Il secolo che muore, vol. IV

Part 21

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E gli ufficiali risposero tutti a un modo; quasi _gloria patris_ in fondo ad un salmo: che a lui stava ordinare, ad essi eseguire; sua, affatto sua, _la responsabilità_ del comando; a loro la _responsabilità_ della esecuzione; le _responsabilità_ non doversi confondere; e così giù un diluvio di _responsabilità_, di _responsabilità_, _responsabilità_, e via. Il povero prefetto, lasciato su le secche, pareva l'asino di Buridano messo in mezzo a due stacci di biada; di un tratto gli venne una ispirazione dall'alto: sospendere ogni arresto e intanto avvertire il ministro a rotta di collo; in cotesta maniera gli parve gratificarsi il ministro per la prova di deferenza che gli dava e scansare il pericolo: — due colombi a una fava!

E' fu un gran correre e ricorrere di scintille elettriche lungo i fili metallici del telegrafo, un tremolare affannato di lancetta, un picchiamento irrequieto sopra la tastiera, una grandine di responsi, che parevano piovuti dal cielo. Il prefetto se ne stava mogio mogio, come una gallina bagnata messa sotto il corbello perchè le passi la voglia di covare, fino all'ultimo dispaccio ministeriale in cui si approvava il suo operato; si abbuiasse il caso; si facessero partire i contumaci sotto la malleveria del rappresentante della Unione; viaggiassero, bene inteso, a proprie spese; non li _vedesse il sol novello in Argo_; intanto sottilmente e segretamente si vigilassero; con anima viva non conferissero.

Poichè di tanto fu certificato il prefetto, sentì come un pane di piombo cascargli giù dallo stomaco, per l'allegrezza spiccò un salto, diede un trillo, se avesse potuto si sarebbe baciato; la gioia gli punse la vena della liberalità; si sentì inondato da un'aura di sciupone; tanto vero, che essendogli entrato lì per lì nello studio il primo consigliere di prefettura, egli gli regalò un sigaro da sette centesimi...

Per cotesto groppo di casi tanto vari e veementi avevano sentito terribili scosse gli spiriti ed i corpi dei più gagliardi dei nostri personaggi, ma la signora Isabella ne rimase infranta; veruno ci aveva fatto avvertenza, perchè la cura particolare teneva compresa in sè l'attenzione di ogni individuo; se l'avessero badata chi sa di quanti pianti e sospiri sarebbe a quest'ora andata ingombra la casa! Più volte la meschina di pallida diventò colore di cenere, le labbra le si fecero pavonazze, e le sue pupille dondolavano per quel vago errore, che non è anche morte e non si può più dir vita. La goccia, onde si versa l'anima, parve formarsi più volte nel cavo dei suoi occhi, ma non traboccò; gli spiriti vitali in procinto di partenza poteron soffermarsi sopra la soglia; — e ciò avvenne per virtù di Amore; il quale, comecchè per pochi istanti, può trattenere la morte; egli solo lo può; veruna altra forza supera o inferna è da tanto.

— E tu, madre, verrai con noi. Noi non presumiamo farti dimenticare le sofferte sciagure; c'ingegneremo consolarle; sopra le tue ginocchia deporremo i pargoli che la fortuna placata ci vorrà concedere, e questi sapranno suscitarti nel cuore qualche vestigio della fiamma antica. Tutti i santi, quando sul partire della vita levano gli occhi al cielo, vedono o credono vedere una gloria seminata di stelle e di capi di cherubini, — caparra di paradiso, e tu, madre, sei santa ed hai diritto che il più gentile del tuo sangue ti schiuda le porte del secolo immortale: — su via, fa' cuore, sei giunta al termine del tuo lungo patire; levati; apparecchiati al viaggio; di poche vesti fa bisogno; a Lugano ne provvederemo quante basta; stasera partiamo.

