Part 6
Di questa ragione salmi finiscono sempre col solito _gloria_; fecero del ben bellezza, sicchè in capo ad un anno del sacco rimasero loro appena le corde; ma il bertone, innanzi di vederne il fondo, arraffato il buono e il meglio, si tirò al largo, nè se ne seppe più nuova; alla donna parve toccare il cielo col dito tombolando nelle mani di un imprenditore di pompe funebri; costui sperava cavarne presto uno scheletro per decoro dei catafalchi; campando ella oltre l'aspettativa, la sgabellò a un oste; l'oste a un carrettaio; qui di vettura privata diventa _omnibus_, e così di male in peggio: allora dà di una stincata al sifilicomio, n'esce, ci torna, lasciando via via nuove offerte al tempio, una volta i capelli, un'altra i denti, ora un occhio. Poco prima della famosa rivoluzione dei _Comunardi_ a Parigi fu vista bazzicare il _Boulevard des Italiens_, dove vendeva fiammiferi. Parecchi italiani la conobbero e udirono da lei la storia del conte, arrapinato, pestare i piedi e svellersi i capelli quando Venere, appoggiato il pollice destro sotto il naso, gli faceva ventola con la mano aperta. Qualcheduno ne scompisciava dalle risa; i più, tentennando tristamente il capo, mormoravano: ecco i grandi uomini partoriti pei piedi dalla monarchia.
Tutti però le davano il soldo.
Forse ella, nel portare l'acquavite o il petrolio ai combattenti, sarà rimasta morta; o forse il governo del repubblicano Thiers l'avrà fucilata. Forse chi sa che un giorno o l'altro non la troviamo segnata fra le sante in qualche lunario francese: ce ne hanno messe tante!
CAPITOLO XXI.
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Se madre natura possedesse croci dei santi Maurizio e Lazzaro, ed anco della Corona d'Italia, a straziare, capisco anch'io ch'ella potrebbe avere i suoi adulatori, ma poichè croci non ha e collari nè meno, non arrivo a capacitarmi come uomo si periti a contarle le sue ragioni in faccia, ond'io, che libero sono e mi vanto, le dico aperto ch'ella ebbe torto marcio quando fabbricò il caccao a non farlo tutto di Sconusco, a quello di Caracca superiore assai, il caffè tutto di Moka, o alla più trista di Portorico; il the, o il tchà[6] tutto pekò a coda bianca — e l'amore tutto pari a quello che il Canova effigiò abbracciato alla divina Psiche, e sorreggente per le ale sopra la palma di questa l'angelica farfalla dell'anima. Ma ahimè! e' ci hanno più qualità di amori che di frati; taluno dolce così, che di petto a lui il mele ibleo morirebbe di vergogna; tale altro, al contrario, disgrada in amarezza l'assa fetida, con la quale mi dicono che il diavolo inzucchera la ricotta giù nello inferno.
[6] Quello che noi chiamiamo _the_ i chinesi dicono _tchà_; the significa nella lingua loro: _comprate, pigliate_; noi abbiamo scambiato il nome della merce col verbo mediante il quale ve la offrono.
Ma dolce sia l'amore od amaro, l'uomo l'adopera come vela buona ad ogni vento su questo mare che si chiama vita. La signora Giorgio Sand, che per teorica, e mi assicurano anche per pratica, intende di amore quanto la bella di Magdala e santa Teresa, dichiara l'amore comporre per la donna il poema intero della sua esistenza; per l'uomo un episodio soltanto. Non senza trepidazione io mi conduco a contradire tale e tanta teologhessa nella scienza amorosa, ma per me credo che lo stame, onde la Parca compone la vita delle creature, così maschi come femmine, ella intrecci di un filo di dolore e di un filo di amore; di tratto in tratto lo sbrizzola anche di un filo di piacere, perchè gli avventori non si sdegnino e sviino dalla bottega.
