Il secolo che muore, vol. IV

Part 5

Chapter 53,740 wordsPublic domain

— Appunto, ell'è pur troppo illusione del suo cervello malato quello che si dà ad intendere avere veduto ed udito.

— Come! prorompe stringendo i pugni e digrignando i denti Fabrizio, è illusione avere io veduto... con questi occhi, il conte * in criminoso congresso con la baldracca di mia moglie? Illusione avere sparato su di essi tre colpi di rivoltella? Illusione averli ammazzati tutti e due come cani?

— Appunto, riprende il prefetto con pacatezza stupenda, tutto questo è illusione, eccetto lo scandalo immenso dato da lei.

— Come, non ho ammazzato?

— Nessuno. Il personaggio a cui ella temerariamente accenna da una settimana non si è mosso dalle sue terre, e la sua signora...

— L'hanno trasportata al camposanto?

— La sua signora è qui... e accostatosi a un uscio lo aperse dicendo: favorisca, signora.

Dalla stanza contigua ecco uscirne fuori saltabellando la Bianca piagnolosa, la quale, gittate le braccia al collo dello stupefatto marito, fra i singhiozzi diceva:

— O Fabrizio! Quante ne fai patire alla tua povera moglie? — Queste sono le promesse? E questi...

Ma Fabrizio non la lasciò continuare, e respingendola urlava:

— _Vade retro Satana_... addietro, non mi toccare. Poi, percotendosi il capo a più riprese gemeva: qui, qui mi scappa via ogni cosa... il cranio è incrinato... il cervello mi gronda giù come l'acqua. — Di un tratto inferocendo smania: — Infami tutti! tutti congiurati a farmi ammattire. Che contano d'inferno e di demoni nell'altro mondo! Qui sono i demoni, qui lo inferno... l'intelletto è ito, il cuore del pari; qui e qua, e picchiavasi forte la fronte e il seno, si possono appiccare gli _appigionasi_, ebbene, nella casa vuota entrino la rabbia, il furore, la sete di sangue, la libidine della strage; all'inferno tutti con me; ora vedremo se ammazzandoti una seconda volta resusciterai.

Si avventa in questo dire al collo della Bianca, e con la destra tenta strangolarla; la donna, colta dall'atto subitaneo, non può fare riparo se non agguantando con ambedue le mani il braccio del marito, ma invano si sforza liberarsi dalla tenace tanaglia.

Il prefetto anch'egli si affanna di apportare soccorso alla meschina, se non che Fabrizio con la terribile forza nervosa che dà la pazzia lo abbranca pel petto con la mano manca e lo sbatacchia giù sul pavimento in così dura maniera, che n'ebbe ammaccata la fronte e pesto il naso: senza potersi rilevare da terra costui prese a urlare da spiritato: Soccorso! soccorso!

Uscieri, servi e quanta altra gente stava nell'anticamera in aspettativa di udienza ecco rovesciarsi addosso a Fabrizio per levargli la donna di sotto, ma egli invelenito si difende a morsi, a calci, e non lascia presa. Alla fine liberano da morte sicura la Bianca, terribilmente malconcia; aveva gli occhi fuori come gatto arrabbiato; le impronte sanguigne intorno al collo le durarono più di un mese. Il prefetto, rattoppato alla meglio co' cerotti, anch'egli stette un pezzo a presentare nella faccia l'aspetto della cantonata dove faceva ogni giorno impastare i suoi manifesti. Fabrizio, legato e ben condizionato, portarono diritto come un fuso nell'ospedale dei matti.

