Il secolo che muore, vol. IV

Part 3

Chapter 33,951 wordsPublic domain

Al signor Ambrogio, che brontolò caninamente: con me la non sarebbe andata a finire così, Agata gattescamente rispose: — Smetti da fare il Nerone; ad altri grugni, che non sei tu, le donne hanno fatto la barba e il contropelo. Altri altre cose; ma il popolo, il quale lì per lì rimane tocco dal lato generoso delle azioni umane, senza troppo squattrinarla pel sottile proruppe in bravo, pestò i piedi, sbatacchiò una contro l'altra le mani fino a schiantarsele.

Il presidente, a tenore del paragrafo secondo dell'art. 487 del codice penale, ebbe a dichiarare prosciolta l'accusa contro i due incolpati; pareva mordesse le parole per dimezzarle; ma tanto e' furono capite e con suo infinito rovello applaudite.

Efisio si accostò di scancio, a mo' che camminano i granchi, alla moglie e all'amico, e stese loro ambo le mani; questi gli si avventarono al collo e si abbracciarono in tre, non ignudi, ma vestiti, eppure belli a vedersi come le Grazie di Canova, quantunque di bellezza diversa.

E Fabrizio e il presidente come rimasero eglino? Fabrizio come il re Erode delle marionette; sempre strabuzzati gli occhi, irti i capelli, il pugnale brandito per ammazzare, ma tutto questo insieme con lui attaccato a un chiodo; quanto al presidente, ti sarebbe sembrato il cugino del montone involuto per le corna ai cespugli del monte Mora, in aspettativa di essere sagrificato in vece di Isacco sopra l'altare del Signore.

A cui non preme sapere la fine dei giovani amanti, salti pure venti righi o trenta, che senza essi:

può star la storia e non sarà men bella;

chi poi sentisse diversa voglia dia retta, che mi spiccio in due remate. — Gravino, senza farne motto ad anima viva, di subito scomparve; si arrolò soldato, combattè le patrie battaglie sempre eroicamente e sempre sventuratamente, colpa non sua, bensì di coloro che dal cravattone e dalla insolenza in fuori null'altro ebbero di soldato; per ultimo una palla di cannone gli portò via ambedue le gambe: dopo aver sofferto inenarrabili angoscie e tentennato un pezzo fra la vita e la morte, parve volerla scampare. Artemisia ed Efisio, appena lo poterono fare senza pericolo, da Brescia lo trasportarono a casa, donde non s'è più mosso: dire che Artemisia ed Efisio quivi gli prodigarono cure di madre e di padre sarebbe poco. Gavino è diventato un culto per loro; non lo lasciano mai solo; le più sere i coniugi gli tengono compagnia intorno al letto; il dottor Taberni, quando va a visitarlo, butta da parte il suo _concio ligure_ e il suo _concio parlamentare_, e vi si trattiene fino al tardi: in capo alla settimana qualche altro amico non manca; Gavino ha trovato modo di moversi e fa da scritturale ad Efisio; lo tiene bene informato e lo dirige in tutti i suoi negozi, sia agricoli, sia commerciali. Da due mesi Artemisia, non lo dà per sicuro, ma crede di essere incinta; di qui un dire inesausto, un mulinare a perdita di vista sopra argomento sì caro: intanto hanno messo in sodo che, figlio o figlia stia per uscire fuori, Artemisia l'allatterà; e spoppata la creatura le sarà balia Gavino, che la tirerà su secondo il tempo istruendola in tutto quello ch'ei sa, compresa la trigonometria, Gavino è sempre lieto di quella gioia parata che tiene l'anima in perpetua primavera; e' pare che siasi dimenticato di avere posseduto un giorno un paio di gambe, o finge: fatto sta che a cui sta per movergli parole di consolazione gli tronca le parole di bocca: credetemelo, io ho trovato la felicità giusto in quel punto che voi reputaste essersi da me perduta per sempre.