Così alternatamente Curio ed Eufrosina favellavano ad Isabella; e il volto della madre, quantunque a coteste parole si rischiarasse, pure sembrava un fiore il quale, tronco nello stelo, per benedizione di sole non sappia più raddrizzarsi. Ella volle stendere a un tratto le mani ai suoi cari figli, e non ci riuscì; le mancarono le forze; allora prese ad allungare adagio adagio le dita, e rinnovando a più riprese il moto, giunse a toccare la cima delle mani di Curio e di Eufrosina; in quel punto si provò a favellare, e con un filo di voce disse:

— Figli miei, io sento pur troppo che il termine delle mie tribolazioni è arrivato; in breve imprenderò il viaggio al quale da molto tempo mi trovo allestita; mi ci apparecchiai col viatico del lungo spasimo e della pazienza inalterata; confido che basti; in ogni caso la misericordia di Dio non sarà per mancarmi... a rivederci... più tardi che potrete... a rivederci...

— O mamma, ch'è questo? Tu vieni meno! Mamma guardami! Mamma, mi senti?

— Mamma, mamma, è la tua Eufrosina che ti chiama!

La morente fissò l'una e l'altro con soavissimo sguardo di addio e susurrò parole non bene distinte, come persona che già si sia allontanata... Isabella passava pari alla lampa del sole, che lascia un mondo con mesto addio di luce per portare ad un altro mondo il saluto lieto di luce.

*

— Ma, caro e reverito signore, ella mi mette in un impiccio, in un impiccio di cui non posso neanche farle capire la serietà; non ci è casi; essi devon partire stasera, risolutamente stasera.

— Gli è morta la madre; — e il dolore della madre morta non dovrebbe essere difficile a capirsi neanche da un prefetto. Diavolo! Come può pretendere che un figliuolo si stacchi dal corpo della madre tuttavia caldo? Che un figlio non renda gli uffici estremi alla madre, ch'egli amò tanto? Diavolo! Queste mostruosità non costumano neanche fra i comanchi... fra i modocs; — e ci è da farne diventare rosso per la vergogna un negro di Caffreria...

— Lasci stare, caro signore, caffri e comanchi: a me tutto questo non preme un fico; sa ella che cosa m'importa? Il mio _impiego_; se io lo avessi a perdere, chi mi fornirà alloggio, vitto, vestito, carrozza, teatro _gratis_, eccetera?

— Vada franco, signore, lo garantisco io.

— Garantisce _lei_! Ma che sia benedetto, su che cosa mi garantisce?

Il signore A. si asciugava il sudore per la pena; sentendosi in procinto a dare di fuori, con voce alterata conchiuse:

— Orsù! domani sera soltanto potrà darsi sepoltura alla defunta... veruno in tutto il giorno uscirà di casa, nè veruno ci entrerà; ella, se non si fida, faccia sorvegliare; i miei concittadini trasporteranno il corpo al camposanto, lo seppelliranno; dopo sepolto entreranno in carrozza... dalla fossa allo esilio perpetuo... è contento? E sì che le potrebbe bastare.

Il prefetto storse la bocca, si strinse nelle spalle e gemè:

— Vedete un po' in che bertovello mi trovo! Dio faccia che male non me ne incolga... ma... sono troppo buono!

Proprio come il libraio liberale.

Nel colmo della notte, a lume spento, la salma d'Isabella fu trasportata al camposanto; la cassa avevano messo dentro una carrozza col capo in alto e il piede in giù; nè anche Cristo posò su la deserta coltrice; lo aveva proibito il prefetto. Seguivano due altre carrozze; dentro la prima Curio ed il rappresentante degli Stati Uniti, nella seconda Filippo ed Eufrosina: però in ambedue le carrozze su i posti davanti sedevano due guardie di pubblica sicurezza travestite da galantuomo; lo aveva ordinato il prefetto. Trovarono ammannita la fossa, e due vangatori con la pala in mano in procinto di gettare la terra sopra la cassa; il prefetto per far presto aveva rinforzato i becchini. Avevano trasportato le reliquie della povera creatura a mo' che i contrabbandieri trafugano il frodo; le depositarono in grembo della terra come il ladro ci rimpiatta il tesoro rubato: appena fu concesso inginocchiarsi e recitare un requie. D'altronde, chi avrebbe potuto piangere ovvero pregare? Coteste anime, a cagione della immanità delle bestie che a muso duro hanno il coraggio di affermarsi uomini, si sentivano rapprese dentro una crosta di ghiaccio. — Lo vedo bene che, se inferno non ci è, per certa gente bisognerà inventarlo... Fu forza partire innanzi che avessero colma la fossa; la lasciarono in buona compagnia, chè le dormivano allato figli, marito, parenti; certo alcuni l'avevano fatta arrossire, altri gonfiare di orgoglio; questi l'esaltarono, quelli l'atterrarono, ma ella li amò tutti di perpetuo amore: la lasciarono dando uno sguardo al cielo, riportando la promessa che le stelle sarebbero state benigne di luce alla ignorata sepoltura; e, posta la mano su l'erba, si accertarono che la notte non avrebbe cessato di piangere le sue rugiade sopra le ossa infelici; non una parola e neppure un sospiro avrebbe potuto aprirsi una via traverso la loro gola attenuata; le piante folte ammortivano il rumore dei passi dei nostri personaggi, sicchè parevano ombre che tornassero da associare un'ombra alla sua eterna dimora...