O come era avvenuto questo? Fabrizio cadde in abbaglio o vide il vero? Egli aveva veduto il vero; pur troppo aveva sparato, ma al buio, e la persona tutta tremante come ramo di arbore allo imperversare del libeccio non gli aveva concesso prendere la mira, e non aveva colpito persona. Il conte, passata la prima commozione, conosciutosi illeso, e la Bianca altresì, come uomo risoluto e di pronti partiti, si affrettò al riparo montando tutta la macchina che abbiamo narrato. Intendeva traslocare Fabrizio in Sicilia, e se reluttante si riprometteva vincerne le repugnanze con la minaccia di palesare le carte donde appariva come un dì costui si fosse legato ad uccidere il re; ma non ce ne fu bisogno, stante lo aver dato nei gerundi prima del tempo. La vecchia ospite fu fatta svignare, e non le parve vero; un nuvolo di guardie di polizia travestite e non travestite, aggirandosi nella contrada dov'era successo il caso, spargevano mille voci diverse dal vero; più che altro insistevano a dire che uno scapestrato, provando certa pistola di sua invenzione, aveva lasciato scappare il colpo; intanto pagherebbe la trasgressione. Il prefetto, a cui fu data ad intendere una novella senza capo nè coda, finse credere ogni cosa, bevve grosso e abbuiò tutto. Vere bocche di acquaio i prefetti, quando ci trovano il conto.

Il giorno successivo si leggeva in un giornale _officioso_ il seguente avviso: «Abbiamo a registrare un fatto deplorabile. Il signor Fabrizio Onesti, commendatore e regio procuratore a questa R. Corte di appello, che tanto illustrava con la sua dottrina e rara eloquenza la magistratura italiana, preso dalla monomania per credersi venuto in disprezzo dei giudici giurati, perchè nell'ultima sessione delle assisie non sempre accolsero le sue conclusioni, tentò ieri gettarsi giù dalla finestra; impedito per miracolo alla sua moglie, che in cotesto frangente fece prova di singolare coraggio, ha procurato con altre vie di uccidersi, sicchè sono stati costretti a chiuderlo nel manicomio, dove mercè le cure _intelligenti_ dell'egregio signor commendatore direttore di cotesto _stabilimento_ si spera restituirlo in breve sano alla famiglia, agli amici e al fôro, di cui è sì bello ornamento.» Stile della _Gazzetta Ufficiale_, della _Opinione_, della _Nazione_ e di altri della medesima mandria, compresa la _Perseveranza_.

E il misero Fabrizio migliorava così; il giorno stesso nel quale compariva cotesto avviso, egli cadde in tali eccessi di furore, che fa mestieri mettergli la camiciuola di forza e legarlo con le cinghie sul letto; dopo alcuno spazio di tempo la mania furiosa cessò, sicchè poterono lasciarlo sciolto dentro una cella chiusa con un cancello di ferro, per cui facilmente veniva ad essere vigilato dai custodi, che andando su e giù pei corridoi tenevano sempre d'occhio i pazzi. Fabrizio notte e dì, con gran voce accompagnata da gesti terribili, non rifiniva mai declamare orazioni contro gli ordini sociali, i vizi del tempo e la necessità delle riforme, se pure non si voleva battere una capata delle solenni; e sovente gli accadeva manifestare con eloquenza mirabili verità, come quegli a cui natura era stata pur troppo liberale di doni, ch'egli aveva offerti in olocausto alla vanità plebea e ad altri ignobili affetti.

Ora, mentr'egli dimora chiuso costà, accadde che il presidente Goffredo, fattosi del tutto manso, avesse supplicato il cugino Gabriele di prendere in mano le redini di casa e ravviargli la matassa arruffata della domestica economia, e il giovane dabbene presto gliela rimise in filo; saldò i debiti, diede il puleggio al fattore, modello di prima qualità, perchè non contento di rubare prestava il rubato al padrone coll'interesse del cinque per cento il mese; insomma fece in modo che il cappone comparisse sopra la mensa del presidente più spesso che la giustizia nelle sue sentenze; e se ciò accadesse con esultanza somma di lui, Dio ve lo dica per me. Per questi ed altri meriti il presidente ormai senza il cugino Gabriele non poteva più stare; a tale giunse cotesta sua amorevolezza importuna, che Gabriele ebbe ad avvertirne Artemisia, onde ad evitare il ridicolo ella persuadesse il marito di porre modo a quel dolce tormento. Ora dunque accadde, certo dì di festa, che Gabriele e la madre di Artemisia andassero, secondo il solito, a casa il presidente per recarsi di conserva alla sua moglie a udire messa; la quale divotamente udita, frullò per la testa al presidente di favellare così:

— Ecco, oggi è libero il passo allo spedale per cui voglia vedere i matti: che dite, ragazzi, ci vogliamo andare? È un divertimento che non costa nulla; forse ci troveremo anche quel matto dell'Onesti, che già tenne ufficio di regio procuratore alla Corte che presiedo io.