Il presidente mogio mogio tornossene a casa; appena ebbe messo il piede nel portone chiamò:

— Candida? — Alla qual voce rispose una maniera di grugnito dallo interno di un casotto immondo e fetido, che era ad un punto sala, camera e cucina, e di tratto in tratto anche inevitabile bottega di ciabattino, marito della Candida. Sul davanti del casotto si apriva una finestra munita un giorno di vetri, oggi di foglio unto e di ragnateli. Ora, siccome dal grugnito in fuori non usciva altro dal casotto, il presidente, facendo del cuore rocca, c'introdusse il capo e vide. Che vide mai? Candida, che stesa a pancia all'aria su di una cassa si faceva guanciale del capo del suo marito, aggomitolato sotto alle spalle di lei; ed ecco come sta la cosa. Questa coppia elettissima di sposi, vincolata co' più stretti nodi del comune amore per l'acquavite, sovente si trovava briaca nel medesimo tempo da non poterne più; sicchè invece di badare per altrui, aveva dicatti di badare a sè stessa. Gl'inquilini, dopo averla minacciata più volte di licenziarla, l'ammonirono che cotesta volta erano buone mosse, e se avesse mancato poteva baciare il chiavistello: allora si stringe in conferenza per provvedere al caso, e deliberò darsi la muta con questa ragione, che il marito si ubriacherebbe il giorno e la moglie rimarrebbe sana, la notte all'opposto; fare insomma uno accordo contrario a quello di Febo con Febea, dove questa prese a splendere la notte e quegli il giorno. Ora, siccome il presidente tornò a casa nelle ore in cui il marito aveva diritto di starsene briaco e la moglie il dovere di mantenersi ad occhi aperti, accadde ch'egli trovasse la Candida supina sopra la cassa, riposata sul marito convertito in guanciale.

— Candida, ripetè il presidente; ed ella senza moversi:

— Lustrissimo! In che posso servirla? Comandi, in che posso obbedirle? Per lei mi metterò in quattro ed occorrendo in sei. E non si moveva.

— Zitta! non isvegliate il marito.

— Per questo poi! Non si sveglierebbe nè anco se gli angioli del giudizio si allentassero a sonare le trombe.

— Candida, prosegue il presidente, voi sapete che state sotto la mia speciale protezione.

— Fin qui non me n'era accorta, risponde sbadigliando ed allungando le braccia la donna.

— Come non ve ne siete accorta? O le tre lire al mese non ve le do io? O le cinque lire di mancia per Pasqua di ceppo ve le dà il re di Prussia?

— Allegri, ci è da scialare. Oltre queste quarantuna lira l'anno, è più facile che mi caschi sul capo un tegolo dal tetto, che in tasca un soldo da casa.

— Be'! be'! Quello non fu fatto si farà: intanto a voi questo cavurrino.

— Due franchi! Tigna! mormorò la Candida; ed egli:

— Candida, voi avete a dirmi... ma innanzi ditemi se date mente a quelli che entrano ed escono di casa, perchè dal luogo dove ve ne state a pancia all'aria dubito forte che voi li possiate vedere.

— Lustrissimo! ella s'inganna, perchè se vorrà entrare qua dentro e mettersi sulla cassa a pancia all'aria come me, e come me col capo ritto appoggiato al mio marito, riscontrerà da sè che si può ottimamente vedere tutti quelli che entrano e che escono.

— Lo dite voi, e basta; dunque via, ditemi quali le persone che mi vengono a trovare in casa quando io sono fuori. — O questo non entra negli obblighi del perfetto portinaio.

— Fatecelo entrare...

— Lustrissimo, il portinaio ha da spazzare le scale, accendere il lampione, avvertire che veruno porti via nulla, andare per la balia quando pigliano i dolori del parto a qualche signora del casamento, o per lo speziale se venisse la colica a vostra signoria illustrissima; questo e non altro è il vero compito del portinaio.

— Dunque voi non badate a chi entra nè a chi esce, nè vi curate sapere dove va, nè perchè va?

— Chiedo scusa, lustrissimo, anzi ci badiamo e ci arronziamo per sapere dalla Mecca alla Storia.

— E tutto ciò per vostra erudizione, senza volerlo dire a persona?

— Chiedo scusa, lustrissimo, lo ridiciamo bene e meglio.

— E a chi lo riferite voi?

— Lustrissimo, al lustrissimo signor questore.

— Al questore! esclama il presidente dando di un passo in dietro; ma voi qui dunque fate la spia?