Accostandosi alla porta del cimiterio, ecco rompere il funebre silenzio uno strepito confuso di maledizioni e di minacce, un rumore di chi fugge e di cui insegue, un dimenìo di chi agguanta e di cui tenta guizzare di mano: di corto si conobbe la causa del trambusto; Foldo e la sua degna consorte, avendo voluto entrare di riffa nel camposanto, n'erano stati duramente respinti: allora si piantarono su la porta per attendervi gli amici e ricambiare con essi l'ultimo addio; e siccome anche questo si era loro voluto impedire, resistevano, sbatacchiavano gli sbirri, facevano il diavolo a quattro: quando poi li sentirono vicini, non ci fu verso tenerli, sgusciano dalle mani dei cagnotti e nelle braccia loro si abbandonano. Smaniosi furono gli abbracciamenti, ebbre di dolore le parole, i baci furenti; ed allorchè li separarono, tale sorse dintorno un pianto irrefrenato, che ebbero a maravigliarsene gli stessi sbirri.

E pure non ci cascava maraviglia, perchè, a dire il vero, il distaccamento da Foldo e dalla sua degna consorte non era stato mica la causa sola, nè la principale di cotesto lutto, bensì l'anima dei meschini, rimasta lungamente in bilico per le sofferte tribolazioni, per quel po' di giunta aveva traboccato.

Foldo ricevè dopo pochi giorni dal signor A. trentamila lire, le quali, giusta il desiderio di Curio e di Filippo, distribuì fra i superstiti delle patrie battaglie ridotti in miseria, ai quali o il peso della famiglia, o la ripugnanza di avventurarsi a fortune incerte e difficili dissuadevano emigrare in terre lontane.

*

Curio, Filippo ed Eufrosina sono tornati al Texas, conducendo seco cinquanta e più giovani prestanti. Il signor Maurizio avendo mosso ad incontrarli, don Patricio e don Giacinto chiesero in grazia accompagnarli, e di leggieri venne loro concesso. Le accoglienze furono profondamente benevole, non chiassose; conformi alla indole dei nostri personaggi e al lutto che contristava l'anima loro. Trascorso tempo convenevole, si fecero le nozze fra Curio ed Eufrosina, la quale trovava curioso doversi ella obbligare davanti al magistrato a volere sempre bene al suo Curio; ci volle del buono e del bello a capacitarla come questo ordinasse la legge per accertare lo stato della prole nascitura. Maurizio benedisse le nozze, dicendo con molta gravità:

— Se _presbiter_ significa vecchio, veruno negherà che io sia prete davvero. Vi benedico pertanto, però che io creda fermamente che la benedizione di un vecchio benevolo e onesto non abbia mai fatto male ad alcuno. Vi benedico in nome del Dio della natura, e vi auguro tutte quelle felicità che alle creature umane è dato godere, finchè sentono e ragionano.

Agli esuli furono assegnati terre, semi, arnesi e bestiame in buon dato; essi senza le diavolerie del comunismo si chiamano paghi della _mezzaria_ come si pratica in Toscana, ampliata e corretta secondo che la esperienza venne e viene di anno in anno persuadendo.

Don Patricio e don Giacinto, pregati, si trattennero ancora per alquanti mesi, ma alfine, avendo più volte insistito per ottenere licenza, fu mestieri concederla: essi lodavano, anzi levavano a cielo quello che vedevano; ma l'indole loro, e forse più dell'indole, il costume, faceva sì che si sentissero in cotesta vita ordinata a loro agio come se sedessero sopra un pettine da lino: non adducevano, perchè l'ignoravano, se l'avessero saputa si sarebbero schermiti con la elegante terzina che si legge nella satira dell'Ariosto sul servire in Corte:

Mal può durare un usignolo in gabbia, Più vi sta il cardellino e più il fanello, La rondine in un dì vi muor di rabbia.