Ecco come sta la cosa. La donna pensa all'amore più dell'uomo, anzi assidua, come quella che può molte faccende operare senza il concorso della mente: a mo' di esempio, la calza; all'opposto i negozi dell'uomo lo vogliono tutto lì, gli assorbono il cervello senza lasciargliene libero un briciolo; ma intanto ch'egli, medico, scruta col polso in mano il mistero della infermità, o avvocato intende ad accecare con parole la giustizia, o prosseneta a mettere in corpo al mercante per via di panzane una partita di meliga avariata, ecco un alito di vento gli porta un vagito lontano di pargolo, un arpeggio di chitarra, forse anco una sfumatura di odore del fazzoletto che la signora marchesa ha cavato fuori per soffiarsi il naso, e la sua mente, rapita via dal polso, dal tribunale e dal granturco, errare pei dominii sterminati dell'Amore.
Però io vi ammonisco, le nuove vicende che sto per esporre davanti a voi si aggireranno sempre intorno all'Amore, pari ai satelliti del sole, che immoto in mezzo a loro li veste tutti della sua luce. Da molto, forse da troppo tempo ho messo da parte Eufrosina, Curio e Filippo, però non crediate mica ch'io me ne sia dimenticato, anzi si volgeva il mio cuore verso coteste care creature, quantunque volte mi stringeva il bisogno di ricrearmi delle brutte cose e delle bruttissime persone che pullulavano sotto i miei piedi, nella corsa che ho impreso traverso questa società morta e corrotta, e che pure veruno si attenta a seppellire. Andiamo pertanto a trovarli colà dove li abbiamo lasciati. Curio e Filippo giacciono gravemente feriti allo spedale di ***, ed Eufrosina sta in mezzo a loro, ma non tutta per loro a mo' di una sorgente blanda e continua di consolazione; ella infermiera, ella segretaria, ella lettrice di lettere segrete a tutti gl'infermi che o non potevano o non sapevano, ed ella del pari scrittrice a parenti, a spose e alle più dolci amanti; chè a lei non premeva nulla di che gente fossero e neppure di quali costumi; le bastava persuadersi ch'ella avrebbe col suo scritto consolato un'anima in pena, onde accettasse ogni più dura fatica; scrivendo senza posare mai da un giorno all'altro, ella sarebbe morta di vigilia e d'inedia, martire della penna. Non abbiamo letto ai giorni nostri di un sonatore, venuto a gara di suono, morire per eccesso di fatica? perchè non poteva Eufrosina consacrarsi vittima allo scritto? E bada che il musicante accettava il duello armonico per causa di lucro, mentre ella durava la immane fatica per senso di pietà. Se ai miseri infermi fosse stata imposta la scelta tra non vedere l'aurora o la faccia di Eufrosina, io per me credo avrebbero renunziato all'aurora. Davvero ella non pareva cosa mortale, imperciocchè la si trovasse lì appunto da per tutto; onde talora pensavano che fosse uno spirito diffuso dintorno nell'aria; se lo spasimo strappava ad un sofferente un sospiro, egli non l'aveva ancora compito che si sentiva refrigerato con le parole: — Fratello, che hai? — E subito dopo ella gli rinfrescava la fronte, o gli inumidiva le labbra inaridite; se altri gli toccava le piaghe strillava, al tatto di lei o non provava dolore, o si peritava di manifestarlo. Se i fiori tramandano soavità di profumo, perchè i cuori pietosi non potrebbero spandere un senso di sollievo? Ed Eufrosina spesso veniva dicendo che, se si fosse trovata nei piedi della Madre di Dio quando composero le litanie in onore suo, ella avrebbe dato indietro tutti i titoli, massime quelli di _torre di avorio_ e di _porta d'oro_, e tenutosi unicamente quello di _consolatrice degli afflitti_.
E dirò altresì cosa che parrà a molti incredibile, e non pertanto vera. Ciò che preservava la bellissima vergine da ogni affetto, non dirò impuro, ma terreno, era appunto la qualità che doveva contribuire meglio ad accenderlo, intendo la sua trasumana bellezza; imperciocchè accostandosi ella alle forme che il Beato Angelico effigiò negli angioli, la riverivano e amavano come creatura eletta di Dio. Nella medesima maniera che gli occhi nostri fissandosi nella soverchia luce smarriscono la vista, così, contemplando la suprema bellezza della donna, nell'uomo tace il materiale appetito.