— Sì, sì, andiamo, risposero ad una voce Artemisia e la madre di lei.

Più umano, Gabriele osservava: — Mi paiono gusti fradici; cotesti spettacoli mettono in corpo la malinconia per una settimana almeno...

Ma la vecchia mamma di Artemisia salta su e rimbecca:

— Già, basta che la mia piccina mostri avere una voglia perchè tu subito le dia il gambetto.

— È proprio la prima volta che me lo sento dire. Gua'! se volete andare, andiamo; per compagnia s'impiccò un lanzo.

Chi va a vedere i matti, od è più matto di loro, ovvero è un tristo. Le donne, entrate nel manicomio e osservando i miseri privi dello intelletto, di taluno, conforme le governa il caleidoscopio della loro isterica sensibilità, risero; di tale altro piansero, e presto si uggirono di tutti. Di un tratto il presidente Goffredo esclamò:

— Oh! eccolo.

— Chi ecco?

— Il commendatore! Il matto! E' pare Ferraù alla riviera. Andiamo a dargli noia; vediamo un po' se mi riconosce.

— Ehi! infermieri; ci è da fidarci nel cancello?

— La vada franco; non lo stianterebbe Sansone. Allora il pio Goffredo in compagnia degli altri si accosta al cancello, e con voce tra beffarda e compassionevole chiama:

— O commendatore! O sor commendatore, favorisca; ci è gente che si vorrebbe _procurare l'onore_ di salutarla.

Il matto gli sbarra gli occhi addosso e poi si accosta lento al cancello. Intanto il presidente continua:

— Buon giorno e buon anno; come si trova a suo agio qua dentro? Al tribunale tutti lo aspettano a gloria. O che non mi riconosce?

— Altro se ti riconosco; e questa gente che ti accompagna chi è ella?

— Questa è mia moglie, quest'altra mia socera, il gentiluomo...

— Non importa che tu perda il fiato; egli è il cugino Gabriele...

— Giusto, ci ha dato dentro di colta; dopo avere ascoltato insieme la messa...

— Ah! la messa?

— Sì signore, la santa messa, ci è nato il desiderio di venire a riverirla e ad informarci della sua salute.

Allora il pazzo con voce da banditore si mise a gridare:

— Avanti! avanti! dame e cavalieri; la vita che meniamo qua dentro uggisce maledettamente: ho pensato rallegrarvela; e a questo scopo intendo darvi la spiegazione di alcune figure di cera che sto per mettere nel mio museo; all'entrare! all'entrare! Il tutto _gratis_, secondo il detto del Vangelo, _gratis accepistis, gratis date_. Attenti dunque, che vado a dare principio al bel divertimento.

Tal bue va a pascere che si trova al macello; il divertimento del presidente sta per trovare il suo riscontro nel divertimento del matto, il quale continua:

— Questi, signori cavalieri, è il marito putativo di questa bellissima madonna, che non si chiama Maria, bensì Artemisia, omonima della famosa regina di Caria, che prima bevve il marito morto, e poi finì vecchia arrabbiata di amore per un soldato vivo;[4] quest'altra è la classica pollastriera mamma Agata, di cui da venticinque anni si contendono il dominio tabacco e vino; nè pare che stieno per ora sul finire la lite. Il gentiluomo poi è un tale Gabriele, che trovò spediente annunziare lo amoroso messaggio per conto proprio e non per l'altrui. Questo branco di degne persone, dopo avere passeggiato l'adulterio per le vie e per le piazze della città, gloriose al pari di Cesare quando menava il trionfo, si recarono devotamente a chiesa per presentarlo a piè degli altari al cospetto di Dio. — E così, dame e cavalieri, bisogna che sia, _conciofossecosachè_, quando le società degli uomini si conservano selvaggie, ecco di un tratto scappa di mano alla natura un Lino, un Orfeo, un Cadmo, un Romolo, un Teseo, promulgano leggi, che a guisa di morse costringono i viventi a pigliare una piega per istarsene insieme senza mangiarsi a morsi; ma nelle società diventate civili, se avviene che si guastino, allora la libertà non consentendo partiti tanto violenti, è mestieri operare in guisa che i buoni costumi rifacciano un po' di carne alle leggi; dieno loro vigore allo stomaco per digerire e alle dita per agguantare; per le quali cagioni e ragioni i guidaioli generosi e podagrosi del nostro italo regno agli uffici supremi preposero gli ottimati, i patrizi, quelli insomma che vanno per la maggiore, affinchè con gli esempi incliti educhino le moltitudini, meglio che co' precetti; di vero, se il senatore Cambray-Digny si affaccia ad una finestra e si mostra al popolo sotto adunato: _ecce homo_; la sua presenza farà più breccia nell'animo di quello che tutti e dieci i comandamenti della legge di Dio. Quando non furono trovati uomini nuovi, buoni da bosco e da riviera, si conservarono gli antichi; così i vecchi sbirri si persuasero con ogni maniera di carezza a rimanersi per ammanettare; alle amministrazioni però deputarono uomini nuovi, perchè i vecchi rubare sapevano, ma non con le eleganze del rubare moderno: quanto a boia non rinvennero meglio del Piantoni, ed il carnefice del duca di Modena, che impiccò Ciro Menotti, continua a impiccare per conto del re d'Italia, quantunque la sua reputazione sia affatto scroccata.[5] A capo dei tribunali stanno magistrati come questi — e qui additava il buon Goffredo — che se capitassero ma' mai in bocca al diavolo, durerebbe a sputare corna e lische almeno un mese. — Ed ecco come saranno sanati infallante co' buoni esempi i rei costumi del nostro inclito regno.

[4] Il matto piglia uno svarione: due furono le Artemisie; una appunto regina di Caria, moglie di Mausolo, che fece quello che fece, come dice il matto, e morì di dolore due anni dopo la perdita del marito; almeno così la conta Teopompo presso Arpocrate; l'altra fu figlia di Ligdamide, regina di Alicarnasso e di taluna delle isole circostanti, e questa fu che infuriando di amore per Dardano abideno, per gelosia gli cavò gli occhi mentre dormiva; e poi, vie più smaniosa, a rimedio della passione che le bruciava le ossa, così consigliata dall'oracolo, si precipitò dalla rupe di Leucade, dove le si spensero ad un punto l'amore e la vita; questo si trova scritto nella _Storia Nuova_ di Tolomeo Efestione, dove occorre il catalogo di tutti quelli che fecero il salto; rimetto a lui coloro che desiderano più ampie informazioni, e li avverto altresì che dove volessero provare troveranno sempre la rupe di Leucade a Santa Maura, isola ionica, disposta a servirli.

[5] Questo Piantoni il 22 gennaio 1871 impiccava in Alessandria Antonio Vertua; ed era la sua 171ª, dico centosettantunesima impiccatura. Nell'_Eco del Tirreno_, 5 novembre 1872, da tale che esaminò il cadavere dell'impiccato si afferma che _le ossa del collo erano al loro posto, e non rotte, il midollo intatto; il boia col suo laccio semplicemente affogò l'appiccato, ed esso non potendo respirare morì asfittico_.

Da questo racconto si ricava come il prelodato boia contasse panzane quando si vantava egli solo possedere l'arte di spacciare subito, e senza quasi dolore, il paziente, rompendogli con un calcio o due esteticamente assestati _taluna delle vertebre cervicali_. L'avvocato Giacomo Borgonuovo, nel suo terribile libro _Il Patibolo, il Carnefice e il Paziente_, racconta come Pietro Piantoni, impiccando a Genova Felice Abbo, per bene _dieci_ volte pestasse sul capo di cotesto infelice, senza contare Giorgio Porro, aiutante, il quale per di sotto tirava giù a strattoni da schiantare la corda. Anche il patibolo ha i suoi ciarlatani.

I pazzi avevano fatto un cerchio intorno al presidente ed alla sua bella compagnia, levando un rombazzo, un frastuono, un rovinìo che pareva il finimondo, nè ci era verso di scapolare loro di sotto; le sghignazzate e i fischi andavano al cielo, e già era corso qualche scappellotto, ventipiovolo d'imminente acquazzone. La faccenda diventava brusca davvero, se il direttore non giungeva in tempo con un rinforzo di spedalinghi armati di nerbi, i quali distribuendo a destra e a sinistra busse da levare la pelle, fece prendere il puleggio a cotesti matti, i quali però appena furono fuori di tiro si voltarono d'accordo riprincipiando un inferno di fischi e di vituperi.

