasse al reggimento, hassi a ripigliare sotto le bandiere senza opposizione, mentre se lo ammazzato per di dietro ma' mai si attentasse dopo morto a presentarsi al reggimento, ne sarebbe addirittura respinto. — Atrocissima poi la chiosa di Curio all'articolo 3, titolo I, della legge su la leva, e meritata pur troppo: «Non sono ammessi a far parte dello esercito gli esecutori di giustizia, nè gli aiutanti, nè i figli degli esecutori, nè degli aiutanti loro.» Per questa guisa la gente, innanzi di entrare nella milizia, carnefice non ha da essere, dopo entrata sì; prima di entrare infame, meritoria dopo; se sei carnefice prima ti sbatacchiano la finestra in faccia, se dopo ti ribelli a fare da carnefice, e repugni, ed imprechi a cui ti costringe, commetti atto d'insubordinazione, ti scaraventano fuori della onorata milizia per la porta del sepolcro. Se ammazzi con la forca, infame e boia; se con una palla di piombo, inclito ed eroe! Arrogi, il boia ammazza sempre o quasi una belva feroce perduta nel delitto, cui tarda all'universale vedere arrandellata nella eternità, onde il boia talora salutano liberatore, anzi non mancano perfino filosofi che lo vorrebbero impancato nella magistratura e circuito di onorificenze al pari dei personaggi che vanno per la maggiore: — ma il soldato ammazza un uomo di cui la colpa domani non sarà colpa, che il sentimento della pubblica morale o scusa o non condanna; il boia macella persona a lui sconosciuta; il soldato rompe un cuore di un camerata, che forse amava e n'era amato: per la preda del boia veruno prega, per la vittima del soldato quaranta e più mila donne italiane; se taluno supplica per la prima, ottiene grazia sovente; per la seconda si prostra un popolo davanti al trono invano. Cipriano la Gala ha salvo il capo; Pietro Barsanti è messo senza misericordia a morte.
[10] Cicognara, _Storia della Scoltura_, l. 4, c. 7.
La prigionia di Curio tirava al suo fine, quando certa notte venne desto a forza da uno scoppio di fucile, che gli parve sparato accanto. Precipitandosi da letto corse a spalancare la finestra; ahimè! Si era dimenticato che la tramoggia toglieva la vista del di fuori; tuttavolta, essendo la tramoggia composta di calcina, la pioggia rodendo il cemento ci aveva aperto un breve pertugio, il quale allargato tosto da Curio col mezzo di un chiodo, gli concesse vedere una frequenza insolita di gente a cotesta ora; un andare e un venire di lumi dalla caserma; poco dopo comparve una bara portata da quattro uomini, i quali, come entrarono cheti, cheti del pari se ne uscirono: solo uno di essi piangeva tacito, pure di tanto non si potè tenere che in qualche singhiozzo non rompesse. Allora sopraggiunse un uffiziale infellonito e gli menò una piattonata da mandare faville sopra la spalla non gravata dalla stanga della bara! Il soldato si ricacciò in gola un altro singhiozzo che stava per uscir fuori; per vantaggino l'uffiziale aggiunse al colpo le parole: — Crepa piano, canaglia!
Curio, che moriva di voglia di sapere che cosa fosse accaduto, prese ad interrogare alla larga il carceriere quando prima gli comparve davanti, ma l'altro acqua in bocca; però Curio avendolo avvertito che tanto fra pochi giorni usciva, non si gittasse al ritroso, lo contentasse, il carceriere, trovato essere vero quello che gli ricordava, non senza molto raccomandargli la segretezza, che altrimenti guai a lui, gli raccontò come in settimana si avesse a fucilare un soldato per avere impresso il Vangelo dei cinque evangelisti[11] su la faccia del suo capitano: la sorte avere designato a formare parte del drappello dei fucilatori certo suo compaesano, che molto lo amava, anzi aveva sentito dire ch'era stato suo fratello di latte, e poichè nè per preghiera, nè per minaccia aveva potuto ottenere la dispensa, vinto dalla passione si era messo il cervello in bricioli. Intanto, il carceriere aggiungeva, le tradizioni della disciplina antica si disfanno: se si tira avanti di questo passo, per me non so dove si vada a cascare; una volta noi altri savoiardi della vecchia stampa, prima di disobbedire al regolamento avremmo fucilati padre, madre, fratelli, sorelle, la serva e il servitore...
[11] Schiaffo.
— Ammazzò padre, madre e la sorella, Il fratello, la serva e il servitore,
come Marziale, cantarellò Curio; e l'altro.
— Precisamente!