A questo modo i nostri amici sopportavano assai pazientemente la loro miseria, perchè consolata dallo scambievole amore, quando un dì furono visti dalla porta dello spedale prorompere dentro la infermeria quattro uomini armati in sembianza di T, preceduti da un altro infagottato con abiti borghesi. — Giandarmi i primi, ai littori antichi pari in ferocia; in ciò diversi, che quanto i littori terribili, i giandarmi appaiono ridicoli, e sono; di fatti i littori si presentavano ricinti di pelli di lione, con in mano il fascio delle verghe e la scure nel mezzo, i giandarmi con la lucerna senza olio a traverso il capo e la squarcina allato fanno ad un punto soffrire e ridere. Chi li guidava apparteneva alla famiglia degli sbirri _pennaioli_; una maniera di gingillino mal cotto destinato ad arrampicarsi terra terra come la porcellana; costui non potendo avere altro di onesto, se ne pigliò il vestito. Gl'infermi, al comparire di cotesta brutta figura, tacquero come le passere quando il falco alia intorno all'albero su cui stanno appollaiate; imperciocchè presagissero danno per taluno di loro; nè a torto, che in nocere proviamo gli uomini più tristi dei gatti, ai quali la natura concesse facoltà di tirare in dentro gli ugnoli e accarezzarti senza sgraffiarti, mentre gli uomini così detti di polizia, se ti toccano è forza che ti sgraffino, e se ti baciano bisogna che ti mordano.
Fermaronsi tutti intorno al letto di Curio, in un attimo lo circondarono e lo frugarono nelle parti più riposte; fino sotto al capezzale, dove l'infermo posava la testa, parte sostanzialissima e per avventura più innocente del loro mestiere: essi vollero assicurarsi che Curio non aveva armi. Di tanto accertato lo sbirro pennaiolo, con voce stridula incominciava:
— Siete voi Curio Onesti?
— Sono.
— Di Milano?
— Di Milano.
— Figlio del fu Marcello e della vivente Isabella Onesti?
— Giusto come dite.
— Allora in nome della legge io v'intimo l'arresto.
— Oh! e' ci era mestieri quattro giandarmi? Prima che io mi possa movere ci sarà che ire; ma, di grazia, mi sarebbe concesso sapere di qual colpa io sono reo?
— Magari! Per diserzione alla milizia.
Curio diede uno scossone, per cui andatagli scomposta la fasciatura della gambe gli parve vedere le stelle a mezzogiorno: non però cessando la consueta baldanza, tra gli spasimi strepitava:
— E quale è il furfante che si attenta sostenerlo? Disertore è colui che per viltà scappando, ovvero rimpiattandosi abbandona la bandiera alla quale egli è ascritto, ed io mi trovo allo spedale ferito così, che forse non mi potrò più riavere, mirate... e qui stracciavasi con furia la camiciuola sul petto... non vi paio un crivello io? Ho combattuto tutte le patrie battaglie; accorsi a tutte volontario. Quale è il campo italiano che non bevve del mio sangue? Qual rupe del Tirolo non ha un brindello della mia carne?
— E chi ve l'ha chiesto?
— Chi? La patria.
— La patria non è il re.
— Come non è il re! O non si dice e non si stampa essere il bene della patria inseparabile da quello del re?
— Già, fu detto, scritto e stampato; ma, caro voi, o che bisogno ci è che tutto quello si dice, si scrive, si stampa sia vero? Finchè il bene della patria mette capo a quello del re, le cose camminano d'amore e d'accordo, quando poi si dispaiono allora il monarca inghiottisce la patria.
— E fosse così; o non fummo noi incamminati verso il Tirolo in virtù di ordini regi? O non fu bandito ai quattro venti che doveva stendere colà il suo più forte braccio l'Italia?
— Già, perchè i cerusichi austriaci l'agguantassero, e punta la vena ne traessero in copia il sangue guasto.
— O come, non è dunque più vero che ci assicuravano avremmo contribuito grandemente alla vittoria, se da cotesto lato avessimo percosso il nemico?
— Gua'! Bisognava pure darvi ad intendere qualche cosa; — ma il fatto sta che voi ci entraste come il prezzemolo nelle polpette. Quello che volevamo acquistare lo avevamo in tasca senza il vostro soccorso.
— L'aveste per elemosina; vi fu messo nel bussolo come il soldo al cieco.
— Ma che bussolo o non bussolo, abbiamo fatto l'Italia; l'Italia è fatta in grazia del nostro saper fare.
