Part 22
— Signore! bisogna pur farci una ragione... io nacqui prima di te, e la natura vuole che prima di te muoia... dunque mi hai da promettere che quando sarò morto tu mi riporterai in Italia,
. . . . . . . nella mia, Nella diletta tua terra natia,[33]
[33] Grossi, _Il coro lombardo_.
e lì mi darai sepoltura a canto la madre; così pensando... che se vivo ebbi a starmi lontano dalla _terra natia_, morto potrò riposarci in pace, l'anima mia si consolerà.
Allora Eufrosina, ponendo a sua posta la destra sopra la spalla di lui, tutta accesa nel volto, gli tenne il seguente discorso:
— Curio, ascoltami: io mi confesso femmina di poca levatura, quel poco che so l'ho imparato da voi; pure, meditando sopra le sentenze vostre e dei grandi patriotti italiani che ebbi in sorte udire, credo poter pronunziare un giudizio poco lontano dal vero intorno la qualità dei nostri tempi. La Italia nostra, tra bene e male, nè intera ha potuto unirsi, in onta agli sforzi di tenerla disunita di quei dessi che ora si vantano fattori della sua unità: unirono l'Italia la necessità delle cose e la virtù del popolo affidata nelle mani di Garibaldi; adesso ella è cascata in potestà di paltonieri come il retaggio improvviso dello zio morto in America; costoro, quanto più patirono miseria per lo addietro, tanto maggiormente si sono voluti rifare a tirar via negli scialacqui; dai vizi antichi accoppiati alle viltà nuove pullularono banchieri, borsaioli, giocatori, ruffian, baratti e simili lordure; ciurmaglia d'insetti non più visti prima, roditori come tarli, sozzi come cimici; ribollirono le fogne spingendo a galla ogni maniera di lordezza; gli scrivani diventarono scrittori; allagò dovunque la mediocrità invida e trista; perchè lo scritto riuscisse di un bel nero morato, tuffarono la penna nella propria coscienza; le sacre lettere mescolarono con l'acquavite e la viltà, e poi le propinarono alla cittadinanza, che ne rimase avvelenata; gli ebrei considerando allora che il mestiere fruttava, chiusero tante botteghe di rigattiere e ne apersero altrettante di giornali, ma così nelle une come nelle altre essi, con anima e mani sudicie, continuano a vendere cenci sudici. Tasse a diluvio; fortuna pubblica nabissata, la privata distrutta; esercito infermo; senza combattere dentro ci divora, combattendo fuori non è creduto capace a difenderci; all'opposto presumono educarlo can mastino della monarchia per addentare repubblicani. Con gl'impieghi crearono un nugolo di consumatori a fine di legarli col vincolo dell'interesse alla monarchia; la monarchia è un interesse; chi la rode la difende, finchè ci è da rodere; dei produttori ogni dì se ne strema il numero per molte cause, massime delle emigrazioni di cui esultano col giudizio del matto, che vedendo bruciarsi la casa batte le mani. I preti crescono come l'ombra cresce quando tramonta il sole, tra poco sarà l'un'ora di notte. I nostri uomini di Stato sapevano che preti e ortiche si propagano stupendamente spontanee, tuttavolta li hanno fecondati col guano; speravano disfare i preti come un cavo vecchio e filare la loro autorità dentro la corda nuova, mettere in combutta sacramenti e manette; mitra di vescovo e lucerna di giandarme; stolti! il prete pesca per sè, tutto per sè, sempre per sè: l'arme del prete è la rete. La materia viene dalla terra ed alla terra ritorna, lo spirito si parte da Dio e a Dio si ricongiunge; chi più nobile dei due, lo spirito o la materia? Certo lo spirito; dunque il prete non intende fare a mezzo col potere laico, molto meno stargli sottoposto; egli rappresenta Dio; prostratevi pertanto ed obbedite. Sul campo di battaglia i destini degli eserciti pendono nella mano della fortuna, nel confessionale il destino del prete sta sicuro nella mano del prete. La favola di Prometeo, in grazia del bel giudizio dei ministri italiani, si è convertita in realtà; ecco lo Stato, con le mani e co' piedi legati, messo sotto al becco dello avvoltoio prete perchè lo divori. Del popolo un dì levati a cielo il cuore e lo intelletto; egli