Allora Curio ficcò bene gli occhi addosso al carceriere, dubitando avere così al barlume dell'alba scambiato la faccia di un lupo con quella di un uomo. Niente affatto; la faccia del carceriere appariva qual'era, faccia di uomo pio, che in quel punto si levi, forbendosi la bocca col tovagliolo, dalla mensa eucaristica; — pinzo e beato. Soli il catechismo cattolico ed il regolamento piemontese hanno virtù, di conciarti la creatura umana a quel modo.
Tosato, vestito di tela greggia, Curio, il bellissimo Curio, adesso comincia la vita del soldato: andare per carne e per pane, portare buglioli di acqua spesso, rado di vino, segare legna, spaccarle, recarsele in ispalla: nè questo era tutto: spazzare la caserma, lavarla; nè questo era il peggio... insomma di opere servili e sozze un mucchio; ond'egli fra tante e tanto laidissime cose si guardava bene di richiamare alla mente la cara immagine della gentile Eufrosina, pauroso d'inquinarla; anzi, se mai gli cadeva nella mente, egli si affaticava di cacciarnela via come mosca impronta che si ostini a passeggiarti sul naso. Fra le uggie che lo infastidivano a morte, conforto unico, quando gliene veniva fatta licenza, condursi solo in riva al fiume, e quivi sdraiato contemplare inerte di pensiero e di corpo l'acqua che passava; alfine si alzava sospirando: — Perchè non passo anch'io? — Ovvero seduto lungo il lido del mare, con la punta di un ramoscello tracciava sopra la sabbia geroglifici, che l'onda irrompente di subito cancellava. Un tristo filo gli filava la Parca.
Certo giorno, quello dei suoi cento padroni che gli sta immediatamente sul capo, gli ordina: s'imbianchi dove ha da comparire bianco; si annerisca dove ha da comparire nero; di tutto punto si abbigli, perchè sul mezzogiorno si aspetta il maggiore, che verrà piumato, inargentato, con tanti voti sul petto da dar quindici ed una caccia ai piedi alla miracolosa Madonna di Oropa.
Il maggiore venne serio come un bufalo; gonfio come un tacchino quando fa la ruota; in sembianza non di bestia, bensì di tutte le bestie dell'arca di Noè. E ora perchè si rimescola il sangue da capo alle piante a Curio? E perchè sopra la faccia sparuta del maggiore adesso si stende un'ombra a mo' che accade su la campagna aprica, se una nuvola venga improvvisa a passare traverso i raggi del sole? Curio riconosce nel maggiore il vile Fadibonni e il Fadibonni lui; la rassegna si compiva in meno che non si dice un _credo_; al maggiore ogni istante pareva mille anni di trovarsi lontano di là. Quello e l'altro dì passarono senza accidente; al terzo Curio ricevè un invito di presentarsi al maggiore; ed egli, non potendo fare a meno, vi si recò; il Fadibonni, appena lo vide, chiuse l'uscio, avvertì di tirare le cortine, e all'ultimo, voltosi a Curio, con allegra faccia lo abbracciò, lo baciò, ed ei si lasciò fare; finalmente il maggiore prese a ragionare così:
— Or di' su, qual destino ti balestra in queste parti? Quali i tuoi casi? O perchè non hai messo il cambio? La è questa una delle tue solite capestrerie?
— I casi miei sono lunghi ed infelici; dispensami da contarteli; non misi cambio perchè una condanna di disertore mi obbliga a entrare nella milizia, e ad ogni modo mi sarebbe mancato il danaro.
— O che non sei più ricco?
— Misero, ma misero assai.
— E i parenti?
— Morti tutti, o falliti.
Qui la solita ombra si diffuse sopra la faccia del maggiore, il quale, stato alquanto sopra di sè, soggiunge:
— Ma i tanti amici?
— Mi ha repugnato andarli a cercare.
— E i debitori tuoi?
— Sono liberi pensatori: col _paternoster_ non ci hanno pratica; e dacchè il proprio dovere non li persuase a sodisfare al debito, ho rifuggito costringerli con la forza.
— Ma ti hanno fatto pagherò?
— Certo, e di molti.
— E li possiedi?
— Io li possiedo.
— O senti; fa' una cosa; se li hai addosso mettili fuori, se no, va' a pigliarli; ti aspetto qui a piè fermo.
— E a che pro?
— Va' a pigliarli: al resto penseremo dopo.
Curio andava pei pagherò; e rovistando per lo zaino rinvenne una obbligazione dello stesso maggiore, di seicento lire, la quale mise da parte come quella che non faceva al caso; tornò con gli altri fogli al quartiere del maggiore; il quale, poichè gli ebbe visti e considerati, disse:
— Curio, da' retta, tu mi hai a girare in regola questi biglietti, ed io mi porrò coll'arco del dosso a riscuoterli, adoperandovi, dove ne faccia di bisogno, l'opera di certo legale che leverebbe il fumo alle schiacciate; occorrendo spese le butterò fuori io, e del ricupero spartiremo a mezzo. Ti va?