— Eravate tremanti, non già sapienti, quando, travolti dal terrore nei passi amari della fuga, supplicavate: Irreparabile sventura! Dietro a Brescia; per amore di Dio, coprite la ritirata!
— Coteste erano finte di cartoccio per levarvi dal Tirolo, dove ci avreste rotto le uova nel paniere. Ci avevano dato la musica in mano, che dichiarava così: _se volete vincere perdete._
— Lusso d'ipocrisia! Perfidia sciupata! Non ci provaste sempre docili ai vostri comandi? Forse anche allora non vi fu risposto: _obbedisco_, alla quale parola voi batteste le mani e la proclamaste magnanima?
— A voce alta, ma a bassa la chiamammo asinaggine; e poi, o che poteva egli fare il vostro Giuda Maccabeo? Siena per forza.
— E allora perchè abbindolarci?
— Gua'! per cautela.
— Va bene; ma intanto io non so di tante diavolerie; andai con Garibaldi, perchè dal governo moveva la chiamata; mi parve che fosse lo stesso combattere il nemico in un luogo piuttostochè in un altro; anzi stimai fosse merito accorrere nel luogo più pericoloso. E come disertai dalla bandiera del re se mi condussi a militare sotto la bandiera del re? Voi mi dite che il re non è la patria quando gl'interessi di quello vanno disgiunti dagl'interessi di questo, ma fin qui, per quanto io sappia, non si separarono.
— Noe, noe; voi mi date in ciampanelle; voi avete definito male il disertore; a noi non rileva la cagione onde mancaste ridurvi al corpo assegnato: voi foste rinvenuto buono dal consiglio di leva ed _assentato_ a tenore del regolamento.[7] Vi presentaste o no al reggimento a cui vi avevano ascritto? No; dunque la diserzione è _flagrante_, imperciocchè, ficcatevelo bene in testa, soldato vero è colui il quale entra a servire nelle milizie regolari del re nei modi prescritti dal regolamento; i volontari non contano; al contrario, si hanno in sospetto, come quelli che furono, o sono, o diventeranno ribelli. Il soldato vero, una volta ascritto alla bandiera del re, deve consegnare la sua anima al suo superiore, come la veste da borghese al custode del magazzino; ripiglierà, se vuole, l'una cosa e l'altra quando cesserà la milizia.
[7] Assentato — scritto al libro, alla matricola, voce spagnuola venuta in Italia nel secolo XVI; conservata in Piemonte, e da lui estesa odiernamente a tutta la penisola come reliquia di patita servitù.
— In una parola, gesuiti armati.
— Precisamente.
Curio, per non dare di fuori, morse la coperta, ma persuadendosi poi che con quel ceffo di ferro male limato non ci era da cavarne costrutto, appena si sentì alquanto sboglientito riprese a parlare:
— Ebbene, ci siamo intesi; io qui rimango per conto vostro, e voi potete vivere sicuro che mi ci ritroverete di certo: potete andare.
— Ma io non vi posso lasciare; lo vieta il regolamento; voi dovete venir meco allo spedale militare.
— Io vorrei sapere un po' come abbia a fare per tenervi dietro?
Mentre così favellava, ecco fu vista entrare nello spedale una lettiga munita di coperchio chiuso da incerato verde portata da quattro uomini, i quali, fattisi presso all'infermo, la depositarono giù a piè del letto; poi senza perdere tempo si ammannivano a sollevare l'infermo per tramutarlo, con quel maggior garbo che per loro si fosse potuto, nella bara, quando Eufrosina, stesa la mano, trattenne quello ch'era più presso a lei: non tremava ella, non piangeva; suono di minaccia non si udiva nella sua voce, e tuttavia metteva paura, imperciocchè sopra le sembianze deformi distingui male l'amore o l'odio, mentre l'odio si rivela in tutta la sua terribile potenza sul volto della bellezza; — solo ella domandò:
— E' mi sarà vietato assisterlo allo spedale? Avvertite, che siamo promessi sposi.
— Osta il regolamento.
— Non mi negherete almeno di accompagnarlo allo spedale?
— Osta il regolamento.
— Di venirlo di tratto in tratto a visitare?
— Osta il regolamento.
— Ma ch'è mai questo regolamento?