— Come sarebbe a dire? Spia! Noi siamo martiri oscuri che ci sagrifichiamo all'ordine pubblico. Spia! Noi custodi pagati con moneta di disprezzo della sicurezza pubblica; quando voi dormite, noi vigiliamo per voi; noi siamo gatti battezzati per servizio della società; noi meritiamo meglio di lei, ed è chiaro, perchè, mi fa la finezza di sapermi dire qual differenza passa fra noi e voi altri? Per me non ci vedo che questa, che noi pigliamo gli uccelli e i magistrati li pelano e gli arrostiscono. Il nostro premio in questo modo è piccolo, ma Dio ci ricompenserà nell'altro a misura di carbone... almeno questo è quanto ci assicura il lustrissimo signor questore, quando si schermisce dal crescermi la mesata. Dunque la non mi confonda, lustrissimo, e non mi distorni da dare a Cesare quello ch'è di Cesare e a Dio quello ch'è di Dio, vale a dire: a lei ciò che spetta come inquilino, a lire quarantuna l'anno, al questore quanto gli spetta per la sua mesata.

Dopo queste parole, la donna candida torna a sdraiarsi sul guanciale marito e nega rispondere ad altro. Il presidente si caccia su per le scale arrovellato, pensando alla temerità della polizia, che si attenta ficcare il naso fino in casa di un presidente della Corte di assise. Si sa, il vasaio porta invidia al vasaio.

Il presidente sonò piano; lo squillo del campanello parve una gocciola; ma Bibbiana, destra, aperse subito l'uscio con la catena traverso, donde il padrone le fece cenno, mettendo l'indice diritto sul naso, di stare zitta. Entrato in casa, con voce e garbo di congiurato le mormorò negli orecchi: — Seguimi, senza che veruno ti scorga, nello stanzino dei panni sudici.

— Domine! O non potrebbe scegliere meglio; ha ella posto mente alle pulci?

— Ho pensato a tutto. Entra.

— Eccomi entrata.

— Chiudi l'uscio.

— Eccolo chiuso.

— Bibbiana, tu hai da sapere che il pane che tu mangi è mio.

— Lo so.

— Ti piace rimanere al mio servizio?

— Si signore.

— Or bene, sai che tu devi fedeltà al tuo padrone?

— Si signore.

— A ciò pensa che ti obbligano tutte le leggi umane e divine che si versano sopra la servitù.

— Si signore, ma faccia presto, che ho lo stracotto al fuoco, e se mi trattiene troppo si attacca al tegame e piglia il bruciato.

— Assumo tutto sotto la mia _responsabilità_.

— Si, ma intanto lo stracotto piglia il bruciato.

— Dimmi, Bibbiana, in nome del tuo Dio, quando sono fuori vengono gente in casa?

— Sicuro che ce ne viene.

— Ce ne viene? E molte?

— Piuttosto di parecchie; e certo più di quelle che ne vorrei io, perchè mi tocca andare su e giù dalla cucina all'uscio come le secchie al pozzo.

— E chi sono? con chi parlano?

— Con la signora, perchè la si figuri se cercano me!

— E la signora dove le riceve?

— In sala, in salotto...

— E nella camera da letto?

— Qualche volta anche nella camera da letto.

— E chi sono? Chi sono? urlò il presidente fuori di se, pestando i piedi.

E Bibbiana accivettata, senza punto scomporsi, rispondeva:

— Oh ecco, il fornaio, il vinaio, il macellaio, il canovaio, il pastaio, il calzolaio...

— Altri?

— Il cappelaio, il sarto...

— Altri?

— Il vetturino...

— Altri? Altri?

— SI, tutti gli altri che hanno credito con lei, che sono stanchi di aspettare, che minacciano citarla al tribunale; e dicono di vostra signoria roba da chiodi, ed anche strapazzano la signora; la quale, poverina! ci patisce e non fa altro che piangere, e sovente l'ho udita fra i sospiri lamentare: — Quanto era meglio che io mi mantenessi ragazza, innanzi di avere a soffrire tante mortificazioni!

— E non ci viene altri? Proprio altri?

— O santa Vergine, e chi altri ci avrebbe a venire?

— Lo puoi giurare?

— Lo posso giurare e lo giuro su questa croce benedetta — e messi gli indici della mano traverso l'uno all'altro, li compose a croce e quella baciò con molta compunzione; ma di un tratto, come se l'avesse morsa la vipera, strillò: — Ora che ci penso su, la mi dica, signor padrone, a che proposito ella mi ha fatto tante domande? Che forse dubiterebbe della onestà della sua signora? Già, questo è ciò che guadagniamo noi altre donne pigliando mariti vecchi; avvilite, tenute in prigione e per di più sospettate... Ma la sua signora la è roba sua, ed ella la può insudiciare come le garba; rispetto alla mia reputazione è un altro paio di maniche...