— A dirtela schietta, la non mi va; ma il bisogno non mi concede di guardarla così pel sottile; e poi alla fin fine non mi pare mica giusta che i miei debitori abbiano a riportare premio della indiscretezza loro, quale altri si attenderebbe invano da una bella azione; ma e tu, dimmi, come ti trovi a casa tua?
— Eh! mi troverei anche troppo bene, perchè dalla mamma in fuori io non conosco parenti; ma la è vecchia, bacchettona e bizzosa; suo padre istituì, morendo, me erede proprietario, lei usufruttuaria vita naturale durante. I preti le hanno stretto intorno il blocco; e sono fino arrivati a darle ad intendere che io professo dottrine eretiche, io, mentre credo in tutto,
E sopra tutto nel buon vino ho fede, E credo che sia salvo chi ci crede...
La conclusione è ch'ella spende fin l'ultimo soldo co' preti, perchè con le messe e i tridui loro procurino salvarmi l'anima.
— Ma o la paga di maggiore?
— Oh! se a ciascun l'interno affanno... con quello che seguita; vien qua, accostati a me, ch'io non vorrei lo risapesse l'aria. Sai tu che ci è di nuovo? Se io ho voluto passare maggiore, mi è toccato obbligarmi a cedere un terzo della mia paga al colonnello per cinque anni, e appena ne sono passati tre.
— Che mai! Questo non è possibile.
— Possibile questo ed altro. Aggiungi l'uscita degli amori, di cui è rincarato il prezzo a misura della penuria dei viveri, e senza amore un cuore ben fatto non può durare un giorno... — dammi un fiammifero per accendere il sigaro... — e se in questa altalena non mi fossi armato di provvidenza col mettere da un lato in cima della tavola una vecchia, dall'altra una giovane e me in mezzo, a quest'ora io sarei andato a Patrasso; però a dare il tuffo siamo vicini, perchè alla giovane crescono le voglie, e alla vecchia scema la moneta...
— E simile contegno non ti nuoce alla reputazione?
— All'opposto, sarebbe screditato, e di molto, l'ufficiale che pelato non pelasse; aggiungi il gioco, nobile esercizio, apparecchio alla guerra, ma com'essa rovinoso.
— E com'entra il gioco con la guerra?
— Nel gioco, come nella guerra, assaltiamo, ci difendiamo, perdiamo, vinciamo, ci ritiriamo, rifacciamo le forze, torniamo all'offensiva: pari la filosofia nella guerra e nel gioco, sia per trarre partito dai tempi, dai luoghi, dalla conoscenza dell'indole dell'avversario: insomma impossibile esser guerriero e capitano bravo, se con notturna mano e con diurna non agitiamo indefessi le carte di lanzechenecco e di bambara. Ma a ciò diamo di taglio; or dimmi un poco, non ti converrebbe acconciarti meco per _confidente_?
— Confidente che è?
— Gli è il soldato di compagnia dell'uffiziale, ed è perciò che viene affrancato da ogni servizio al quartiere; onde, se togli il debito di pulire le sue vesti e la sua armatura, per due o tre ore per giorno esercitarsi, si può dire quasimente libero.
E siccome a Curio venne fatto di ridere, il Fadibonni, pigliando cotesto sogghigno per assenso, soggiunse: solo ti avverto, che se tu vuoi durare al mio servizio, quante volte tu ti trovi a conversare con gli uffiziali miei amici, procura dir corna del Garibaldi; più grosse le dirai e più verrai in fama; non chiamarlo mai generale, dagli dell'avventuriere, e se ti capita anco del _brigante_. Adesso corre il costume di ripetere con ammirazione il detto del gran capitano Lamarmora sopra di lui: cuor di leone, testa di asino. Io, vedi, per diventare maggiore non ebbi altri meriti oltre quelli di mordere il generale e cedere un terzo della paga al colonnello.
— Pazienza! Io non diventerò mai maggiore.
— Ebbene, se non vuoi dirne male, astienti da dirne bene, perchè, adesso che ci penso, sono tanti quelli che, beneficati da lui, se ne lavano la bocca, che ormai non se ne fa più caso; sta' zitto e basta.
— E quando mi disponessi a farti da servitore, quali sarebbero i miei obblighi?