— Il regolamento! esclamò l'uomo dalla faccia di ferro; e dopo alcuna esitanza riprese: il regolamento è il regolamento.
— Io sono chi sono, giusto come il Dio degli ebrei rispose a Moisè, brontolò una voce sotterranea, la quale lì per lì non si conobbe da che parte movesse, e la pronunziava Filippo, che da parecchio tempo, non si potendo più reggere, aveva cacciato il capo sotto le lenzuola. Gli astanti non lo avvertirono, però che Curio, gittato giù l'argine della pazienza, proruppe:
— Se mai al tuo intelletto crescessero l'ale, il regolamento ti farà da forbice, onde tu di aquila ridiventi oca, perchè il regolamento fu composto da oche, e le oche solo considera; se il tuo cuore moltiplicasse i suoi palpiti, il regolamento gli metterà il tempo addietro, perchè il cuore deve regolarsi col pendolo del regolamento; se il regolamento si porrà di mezzo tra la mano di tuo padre moribondo e te, il padre morrà con la mano levata palpando il vuoto, e tu inaridirai nella sete della benedizione paterna; il regolamento va dintorno a calafatare le orecchie umane, affinchè non le ferisca grido di madre che domanda aita, nè di figli che implorano pane, nè di quarantamila donne supplicanti la vita di un garzone ventenne. Il regolamento ti concia l'uomo a cero pasquale; di sopra spento, di sotto assicurato con uno spunzone; in mezzo trafitto da cinque ferite. Vuoi tu sapere regolamento che sia? Te lo dirò io; stammi a udire. Il regolamento è Polifemo cieco, che brancola tastando i suoi montoni per agguantarli e divorarseli vivi, senza pure sputare pelle nè ossa.
— Lo avete accomodato nelle regole...?
— Sì signore.
— Su dunque, da bravi, recatevelo in ispalla di un tratto; _marche!_
I quattro giandarmi si ordinarono a dietroguardia, intantochè gli altri quattro soldati s'incamminarono col cataletto verso la porta: l'uomo del regolamento disparve.
Lunga e dolorosa la infermità di Curio, pure si riebbe in grazia della sua stupenda complessione; appena entrato in convalescenza lo mandarono a Genova, nell'ospedale stabilito dentro il convento di San Francesco di Paola, perchè colà, col benefizio dell'aere marino e le cure delle pie suore di carità, recuperasse intera la prima salute. La intenzione pareva eccellente, ed era, come quella che si partiva da medici umani, ma il fine mirava a rendere in breve capace il povero Curio a sostenere il giudizio davanti al Consiglio di guerra. Chi avrebbe ravvisato in quella larva di uomo zoppicante lo splendido Curio? Lo intelletto è quasi un arco nella mano potente della volontà; se questa langue, lo intelletto inerte non balestra pensieri; Curio si sentiva il cervello peso come una pietra dentro al cranio; teneva continuo gli occhi chiusi, forse nel concetto stesso di Cosimo il Vecchio dei Medici, che interrogato perchè così costumasse, rispose: — Io lo faccio per avvezzarli a morire! — Sovente inoltrandosi nell'ombra stette a un pelo di passare il confino della ragione per mettere il piede nei dominii della demenza; facile trapasso, però che buio fitto ingombri il limite estremo, dove la ragione cessa e la demenza comincia; e gli fu ventura che gli comparissero ad ora ad ora davanti tre angeliche sembianze, quella di Eufrosina prima, seconda la madre, ultima Filippo, le quali sorridendo lo respingevano indietro spruzzandolo di speranza. Allorchè gli accadde aprire gli occhi, gli parve vedere e vide certo uno stormo di gabbiani che gli aliavano intorno al letto, come intorno le patrie costiere quando il mare si mette alla burrasca. Appena trasse un sospiro, ecco staccarsi dallo stormo uno di cotesti uccellacci, che agitando un paio di ale bianche dalle parti laterali del capo a lui si avvicinò; allora si accorse che gabbiano non era, bensì una di quelle creature che per buttare le mani innanzi si chiamano _suore di carità_. A chiamarle donne noi offenderemmo le nostre madri. La suora di _carità_ che volò con l'ale tese verso Curio era giovane, di capello sauro, come la più parte delle cavalle maremmane e delle femmine francesi, bianca nella faccia, ma di un bianco spiacente, come sarebbe a dire di _calcina lattata_,[8] nel sommo delle gote pareva ci avesse impastato un ranuncolo; gli occhi tondi, neri, quali tu miri nelle pollanche: e perchè io stringa la mia immagine in poche parole, la si sarebbe potuta mandare per modello agli scultori di Norimberga, disperati fabbricanti di puppatole. Il gabbiano... voleva dire la suora di carità, venuta a canto a letto di Curio, in suono di _miserere_ prese a dirgli:
— Mon cher frère en Jésus-Christ...