— Bibbiana! diamogli un taglio.

— Ah! vostra signoria mi ha preso per una pollastriera? Anche questo toccava sentirsi dire alla figliuola di mia madre...

— Bibbiana! buttiamo carte al monte...

— A me? cui il conte Mercato confidava le figliuole, ond'io gliele menassi a confessione e a messa...

— Bibbiana! chetati.

— A me? in carne ed ossa, alla quale il marchese Piazza, dando in custodia la signora marchesa sua moglie, disse: — Bibbiana, io ho più fede in te che in un battaglione di bersaglieri. A me?...

— Finiscila, Bibbiana!

— Che eletta dama di compagnia alla baronessa Scala, vagheggiata dal duca Cordonata, dopo averne fatte più di Paris a Vienna per andarle a fagiuolo, si ebbe a metter giù dalla impresa esclamando: è tempo perso, finchè la difende quella maledetta colubrina di Bibbiana la fortezza non si piglia...

— Ho capito... ho capito... ho capito.

— E se ha capito mi risarcirà del danno fatto al mio onore, perchè, prima Dio, sono donna onorata...

— Che cosa è questo diavolio? E chi è che tarocca qui dentro? si udì ad un tratto per di fuori tra dolce e severa; — verdemezza.

— Gesù mio! la padrona!

— Nina mia, non ti rimescolare; voleva farti una burla... una sorpresa... Bibbiana mi ha guasto l'uova nel paniere...

E in questo fu aperto l'uscio: pur troppo era stata profetessa Bibbiana, imperciocchè le miriadi di pulci nate, cresciute ed educate là dentro, non potendo emigrare come i poveri irlandesi per le lontane contrade di America, stavano pensose dei loro destini, quando la Provvidenza n'ebbe pietà, e mise in capo al presidente di andare a chiudersi insieme a Bibbiana nello stanzino dei panni sudici. Vi lascio considerare il terribile assalto, e se le pulci sopra coteste due vittime espiatorie vendicassero in un minuto _ben mille offese_; padrone e serva comparvero al cospetto della presidentessa _a littera_ neri.

— Salva! salva! gridò questa scappando via; ed i rimasti l'uno l'altro guardando, e vedutisi conci a quel modo, proruppero in tale scoppio di risa da schiantare i travicelli del palco.

Lo stracotto andò bruciato, la minestra prese di fumo, ogni cosa in malora. Bibbiana, liberata che fu dalla invasione dei demoni, andò per ordine del presidente a provvedere alla osteria _Nazionale_ un pranzo troppo migliore del suo, e il presidente, riscattato anch'egli, mercè le pietose cure della moglie, e _manibus inimicorum suorum_, scese in cantina a prendere due bottiglie di nebbiolo; e tutti insieme, in festa e in giolito, fecero un pranzo, in paragone del quale quello delle nozze non gli poteva legare le scarpe; perchè, per più allegria, vollero a tavola con loro Bibbiana, a cui la bizza della sua reputazione come uno starnuto l'aveva presa, e come uno starnuto se ne andò via.

Bibbiana beveva quanto due padrone, e il presidente quanto tre Bibbiane, pure con due bottiglie di nebbiolo e due litri di Monferrato ognuno dei nostri personaggi aveva a bordo la sua _salutifera portata_; ed ecco, quando meno ci si pensava, saltare in testa a Nina la fantasia di voler sapere la cagione della clausura del suo marito con Bibbiana nello stanzino dei panni sudici: di parole se ne fecero un monte, da taluna delle quali fingendosi impermalita Bibbiana, si volse al presidente con la procacia che partecipa il vino e così gli disse:

— Tanto più poi importa che la signora rimanga informata, quanto che il trovarci chiusi dentro lo stanzino le dia plausibile motivo a formarsi un sinistro giudizio intorno alla mia onestà; e la reputazione, signor presidente, capisce, preme più della vita... per noi altre serve, se ci toglie la reputazione, che cosa ci resta?

— La reputazione, masticò fra i denti il presidente, e volto alla consorte le favellò:

— Nina, tu sai che di calunnie al mondo non fu mai penuria; vedi, anche alla beata Vergine, che fu quel giglio di castità che tutte le generazioni conoscono, toccò a sopportarne delle bigie e delle nere; ma oro non piglia macchia. Ecco, non so quale ribaldo, mentre io presiedeva l'udienza, mi fece consegnare una lettera...