Per loro la vita randagia e le scorrerie; ora con le tasche piene di dobloni, ed ora senza nè manco un quattrino da far dire la _diesilla_ al cieco; destinati a morire con le scarpe in piedi o per arme o per sanna di belve. E qui bisogna notare che il cervello loro gli aveva indicato una terza uscita, ed era il _capestro_, ma questo avevano per buoni riguardi _sottinteso_, che anch'essi avevano frequentato la scuola di grammatica, e di sintassi figurata se ne intendevano.

Il vecchio Maurizio esultava; i nuovi affetti gli avevano rinfrescato l'anima e il sangue, ond'ei sovente accarezzando la gioconda Eufrosina diceva:

— Ecco la mia Medea, che ha ringiovanito il suocero e non sembra che truciderà mai i figli![28] A proposito di questi figli, ma di dove hanno a venire? Eufrosina, ricorda che ho il vetturino all'uscio...

[28] Ovidio, _Metamorph._, l. 6.

— Quanta furia! rispondeva la gioiosa; quando vorranno venire verranno.

Non così Curio e Filippo, nei quali, dopo ch'ebbero dato sesto alle opere e agli operai, e le cose presero un regolare andamento, scese una nube che allargandosi minacciò coprire intera l'anima loro; e la patria lontana per tormentarli meglio assumeva le forme più caramente dilette, appunto com'è fama le Furie ad agitare lo spirito dei mortali con maggiore spasimo tolsero sembianze miti e nome di _Eumenidi_.[29]

[29] Eschilo, _Eumenidi_, trag.

Però la infermità della _nostalgia_ procedeva sopra questi due uomini con ragione diversa. Filippo, da quel valoroso ch'egli era, si dibatteva per sottrarsi dalle male branche della malinconia; e, dandosi da fare senza requie nella caccia e nella pesca, si esercitava; ma certo dì essendosi accorto che il piede gli diventava più tardo e l'occhio men certo, pensò che avrebbe fatto bene a smettere, se pur non voleva, invece di cacciare, essere cacciato; tuttavia prima di cessare le pantere non ardirono più comparire nei dintorni della fattoria, e conghi e serpenti a sonagli ed altri siffatti rettili formidabili erano sterminati; il povero uomo, per fuggire la mattana, si sarebbe attaccato alle funi del cielo; fumava sempre, sicchè la sua faccia pareva la cima del Sinai quando il Dio d'Isdraele consegnò fra mezzo la caligine in proprie mani a Mosè i comandamenti della legge, incisi, come si dice, sopra tavole di marmo di Carrara. A levarlo di pena lo sovvenne la lettura del libro terzo della _Eneide_, dove trovò che Eleno ed Andromaca, profughi dalla patria sovversa, rifuggiti in Caonia, l'acerbità dello esilio ingannavano rinnovando in terra straniera Ilio, Simoenta e Pergamo; onde Enea ed i compagni, che a posta loro sbattuti dai fati, colà furono accolti ospiti graditi, poterono raccontare più tardi alla regina Didone:

Molto con me, mentre andavamo, anch'egli Ragionando e piangendo, entrammo alfine Nella piccola Troia, e con diletto Un arido ruscello, un cerchio angusto Sentii con finti e rinnovati nomi Chiamar Pergamo e Xanto, e de la Scea Porta entrando, abbracciar l'amata soglia, Così fecero i miei, meco godendo L'amica terra come propria, e vera Patria...

A questo modo Filippo dava nome di Po ad un fiume che metteva foce nel Colorado, e battezzò Santo Ambrogio un fabbricato immenso, dove raccoglieva le vacche particolarmente addette alla fattoria, imperciocchè sopra la colonia pascessero oltre quindicimila capi di bestiame. Filippo, nel mostrare con molta compiacenza la stalla popolosa, soleva dire:

— Non ci ha dubbio; in paradiso è bene averci per protettori i santi Ambrogio, Carlo, Protato e Damiano, ma in terra, bisogna convenirne, approdano meglio le vacche. A certo ricinto vastissimo, dove la notte riduceva i bovi, impartì il titolo di Foro Bonaparte, e ad altre fabbriche l'Arco del Sempione, la Scala e via discorrendo. La contrada intera con rito solenne appellò _Italia_.