Il direttore, confuso per lo spiacevole inconveniente, si profondeva in inchini, senza aprire bocca come colui che non sapeva da che parte rifarsi; ma il presidente venne tosto a levarlo di pena, imperciocchè sorridendogli beato, mentre si assettava il cappello sgualcito, gli disse:

— Poverini! bisogna compatirli, e' sono matti.

— Giusto! era quello che pensava anch'io, cotesti miseri non sanno ciò che si dicano o si facciano, si affrettò di soggiungere il direttore.

Artemisia tremava; di che tremava ella? Non mi è facile indovinarlo; questo so e lo ridico, che stringendosi ella al braccio dell'amante, gli susurrò negli orecchi:

— Han fatto male a mettere cotesto infame allo spedale, lo avevano a cacciare addirittura in galera.

Ma Gabriele non le badava, chè mormorò fra sè questi detti segreti:

— La Dio mercede, noi siamo giunti a tale, che in Italia adesso i savi parlano come matti e i matti come savi.

Da cotesto giorno in poi il verme penetrò in quello indegno amore, e comecchè il giovane contrastasse alla incessante corrosione, in breve l'ebbe guasto; allora egli si provò a sbrattarsene e non potè; condizione infelicissima, che annebbia sovente i migliori spiriti; un bel giorno con inaudito sforzo ruppe la fune della consuetudine, e _insalutato hospite_ fuggì: pellegrinando in remote contrade corresse i trascorsi della riprovevole passione, e rigenerato in faccia alla propria coscienza ricuperava la stima di sè e la pace. Ora, chi credete che di cotesto caso si arrapinasse più, il presidente Goffredo o la moglie Artemisia? E' fu Goffredo; quanto ad Artemisia infuriò lunedì, martedì pianse, giurò vendicarsi il mercoledì, il giovedì si diede attorno a cercare il mezzo di condurre a compimento la sua vendetta; lo trovò il venerdì; fa vendicata il sabato; sei giorni di fedeltà per femmina come quella equivalgono alla eternità. Bisogna dirlo; all'uomo qualche volta è dato restare a mezza scala; la donna va sempre fino in fondo.

Non affatto infelice Fabrizio, poichè la fortuna gli concesse nel profondo della sua miseria redimere un'anima. Certo tristaccio, quando lo riseppe, notò malignamente: — I regi procuratori, onde facciano un po' di bene al consorzio civile, bisogna che diventino matti. — La quale sentenza, se non peccasse di troppa generalità, si dovrebbe rilegare in oro.

*

Il conte! il conte! Noi vogliamo sapere come andasse a finire il conte, urla la moltitudine dei miei lettori. — _Ordine! tranquillità! silenzio e tenebre!_ Ed io vi conterò il fine del conte. Libero da ogni ostacolo, costui irruppe con la foga della giovinezza dove alla _cieca più Venere piace_, per dirla col Parini, e, o sia che la sua complessione inchinasse a decadenza precoce, ovvero il troppo affaticare della mente, e le notti vigilate, e lo abuso delle bevande nervose, massime caffè, gli logorassero le forze vitali, in breve egli si trovò ad avere, non che bevuto, sgocciolato il boccale della voluttà; venuto _a compieta_, contro la propria impotenza arrovellava, se avesse potuto avrebbe fatto arrestare dal questore _Amore_ e trasportare ammanettato dai giandarmi alle Fenestrelle; pestava i piedi e si svelleva i capelli, dando di sè miserando non meno che burlevole spettacolo. Dove la donna, mossa da pietà o da quale altra passione, si fosse avvisata racconsolarlo con parole di compatimento, apriti cielo! Allora sì che bolliva! rompeva in escandescenze, e, come dice il volgo, ci _andava di moccolo_. Avvenne quello che doveva avvenire; lo colse lo accidente di gocciola e morì. Per la costui morte grande si levò il lamento nella universa Italia, che gl'italiani costumarono con lui come gl'innamorati con la donna amata, quando le diluviano addosso tutte le virtù le quali essi desiderano che la donna possieda ed ella non ebbe mai. I suoi gesti dipinti dall'adulazione co' falsi colori del servilismo ogni giorno più smontano al sole della verità; anche pochi anni, forse mesi, e di coteste storie non apparirà altro che pareti bruttate di memorie laidissime.