— Meno che nulla, vedi. La mattina avresti a farmi il caffè e portarmelo a letto; ed ecco fatto. Scotere, bacchettare, spazzolare le vesti, il mantello, il berretto; ripulire gli stivali, lustrare sproni, bottoni e _squadrone_; assettarmi la sciarpa; ed eccoti fatto. Portare le lettere che lascerò la sera sul tavolino; se alla posta, alla posta; le altre a cui vanno, capitani, colonnelli, capi sezioni, segretari, ministro, _eccetera_; soprattutto hai da porre avvertenza a due, una colla busta gialla e l'altra con la busta rossa; la gialla va alla mia vecchia amante, la rossa alla giovane; guarda a non isbagliare, che tu mi spianteresti di netto; ed eccoti fatto. In un lampo ti sbrighi; tornato a casa, spazzi la camera, rifai il lotto, mi aiuti a vestire, mi cuoci tre uova o quattro, a battiscarpa mi arrostisci una braciola...
— C'è altro?
— Vai pel pane, pel vino, apparecchi, sparecchi, risciacqui i piatti e bicchieri, ed ecco...
— Basta, basta; sai che ho pensato?
— Che hai pensato?
— Che tutte queste cose ti farai da te.
— Come! ricusi? Un vero canonicato!
— Per ora non ho colpa da meritarmi i lavori forzati.
— Ma al quartiere ti toccherà peggio.
— Può darsi, ma servendo tutti, servo nessuno; e tra questi tutti ci entro ancora io.
— Bada! te ne pentirai.
— Allora ci sarà sempre per rifugio l'inferno.
— Tuo cuore, tuo consiglio. Oh! a proposito; bisogna ti dia un avvertimento: fuori di qui non ci conosciamo; anzi, procura di fare in modo da allontanare fino il sospetto che ci siamo conosciuti.
— Oh! quanto a questo vivi tranquillo, sarà pensiero mio.
E si separarono.
Fadibonni, rimasto solo, si mise a riscontrare i pagherò. Cento, duecento... oh! delizia, trecentocinquanta, cinquecento, uno di mille! Benedetta la mamma che ti ha fatto, o Curio dell'anima mia!
Insomma, e' ce n'era per una diecina di mila lire, e che nomi! Giovani della più prelibata nobilea; di oppositori e di sostenitori sfegatati del ministero; neri, rossi e azzurri. — Ma questa è una manna, di tratto in tratto proseguiva a dire il Fadibonni, Dio mi ha fatto piovere le quaglie fino in casa, e per giunta belle e arrostite.
Però anche qui egli ebbe a provare come il giudizio umano spesse volte erra, imperciocchè coloro ch'egli reputava pan buffetto sotto ai denti, gli parvero ghiaie, mentre gli altri che avrebbe venduto a mezza lira il paio, gli riuscirono meglio a pan che a farina. Breve: strizzando, attorcigliando, stiracchiando, non senza avvantaggiarsi delle infinite torture inventate dal suo mozzorecchi, potè racimolare cinquemila lire ad un bel circa. A questo modo passarono due mesi e più, quando Curio, un po' per vaghezza di sapere a che fosse cotesto negozio approdato, e molto per bisogno che pativa di danaro, si fece a trovare il maggiore. Stava per tirare la corda del campanello di casa, quando abbassando gli occhi vide a piè dell'uscio una lettera; la raccolse e conobbe essere diretta al maggiore: lo prese il capriccio di leggerla; e perciò sceso pianamente si condusse in parte dove giudicò non lo avrebbe disturbato alcuno; colà lesse quanto segue:
«Snaturato figliuolo! Ti scrivo e non rispondi; meglio avessi io dato la vita a un cane che a te; eccomi qui, meschina, dopo avere strutto quel poco che avevi e il molto che io possedeva per eredità paterna, di cascata in cascata prima mi trovai ridotta per campare darmi dintorno a vendere erbaggi; all'ultimo infermai e strema di tutto mi condussi all'ospedale dove ora mi trovo; la febbre è cessata, ma io non valgo a reggermi in piedi; lo spedalingo ha promesso tenermi qualche altro giorno per carità, ma lunedì mi toccherà andarmene senza remissione. Credilo, figliuolo, credimelo quanto è vero Dio, a me non rimane altro che mendicare, ma io non ho balìa di strascinarmi per le strade: cascherò su qualche muricciuolo e lì morirò. Mandami per le piaghe di Gesù Cristo un qualche soccorso; non me lo negare; non t'infingere povero per ributtarmi, che io so come tu spendi e spandi in male femmine e in gioco, che fu e sarà sempre la tua rovina. Altro non aggiungo: aspetto la tua risposta a braccia aperte, supplicando la beatissima Vergine che ti tocchi il cuore. Tua madre in lacrime. — Bergamo. — Livia O. T.»
Senza dubbio nel cavarsi la chiave di tasca per aprire l'uscio, cotesta lettera era cascata al Fadibonni; Curio nel ripiegarla pensò: una più, una meno, non sarà quella che lo manderà all'inferno.