— Italia; e vedano, signori miei, aggiungeva con ghigno mordace, questa traslazione non mi costa proprio nulla, dacchè le signorie vostre sapranno, e se nol sanno lo imparino, la patria nostra _ab antiquo_ andò distinta con diversi nomi, i quali furono Gianicula, Enotria, Camesena, Saturnia, Esperia, Ausonia, e per ultimo Italia; di tutti questi le rimase Italia, perchè gl'italiani chiamarono i bovi _itali_, e per converso i bovi barattarono il nome con gli italiani.[30] Per le quali ragioni e cagioni, a noi altri meritamente dura, ed ogni giorno meglio si conferma, il nome d'italiani; nè fa caso che gl'italiani parlino ed i bovi no, dacchè a squattrinarla da vicino, tra il favellare dei primi e il muggire dei secondi non ci corre un tiro di cannone: e poi, o chi ha detto che i bovi non parlano? Parlano benissimo, e ce lo afferma Tito Livio, ch'è quel solenne storico padovano che tutti sanno: tra i prodigi che apparvero nella seconda guerra punica: «un bove, egli scrive, in Sicilia parlò».[31]

[30] Festo Varrone, _De Re Rus._, l. 2, c. 5. Columella, _De Re Rus._, l. 5, nec dubium quin ut ait Varro cæteras pecudes _bos_ honore superare debeat, _præsertim in Italia quæ ab hoc nuncupationem traxit_.

[31] _Bovem in Sicilia locutum_. Hist., l. 24.

Insomma Filippo a questo modo fantasticando si sbizzarriva. Per lo contrario Curio si compiaceva inciprignire la piaga onde portava ferito il cuore; gli veniva in fastidio ogni cosa; le più volte odiose gli tornavano le umane sembianze; le fuggiva sempre; stava ore ed ore seduto sur un tronco o un sasso con gli occhi tesi e fissi nelle immagini che gli raffigurava il suo cervello ammalato; e nella ansiosa contemplazione si andava struggendo come i mangiatori di oppio per colpa della maligna sostanza che cibano. Gli passavano balenando davanti agli occhi i campi di battaglia, i gesti arditi, le incredibili imprese; le cime nevose dei colli, gli orribili dirupi, precipitare torrenti, nemici fuggire, tornare alle offese, stramazzare feriti, boccheggiar moribondi, morti rotolare per greppi o andare travolti fra le acque grosse dei fiumi; distinti i luoghi e i volti, talchè li avrebbe potuti ritrarre a puntino con la matita ovvero col pennello; la memoria tormentatrice gli riportava con disperante precisione ogni scheggia, ogni sterpo, ogni arboscello. E niente gli fuggiva delle notti vegliate e dei baldanzosi colloqui; infine dinanzi agli occhi, per troppa tensione compunti, mirava traversare un'aquila che invece di penne scoteva raggi di luce, e dovunque passava incuteva spavento; l'aquila di un tratto diventava uomo, presentando le forme del generale Garibaldi; all'improvviso la visione mutava sembianza, e gli si presentavano dinanzi agli occhi effigiate a mo' della statua della Architettura scolpita davanti il sepolcro di Michelangelo da Valerio Cioli, con la mano sotto il mento, le larve dei suoi fratelli attendere meste la parola di consolazione, che il parente non può negare mai al parente, perchè il sangue nelle famiglie sia sempre sacro, e quando la universalità dei cittadini abbia il triste diritto di maledire un uomo, non lo ha mai il fratello. Da un altro sepolcro scoperchiato dalla cintola in su gli appariva la buona e cara immagine materna, la quale, protendendo ambo le braccia, sembrava che cercasse il capo di qualche nipote per benedirlo.