sorgente di tutto diritto, egli solo capace di provvedere alla felicità del paese, dandosi per via di plebiscito un padrone; il popolo, buttato via un basto, si chinò giù carponi a sottoporsi ad un altro, come se non avesse provato mai di che cosa sappiano i basti; difatti, eletto appena il padrone, la scena muta; stupido, è bandito, e a tutto incapace, eccettochè a portare rena e calcina alla fabbrica della monarchia costituzionale. Se taluno più astuto non avesse avvertito: badate! potreste avere bisogno del suo sangue, lo avrebbero scaraventato in mare col sasso al collo come un cane tignoso; invero, quando ebbero bisogno di sangue, ecco, fecero scodella delle mani per raccogliervelo dentro, e il popolo strappato dai solchi e dalle officine ce lo versò a bocca di barile. E quale n'ebbe mercede il popolo? Una manata di briciole, che andatagli negli occhi lo acciecò, ma se gli fosse caduta in bocca non lo avrebbe sfamato; però il popolo si è fatto del cuore un salvadanaio di odio dove ogni giorno depone un soldo, e dello intelletto una spelonca dove accumula errori e istinti selvaggi. I vermi, che nella corruzione universale si fanno grassi come canonici in concistoro, levando la voce garriscono:
— O che irrequietudine è questa? O non avete voluto la patria unita? O non l'abbiamo fatta tutti un po', e Dio sa con quanta pena? — Dunque, perchè non posate una volta? Noi, vedete, siamo contenti; certo poteva toccarci di più, ma bisogna adoperare discrezione, e ci confessiamo soddisfatti; o perchè non lo siete anche voi? — Noi non lo siamo, perchè voi divoratori, noi i divorati; noi le api produttrici del miele e voi i fuchi che ce lo rubate; voi, come le lampade dei bastimenti, vi mantenete sempre in bilico sia che soffi vento di servitù straniera o vento di servitù domestica; voi condite di abiezione il vostro cibo e lo tenete più accetto al vostro palato; voi serbate la indegnissima anima vostra con la gira in bianco per indossarla a principi, a repubbliche, a tutti, a patto però che vi facciano abilità d'imbestiarvi nei godimenti materiali della vita. Ora ci vuol poco a capire che così non può tirare innanzi, e quando qualche urto straniero non ci desse la stretta, l'ordine sociale tracollerà per disfacimento interno, di tutti i mali il peggiore, perchè con la mota non si fabbrica, e se la stringi ti sfugge dalle mani dopo avertele insozzate. Quelli che se ne intendono affermano i popoli corrotti potersi solo rigenerare o per invasione straniera o per guerra civile: per guerra straniera io non credo, perchè di due cose l'una: o la vinceremo o la perderemo; quindi od oppressori od oppressi; o esercitare tirannia o patire servitù; e l'una alternativa e l'altra cagione presentissima di pervertimento: per guerra civile qualche volta il popolo corrotto si è rigenerato, ma la prova è zarosa e piena di pericoli; i nemici del popolo in subbuglio, cogliendo la occasione del disordine che tiene dietro ai rivolgimenti pubblici, potrebbero percuoterlo alla sprovvista, ma in ciò mi conforta quello che sovente udii dalla bocca del padre nostro Maurizio e del generale Garibaldi, ed ho anche letto che un popolo in rivoluzione si trova più presso a conquistare che ad essere conquistato; un altro pericolo egli è che dalle discordie nasca un soldato, il quale di punto in bianco ti salti addosso tiranno, e si deve reputare guaio grande e tuttavia minore della libertà ipocrita e meretricia, imperocchè dal primo qualche virtù annacquata sorge, mentre la seconda spegne ogni nobile aspirazione: pure gli è forza masticare quello che il destino, o piuttosto le nostre mani ci hanno ammannito. I seduti a mensa, alla minaccia della guerra civile si cacciano le mani dentro i capelli ed urlano: — Sacrilegio! parricidio!... — Silenzio, ribaldi; a voi, e più che a tutti a voi altri si affibbiano con le debite varianti i versi tremendi:
Vile, un manto d'infamia hai tessuto, L'hai voluto — sul collo ti sta; Nè per gemere — o vil, che farai, Nessun mai — dal tuo collo il torrà.