[8] Frà Agnolo Firenzuola, che ragionò della bellezza delle donne, e se ne intendeva, ecco che pensa intorno alla bianchezza delle donne: «alle guance conviene essere candide; candida è quella cosa che insieme con la bianchezza ha un certo splendore come l'avorio; e bianca è quella che non risplende come la neve. Se alle guance dunque, a volere che si chiamino belle, conviene il candore, al petto basta la bianchezza solamente». Dialogo I, p. 21. — Per me non vo' lite coll'amoroso abate vallombrosano, ma le facce lustre, inverniciate, mi sembra che si addicano alle bambole, non già alle belle donne; però me ne rimetto agl'intendenti.
Curio ebbe a ruzzolare da letto, sentendo egli italiano in terra italiana favellarsi in lingua francese, là dove egli credeva avere a trovare donne italiane; peggio poi quando la suora di carità gli prese le mani e gliele strinse fra le sue: egli sentì un diaccio come di pancia di tarantola toccargli il cuore, e n'ebbe a un punto paura e ribrezzo. La suora continuò il suo sermone a mo' di sonatina imparata a mente, applicabile a tutti come gli _oremus_ e i _serviziali_, concludendo col conforto di rimettersi in mano di Dio e della Provvidenza; imperciocchè parecchi distinguano Dio dalla Provvidenza, e li rammentino come se fossero marito e moglie. Intanto tornava a _rifiorire la rosa_ sopra la bella faccia di Curio, e gli occhi suoi assorbivano copia di luce che riverberavano più intensa, dalle aperte nari aspirava a lunghi tratti l'aria di primavera; ti sarebbe parso Apollo di Belvedere, che col capo alquanto piegato, pieno di baldanza e di vigore, mira il serpente trafitto dallo strale infallibile. E gli occhi della suora, che, comunque stupidi, per accendersi come fiammiferi non aspettavano altro che essere stropicciati, agli occhi di Curio accendendosi a un tratto, presero a corruscare; le mani di lei strinsero più forte le mani del giovane; un tremito le si diffuse per tutta la persona; calido le diventò l'alito... la temperatura del bacio; le labbra della suora volendo susurrare non so che parole nelle orecchie del giovane, sbagliarono strada e si fermarono sopra la sua guancia. Curio allora interrogò se stesso:
— Ma che questo gabbiano voglia ministrarmi il suo amore come un purgante?
E ficcatole gli occhi addosso, fu subito chiarito di che si trattasse; e fra sè disse: chi non vuol vendere vino levi la frasca. Per la qual cosa, licenziata la suora con le più accorte maniere che per lui si seppero, chiamò a sè il confessore, a cui sotto sigillo di confessione confidava essere preso di amore per la bella infermiera, e forse non presumere troppo di sè giudicando che ella di pari amore fosse rimasta punta. — Il confessore si morse le labbra, si fece in viso color di bargigli, e nelle escandescenze in cui ruppe diede a divedere che allo zelo del prete si mescolasse, oltre al dovere, concupiscenza dell'uomo cavallino; pure si tenne; anzi lodò il giovane della sua prudenza; ma da quel punto in poi la suora non si vide più; la surrogava una suora vecchia, di cui la faccia pareva plasticata nel sapone di Susa: il vaiolo si era preso il gusto di scavarci una moltitudine di cavità, dove la morte e il peccato giocavano alla buchetta.[9]
[9] Se a Platone, innamorato di Archeanassa, matura di anni, parve vedere gli Amori folleggiare nelle rughe del volto di lei, non parrà strano che a Curio sembrasse vedere il peccato e la morte giocare alla buchetta nei butteri della faccia della vecchia suora di carità.