— Lettera! Dov'è questa lettera? Dammela subito...

— Essendo anonima, non mi pare le si dovrebbe fare l'onore di pigliarne contezza.

— Su, dammela, la voglio...

— Dategliela...

E a questo modo strillando, Nina stava a destra e Bibbiana a sinistra del presidente con le mani uncinate rasente agli occhi, da mettere lo spago in corpo a bene altro uomo animoso che il presidente non era.

— Tranquillità, ordine; abbasso le mani... con la moderazione si viene a capo di tutto: ecco la lettera, e trattasela di tasca la porse alla sposa.

Il decoro della mia storia mi toglie la facoltà di riportare tale quale il tenore di cotesta lettera; basti saperne il sugo. Nina, ella accusava, spasima pel cugino Gabriele, e Gabriele delira per Nina; ogni volta che il presidente sta inchiodato alla udienza, Gabriele va ad annunziare alla Nina a quanti dì viene san Biagio, la quale piega il capo e dichiara: _fiat voluntas tua_; ed ora, ora che in tribunale si tratta una causa di adulterio, Nina e Gabriele ammanniscono altra materia, affinchè i giudici non si perdano in iscioperi. Bibbiana, _more solito_, regge il venti.

Il presidente, sbirciando come la Nina, mano a mano che tirava innanzi con la lettura, si faceva in viso di tutti i colori dell'arcobaleno e all'ultimo minacciava cascare in sincope, si affrettò a sostenerla susurrando:

— Cuor mio, non ti affannare, raglio di asino non arrivò mai al cielo; io ti accerto che non ci ho mica creduto... ohibò! Ti giuro... ti giuro sul... che non un momento ho dubitato di te, luce dell'anima, madre, figliuola, gatta, perla di questa povera anima mia...

— Goffredo (poichè, e lo doveva avvertire prima, il presidente si chiamasse come il pio Buglione), voi mentite, ci avete creduto benissimo — e dubitato di me.

— No, in coscienza... ecco... tu mi mortifichi, Nina...

— E vi siete avvilito... orrore! fino a chiudervi nello stanzino dei panni sudici per tirare su le calze a Bibbiana...

— Brava! Per lo appunto così; la signora ha mangiato la foglia per aria.

— Ebbene, si, ho dubitato, facendo croce delle braccia al petto, belava pietosamente il buon Goffredo, ma anche a san Pietro Gesù Cristo ebbe a rinfacciare: _homo paucae fidei, quare dubitasti?_ e tuttavia lo perdonò; e tu, Nina, non vorrai perdonare al tuo Goffredo? Tutta la colpa è di Amore, che volle generare la gelosia.

La donna, ristatasi alquanto sopra di sè, favellò in questa sentenza:

— Pur troppo bisogna perdonare, perchè se mi taglio il naso m'insanguino la bocca: ormai tocca a noi altre donne fare da uomini: dunque acconsento mettere una pietra sopra la cosa, ma ad un patto.

— Bene; ti do carta bianca, che tu sia benedetta... mi sottoscrivo a tutto — e intanto che con la bocca diceva così, tremava in cuore pel sospetto del cugino Gabriele; onde immaginate voi s'egli ebbe a cascare a pancia all'aria quando sentì la Nina a dire:

— Il patto è questo, che voi andiate subito... stasera, a trovare il cugino Gabriele e gli dichiariate senza tanti amminnicoli, che nè solo, nè in compagnia si attenti mai più capitarmi in casa.

— Quanto a solo, scusi veh! signora, mi sembra una grulleria, perchè o quando mai il signor Gabriele si è attentato visitarla solo? Ci avrei dovuto essere anch'io.

Come vedete, Bibbiana, per raccattare le maglie, valeva un Perù.

— Quello che non ha fatto potrebbe fare, rincalza Nina con maravigliosa disinvoltura; sicchè lascia andare l'ambasciata com'io l'ho detta, che le precauzioni non sono mai troppe: tanto devo al decoro di questa casa, all'onore del marito, e soprattuto alla mia dignità.