La trista genia non si spaventa delle guerre straniere, e sì che in queste un popolo intero è avventato col ferro in mano a tagliarsi la gola con un altro popolo che non conosce, non gli ha nociuto in nulla, non odia, senza sapere il perchè, e ne diserta i campi, le case arde, oltraggia le donne, lacera vecchi e fanciulli; lo ubriacano di acquavite e di parole più perfide assai dell'acquavite, come: gloria, onore delle armi e decoro della bandiera, le quali insomma adombrano vanità e cupidigia di un feroce spesse volte codardo. Nerone, senza lo aiuto di Epafrodito scrivano, non sarebbe giunto ad uccidersi; a Napoleone I non riuscì avvelenarsi. Nelle guerre civili tu sai quali offese vendichi, perchè combatti, che vuoi; l'odio ti arma la mano, chi ti tormentò tormenti; applichi la pena del taglione; dente per dente, occhio per occhio; le truci passioni che t'infuriano in petto, se non giustificano il male che fai, lo spiegano. Come possiamo augurarci di ristorare la fortuna pubblica d'Italia senza fallimento? Il giorno che terrà dietro alla bancarotta sarà preceduto dall'aurora della risurrezione del credito nazionale. Cittadinanza marcia e amianto sudicio si lavano col medesimo bucato: bisogna buttarli sul fuoco. Come rinetterete le strade delle città dalla marmaglia dei rettili, se non per via di un diluvio universale? Non per questo ci dobbiamo perdere di animo, perchè ogni diluvio termina coll'arco baleno, annunzio di giorni più sereni. I popoli non muoiono; dopo gl'incendi le città si rifabbricano più belle; testimonio Roma dopo Nerone, e Mosca ai giorni nostri dopo Ropstokin. E tu, Curio, che ti triboli perchè la fortuna ti abbia sbalestrato fuori della tua patria, esulta; tu non avrai desiderato, nè promosso, nè preso parte ai giorni di lutto della tua terra nativa; e poichè la tua mano si sarà preservata pura della strage del passato, così potrà farsi iniziatrice del futuro. Troppe e troppo spesse le sventure si rovesciarono sopra di te, e ti hanno sgomento; il tuo cuore contristato respinse la guida dell'intelletto, ed hai corso pericolo di sommergerti nella disperazione. Pertanto io credo fermamente e con sicurezza ti annunzio che tu, io ed i tuoi figli rivedremo la patria nostra purificata e ci potremo con dignità e contentezza esercitare i doveri prima, poi i diritti di cittadini liberi davvero, di capi di famiglia e di amici della umanità. Che se (e non lo voglia Dio) la morte rendesse tronchi questi santi presagi... allora... allora... sta' sicuro, la tua volontà sarà legge alla tua consorte.
Il singhiozzo le tolse la parola, ed ella conchiuse il suo ragionare stringendosi al seno con quanto aveva di forza nelle braccia il diletto marito.
Curio, non meno commosso di lei, la baciò in fronte dicendo:
— Eufrosina, parlami sempre così; alle donne i cieli furono cortesi del dono della profezia; mantienmi sempre accesa la speranza, ed io ti dovrò troppo più della vita del corpo, la salute dell'anima.
*
Il vecchio rassomiglia al pellegrino, il quale andando su per lo estremo lembo della terra mira sul dorso delle onde agitate giungere a riva le reliquie del naufragio; però che il vecchio, pure su l'ultima spiaggia della vita, contempli travolti dagli anni arrivargli ai piedi i frantumi dei suoi affetti, ed altresì dei suoi concetti. Così quell'io, che un giorno scrissi parole di obbrobrio contro la Speranza, adesso mi chiamo in colpa e m'inchino alla sua divinità! La benefica Iddia non mi aborrì per le mie esecrazioni, all'opposto moltiplicò verso me le sue blandizie, come madre amorosa costuma al figlio infermo. È fama che, quando Dio padre richiamò in cielo la Felicità, la Speranza sua sorella minore le tenesse dietro, ma arrivata che quella fu a mezzo dello emisfero si voltasse, e in atto dolce di pietà e di amore così le dicesse:
«Torna fra gli uomini, sorella. Dio ha chiamato me sola, e con profondo consiglio, imperciocchè senza me e senza te cotesti miseri in breve si struggerebbero di angoscia».
La Speranza ritorse l'ale, ed indi in poi non ha abbandonato più le dimore degli uomini. Quivi ella si pone allato della culla dove il pargolo si lamenta se gli manchi il latte; ovvero siede al capezzale dei moribondi, o su i campi di battaglia bagna le labbra riarse del volontario agonizzante, o ne raccoglie l'ultimo sospiro per portarlo alla madre, alla sposa, alla sorella; con un raggio di sole meridiano penetra nella carcere più profonda e conforta il prigioniero che langue. Che più? Ella è salita sul patibolo col condannato e lo salvò dal terrore della morte... alzandogli il capo in su e facendogli leggere in cielo: _perdono_.
Tutto o prima o poi abbandona l'uomo, la gioventù, la bellezza, la salute e le sostanze; egli ha veduto allontanarsi da lui gli amici e i beneficati; più di rado parenti e figliuoli, e talora anche la madre; se la moglie gli rimase al fianco, e' fu come quella di Giobbe, per tormentarlo nella miseria. Ogni giorno la luce del sole si nasconde agli occhi nostri, ogni notte declinano le stelle, ma la Speranza non si allontana mai; neppure la morte è potente a scacciarla, imperciocchè ella si metta dietro la nostra bara, ci accompagni alla fossa, assista alla nostra sepoltura e non consenta a lasciarci neppure quando è chiuso il coperchio del nostro monumento. La pietosa allora si pone a sedere sopra il marmo funebre, e _fissa in Lui che volentier perdona_, scioglie il più sublime dei cantici, quello della _Resurrezione_.
Salute dunque a te, o divina Speranza!
FINE.
INDICE DEL QUARTO VOLUME
Capitolo XX. _Pag._ 7 Capitolo XXI. 99 Capitolo XXII. 185 Capitolo XXIII. 243 Capitolo XXIV. 333
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (rovinio/rovinìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.