Fantasia di poeta non saprebbe immaginare nè manco i molti e vari trovati co' quali Eufrosina s'ingegnava divertire cotesta tetra malinconia, che moveva tanta guerra all'uomo del suo cuore; motti, scherzi, detti arguti, colpi lieti, capestrerie leggiadre, tutto essa poneva in opera, e spesso, Curio invano nolente, traeva a correre per la foresta provocandolo come la Galatea di Virgilio...[32]

. . . . . . . . di un pomo Il coglie, e fugge, e ai salici si asconde, Ma prima di celarsi ama esser vista,

[32] _Buccol._, Eglog. III. senonchè Eufrosina, invece di un pomo, gli tirava un fiore, e poi si rimpiattava nel boschetto delle magnolie. La povera tosa ormai si trovava al verde delle sue invenzioni, quando la Provvidenza, sentendo misericordia per lei, non l'avesse sovvenuta col massimo dei benefizi che può compartire ad una donna. Suffusa di rossore si chinò verso l'orecchio di Curio, ci susurrò una parola, mercè la quale il giovane schizzò su come il diavolo di saltaleone scatta fuori dalle scatole di finto tabacco, battendo palma a palma, e il segreto che gli aveva confidato la pudica, egli, inverecondo, bandì con voce magna alla intera brigata, come se volesse metterlo allo incanto. Filippo abbracciò Maurizio, Maurizio Curio, e poi abbracciaronsi tutti e quattro in lungo ed insaziabile amplesso.

Durante i mesi della gravidanza un solo pensiero come una sola cura dominarono la mente di Curio; vegliare l'amata donna, blandirla con soavi carezze, condurla a diporto all'aria aperta, riportarla su le proprie braccia a casa, adagiarla sul letto, temperare l'arsura dell'ambiente, spiarne l'alito, le parole, i sospiri. E quando alfine gli posero un pargolo su le ginocchia dicendogli: ecco, ti è nato un figlio! e' fu miracolo espresso s'ei non dette nei gerundi: piuttosto che esultanza, il delirio si cacciò addosso a lui ed a tutta la casa: fecero cose sgangherate: tanti colpi spararonsi, tanti fuochi si accesero, che per mesi interi non un uccello si attentò accostarsi a quella zona di cielo.

Ma poichè tutto viene a fine, così il palpito come il cuore che palpita, si attutì anche cotesto ardente affetto, e la larva irrevocabile della patria si riaffacciò all'anima di Curio più straziante che mai; di nuovo lo travagliano le consuete allucinazioni, della quale cosa se senta fastidio insopportabile la donna innamorata, Dio solo lo sa: però il rimedio per un tempo ella ebbe pronto, ed oltre ogni estimativa efficace: questo consisteva nel cavare dalla culla lo infante e farsi pian piano a depositarlo sopra le braccia del padre. Allora uno sgorgo di luce inondava l'anima di Curio, nè per quel giorno, nè per l'altro appresso le nebbie della malinconia potevano addensarsi più sopra di lei.

Però non passava gran tratto l'umor nero a ripigliare il sopravvento, onde Eufrosina ne rimase smarrita: venutole meno ogni consiglio, la misera si disfà in pianto; pure un giorno, pensosa più del suo pargolo che di sè stessa, si presenta risoluta al marito, al quale, con tremula voce, così favella:

— Curio, parte migliore dell'anima mia, dammi retta: se si trattasse di me, vedi, io avrei saputo soffrire e morire in silenzio, sorte ordinaria della donna amante, ma ce ne va di mezzo la vita del tuo figliuolo e mio. La tua misantropia si attacca a me, l'anima mia si contrista entro un mare di amarezza, la salute mi si altera, e da momento in momento mi abbandonano le forze... in breve mi mancherà il latte... non potrò allevare più la mia, la tua creatura... E non potè più dire, chè il singulto le strinse la gola; copertosi il volto, pianse.

Curio, in balìa di profondissima agitazione, prese a scorrere con moti incomposti per la stanza, inciampando ora in questo ora in quell'altro mobile, chè la passione gli toglieva la vista degli oggetti circostanti; per ultimo, quietatosi alquanto, si accosta ad Eufrosina, e gettatole le braccia al collo le dice:

— Sorella, consolati, io procurerò guarirmi, anzi mi guarirò di certo; però io sento non poterlo fare se non a un patto.

— Dillo, amor mio.

— Mi perito, Eufrosina, perchè temo affliggerti.

— Che importa! Pensa che verun dolore uguaglia quello di vederti ogni giorno consumare dall'umor nero.

— Ebbene, Curio prosegue attenuando la voce, sicchè appena si sentiva: tu mi hai a promettere che quando io sarò morto... ma vedi! già ti scolori in volto...

— Continua, per carità... continua.