— Ma Nina mia, osserva il presidente raggiante come la luna piena quando sorge dai colli della Brianza, così, su due piedi... ma come si fa a dare lo sfratto a Gabriele, che in fin dei conti gli è meglio del pane, che si piglia a morsi e non grida nè manco: ohi! Festoso.... servizievole, _eccetera_; tu lo conosci a prova; sarebbe peggio il rimedio del male; figurati le supposizioni... non so se capisci? Pensa alle lingue delle tue nemiche, o no... pensa piuttosto a quelle delle tue amiche. E vedi, Gabriele stesso, a ragionare, se ne avrebbe a male e rovesciarsi e mettere il campo a rumore. Abbi pazienza, Nina mia, ma in questo non ti posso servire. Quanto a raccomandargli che non venga a visitarti solo, lo approvo e ci sto; perchè anco il giureconsulto Bartolo, che fu quasimente un santo padre della nostra scienza, soleva avvertire sua moglie: _sola cum solo non præsumitur dixisse: Ave Maria præterquam clericus fuisset; sed a præsumptione ista cave, Bartolina mea_, ma in compagnia, poi, mi sembra ch'ei si potrebbe ammettere.

— O ammetterlo per tutto, o per nulla; io non intendo ragioni; recisamente, assolutamente voglio che in questa casa non metta più piede... e voi glielo dovete andare a dire subito.

— Eh! precipizio ... o non sarebbe meglio pensarci fino a domani? La notte porta consiglio.

— Non posso, non voglio e non devo; caro mio, su la reputazione non si transige.

— Ecco, entrò di mezzo Bibbiana, se i padroni lo permettessero, io vorrei dire la mia.

— Di' su, Bibbiana.

— Ecco, nei piedi loro io mi governerei così: messo in sodo che avvertire il signor Gabriele a non presentarsi in casa solo sarebbe grulleria, perchè non ci è venuto mai, e la proibizione potrebbe fargliene nascere la voglia, prima lo metterei a parte della cosa, che mi sembra giovane prudente e da fidarcisi, e poi lo pregherei a non frequentare di giorno casa nostra, ne anche in compagnia di parenti; quanto alla sera continuasse a favorirci secondo il solito, due volte la settimana, per accomodare la partita al signor presidente.

— No signora; nè di notte, nè di giorno, nè solo, nè accompagnato.

— Ma via, signora, non s'incocci sul feroce; parrà che con quel suo cugino ella ce l'abbia a morte: la si lasci persuadere, pensi alla partita de' tre sette del padrone... ed abbia viscere di carità.

— Tu sei una tigre ircana... dunque per lo interesse della tua reputazione tu mi ammazzeresti la partita dei tre sette come Medea trucidò i suoi figliuoli...

E così bisticciaronsi un pezzo, finchè a mediazione della Bibbiana fu stipulato un trattato, in virtù del quale rimase stabilito: 1º il cugino Gabriele non verrebbe a visitare di giorno la signora, nè solo, nè accompagnato; 2º gli si concedeva l'ingresso nella casa del presidente soltanto la notte, in compagnia dei congiunti, e ciò per l'unico fine di accomodare la partita dei tre sette al padrone, ed occorrendo la calabresella, ed anche la briscola.

Asmodeo, ridendo, appose il suo sigillo a cotesto convegno, facendolo registrare debitamente al protocollo degli atti maritali, che si conservano nello archivio di casa del diavolo. Il presidente, contento come una pasqua, si fregava le mani dicendo:

— Tutto è bene quello che finisce a bene: la va sempre a un modo; quanto più appaiono le matasse arruffate e meglio si ravviano: del passato io sono chiaro, dello avvenire sicuro; da ora innanzi, da qual parte mi entrerà il sospetto in corpo? Io per me non ce lo vedo.

Il povero uomo credè avere provveduto ai casi suoi meglio di colui il quale, pauroso che il diavolo gli entrasse in corpo, dentro gli orecchi si cacciò cotone intriso nell'olio santo, tra i denti prese un crocifisso, per ultimo, tiratesi giù le brache, si mise a sedere a mo' di semicupio in un catino di acqua benedetta, esclamando in atto di sfida:

— E adesso staremo a vedere da che parte mi entrerà in corpo il maligno?

Il povero uomo aveva dimenticato i buchi del naso. Nina, Gabriele e Bibbiana, quante volte si trovavano insieme, non rifinivano ridere alle spalle del presidente Goffredo.

*

— Com'è andata? L'hanno assoluta?

— No.

— L'hanno condannata?

— No.

— O dunque?

— Il marito l'ha perdonata.

— Oh! vigliacco; in premio del suo perdono, io, sua moglie, gli avrei sputato in faccia.

— Tu?

— Io.