Ben può l'erede comprare un posto privilegiato al camposanto e commettere a Carrara un monumento di marmo; i _lacchè dell'arte_ faranno alle capate per iscolpirglielo, senza darsi un pensiero al mondo se adoperano lo scalpello per un bandito o per un eroe; ma la Storia, che non vende posti al suo cimiterio, e per amor di pane non usa la penna, più presto o più tardi mette ognuno al suo posto e il tempo conferma il giudizio.

Corse voce che lo avesse avvelenato la Bianca, e fu calunnia; ella non era capace di siffatti reati; anzi ella amava il conte a modo suo; certo cotesto amore a lei arrideva quando le veniva davanti col turcasso pieno, non mica di frecce, bensì di cedole di banca di mille lire l'una; ma insomma se lo teneva caro; di un'altra cosa ell'era capace, e in questa parte non si lasciava patire; mantenuta dal conte, manteneva... chi mai? Non importa dirlo; uno di quei tanti così che costumano portare i baffi appuntati volti in su come le vacche le corna, ed i capelli spartiti per davanti e per di dietro su la zucca come gli spicchi del popone. Donde vengano non si sa, dove vadano nemmeno; pari al sole dei climi tropicali, non conoscono crepuscolo; splendidi di tutti i loro raggi compaiono nelle sale magnatizie, sfolgoranti di tutti i raggi loro precipitano nella tenebra; forse, se ne francasse la spesa, a cercarli bene, si troverebbero in galera, ovvero in sagrestia; intanto corruscano nei _club_; nei _turf_ si esaltano Minossi, poichè ci decidono i piati, e talora eziandio emuli a Castore semideo scendono nello stadio e corrono il palio; luogotenenti e vescovi _in partibus_ di Tersicore, la musa ballerina nelle _soirées dansantes_; diaconi e suddiaconi di Como nei banchetti e nei _buffets_; Achilli della forchetta e della spada, perchè talora duellano, e non senza audacia, per conto proprio, più spesso vengono a regolare cotesti intrugli, che chiamano a ragione _partita di onore_, essendo provato che l'onore non ci si fa mai vedere, o, se per caso ci s'imbatte, scappa senza voltarsi indietro. La cittadinanza finge maravigliarsi di simile risma di gente e le appella _misteriose_; cittadinanza vile e corrotta, che si tappa occhi, orecchi e bocca per non vedere, non udire e non parlare; per poco che ci attendesse, non che altro, il lezzo glie le svelerebbe anche al buio; esse, finchè il vento soffia in poppa, si reggono sopra ogni maniera senserie e sul truffare al gioco, non mica barando per sè, che sarebbero scoperti subito, bensì tenendo il sacco a persone illustri duchi, marchesi ed altri titolati: essi guadagnano a starsene all'ombra; dopo queste viene l'industria di darsi a nolo a femmine use vendersi un dì alla libidine altrui, oggi costrette dalla propria a comprare, mantenendo in fiore l'ampia famiglia dei contratti innominati _do ut des, ut facias facio_; ed è destino che queste donne caschino stupidamente nei laccioli medesimi onde accalappiavano altrui. Narrasi che il conte, tra robe e quattrini, avesse lasciato alla Bianca pel valsente di centocinquanta e più mila lire, sicchè, come vedete, ci era da scialare un pezzo; quindi non mancò il bertone di proporre alla donna il pellegrinaggio di Parigi, che è il santo Iacopo di Galizia di quanti barattieri e baldracche vivono nell'universo. La donna assentì più che volentieri, trovandosi fornita in copia di viatico, ed anco per allontanarsi da una città, dove così atrocemente le levavano i pezzi d'addosso; le turpi adulazioni ora le facevano scontare con ispregi abiettissimi; e percotendo lei credevano vendicare la propria viltà; logica dei tempi, che fa cascare le braccia alla medesima infamia.